Metti una sera a cena

Ragionavo sul potere della letteratura di trascendere le pagine scritte e diventare spettacolo. Non solo al cinema, ma tra pentole, piatti e padelle. Okay mi spiego meglio: avete mai partecipato a una cena con delitto? Sono molti i locali che propongono un intrattenimento diverso dal gruppo del paesello in cerca di gloria. Sai la fatica. La letteratura tura gialla è nelle mani della maestra dalla penna d’oro.

Come nelle migliori tradizioni, Agatha Christie scrive il primo romanzo per scommessa. La sorella la sfida a scrivere la detective story e Poirot ha inizio in quel di Styles Court. Che dire di lei, una vita tranquilla: cresce in famiglia, studia a casa, sposa Archibald il fedifrago. Poi lui ha la brillante idea di chiedere il divorzio. Lei non ci sta e scompare misteriosamente per qualche giorno. Nessuno sa nulla, finché la scovano in un albergo nello Yorkshire, registrata sotto falso nome, quello dell’amante del marito…  Poi in Mesopotamia incontra un archeologo tale Max che poi sposa.

Poirot nasce durante la guerra e campa di gloria tanto che in Nicaragua gli hanno fatto persino un francobollo, la Christie viene insignita del titolo di D.B.E, ovvero è dama dell’impero britannico. Un pochino prima fa la crocerossina e apprende tutto ciò che sa circa i veleni lavorando all’ospedale di Torquay durante il conflitto. Questioni molto utili, poiché dopo alcuni gentili dinieghi di pubblicazione, approda anche lei sui comodini della zona.

In termini di vendite ha quasi  dato una pista a Shakespeare, che con l’Amleto e quella piaga di Giulietta insomma sì che s’era portato avanti coi lavori, ma l’Agatha mica pizza e fichi, signori, è la più tradotta al mondo, superata solo dalla penna ultra collettiva Disney. Il motivo? Tutta bravura. Fine. è il talento, quel saper creare atmosfere da vicariato lindo, vicinato floreale e marcio dietro le tendine. Brivido assicurato dietro qualsiasi sipario, su tutti i teleschermi, sulle pagine profumate di inchiostro. E in cucina.

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X-Men: l'inizio

Treno dei LumiereSi dice che il cinema sia nato con i fratelli Lumiére, con quel famoso spezzone di un treno che arriva in stazione, che fece fuggire a gambe levate gli impreparati spettatori.
Questo ci suggerisce due cose: 1) il cinema è una tecnica narrativa che funziona per immagini – in movimento, ma pur sempre immagini -; 2) il cinema è nato come intrattenimento.
Mentre sul primo punto credo che nessuno possa ribattere alcunché, è guerra spietata da quel giorno nel 1895 sulla seconda affermazione. Per quanto i puristi si sforzino di creare sotto-etichette all’infinito, fino a realizzare il buffo paradosso per cui ogni nuovo film diventa un’etichetta, la verità è che le interpretazioni sulla settima arte si riducono a due: c’è chi pensa che debba essere solo intrattenimento, talvolta anche fine a sé stesso, e chi invece pensa che debba necessariamente comunicare qualcosa, a diversi livelli di profondità.
Tutta questa manfrina per dire che oggigiorno sostanzialmente questo modo di vedere il cinema non è cambiato granché: i cinefili possono ritrovarsi in sala beceri baracconi visivi con robottoni realizzati tutti in CGI, e nella sala accanto raffinatissimi e ricercatissimi film dalla lavorazione decennale, talmente ambigui che anche trasmettendo il primo e il secondo tempo invertiti, nessuno se ne accorge per nove giorni.

