Papesse al Vaticano, opera teatrale in un unico atto.

7 maggio 2011.

L’appuntamento è alle cinque del pomeriggio a piazza S.Pietro.

Essendo una persona un po’ timida, ho titubato molto prima di riuscire a trovare qualcosa di bianco e ampio da indossare, e ad afferrare cartoncino e forbici per confezionare il mio cappello. Il tutto è pronto solo poco tempo prima dell’ora dell’incontro. Giunta nella piazza, individuo subito la mia prima compagna: una ragazza che sta parlando con un ragazzo, e che in testa porta un copricapo papale. Già, perché oggi è il giorno della papessa!
Giustamente chi legge non starà capendo nulla. Lasciate dunque che vi spieghi alcune cose.
Quello che stiamo per fare non è né un flash-mob, né una manifestazione, ma semplicemente un atto teatrale; teatro di strada, se così possiamo dire. Si tratta di teatro surrealista, ma con uno scopo ben preciso, che è quello di riuscire a liberarsi per un po’ del pensiero  razionale, e lavorare invece con la metafora e con un’immaginazione simile a quella dei sogni. Tutto ciò nel tentativo di portare la mente a interrompere i circoli viziosi, o schemi ripetitivi, che imprigionano la nostra natura. In poche parole, un gesto liberatorio.

L’inventore di tale tipo di teatro è Alejandro Jodorowsky, artista cileno proveniente dal surrealismo, regista teatrale e cinematografico, attore, scrittore, marionettista e “tarologo”. Di solito questo teatro (detto “psicomagia”) coinvolge una sola persona, mentre qui si è voluto dare al tutto una valenza meno personale e più collettiva. Un atto di questo tipo è stato realizzato a Buenos Aires per le madri di plaza de Mayo, al fine di accompagnare e liberare il loro dolore e quello del popolo argentino: nel mezzo della piazza ogni madre ha liberato una colomba nel cielo, tenuta precedentemente in una gabbia nera.
Per quanto riguarda l’ evento in questione, lo scenario principale sarebbe stata piazza san Pietro. Non potevo non partecipare a qualcosa di simile che si stava svolgendo proprio nella mia città.

Stavolta volevamo fare qualcosa di esclusivamente femminile.

La chiesa afferma che il bambino ha bisogno di una madre e di una padre (cosa apprezzabile), dunque perché non dovremmo noi immaginare affacciarsi alla finestra un papa e una papessa, un santo padre e una santa madre? Perché non immaginarlo anche per le altre religioni?  I tarocchi stessi, questo antico gioco di carte, amano l’equilibrio, e contemplano tale coppia: abbiamo il papa (numero V) e la papessa (numero II). E dire che sono antichi…

Molti affermano: “ormai la tradizione cristiana fa parte della nostra cultura“. Infatti è così: in tribunale giuriamo sulla Bibbia, in classe abbiamo il crocefisso e a scuola facciamo religione. Essa permea di sé la nostra società e costituisce un messaggio visivo molto potente. Dunque essa è anche parte dell’immaginario che verrà ricevuto dalle  future generazioni, indipendentemente dal fatto che esse siano cristiane o meno. Non è questione di lotta per il potere o di femminismo, ma di come tutto ciò venga oggettivamente percepito nel profondo dell’animo umano. È una ricerca di equilibrio interiore, se mi si permette l’espressione. Possiamo permetterci ancora di lasciar credere alle bambine del futuro che la realtà sia un prodotto della sola mente virile, e che sia possibile per loro avere accesso al sacro esclusivamente attraverso l’uomo? Abbiamo bisogno di conoscere quale tipo di insegnamento hanno da offrirci le donne, perché allo stato delle cose conosciamo soprattutto l’insegnamento degli uomini.

Se non esiste una papessa, vogliamo provare a incarnarla! Diamole una voce, un movimento e un volto. Inventiamola. Ci piacerebbe sentirla parlare, almeno una volta. Ci piacerebbe molto sentir parlare tante donne sagge quanti uomini saggi sono apparsi nel mondo attraverso i secoli. Dove sono le insegnanti? Vogliamo conoscerle.

alcune delle ragazze in abito papale

Arrivano altre ragazze. Alcune sono italiane, altre spagnole, una è brasiliana. Sappiamo che altre  donne stanno facendo lo stesso a Concepcion e a Santiago in Cile, a Cordoba in Spagna, a Burgos e in altri luoghi.

Alcune, come me, indossano solo un semplice cappello, altre tirano fuori dai borsoni abiti più elaborati, davvero teatrali.
Siamo pronte. Possiamo cominciare a muoverci. Ci mettiamo in fila indiana e camminiamo lentamente, come in una processione. Le persone cominciano a scattare foto, alcuni ci chiedono il motivo del nostro gesto, ma la nostra regola è il silenzio. Il nostro atto deve essere completamente muto. È molto bello camminare così.  Siamo solenni. L’abito forse fa il monaco, e questo cappello dà ai miei pensieri una certa calma, un senso di maestà. Siamo molto belle a vedersi, così tutte insieme.

Le papesse di Concepcion

Ma ecco che una macchina dei carabinieri, di quelle piccole da zona pedonale, ci affianca. Una ragazza venuta a fotografare risponde per noi. Ci scortano lungo la strada, sempre più agitati. Alcuni sorridono al nostro passare, altri meno. Un signore comincia a incitare i carabinieri di “mettere fine a questa mascherata”. Noi sappiamo che in questo caso dobbiamo rimanere in silenzio e allontanarci, senza controbattere né opporre resistenza. Un’ accalorata signora, notando la nostra mancata reazione alle sue parole, grida in spagnolo “il silenzio è codardia!”. Anche una signora italiana pare infastidita dal nostro gesto. Una ragazza, ancora di lingua spagnola,  si avvicina e comincia a inveire contro di noi. Se la prende con la papessa che cammina davanti a me. Con un gesto le toglie di testa il cappello, l’altra se lo rimette e continua a camminare. Io proseguo in silenzio, e seguo con calma le mie compagne. Nel frattempo il servizio d’ordine ci sta invitando ad abbandonare la piazza.

La polizia ci ferma
La polizia ci ferma

 

Ancora vestite da papesse, creiamo un capannello in un angolo, mentre i poliziotti ci cominciano a fare delle domande.  “Cosa significa questa manifestazione?”, “Non è una manifestazione, è una rappresentazione.” risponde una papessa. La ragazza spagnola di prima ci raggiunge e continua a gridarci contro. Viene allontanata gentilmente. I poliziotti non riescono a comprendere la situazione. D’altronde li capisco, come si può classificare un evento come questo? Ci chiedono i documenti. Spunta una telecamera della rai. Una signora che era con noi prende le nostre difese in modo accalorato. Le papesse, anche se un po’ spaesate, si mantengono calme e accondiscendenti. Diamo i nostri documenti. Siamo ammutolite ma intimamente serene. Tre di noi faranno da portavoce e spiegheranno la situazione. Con i nostri documenti nelle mani della polizia, attendiamo fiduciose per un’ora e mezza, per non dire due ore. Ci raccontiamo le nostre sensazioni, scambiamo impressioni, sorridiamo. Nel frattempo le nostre compagne hanno avuto modo di chiarire le intenzioni pacifiche dell’atto, quindi non v’è alcuna conseguenza. Anzi, alla fine sembra che i poliziotti ci abbiamo preso in simpatia. Uno di loro ci saluta con “Arrivederci papesse!”.
È tempo di separarci. Ci salutiamo e ci abbracciamo forte, ci scambiamo le email. Presto verremo a sapere che le cose all’estero sono andate benissimo. Un applauso conclude questa straordinaria giornata. Non la dimenticherò facilmente. Ma aggiungo:

“Se noi ombre vi abbiamo irritato,
non prendetela a male, ma pensate
di aver dormito, e che questa sia
una visione della fantasia.
Non prendetevela, miei cari signori,
perché questa storia d’ogni logica è fuori:
noi altro non vi offrimmo che un sogno;
della vostra indulgenza abbiamo bisogno.
Come è vero che sono un Puck onesto,
se abbiam fallito vi prometto questo:
che per fuggir le lingue di serpente,
faremo assai di più prossimamente.”

da “Sogno di una notte di mezza estate“, di W.Shakespeare, atto V.

 

Per chi fosse interessato, ecco maggiori informazioni:

articolo sulle papesse di Conception (in spagnolo)
articolo sulle papesse di Roma (in spagnolo)
riflessioni di una papessa anonima (in spagnolo)

chissà che non si ripeta l’anno prossimo…

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

La cultura del sopruso

Parafrasando un termine degno del miglior Mario Merola, per sintetizzare al massimo la situazione dell’individuo nella società odierna, ci conviene usare la FISOLOFIA.

L’attuale momento storico ci inserisce in un panorama vastissimo di correnti di pensiero, di mode, di fazioni, di razzismi, di proselitismi e di tanti ismi che tendono a scomporsi sempre di più. Scomponendo scomponendo arriviamo a lui, la causa di tutto, l’individuo. Il singolo individuo per la precisione. Questa visione (sulla quale il buon Bauman ha scritto più e più “libri liquidi“) rende subito chiaro che questo individuo individuocentrico ha perso di vista il contatto con la realtà associativa, troppo preso dal suo io e dai suoi problemi.

La società ha perso la sua funzione di culla e di obiettivo per l’uomo che, invece, per soddisfare bisogni secondari, diventa ostile e si chiude in sé stesso.

Forse alcuni non diventano ostili, ma piuttosto distaccati, e sperano, come urla Peter Finch di Quinto Potere di essere lasciati in pace nei loro salotti, con i loro tostapane e le loro tv.

Tostapane a parte questi uomini, ostili o impauriti che siano, tendono all’isolamento e al tentativo perenne di affermare la propria persona e personalità a tutti costi e in tutti i campi.

Questo si tramuta in comportamento antisociale. Si tramuta in arrivismo, si tramuta in prepotenza, si tramuta in arroganza, si tramuta in sopruso.

Mi si potrà dire che il mondo è sempre andato così, che ovunque è così, ma non sono d’accordo.

Si può partire dall’esempio banale e addirittura fenomenologizzato: l’automobile.

L’uomo nell’automobile si trasforma, diventa improvvisamente re della strada e improvvisamente non può sopportare che qualcuno gli passi davanti. Anzi è lui che cerca di passare davanti agli altri con manovre brusche e pericolose, è lui che in autostrada si mette a due centimetri di distanza dall’auto davanti lampeggiando continuamente sulla corsia di sorpasso “perché questo fesso deve lasciare passare quelli più veloci” e così via.

Ma l’individuo ormai non ha bisogno della macchina per ostentare la sua superpotenza. Egli si getta nelle strade noncurante delle strisce o dei semafori perché comanda lui.

Non voglio fare l’elenco di cose che vedo vivendo giorno dopo giorno.

Voglio capire come mai siamo arrivati a questo punto. Come mai tutti hanno deciso di vivere al di sopra delle proprie possibilità economiche e mentali.

Perché l’affermazione della propria persona è diventata sinonimo di prevaricazione.

Gli individui che hanno ancora un barlume di luce dentro di loro, che sanno che la società, la condivisione di sentimenti positivi, di rapporti leali privi di invidie, competizione e gelosie, questi individui che (come direbbe Russell B.) sono pronti a conquistare la felicità guardando all’esterno e non solo dentro loro stessi, come fanno? Chi guardano? Quale materiale hanno a disposizione per far funzionare la loro splendida macchina chiamata cervello?

Essi sono costretti e limitati dalla società nella quale sono nati e cresciuti e che accettano spesso come un qualcosa impossibile da cambiare.

L’unico strumento per salvarsi dall’egocrazia imperante è creare piccoli microcosmi, in cui gruppi di persone sviluppino il proprio pensiero e attraverso l’arte della dialettica instaurino relazioni sincere e legami profondi.

Ma il senso della parola società? Si è dunque perso?

Il molosso e Palumbo

Gli articoli della rubrica polsodipuma sono reperibili anche su facebook: https://www.facebook.com/pages/Polso-di-Puma/133881466679341

Sfidare McDonald's è possibile

In questi ultimi anni sono sorte numerose iniziative commerciali caratterizzate da una forte attenzione per la sostenibilità ambientale, la giustizia sociale, il rispetto dei diritti dei lavoratori. Siano essi Gruppi di Acquisto Solidale (GAS), Botteghe del Commercio Equo e Solidale o altre simili, queste esperienze sono mosse da una critica fondata alle degenerazioni della globalizzazione dei mercati e alle distorsioni conseguenti che hanno creato sacche di ingiustizia, rischi ambientali e pericoli per la salute. Negli ultimi anni il fenomeno si è diffuso, raggiungendo una qualche consistenza e contribuendo ad aumentare, nei nostri territori, la conoscenza dei fenomeni e la consapevolezza della criticità del sistema economico e sociale in cui viviamo.

Chi ha frequentato queste iniziative ha potuto constatare però che, a fronte di una diffusa e sincera motivazione dei promotori e degli attivisti, molte sono le criticità su cui è necessario riflettere. Difficoltà organizzative nella distribuzione, prezzi alti, scarsa varietà e prevalenza di prodotti “di nicchia”, criteri non omogenei nella selezione dei fornitori, ambienti di vendita non adeguati, ecc. Per la maggior parte sono i limiti della gestione volontaria, fondata sulla passione, “circolistica”, che molto spesso è rivendicata come necessaria e sufficiente dagli stessi promotori ma che contribuisce a rendere queste esperienze non realmente alternative ai modelli di consumo dominanti e ne limita la portata di cambiamento. Spesso, dopo un po’, restano pochi appassionati e la maggior parte torna a farsi un panino da McDonald’s.

A monte di tutto questo vi è un pregiudizio ideologico riassumibile nello slogan “un altro mondo è possibile”. Si badi bene, non “un mondo più giusto” o “un mondo più solidale”, ma “un altro mondo”. Ci si pone cioè in una dimensione “metafisica”: ritenendo l’attuale sistema irriformabile, se ne immagina un altro, non ancora presente ma che, un giorno, apparirà così come un tempo ci si aspettava “il sol dell’avvenire”. Al centro della critica sono posti il mercato, la moneta e il profitto in un misto di razionale critica dell’esistente e di irrazionale vagheggiamento di mondi passati o di utopie futuristiche. Tutto questo con un radicalismo che si intenderebbe estendere dalla dimensione del comportamento individuale alla società intera senza, alle spalle, una visione complessiva della posta in gioco. Questa visione radicalmente critica dell’attuale sistema di produzione si estende anche all’impresa, che è lo strumento in grado di innovare, diffondere, vendere, fare utili, aumentando le possibilità di distribuzione, incidendo sui comportamenti e sui modelli di riferimento delle persone, creando abitudini di consumo, stili, mode.