Matthew VaughnMa per fortuna, ci sono anche registi giovani e intelligenti che riescono a coniugare le due cose senza affondare negli eccessi. Ne stanno spuntando diversi (uno dei miei preferiti è Duncan Jones, figlio di David Bowie) e questa cosa mi allieta. Uno di loro si chiama Matthew Vaughn, ha già diretto Stardust (dal best seller di Neil Gaiman) e Kickass (adattamento del fumetto di Mark Millar), e ora è nelle sale con X-Men: L’inizio, primo vero lavoro di responsabilità affidatogli dal reparto cinematografico della Marvel.
Il carico era gravoso: scrivere un film sulle origini del gruppo degli X-Men restando al passo con i tempi ma contemporaneamente non discostarsi più di tanto dal primo film della saga, diretto dall’allora enfant prodige Bryan Singer (ormai un po’ perso, diciamocelo) ben undici anni fa.
Il progetto non era ardimentoso solo per questo motivo: la continuity Marvel è probabilmente la cosa più complicata da capire dopo la teoria delle Superstringhe. Personaggi che muoiono, resuscitano, si spostano in infiniti universi paralleli, vengono clonati, sostituiti da alieni mutaforma, cambiano sesso (no, questo forse ancora non è successo)… Figurarsi se ognuno di loro ha una storia e un’origine univoca!
Si trattava di sceglierne una, o più probabilmente fare un misto di tutte, e fonderle insieme per adattarle alla versione cinematografica. Compito questo che è riuscito davvero molto bene al gruppo di sceneggiatori, di cui fa parte anche Vaughn.

Ed ecco quindi che il vecchio professor X Patrick Stewart passa la staffetta al talentuoso ma ancora poco famoso James McAvoy (Wanted, Espiazione), e Ian McKellen cede l’elmo di Magneto a Michael Fassbender. Due scelte azzeccatissime, in particolare il secondo: si è visto poco in giro (era Stelios in 300), ma con la sua incredibile interpretazione in questo film si è garantito almeno sette contratti nei prossimi due anni.
Cast X-Men L'inizio Il cast è il vero fiore all’occhiello di questo film: a parte alcune comparse piuttosto inutili (Edi Gathegi / Darwin) e qualche attore cane raccomandato (Zoe Kravitz, figlia di Lenny), è impressionante e piacevolissima la sequela di volti noti: Rose Byrne (Troy, 28 settimane dopo), Oliver Platt (I tre moschettieri), Jason Flemyng (Snatch, Solomon Kane)… Persino le comparse più umili portano i connotati del padre di Dexter (James Remar) e quelli del diavolo di Reaper (Ray “il padre di Laura Palmer” Wise), per non parlare di uno dei capitani delle navi, inquadrato appena tre volte, che è niente meno che l’immenso Michael Ironside (Scanners, Top Gun), o i cameo di Rebecca Romijn (la Mystica adulta) e soprattutto dell’unico vero Wolverine, Hugh Jackman, che dice una sola, perfetta, frase. L’accostamento tra vecchie star sempre in grandissimo spolvero come Kevin Bacon e alcune giovani promesse come Nicholas Hoult (Hank McCoy, già visto in A single man) e Jennifer Lawrence (protagonista di Un gelido inverno, 4 nomination agli ultimi Oscar) funziona alla grande ed è una vera gioia per gli occhi.

Xavier e MagnetoMolto intelligente l’impianto narrativo. La storia della nascita del conflitto tra Charles Xavier e Magneto non è isolata e decontestualizzata come ci si sarebbe potuti aspettare, ma anzi è inserita negli anni della guerra fredda con maestria. Si percepisce il senso di pericolo mondiale mentre si imparano a conoscere i protagonisti della vicenda; una lezione appresa pari pari da Watchmen (un capolavoro che continua a fare scuola a distanza di ventiquattro anni) o, per raffrontarlo con qualcosa di più attinente, dal primo X-Men.

Matthew Vaughn ha insomma imparato molto con soli due film all’attivo. Ha dimostrato ancora una volta, dopo Kickass, di saper raccontare una storia interessante mentre diletta la vista con combattimenti ed effetti speciali, peraltro senza mai rendere l’inquadratura confusa, ma anzi rimanendo assolutamente chiaro e preciso persino nelle scene più agitate. Non fa che infiammare la speranza di poter vedere bei film piacevoli – pur sempre di intrattenimento – che non scadano nell’autocompiacimento, da un lato o dall’altro. Ora come ora, però, mi piacerebbe vedere come se la cava con un soggetto diverso da un film fantasy/di supereroi. Cosa che forse non succederà mai, dato che il suo prossimo progetto è il seguito di Kickass. Speriamo che non si fossilizzi sulle solite cose, sarebbe un vero peccato.