So che le esperienze sono diverse ed è forte il rischio della semplificazione, ma talvolta si ha l’impressione che, impegnati a pensare a un altro mondo, si rinunci a “sporcarsi le mani” in questo mondo, che è quello che esiste e in cui milioni di persone vivono e lavorano quotidianamente. Il mercato, l’impresa e la moneta sono il modo che, nei secoli, l’umanità ha costruito per migliorare le condizioni di vita delle persone. Che l’utilizzo che se ne è fatto – e si continua a fare – di questi strumenti sia spesso distorto, inefficiente e malvagio ci pone il problema di come modificare l’attuale condizione, costruendo mercati regolati e aperti, imprese giuste e rispettose dei lavoratori, moneta buona e capace di misurare il valore dei beni e delle merci. Per fare questo è necessario abbandonare il “circolo” e diventare imprenditori, costruire buone pratiche aziendali, trasferendo i valori e i concetti di sostenibilità, giustizia, solidarietà nei gusti, nelle percezioni e negli stili di tante persone.

Siamo nel mondo delle merci, e se nel campo dei beni comuni è giusto domandarci se il mercato sia lo strumento più adeguato, in questo settore è dimostrato che è l’assenza di mercato, di alternativa, di informazione, di scelta alimenta l’ingiustizia e la disuguaglianza. Uscire dall’autoreferenzialità del “circolo” e fare impresa è l’unica risposta possibile, affinché le nuove sensibilità diventino patrimonio comune. Sfidare McDonald’s è possibile, ma per farlo è necessario accettare il rischio d’impresa, a meno che non ci si accontenti della pura testimonianza e dell’illusoria sensazione di avere la “coscienza a posto”. In questo mondo, non in un altro, è possibile avere negozi con merci prodotte rispettando i diritti e l’ambiente, valorizzare l’economia locale, mettere la tecnologia al servizio delle persone. È necessario però non aver paura di fare profitto per metterlo al servizio dello sviluppo economico, della diffusione di un diverso modo di produrre e di vendere, utilizzando le economie di scala per abbassare i prezzi e rendere i prodotti accessibili a quante più persone possibile, per creare negozi e luoghi belli e piacevoli, dove le persone vanno volentieri non solo a comprare, ma a vivere esperienze positive. McDonald’s vince non solo perché gode dei vantaggi, spesso perversi, di essere una multinazionale, ma perché propone uno stile, una visione. Chi va da McDonald’s va a vivere un’esperienza non a mangiare un hamburger. Così chi compra da Ikea compra una scenografia per la vita che si immagina. È qui che dobbiamo accettare la sfida, proponendo reali alternative capaci di creare esperienze alternative e altrettanto attraenti. È possibile?

I tempi sono maturi, la risposta del mercato sarebbe buona e già piccoli esempi si vedono nelle nostre città. Bisogna avere fiducia nella possibilità di cambiare questo mondo, di utilizzare gli strumenti che ci offre, di mettere in rete le esperienze isolate, di non cedere ai falsi miti consolatori del passato o alle vane illusioni di un futuro che ha il solo vantaggio di non trovarci lì a constatare se davvero sarà migliore. Bisogna superare la dimensione dell’impegno volontario e l’isolamento della bottega, che hanno svolto un ruolo importante ma che necessitano adesso di un salto di qualità e di competenza per incidere concretamente sulla realtà.

Impresa, mercato e moneta non sono parolacce, ma strumenti in mano nostra e che di conseguenza chiamano la nostra responsabilità nel loro utilizzo. Giusto o ingiusto dipende da noi.

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

Tranquilli, si può curare

Joseph Nicolosi è uno psicologo statunitense balzato agli onori della cronaca in quanto co-fondatore della National Association for Research & Therapy of Homosexuality (NARTH), originariamente chiamata National Association for Research and Treatment of Homosexuality, e convinto sostenitore delle cosiddette terapie riparative dell’omosessualità. L’obiettivo di tali terapie è la conversione dell’orientamento sessuale degli omosessuali, in modo da “trasformarli” in eterosessuali. L’idea alla base di una tale abiezione (la teoria, ovviamente) è che l’omosessualità sia l’effetto di un problema di identità sessuale, originato da rapporti problematici con i genitori e/o traumi in fase di crescita. Naturalmente, il mondo scientifico ha preso le distanze da una tale assurdità, prime fra tutti l’American Psychiatric Association e l’American Psychological Association. Non si capisce, poi, il “bisogno” di convertire gli omosessuali, dato che anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha depennato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, seppur solo nel 1990.

Il principio appare eufemisticamente infelice sotto vari punti di vista. Al di là dell’idea malsana di modificare l’orientamento sessuale di una persona, perfino la scelta, non casuale, dei termini “trattamento” prima e “terapia” dopo, rivela il giudizio negativo sull’omosessualità. Ridurre il tutto all’omofobia può sembrare banale ma tant’è. La spiacevole tendenza, d’altronde, è molto più diffusa nell’opinione pubblica di quanto non si pensi; se da una parte il concetto di terapia è largamente non condiviso, non altrettanto si può dire dell’idea che l’orientamento omosessuale stesso sia il risultato di squilibri psicologici o problemi della crescita mentale. Questa supposizione sottintende un giudizio dell’omosessualità come di una condizione deviata rispetto al normale status di una persona senza traumi o sfortune.

Siamo poi sicuri che l’orientamento sessuale sia un parametro dipendente esclusivamente dalla psicologia e di conseguenza modificabile, almeno in teoria? Non sono di questo avviso due scienziati da anni impegnati nello studio di questo argomento. Il neuroscienziato Simon LeVay ha pubblicato nel 1991 i risultati di un suo lavoro che mostra come sussistano differenze morfologiche fra alcune strutture cerebrali di soggetti eterosessuali e omosessuali. Lo stesso LeVay ha spiegato come questo non implichi una causa esclusivamente genetica dell’omosessualità, ma mostri chiaramente la presenza di fattori biologici non trascurabili. Omosessuali si nasce? La natura innata dell’orientamento sessuale è la conclusione a cui giunge anche Glenn Wilson, psicologo, che con Qazi Rahman sostiene che l’origine dell’omosessualità vada studiata nell’ambito della psicobiologia, per via delle imprescindibili cause biologiche, non necessariamente genetiche. Oltre alle citate tesi  accademiche, una semplice osservazione depone a favore della tesi che l’omosessualità sia una caratteristica innata: la trasversalità del fenomeno. Una quota più o meno costante di omosessuali è riscontrata nel mondo (l’OMS considera attendibile una percentuale attorno al 5%), a fronte di enormi differenze culturali, politiche e sociali. Un’origine culturale dell’omosessualità mal si accorda con i dati oggettivi, suggerendo quindi che, operando una semplificazione, “si nasce” e non “si diventa”.

La questione non è squisitamente accademica, in quanto una definitiva conferma delle cause biologiche del fenomeno abbatterebbe di fatto la principale obiezione sollevata nei riguardi del riconoscimento del matrimonio omosessuale da parte degli ambienti ultraconservatori, ossia l’automatica acquisizione del diritto all’adozione. Il discutibile ragionamento prevede che la crescita del bambino non possa avere luogo in maniera equilibrata in una famiglia composta da due genitori dello stesso sesso. La faccenda viene spesso riassunta nell’espressione “avere una mamma e un papà”. A poco valgono le prese di posizione del mondo scientifico. Come esempio, basta citare il policy statement della sopracitata American Psychological Association, in cui si afferma esplicitamente che lo sviluppo e il benessere di un bambino allevato da genitori omosessuali non è diverso da quello di un altro bambino, figlio di una coppia eterosessuale. Il motivo per cui queste attestazioni cadono nel vuoto è un altro. Alla base del netto rifiuto dell’estensione alle coppie omosessuali del diritto all’adozione vi è spesso l’inespressa paura che un bambino con genitori omosessuali diventi omosessuale a sua volta. Senza sottolineare ulteriormente l’inconsistenza scientifica di un’ipotesi del genere (se gli omosessuali sono figli di eterosessuali, non si capisce perché i figli degli omosessuali non possano essere tranquillamente eterosessuali),  la questione su cui vale la pena riflettere è un’altra. E se anche fosse? È a questo punto che il dibattito coinvolge la sfera personale di ognuno. Quanti considerano un gay, una lesbica o un bisessuale come una persona “difettosa” o anche solo “speciale”? E ancora, quanti accoglierebbero come una notizia anche solo leggermente spiacevole il coming out del proprio pargoletto? Coloro che si sentono chiamati in causa possono stare tranquilli. Non sono omosessuali. Ci sono, però, due notizie, una buona e una cattiva. Quella cattiva è che soffrono di un grave problema, questo sì, reale: l’omofobia. Quella buona è che la causa del male è conosciuta ed esiste una terapia, spesso efficace. Per combattere l’ignoranza e il pregiudizio, infatti, basta una buona dose di cultura.

P.S.: Per maggiori informazioni, oltre ai link riportati è consigliata la visione della puntata “L’omosessualità” di “Cosmo” (Rai Tre).

 

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

Idratati e contenti

Immaginate di trovarvi di fronte a due ristoranti, uno di fianco all’altro. Date un’occhiata al menù esposto fuori e vi accorgete che le pietanze sono più o meno simili. Quale scegliete? Io andrei in quello con più gente, credo: se uno è affollato e l’altro no, un motivo ci sarà pure, no? Entrate in quello con più clienti, la cena è di vostro gradimento e tornate a casa soddisfatti. Il giorno dopo venite a sapere che gira voce che le cucine del ristorante dove avete mangiato siano poco igieniche. Il caso vuole che la sera siate di nuovo di fronte alla stessa scelta. In quale ristorante entrate? L’altro, vero? Che ci crediate o no, tantissime persone continuano comunque a frequentare il primo, incuranti delle voci sui topi. È anche abbastanza probabile che molti di voi siano fra questi. Fino a poco tempo fa ero anch’io un avventore abituale, finché un bel giorno la mia futura moglie non ha cominciato a interessarsi dei prodotti cosmetici e per la cura del corpo. Allora abbiamo scoperto che in casa nostra entravano quasi esclusivamente schifezze. L’intento di questo articolo non è di divulgazione scientifica, per cui rimando al forum dell’Angolo di Lola e al Biodizionario per tutte le informazioni. Quello su cui mi voglio concentrare è il motivo per cui tantissime persone continuano a mangiare nel ristorante con i topi. Fondamentalmente i fattori sono due: ignoranza e pigrizia.

Cominciamo dal primo. La maggioranza dei consumatori basa le proprie scelte per gli acquisti su informazioni errate o lacunose. Quanti sono quelli che prima di comprare un sapone per le mani o uno shampoo leggono l’etichetta? Quanti sanno cosa sono quelle sostanze scritte in piccolo e che effetti hanno? Pochi, altrimenti non credo che si spalmerebbero addosso siliconi, conservanti e derivati dal petrolio. Non sto dicendo che tutto ciò che proviene dal petrolio sia negativo (non sarebbe un’informazione scientificamente corretta), ma neanche il contrario… Gran parte delle creme idratanti (sì, anche quella carissima, di una marca conosciuta, che la vostra amica adora) basano gran parte della loro efficacia sulla presenza di siliconi, soprattutto dimeticone. L’impiego domestico più comune del silicone è probabilmente quello di sigillare il box doccia. Non è molto diverso dall’effetto della portentosa crema idratante che avete comprato. Il silicone “sigilla” la vostra pelle, ostacolando l’evaporazione dell’acqua. Non avete idratato proprio un bel niente! E infatti dopo poco tempo ne spalmerete altra, poiché vi sentirete esattamente come prima, nel caso migliore. In quantità limitate non si hanno grossi effetti collaterali, ma di sicuro non fa bene. Peccato che in molti preparati il dimeticone costituisca il costituente principale. Il Cosmetic Ingredient Review ha concluso che l’uso di dimeticone nelle formulazioni cosmetiche è sicuro. Resta il fatto che esistono prodotti senza questo componente, che indispensabile non è di certo. Lascio a voi il compito di cercare le sostanze presenti nel sapone per le mani, nello shampoo, nel balsamo per capelli, nel bagnoschiuma, nel dopobarba…
Il punto è proprio questo: spesso si compra a scatola chiusa. Si parla molto, a ragione, della necessità di leggere le etichette degli alimenti, per poi ignorare completamente i componenti dei prodotti che ci applichiamo addosso. Se gran parte della colpa è senza dubbio attribuibile alla cattiva informazione in materia, il resto è dovuto alla riluttanza degli individui nel ricercare attivamente le medesime informazioni. E qui entra in gioco il secondo fattore: la pigrizia. “L”umanità non si estinguerà mica per i parabeni del sapone…” Verissimo. Allo stesso modo non si muore mica per un topo nella cucina del ristorante. Sinceramente mi sembra una banalità. Sarebbe più onesto dire che non si ha voglia di passare un paio d’ore su internet per imparare qualcosa. È incredibile la potenza del marketing, specialmente se confrontata con quella della logica. Cominciano a far mostra di sé sugli scaffali dei supermercati i prodotti “senza parabeni” o “senza siliconi”. Ovviamente contengono tutto il resto, ma grazie a queste scritte le stesse persone che il giorno prima avrebbero fatto orecchie da mercante, le comprano perché “ecco, questo è naturale”.
A casa nostra non si compra più il sapone liquido. Adesso le mani si lavano col sapone di Marsiglia. È ottimo e costa la metà. Spesso infatti i prodotti “senza” hanno un prezzo uguale o inferiore rispetto a quelli “con”, il che dovrebbe far riflettere. Perché si continua a produrre “con”, se è possibile farlo “senza”? Perché molti continuano a comprarli, ovviamente… E dato che, come sempre, il quattrino è più importante del resto, poco importa se gli effetti sono negativi. Sarà pur vero che quando si è iniziato a utilizzare certe sostanze nella formulazione dei prodotti, non se ne conoscevano gli effetti, soprattutto a lungo termine, ma ora è diverso. Non si tratta di tornare al medioevo, è semplicemente una questione razionale. È una questione simile a quella dei cibi biologici. Non è tutto oro quel che luccica, ma spesso si commette l’errore opposto. Oltre al danno la beffa, verrebbe da dire, visto che si corre anche il rischio di essere etichettati come radical chic, espressione alquanto in voga ultimamente. Di recente ho avuto una conversazione a proposito, e la conclusione è stata che l’utilizzo di prodotti contenenti sostanze potenzialmente nocive è una questione che rimanda alla coscienza personale di ognuno. Sono totalmente d’accordo. Voi li usereste sui vostri figli?