 

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Il calore di Dieci Inverni

L’amore è:

– tu, che l’hai conosciuto/a per caso;
– lui/lei, che pensi sia il tuo Lui, la tua Lei;
– tu, che quando lo/la pensi sorridi o piangi;
– lui/lei, che vorresti chiamare quando sei triste o felice;
– tu, che vivi nella speranza di vederlo/la;
– lui/lei, che non è sostituibile;
– tu, che hai paura di soffrire, ma già soffri da morire;
– lui/lei, perché se ti guarda non puoi respirare e il suo sorriso ti taglia le gambe
– tu, che desideri sentire la sua voce, ma hai paura di quello che potrebbe dirti;
– lui/lei, che è appassionato e appassionante;
– tu, che ti chiedi perchè;
– lui/lei, che è lontano e sai che ti dimenticherà;
– tu, che aspetti il momento in cui lo dimenticherai.

Gli amori non sono tutti uguali: qualcuno è normale e qualcuno è speciale; ci sono amori fragili e amori contorti, amori in cui soffri solamente tu e quelli che non si realizzano mai.

Dieci inverni, il prologo di un amore lungo dieci anni, difficili, tormentati, incompresi, lontani, ad alimentare una passione che rimane intensa e intatta proprio perchè non si realizza. Comincia così una strana storia d’amore, anzi il prologo di una strana storia d’amore, tenace ma astratto, che richiederà dieci anni per concretizzarsi pienamente; dieci anni, anzi dieci lunghi e freddi inverni, durante i quali si conoscono e si frequentano, si perdono e si ritrovano, vivono altre vicende ed altri amori, correndo sempre in direzioni opposte, senza mai voltarsi indietro ad aspettare l’altro. Li lega un forte senso di appartenenza che è amore mascherato da amicizia, l’attitudine di vedere la vita allo stesso modo e, soprattutto, la capacità di capire gli errori dell’altro.

Eppure dovranno trascorrere dieci lunghi inverni, passati a rincorrersi tra la nebbia di Venezia e il gelo di Mosca  prima di scoprire in se stessi la consapevolezza che l’attrazione che li unisce è amore.

1999, Due studenti Camilla (Isabella Ragonese) e Silvestro (Michele Riondino) in quel di Venezia incrociano i loro sguardi su di un vaporetto,  lei timida e graziosa, lui all’apparenza molto sicuro di sè, una volta rotto il ghiaccio lui decide di seguirla passando con lei una rivelatoria e castissima notte che trascorre tra parole non dette e sguardi sin troppo eloquenti. Inizierà cosi una lunga storia d’amore come cantava Gino Paoli, ma a distanza perchè la vita, o se preferite il destino, li porterà sempre ad un passo l’uno dall’altra, rendendoli consapevoli, ma non troppo del loro sentimento che invece di spegnersi, sembra rafforzarsi. Così attraverso dieci anni e dieci inverni i loro cuori terranno bene al caldo un sentimento solo all’apparenza fugace, ma pronto invece a superare qualsiasi difficoltà perchè allevato con costanza e accompagnato verso una primavera metaforicamente liberatoria, in cui potrà sbocciare e diventare anche altro.

Il  regista esordiente Valerio Mieli, che ci regala un film dotato di  un garbo davvero gratificante per chi assiste alle sue poetiche transizioni attraverso acquerelli invernali ricchi di consistenza e popolati da due protagonisti credibili e intensi. Avventura sentimentale che, tra liti e riappacificazioni, segue la crescita dei due protagonisti, segnati dall’ingresso nell’età adulta e che si trovano ad essere nemici, amici, conoscenti, innamorati, vicini e distanti, mentre vivono altri rapporti di coppia e condividono la stessa casetta sulla laguna. I due protagonisti si muovono  fuori coordinate. Ognuno per sé e in disfunzione dell’altro, con un comun denominatore che finisce sempre con l’essere ingannato. Un gioco schematico con pochi schematismi e con qualche pausa: dieci inverni son tanti e non tutte le annate conservano la stessa intensità, la medesima urgenza espressiva. E alcune tonalità rischiano di perdersi in sottotrame risapute. Il finale è facilmente immaginabile, ma non intacca un’unione amorosa che sa emozionare. E lascia qualche domanda aperta: Camilla e Silvestro hanno sprecato troppi minuti di non-amore oppure la densità sentimentale ha richiesto tempo per realizzarsi completamente?

Indimenticabile e amabile Vinicio Capossela che regala la colonna sonora al film, e con un’intensa Parla Piano racconta con garbo il rapporto che vuole esplodere nella sua purezza. Delicato e struggente. E ricorda che “Quando ami qualcuno meglio amarlo davvero e del tutto o non prenderlo affatto”.