 

 

Il meglio per mia figlia

Studia per te stessa, Daniela. Studia e diventa competente in quello che scegli di fare nella tua vita. Perché solo le donne davvero in gamba riescono a farsi strada e a ottenere ciò che davvero sognano, facendo sacrifici ogni giorno”.
Questo è ciò che mi ha sempre ripetuto mia mamma, come una cantilena che mi ha accompagnato durante tutto il periodo della mia formazione, sin da quando andavo a scuola. Da donna a donna, da mamma a figlia, perché ogni mamma spera che la vita della propria figlia sia migliore della sua, più facile e bella, più ricca di soddisfazioni e meno complicata. Credo sia una cosa abbastanza normale; quale mamma non si augura il meglio per i propri figli? E quale mamma non è consapevole, per la propria esperienza personale, qualunque essa sia, che per le figlie femmine è tutto è un pochino più difficile?
Il problema di fondo nasce però dall’interpretazione di questo “meglio” che ogni mamma sogna per loro. Oggi come oggi, sembrerebbe che non tutte le mamme, come ha fatto la mia, consiglino alle proprie figlie di fare sacrifici e di rimboccarsi le maniche per affermarsi in una società che purtroppo rimane di chiaro stampo maschilista. Anzi pare che i desideri medi della mamma italiana  siano tristemente mutati e che quel “meglio” di cui si parlava prima si sia trasformato irrimediabilmente in qualcosa di inutile e poco importante, perché legato a valori che purtroppo sono quasi scomparsi. Conoscenza, competenza, cultura e impegno sono parole che ormai non hanno più la stessa importanza che avevano una volta, quantomeno non per tutti.
Perché mia figlia dovrebbe studiare e formarsi, fare sacrifici e impegnarsi ogni giorno, quando può diventare una velina? Qualche lezione di danza e una dieta le basterebbe a conquistarsi un posto – mezza nuda – sulla copertina di Max, e a trasformarsi nell’oggetto del desiderio di un calciatore ricco e famoso. Non è questo il meglio per lei?
O ancora, perché spendere soldi per far studiare danza alla mia bambina per anni e anni, sin da quando è piccola, perché aiutarla a coltivare la sua passione e il suo talento, perché insegnarle quanto è importante la disciplina, l’impegno quotidiano, il sacrificio, la forza di volontà e la tenacia, quando basta entrare ad Amici di Maria De Filippi, partecipare a tre mesi di trasmissione e uscire convinte di essersi trasformate nella Carla Fracci del XXI secolo e godere dell’opportunità di ballare ogni giorno in televisione?
Non è questo il meglio per una giovane ragazza che sogna di diventare una ballerina?
Ma, badate bene, il meglio del meglio, ciò che oggi ogni mamma pare davvero sognare per la propria figlia, è che riesca  a ottenere un posto tra le escort del Presidente del Consiglio, a partecipare alle sue feste private ad Arcore, a finire sulle copertine di tutti i giornali e in tutti i telegiornali nazionali e non solo, conquistandosi, magari, un posto come ministra o come euro deputata.
Di nuovo la solita domanda: non è questo il meglio per lei?
Niente studi particolari, niente università, nessun master. Basta solo saper sfruttare i doni di madre natura, magari migliorati con qualche piccolo intervento di chirurgia plastica e tanta palestra, fare le conoscenze giuste, lasciarsi andare e…

Sembra oramai che nessuna donna si sconvolga più di fronte a certe notizie che purtroppo sono all’ordine del giorno: ragazzine gestite da uomini vecchi e malati, feste private e prestazioni sessuali a pagamento; notizie che dovrebbero far correre ai ripari ogni genitore, storie da far accapponare la pelle,  racconti che dovrebbero far rabbrividire ogni mamma che ama la propria figlia. E invece una terrificante superficialità e un tacito assenso sembra giustificare le scelte di chi, ancora minorenne, decide di usare la sua bella presenza come appiglio per una vita migliore. Scelte che, nella maggior parte dei casi, sono sostenute ed addirittura incentivate da mamme scandalosamente concentrate sul risultato: una vita migliore per le proprie figlie. Ma a quale prezzo? E chi dovrà pagarlo?

Vi chiarisco meglio di che cosa stiamo parlando: siamo difronte a mamme che sognano che le proprie bambine si trasformino in prostitute, a patto che a pagare siano uomini potenti che possano offrire loro soldi e favori di ogni genere. Parliamo di questo.

Nel 2010 una certa Anna Palumbo ha ricevuto dal ragioniere Giuseppe Spinelli – la persona che gestisce i conti correnti del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi – una serie di versamenti per un totale di circa ventimila euro. All’inizio la nostra cara signora Palumbo non ha destato sospetti perché il suo nome non suggeriva nulla agli inquirenti, non comparendo tra i nomi delle ragazze che hanno partecipato nel 2010 alle feste di Arcore, anche se i pagamenti sono partiti dallo stesso deposito usato per “ricompensare” la Minetti e la Sorcinelli.
Ma andando più a fondo è stato scoperto che Anna Palumbo non è altro che la mamma di Noemi Letizia – la ragazza di Casoria, per chi l’avesse dimenticato – che ha regalato al nostro caro Silvio il nomignolo di “Papi”, conquistandosi la scandalosa presenza del premier alla sua festa dei diciotto anni. Inutile dire che la mamma di Noemi incassava consapevolmente dei soldi guadagnati da sua figlia, all’epoca minorenne, per le sue presenze ai festini di Mr Bunga Bunga, e chissà per quali prestazioni particolari. Immagino che la signora Palumbo sia tuttora convinta di aver agito per il bene di sua figlia. Ed è questo il punto.

Se una mamma  pensa che siano giusti certi comportamenti, se quei valori che rendevano la vita di ogni persona dignitosa e speciale sono scomparsi e non vengono più trasmessi ai propri figli, se ciò che dilaga è la tendenza a insegnare che esiste sempre una scorciatoia, che il fine giustifica i mezzi, che tutto è lecito, che il proprio corpo è una virtù al pari dell’intelligenza e della cultura, e va usato nei modi richiesti da chi detta le regole, se davvero una mamma arriva a spingere la propria figlia minorenne tra le braccia di un uomo ultra settantenne pur di ottenere favori di qualunque tipo, cosa dobbiamo aspettarci dalle giovani donne che di questi insegnamenti sono degne eredi?
Probabilmente la vita di Noemi è cambiata, come è cambiata la vita di molte ragazze che, mettendo da parte libri e sacrifici si sono dedicate, sin da molto molto giovani, alla propria carriera di escort, raggiungendo già in tenera età l’Olimpo del piacere, ovvero la frequentazione dei festini della villa di Arcore. Probabilmente i sogni di queste giovani ragazze si sono realizzati o si stanno realizzando, non fosse altro che per i soldi guadagnati e per l’aiuto delle persone che contano, a cui hanno allietato molte serate. Persone che, rendendosi conto delle loro grandi potenzialità, hanno deciso di affidar loro ruoli di responsabilità all’interno delle Istituzioni italiane. Ruoli di cui senza dubbio erano meritevoli perché competenti e preparate. Sedie occupate a scapito di chi, mentre loro si divertivano tra festini a base di alcol e Bunga Bunga, studiava, conseguiva una laurea, faceva esperienze concrete per dare un valore aggiunto alla propria figura professionale. Giovani italiane che invece di vendere il proprio corpo (e la propria dignità) cercavano di percorrere una strada pulita e dignitosa; donne che probabilmente, e aggiungerei purtroppo, non avranno mai quel meglio che le loro mamme auspicavano per loro.

La dignità che mi ha insegnato mia mamma non mi ha reso “ricca” nel senso che oggi è comunemente accettato, ma di certo mi ha donato una ricchezza davvero unica che porterò sempre con me. Una ricchezza che non riguarda i conti in banca o le copertine dei giornali, una ricchezza che riguarda il cuore.
Perché se si vuole salvare l’Italia bisogna cominciare a regalare ai propri figli dei sogni veri, sogni per cui vale la pena impegnarsi giorno dopo giorno. Bisogna essere genitori coraggiosi. Bisogna essere delle mamme consapevoli capaci di lottare perché i propri figli siano persone migliori. Questo significa regalare un futuro ai propri figli. E questo, e solo questo, è il meglio per loro.

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

 

Roberto Saviano a Firenze presenta “Vieni via con me”

Il pomeriggio di mercoledì 16 marzo ero a casa quando, in una pausa dallo studio, mi sono ricordato che quella sera Roberto Saviano sarebbe stato a Firenze per presentare il suo ultimo libro “Vieni via con me”.  Incuriosito, non ci ho pensato due volte: ho preso la macchina e mi sono avviato. La presentazione era organizzata alla libreria Feltrinelli di Via de’Cerretani, alle ore 21. Appena arrivato, accanto a Piazza Duomo intorno alle 20, ho subito notato una fila infinita di persone in coda e il piacevole suono di “Redemption Song” di Bob Marley in sottofondo. Mi sono avvicinato e, parlando con un gruppo di ragazzi, questi mi hanno raccontato che qualcuno era lì dalle 18 e che la fila alle loro spalle era di 500 persone, anche se a dire il vero a occhio nudo ne contavo almeno il doppio.

Ho notato subito due particolari. Il primo era il fatto che c’erano davvero tantissimi giovani, più di quanti potessi immaginare, i quali componevano indubbiamente la parte più sostanziosa delle persone presenti, il secondo che tanti spettatori non erano accompagnati, si erano recati in libreria da soli. Vi sembrerà una banalità, ma nella mia testa questo significava qualcosa. Ho pensato che tante di quelle persone erano lì perché vedevano in Saviano non soltanto un giovane e coraggioso scrittore ma anche un modello, per alcuni addirittura una speranza. Appena è arrivato, come al solito circondato una mezza dozzina di guardie del corpo, la folla lo ha accolto con un grande, lunghissimo applauso. Quando ho visto intorno a me illuminarsi e brillare gli occhi di tante persone che lo osservavano quasi impietrite, ho capito che le mie sensazioni non erano sbagliate. Non ero tra le 300 persone che lo attendevano nella libreria, dato che costoro erano lì da almeno 3 ore, ma mi sono dovuto accontentare di un posto, in mezzo alla strada, davanti al maxischermo appositamente predisposto dal Comune, insieme a circa altre 3000 persone. Saviano  ha raccontato come tornare in libreria a presentare il suo libro sia stata la prima condizione posta all’editore per pubblicare “Vieni via con me”.  Questo perché, “la libreria è un luogo di approfondimento e riflessione che terrorizza il potere”. La camorra non ha paura di me e delle mie parole, ma di chi mi legge, perchè con i lettori la parola diventa azione” Saviano, poi, ha speso due parole sulla differenza tra delegittimare e criticare. Parlando della critica ha sottolineato come questa sia l’elemento fondante della democrazia e del confronto, mentre soffermandosi sulla delegittimazione ha affermato che questa non significa altro che dire: ”siamo tutti uguali, tutti la stessa schifezza”. Del resto, la libreria è il luogo dove le parole, le storie, i racconti si diffondono e vengono conosciuti, per poi trasmettersi tra i lettori. Mai sono state pronunciate parole più vere di quelle dell’autore, quando ha detto:  “La camorra non ha paura di me, ha paura di chi mi legge, questo fa paura ai potenti”. Saviano ha ricordato di essere stato qui a Firenze 5 anni fa, nel  maggio 2006, per presentare Gomorra e, senza nascondere una risata, ha raccontato che quella volta c’erano soltanto 3 persone ad ascoltarlo… Mercoledì ce n’erano 3000. Le parole di Saviano sono state particolarmente forti e apprezzate quando, proprio a proposito di delegittimazione, ha ricordato alcune persone distrutte, secondo l’autore, da quella che egli stesso ha definito la “macchina del fango” come le figure di Pippo Fava, padre Puglisi, don Peppe Piana, Giancarlo Siani e Giovanni Falcone.

Ma ciò che più di ogni altra cosa ha colpito la mia attenzione è stata la frase con la quale si è congedato, per poi andare a firmare le copie del suo libro all’inverosimile numero di fan che erano lì con la loro copia personale in mano. Infatti, prima di perdersi tra le note di “Vieni via con me” di Paolo Conte, Saviano ha chiuso il suo intervento citando una frase di un autore americano, “se lo puoi sognare, lo puoi realizzare…”, omettendo volontariamente chi fosse l’autore, quasi invitando il pubblico a scoprirlo non appena ritornati a casa. Ogni spettatore, come me del resto, ascoltando quella frase avrà immaginato qualcosa di diverso, qualcosa di strettamente personale. Sono altrettanto certo, però,  che tutti quelli che appena tornati a casa hanno scoperto che quella frase è stata detta da Walt Disney, avranno accennato un sorriso e, soprattutto, avranno apprezzato immensamente quella volontaria omissione.

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

Perché non dovremmo vietare il burqa

Martha Nussbaum

Mi è sempre piaciuta Martha Nussbaum. In foto sembra una bellissima signora perfettamente anglosassone, e la sua scrittura è sempre lucida e razionalmente spiazzante. D’altra parte è uno dei maggiori filosofi viventi e una pensatrice a cui non servono dotte elucubrazioni e pensose citazioni per trasmettere la profondità del proprio pensiero. Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di leggere un suo intervento sul New York Times dal titolo “Minacce velate”, ripubblicato da Internazionale.