Chi scrive crede che, se avesse utilizzato dieci anni di vita per rincorrere il suo Silvestro, il tempo non sarebbe stato del tutto sprecato.  Ma come detto prima certi amori non si realizzano mai.

E altri sì.

httpv://www.youtube.com/watch?v=yDyRCUqRnng

Game of Thrones

Game of Thrones PosterOvviamente, le cose che non avete ancora letto sono sempre le migliori. Almeno stando a quanto dicono i vostri conoscenti e amici, no? “Non hai letto questo?! Ma veramente?! Ma è la cosa più meravigliosa mai scritta, non sai che ti perdi, sei un ignorante!”, non vi capita mai? A me continuamente.
Ora. Solitamente questo genere di persone non c’azzecca mai, e se c’azzecca lo fa per caso. Personalmente non ho molta fiducia nei grandi romanzieri moderni, quindi finché qualcuno promuove in questa maniera becera grandi classici o best seller comprovati, posso anche seguire il consiglio, altrimenti mi limito ad annuire e proseguire tranquillamente nella mia immane coda di lettura.
Ma se, in questi giorni, qualcuno vi dicesse “Non hai letto le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R. R. Martin?! Ma veramente?! Ma è la cosa più meravigliosa mai scritta, non sai che ti perdi, sei un ignorante!”, forse dovreste dargli ascolto.
E mi limito con questo paragrafetto a promuovere il libro, perché, davvero, non sarei credibile se mi mettessi a spiegare quanto sono belli i suoi libri a uno che non li ha mai letti. Qui parliamo della serie TV.

Infatti, i diritti della saga sono stati acquisiti da HBO, che ne ha prodotto una serie non solo con il beneplacito, ma anche con la collaborazione dell’autore, in veste di produttore esecutivo e sceneggiatore.
La HBO è una delle più grosse realtà televisive americane, con quasi trenta milioni di abbonati, e le sue produzioni sono famose per la qualità della produzione (alcune serie: Six feet under, Sex and the city, I Soprano, The Wire, Band of brothers, fino ai più recenti True Blood e Boardwalk Empire, quest’ultimo prodotto da Martin Scorsese e con un cast eccezionale).
David Benioff Al timone della produzione c’è David Benioff, sceneggiatore difficile da giudicare, dato che è la penna dietro un film bellissimo come “la 25a ora” di Spike Lee, di filmetti da intrattenimento come “X-Men le origini: Wolverine”, di robe di dubbio senso come “Stay – il labirinto della mente” e anche di schifezze intergalattiche come “Troy”.
A queste perplessità si aggiunge ovviamente l’intricato affresco scritto da Martin, che comprende decine di sottotrame, intrighi, doppi giochi, cospirazioni, situazioni ambigue, cose non dette, ma soprattutto decine e decine di personaggi. È interessante rimarcare come Martin stesso, che ha iniziato la sua carriera proprio come sceneggiatore televisivo, affermi in un’intervista di aver scritto le Cronache proprio per staccarsi completamente dai meccanismi narrativi della televisione, e fare qualcosa di impossibile da riportare su celluloide. Ironico quindi non solo che sia stata fatta una serie tv, ma che lo stesso Martin ne sia entusiasta promotore e ne abbia preso parte.

Insomma, le premesse lasciavano spazio a qualche dubbio, nonostante un colosso come HBO dietro al tutto, e i fan di tutto il mondo hanno continuato a tremare fino al 17 aprile, data della messa in onda della prima puntata di Game of Thrones.
Per fortuna, la paura era ingiustificata: Game of Thrones è meraviglioso quanto il libro.

“Fedeltà” è la parola chiave. Essendo, come ho già detto, i libri di Martin particolarmente complessi, dopo aver visto la prima puntata sono andato a leggermi dei “bignami” dell’opera, riassunti in pdf di tutti i capitoli dei libri, per rinfrescarmi la memoria, e con piacevole sorpresa mi sono accorto di stare leggendo, praticamente, la scaletta del telefilm stesso, tanta è la fedeltà.
La Barriera Ma questa non si limita solo alla storia in sé: Game of Thrones è un vero e proprio viaggio all’interno dei Sette Regni. Si respira la stessa atmosfera dei libri, e le immagini, già vivide nell’immaginazione dei lettori, trovano una cristallizzazione quasi perfetta sullo schermo. La qualità visiva è impressionante: fotografia, scenografia e costumi sono allo stato dell’arte, assolutamente degni di produzioni cinematografiche, anzi, di molto superiori alla media.
Se c’è qualcosa da lamentare, forse si può trovare nel casting: se alcune scelte sembrano incarnazioni vere e proprie dei personaggi del libro (Arya, Jaime), altre forse infastidiscono un po’ (Jon, Catelyn, Daenerys, lo stesso “protagonista” della prima stagione, Sean “Boromir” Bean), ma sono minuzie con cui si viene facilmente e velocemente a patti, tanto è immersiva l’esperienza visiva.

Ned AryaOttima la scelta, piuttosto controcorrente (e quindi, a mio avviso, ancora più apprezzabile), di fare “solo” dieci puntate a stagione, ma di lunghezza aumentata (un’ora contro lo standard di quaranta minuti. Finora sono state trasmesse le prime due). Si ha così un’opera compatta e “ordinata” – passatemi il termine – con puntatone succose dense di avvenimenti, personaggi e dialoghi, che però hanno modo e tempo di esprimersi al meglio. Ogni stagione racconterà un intero libro della saga, che al momento consta di quattro volumi (il quinto, dopo innumerevoli travagli durati ben sei anni, uscirà il 12 luglio).

L’accoglienza del pubblico è stata calorosa, quasi cinque milioni di spettatori, e pertanto la HBO ha immediatamente dato luce verde alla seconda stagione. Un risultato fantastico, se si tiene conto che la squadra di Game of Thrones è riuscita ad appagare i fan dei libri e al contempo interessare chi è a digiuno dell’opera di Martin. Molti miei amici si sono subito procurati i libri appena vista la prima puntata, tanto originale e ipnotizzante l’hanno trovata.

La serie è trasmessa in America ogni domenica alle tre di mattina, ora italiana, ma in Italia nessuno ne ha comprato i diritti. Non aspettatevi quindi una versione doppiata in tempi brevi: l’unico modo per vederla è ricorrere al download o allo streaming (e all’alacre e ottimo lavoro dei siti di sottotitoli, se avete problemi con l’inglese). Questo forse è anche un bene, dato che gli attori svolgono un lavoro eccellente anche dal punto di vista delle parlate e degli accenti, aspetto che ha un suo peso anche nei libri. Si consiglia vivamente la versione a 720p, e possibilmente uno schermo adatto a tale risoluzione. L’impatto visivo, ripeto ancora, è qualcosa di esaltante.

George R. R. MartinBrevemente, qualche informazione per chi volesse cominciare a leggere il capolavoro di George Martin.
Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco sono una saga fantasy comunemente detta “a bassa magia” (low magic); sottogenere inventato per distinguerli dai fantasy alla Dungeons&Dragons di autori come R.A. Salvatore, Hickman&Weis, Ed Greenwood, eccetera… Questo genere di fantasy è molto più vicino al romanzo storico, e le ricerche di Martin sono infatti orientate verso la vita quotidiana e le guerre medievali. Non è un caso che siano state fatte delle analogie con la “guerra delle due rose” di Shakespeare, in cui persino i nomi delle due casate protagoniste sono simili (Lancaster/Lannister – York/Stark).

Mondadori OmnibusIn Italia i libri sono purtroppo editi da Mondadori, e dico purtroppo perché è stato compiuto ogni genere di nefandezza su tali capolavori. Ogni libro originale è stato spezzato in due o più libri in formato Oscar Mondadori, aumentandone quindi esponenzialmente il prezzo (che di recente è stato ulteriormente aumentato!). Fosse il male di questo, ci si potrebbe anche stare; invece la cosa più insopportabile è il traduttore di Martin, Sergio Altieri, che non solo non si capisce come sia potuto diventare traduttore in Mondadori, ma si prende pure libertà interpretative che non stanno né in cielo né in terra (l’esempio più eclatante è proprio nelle prime pagine del primo volume, in cui sostituisce un “cervo” con un “unicorno”. Tanto è un fantasy, no? Ci saranno gli unicorni! Roba da licenziamento in tronco e obbligo di fare il contadino per il resto della vita, invece è sempre lì, pronto a tradurre il nuovo capitolo della saga, poveri noi).
Avrete quindi capito che il mio consiglio è leggere i libri in lingua originale, se ne avete la possibilità. In caso contrario, consiglio la nuova ristampa, uscita proprio questo mese, dei primi quattro libri italiani (ovvero i primi due originali), in un mega volume molto scomodo, facilmente sciupabile, che però ha il pregio di essere molto conveniente (costa 22,50€ contro 40€). L’edizione migliore è probabilmente quella Urania, che riprende il formato originale, ma come si sa è una collana da edicola e quindi difficile da reperire.
Riporto l’elenco dei titoli inglesi e italiani, e vi auguro buona visione e/o buona lettura!