Con questo articolo intendo riproporvi il succo della sua riflessione perché fa pensare e, soprattutto su certi temi, pensare è necessario, prima di parlare o, peggio, di agire.

Il tema è quello della proibizione del burqa, oggetto di interventi legislativi in molti paesi occidentali. La questione ha a che fare con il tema della libertà nelle nostre società dove la legislazione, non ce lo scordiamo, è espressione del pensiero di una maggioranza ma dove la tutela dei pensieri e delle azioni minoritarie è la cartina tornasole della loro credibilità democratica.

Dice Nussbaum che i primi due argomenti usati dai proibizionisti sono: (1) “il volto deve essere lasciato scoperto per motivi di sicurezza“; (2) “la copertura del viso impedisce la reciprocità e la relazione“. Coerenza vorrebbe che tali affermazioni valessero anche per chi si copre per il freddo gelido dell’inverno o per chi deve coprirsi per motivi professionali. Logica vorrebbe che il divieto valesse sempre, e invece così non è, perché il problema non è il volto coperto ma il fatto che quel volto appartenga a persone musulmane. Una terza argomentazione porta a proprio sostegno il fatto che (3) “il burqa sarebbe un segno della dominazione maschile che concepisce la donna come oggetto“. Sempre coerenza vorrebbe che anche buona parte della pubblicità, la chirurgia estetica e i jeans attillati venissero banditi per legge, mentre sono ampiamente tollerati. Il problema del sessismo esiste e permea la nostra quotidianità, ma il burqa sembra non essere il primo dei problemi su questo versante. Vi è poi l’argomento della costrizione (4). Tale argomento però mal si presta a una generalizzazione, perché sarebbe necessario verificare caso per caso se questo corrisponda al vero e, soprattutto, perché la non costrizione presupporrebbe una reale possibilità di scelta e consapevolezza. Quest’ultima non spunterebbe magicamente da una legge che imponesse di non indossare il burqa, ma dallo sviluppo di istruzione e opportunità professionali e sociali e, quindi, da serie politiche utili non solo alle donne musulmane ma anche a tutte coloro che subiscono, ogni giorno, forme di coercizione e violenza nelle nostre famiglie “senza veli”. Infine, vi è l’argomento estetico (5): il burqa è scomodo, impedisce liberi movimenti. Beh, che dire dei tacchi a spillo?

Il nocciolo della riflessione di Nussbaum è che una società democratica e liberale dovrebbe affrontare il tema centrale della libertà di scelta e di coscienza partendo dalla rimozione degli ostacoli economici, culturali e sociali, che ne impediscono l’esercizio, e non dalla proibizione di forme espressive esteriori. In questo senso non è incoerente la sua giustificazione della proibizione del velo in Turchia. Lì la ragione che ha portato, tempo fa, a quella decisione era la difesa della minoranza di donne che non portandolo erano oggetto di violenza e discriminazione. Con quell’intervento legislativo si è protetta una minoranza nel nome di un interesse pubblico più ampio. Il problema non è il velo ma la possibilità di ognuno di cercare la propria strada verso la realizzazione personale: in democrazia lo si affronta con l’esempio e la persuasione, non con la restrizione degli spazi di libertà.

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

 

Al-Sakkeh e Vanzhata: i figli degli emigranti

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Mi chiamo Salvo Mangiafico Sono nato a Siracusa all’alba di un giorno di settembre del 1983. Ho trascorso i successivi 18 anni nella più classica della “provincia”, nel bene e nel male. Torino mi ha coccolato per i sei anni di università (vado orgogliosissimo dell’anno in più), prima di imbarcarmi su un aereo per il Wisconsin (un pezzo del mio cuore è rimasto a Madison, WI). Altri due anni al di là dell’oceano e adesso sono in Francia, a Lione.

Mi piace leggere, ascoltare musica, dare calci a un pallone, la buona tavola, la settimana enigmistica. Non mi piacciono i film doppiati. Non sopporto un mondo che vorrebbe costringermi ad apprezzare più un pezzo di carta con la filigrana che un sorriso di Elisa. Non mi avranno mai.[/stextbox]

La storia di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti viene spesso ricordata a memoria del difficile passato da emigranti degli italiani, di quando eravamo noi che chiudevamo la famosa valigia di cartone, abbandonavamo spesso per sempre i luoghi dove eravamo nati e cresciuti e sognavamo un futuro migliore; se non per noi, per i nostri figli. Ci trasferivamo in un paese sconosciuto, ci spaccavamo la schiena, spesso non riuscivamo a integrarci subito e cercavamo un rimedio alla nostalgia formando delle comunità di italiani in cui sentivamo il profumo delle nostre radici. Ovunque siamo andati abbiamo trasmesso al paese che ci adottava un po’ della nostra cultura, del nostro spirito, delle nostre usanze. Due i prodotti più famosi: la pizza e la mafia. L’Italia è famosa nel mondo per mille altre ragioni, ben più nobili, ma qui sto prendendo in considerazione le “specialità” italiane che abbiamo materialmente esportato con le nostre mani e il nostro lavoro. La Primavera del Botticelli, in un certo senso, si “vende” da sola. La sua fama si è propagata da sé… Botticelli non l’ha certo caricata su un carro e portata in giro per il mondo. Lo stesso vale per la letteratura, la musica, l’arte, tutte quelle cose che ci piace elencare quando vogliamo sentirci migliori degli altri. Senza l’emigrazione dei nostri padri, nonni e bisnonni, invece, la pizza e la mafia sarebbero probabilmente rimaste entro i nostri confini nazionali. Passi per la pizza, ma la criminalità non poteva essere un gran bel biglietto da visita. E infatti insieme all’ammirazione ci siamo creati anche una certa nomea, tanto da vederci rifiutati gli ingressi nei luoghi pubblici e gli affitti. Sacco e Vanzetti ci hanno rimesso anche la vita, per quella nomea. La loro è una storia di ingiustizia, discriminazione, in una parola: razzismo.

Quante sono le famiglie italiane che hanno visto partire qualcuno, a volte ritornato, a volte no? Penso che tutti abbiamo ascoltato di quel parente o amico di parenti che si è trasferito chissà dove. In un certo senso, siamo tutti figli o parenti di emigranti. Come popolo, ci ritroviamo un enorme bagaglio di storie, esperienze e vite, che abbiamo chiuso in soffitta. Oggi che le nostre città si riempiono di volti di gente fuggita dalla miseria, venuta da noi in cerca di serenità, noi ci sforziamo in tutti i modi di smentire la nostra fama di popolo caldo, accogliente e generoso. Volendo forzare un po’ la mano, è come se ci stessimo vendicando delle angherie subite ai nostri tempi, come se dicessimo “adesso tocca a voi”. Spesso le persone che arrivano da noi hanno un’ulteriore spinta, che noi non avevamo. Noi fuggivamo dalla povertà. Loro scappano anche dalle guerre o da situazioni politiche instabili.