A game of thrones
1) Il trono di spade;
2) Il grande inverno.
(ristampa in Urania – Le grandi saghe fantasy n.1, 2007: “Il gioco del trono”)

A clash of kings
1) Il regno dei lupi;
2) La regina dei draghi.
(ristampa in Urania – Le grandi saghe fantasy n.4, 2008: “Lo scontro dei Re”)

A storm of swords
1) Tempesta di spade;
2) I fiumi della guerra;
3) Il portale delle tenebre.
(ristampa in Urania – Le grandi saghe fantasy n.7 e n.8, 2009: “Tempesta di spade” parte prima e seconda)

A feast for crows
1) Il dominio della Regina;
2) L’ombra della profezia.
(ristampa in Urania – Le grandi saghe fantasy n.9, 2010: “Il banchetto dei corvi”)

A dance with dragons – uscita prevista per il 12 luglio 2011.

Il volume italiano “Le cronache del ghiaccio e del fuoco – vol. 1” contiene “Il trono di spade”, “Il grande inverno”, “Il regno dei lupi” e “La regina dei draghi”.

Per chi si ostina a voler guardare la serie tv senza leggere i libri, si consiglia almeno l’approfondimento sul sito ufficiale della serie HBO.

Forse il più bello tra i tanti trailer della serie

I primi 14 minuti del primo episodio

http://www.hbo.com/bin/hboPlayerV2.swf?vid=1170886

Stand by Me: i ricordi che tengono caldo

“Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, ma chi li ha?”

Quanti secoli fa abbiamo avuto dodici anni? Chi si ricorda più di quell’età preistorica, quando ancora le ragazze (e i ragazzi!) non erano la cosa più importante, eppure in qualche modo già ci si stava misurando con il mondo? Stand by me di Rob Reiner è un viaggio a ritroso verso quell’età, la memoria di una lunga, avventurosa camminata di quattro dodicenni, altrettanti Huckleberry Finn, per due giorni di fine estate del 1959.

Gordie, Chris, Vern e Teddy vogliono trovare il cadavere di un ragazzo travolto da un treno da qualche parte lungo un fiume, e lo vogliono fare anticipando la polizia.

L’avventura di quella estate lontana è narrata in terza persona proprio da uno di loro, Gordie Lachance, ormai adulto e scrittore affermato (Richard Dreyfuss). Proprio la notizia, letta su un quotidiano, della tragica morte di Chris (R. Phoenix), suo amico d’infanzia, lo riporta al ricordo di quella vacanza estiva che segnò la fine della fanciullezza per entrambi.

Ognuno dei quattro ragazzi ha problemi familiari più o meno gravi, e vive le dolorose contraddizioni dell’età con atteggiamenti anticonformisti simili a quelli del giovane Holden di Salinger. Per ognuno di loro è vitale trovare un nuovo punto di riferimento, che non sia più solo la famiglia. Tra loro nasce quella complicità eccezionale, costruita sulla sincerità spietata, cinica fino alla crudeltà. Forse il solo momento nella vita in cui si è veramente liberi di essere sé stessi, nel contempo schiavi dell’impellente bisogno di ricercare e sviluppare una propria identità consapevole e capace di interagire con la realtà esterna.

Il viaggio del film risulta un vero e proprio rito d’iniziazione, costituito appunto da prove da superare per crescere: la sfida del mostro (il cane Chopper) per scoprire la differenza tra mito e realtà; il rischio della morte e il brivido della sfida (il treno sul ponte); la paura del buio (la notte accampati nel bosco); il rapporto con il proprio corpo e la resistenza al dolore fisico (le sanguisughe); il coraggio di affrontare ragazzi più grandi, la banda di Asso (K. Sutherland), bulletti solo arroganza e niente cervello.