In questa sede non ha senso la distinzione fra clandestini e regolari, perché voglio riflettere sul nostro atteggiamento come singoli e dei comportamenti che teniamo nella vita quotidiana. È inevitabile toccare argomenti che hanno a che fare con la politica, ma ciò che mi preme sottolineare sono le motivazioni che le spingono. Mentire a sé stessi non è impossibile, ma per lo meno richiede uno certo sforzo. Affittereste un vostro appartamento a uno straniero? Non c’è neanche bisogno di usare il termine “extracomunitario”, visto che mi riferisco anche a polacchi e rumeni. Però le badanti ci fanno comodo, vero? In nero, si intende. Una delle bestialità più frequenti è “la maggior parte di quelli che vengono qui poi lavorano in nero e non pagano le tasse”. Al di là delle statistiche del tutto soggettive, di chi è la colpa quando qualcuno è assunto in nero? L’ipocrisia a volte non ha limiti… Un altro argomento in voga è la mancata volontà degli immigrati di integrarsi. L’integrazione si realizza quando entrambe le parti ne hanno voglia e convenienza. Faccio un esempio legato a ciò che vedo qui in Francia. Com’è noto,  i flussi migratori in Francia sono frutto del passato coloniale di questo paese, il che fa sì che la grande maggioranza degli stranieri presenti oggi nel paese siano di origine maghrebina, prevalentemente tunisini e algerini. Esiste un problema di integrazione anche qui, ma guarda caso i casi problematici riguardano pressoché sempre persone che sono relegate nelle banlieues. Ne avevo sempre sentito parlare, ma quando ci sono andato sono rimasto colpito. Questi nuclei suburbani hanno un aspetto da romanzo di fantascienza post-atomico. Casermoni abitativi con decine, a volte centinaia di appartamenti, alle periferie delle città, vicino o nel pieno delle zone industriali. Progettati per essere ghetti. Esattamente come lo ZEN di Palermo o le Vele di Scampia. Esattamente con gli stessi problemi. Strano, vero?

L’ho detto e lo ripeto: l’integrazione si attua da entrambe le parti, non dipende esclusivamente da noi. Ma di sicuro noi non stiamo facendo la nostra parte. Le ronde non costituiscono propriamente una politica di integrazione, così come l’attenzione morbosa dei media nei confronti degli stranieri a ogni nuovo episodio di cronaca. Quando si parla di legge poi, l’atteggiamento è “colpirne uno per educarne cento”.

I meccanismi per assumere la cittadinanza italiana sono proibitivi. Il figlio di una coppia di stranieri, nato e cresciuto in Italia, educato nelle scuole pubbliche italiane, deve aspettare i 18 anni per essere riconosciuto come un italiano. È illogico, oltre che assurdo.

In fondo ci conviene che le cose siano così. Una persona debole non è nella posizione di far valere a pieno i suoi diritti, quindi è di fatto subalterna. L’effetto principale del reato di clandestinità (finché regge, vista l’entrata in vigore della direttiva europea n° 2008/115/CE) non è prevenire la crescita della schiera di “invisibili”, ma impedire loro di rivolgersi alle autorità in caso di soprusi. Infatti se da un lato fa ridere l’idea di fermare le migrazioni di popolazioni con una leggina, dall’altro dichiarare criminali i clandestini è il modo migliore per evitare che un lavoratore sfruttato assunto in nero denunci il suo sfruttatore alla polizia. Sulla stessa scia l’oscena proposta di obbligare i medici degli ospedali a denunciare i clandestini dopo averli curati al pronto soccorso.

A quando un Sacco o un Vanzetti nigeriano? E se fossero già in galera?

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

 

L’Italia dei dialetti, l’Italia degli italiani.

La storia dei dialetti italiani nasce dallo sviluppo territoriale dei Romani e per merito della loro devastante capacità di conquistare le città, insediando i loro presidi e costituendo i municipi. I Romani partivano, occupavano e stringevano patti di alleanza, rispettando le popolazioni sottomesse, le quali trovavano utile imparare il latino, lo reputavano un arricchimento oltre che una stravagante curiosità.

Questo apprendimento pare avvenisse però in modo diverso secondo la loro dislocazione geografica e le loro condizioni culturali.

Le popolazioni di lingua tosca e gli abitanti delle zone confinanti con il Lazio latinizzarono i loro dialetti nativi, mentre gli Etruschi, di lingua molto diversa, vicini a Roma, impararono il latino bene senza introdurvi particolari elementi del loro idioma. Le popolazioni più lontane e meno civili appresero invece il latino coniandolo dal latino rozzo dei mercanti e dei soldati che erano di passaggio nelle rispettive zone. Nell’Italia meridionale s’introdussero diverse parole greche e si subì l’influenza dei Galli, che parlavano il latino, ma con un accento diverso. La Sardegna, il Salento, la Toscana e la zona lagunare veneta non parteciparono all’integrazione linguistica, ciò determinò una situazione particolare  per cui si differenziarono tre tipologie di dialetti: quello settentrionale, quello della zona toscana e quello meridionale, ai quali si aggiungevano varie formazioni di dialetti autonomi come il sardo e il ladino.

Nel 1500 il primato culturale ed economico della città di Firenze portò in auge il fiorentino come lingua considerata comune a tutta la nazione. Nel 1600 la lingua italiana si caratterizzò per il suo profilo altamente letterario. Infatti, veniva usata nei grandi centri cittadini al posto del latino, ma soltanto nelle occasioni più impegnative (come ad esempio per i sermoni o le cerimonie pubbliche), mentre in tutte le altre regioni si continuavano a utilizzare esclusivamente i dialetti.

Al momento dell’unificazione d’Italia, 150 anni fa, la nostra lingua si presentava come una varietà multiforme e differenziata di dialetti e culture diverse che la resero a tutti gli effetti una realtà arcobalenica.

Si racconta che per la gran parte degli italiani la lingua italiana era considerata come una lingua straniera: incredibile ma vero, su 25 milioni di italiani si potevano calcolare solo circa 600 mila persone che la utilizzavano come lingua principale, e il 90% di queste era concentrata nel solo centro Italia.

Ancora più incredibile il fatto che a dare uniformità di linguaggio al nostro amato stivale è stata la televisione, che utilizzando un linguaggio unico su scala nazionale diffuse ampiamente l’italiano. Quando partì ufficialmente la televisione in Italia, il 3 gennaio 1954,  era consuetudine diffusa che decine di persone si concentrassero davanti alla tv, in quasi tutte le case italiane, per osservare incuriositi quel mostro tecnologico che incosciamente influenzava il linguaggio di un intero popolo. Per la serie “quando la televisione è anche cultura…”.

Oggi è davvero improbabile pensare a un arricchimento culturale per merito della televisione, beh… Queste sono solo riflessioni, ma sono anche i paradossi della storia. Uno studio recente ha dimostrato che la Sicilia rappresenta la regione che, insieme al Lazio, alla Campania e alla Lombardia, ha arricchito più di tutte le altre, con prestiti di parole, regali di termini, vocaboli ed espressioni, la lingua italiana.  Sognare una lingua italiana universale, che calpesti le ceneri ancora calde dei dialetti, probabilmente non è un’ambizione del nostro bel paese, ma neanche il sogno di chi scrive. I dialetti sono la nostra storia, sono i nostri ricordi, sono le nostre risate e le nostre grida di disperazione, ma soprattutto sono il nostro modo migliore per sentirci ogni giorno “italiani”.

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]