I quattro amici condividono ogni difficoltà e ogni scoperta del loro breve viaggio, affrontando i problemi di ognuno con intensi momenti di confidenza reciproca. E superano gli ostacoli uniti dalla convinzione che il pericolo, e le sfide, devono essere affrontate. È l’amicizia a essere continuamente focalizzata, perché a quell’età, come dice l’autore, è un sentimento totale e puro.

Una delle scene memorabili è il magico incontro all’alba tra Gordie e il cerbiatto, momento poeticamente incantevole che il ragazzo conserverà segreto nel suo cuore. Non lo racconterà agli amici perché: “Le cose più importanti sono le più difficili da dire“.

Perché ognuno ha un ricordo, e chi è fortunato più d’uno, che conserverà sempre: che siano le partite a nascondino intorno al quartiere, i pattini rossi su cui vi spingevano, o i giri in bici sotto il bollente sole d’agosto. Chissà cosa daremmo per rivivere uno di quei pomeriggi che sembravano infiniti.

Da un romanzo del re dell’orrore, Stephen King, un film fine e delicato, ricco di acute osservazioni psicologiche sull’amicizia e le incomprensioni familiari,  capace di riportare il difficile addio all’adolescenza.

È rimasto qualcosa in noi di quei bambini? C’è traccia di quel bambino sperduto? C’è traccia di quel fanciullino che avrebbe dato la mano per proteggere l’amico?

Stand by me” centra l’obiettivo, raccontandoci una storia commovente in un crescendo emozionale che, a tratti, sfiora la poesia. Un miracoloso equilibrio della memoria tra sentimento e avventura. Sarebbe piaciuto a Truffaut.

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Torna Moretti e… tornano le polemiche

Da qualche giorno è al cinema l’ultimo film di Nanni Moretti, dal titolo “Habemus Papam” e, come sempre quando si tratta di un film di Moretti, non mancano feroci polemiche. La trama è già stata giudicata ”offensiva” dal quotidiano cattolico “L’Avvenire”. La pellicola narra di un cardinale eletto pontefice alle prese con debolezze varie, prima fra tutte quella di avere problemi con la fede, quella fede che lui, in quanto pontefice, non dovrebbe mai perdere. I film di Moretti sono sempre stati oggetto di tante critiche, molte volte ingiuste. Il regista è un personaggio schietto, molto schierato politicamente e questo, indubbiamente, crea delle polemiche a prescindere dal significato dei suoi film. Nel 2006 “Il Caimano” suscitò tante critiche, ma quel film era in forte polemica con il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Stavolta, invece, non ci sono attacchi alla chiesa, ma soltanto la storia del Papa che ha problemi con la religione. Tuttavia, non mancano polemiche di vario genere. Salvatore Izzo, vaticanista dell’agenzia Cei, ha scritto una lunga lettera sul quotidiano “L’Avvenire”, invitando i cattolici a boicottare Moretti e a non andare a vedere il film al cinema. In realtà, ci sono anche commenti positivi, come quello di padre Virgilio Fantuzzi, della Civiltà Cattolica e Radio Vaticana.

Un’altra opinione autorevole che critica il film è quella di Massimo Introvigne, sociologo cattolico e studioso di fenomeni religiosi, secondo cui “Moretti appartiene a una certa sinistra italiana, poco attenta ai fenomeni sociali e quindi anticlericale per partito preso”. A tutto ciò si aggiunge anche l’uscita programmata del film, a ridosso di un concentrato di date molto importanti per i credenti, come la settimana santa, il compleanno di Benedetto XVI e le celebrazioni per l’anniversario della sua elezione a pontefice. Insomma, Moretti, ancora una volta, è al centro di tante polemiche. Durante la trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”, il regista cinematografico, nato a Brunico in provincia di Bolzano, ha affermato ironicamente “C’è libertà di opinione. Ognuno può criticare il mio film, ma soltanto dopo averlo visto”, un po’ come dire che molte volte viene criticato a prescindere e chi lo attacca non ha neanche visto il film. Anche in passato, i suoi film sono stati oggetto di critiche feroci e spietate, come “Il Portaborse” di una ventina di anni fa, oppure ancora “Palombella rossa”, “Aprile”; tutte pellicole provocatorie che narravano la situazione politica di quel periodo storico. Moretti, quindi, come sempre è al centro dell’attenzione, ma lui non se ne cura. Va avanti per la sua strada, convinto di avere ragione, e non ha paura di dire sempre quello che pensa. Ricorderete, infatti, quando una volta, durante una manifestazione del centro-sinistra, non ebbe paura di attaccare i leader di questo schieramento politico nonostante fossero presenti sul palco insieme a lui. Ci saranno ancora polemiche nei prossimi giorni, ma c’è da essere certi che il film riscuoterà l’ennesimo successo.

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Boris: un flop da segno dei tempi?

Una serie televisiva ambientata nel “dietro le quinte” del frivolo set de Gli occhi del cuore: una fiction come tante, tra sceneggiature insignificanti, interpreti incapaci e professionisti disillusi. Una meta-serie originale e ironica, con colonna sonora di Elio e le storie tese, un cast d’eccezione e un’incredibile lista di guest star d’eccezione: da Corrado Guzzanti a Paolo Sorrentino e da Laura Morante a Filippo Timi.

Nel 2011 la serie tv si sposta sui grandi schermi delle sale italiane nella versione di un film ambientato nel set de La casta: l’interpretazione cinematografica del noto libro-inchiesta dei giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Boris comincia con un Renè Ferretti (Francesco Pannofino) all’opera con le riprese del film Il giovane Ratzinger, che decide di abbandonare a causa delle continue intromissioni di una Rete che gli impedisce di lavorare liberamente.

Incappato a guardare l’ennesimo cinepattone al cinema, Renè decide di rimettersi a lavoro, stavolta mirando a realizzare una pellicola impegnata… La storia prosegue intrecciando una trama sarcastica e avvincente con la rappresentazione acuta e sarcastica di una fotografia dell’Italia odierna.

Boris è ambientato in un Paese in cui le fiction beneficiano di circa 300 milioni all’anno e il cinema di appena 40 milioni. In un Paese in cui i cine-panettoni totalizzano il record di incassi con il beneplacito di case cinematografiche che puntano al profitto e mai alla qualità.

Boris è inserito in un luogo in cui i teatri si riempiono di risate per gli spettacoli di un noto Martellone e dei suoi insulsi tormentoni, tra “Bucio de culo” e “Sti cazzi”. In un contesto in cui la più capricciosa e incapace delle attrici è candidata a Strasburgo.

Boris è girato nella patria di giovani talenti sfruttati da ricchi sceneggiatori che fanno la bella vita speculando sulle loro ambizioni, e dove la passione e la genialità soccombono sotto il peso di un sistema che non trova spazio per loro.

Boris è perfettamente impiantato all’interno del contesto italiano, dove le sale vuote davanti alla proiezione del film sembrano dare un’ulteriore dimostrazione di quanto il flop di una pellicola possa rispecchiare i tanti flop di questo Paese.

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Santa Maradona: la sregolatezza pura mi esalta

Torino. Andrea, Bart, Lucia e Dolores: giovani, carini e disoccupati. Basterebbero queste tre parole per riassumere in breve il senso e la trama di questo lavoro, uno scorcio di vita in una città non più tetra e satanica – come la tradizione vuole – ma che, anche se solare e pulita, respinge in ogni modo i suoi figli. Andrea è quello che le prova tutte per avere un posto di lavoro degno della sua laurea in lettere ma senza fortuna; Bart invece, è sempre davanti alla televisione al limite dello stress; i due sono amici e dividono lo stesso appartamento, in costante gara fra loro a chi racconta cazzate sempre più stupide e inutili. Lucia, indiana, è a un esame dalla laurea mentre Dolores è il compromesso lavorativo della quale Andrea s’innamora. Il lavoro come nuova maledizione che si abbatte su questa città, la Juventus come squadra vincente, il compromesso come tradimento. Saltando da un colloquio di lavoro all’altro, Andrea si innamora perdutamente di Dolores contro la quale sbatte un pomeriggio mentre si precipita correndo a un appuntamento con l’ennesimo direttore del personale. Una storia d’amore improvvisa e appassionata che paradossalmente sarà d’aiuto a tutti i protagonisti, spingendoli a ritentare il salto: inventarsi un nuovo futuro e cambiare tutto ciò che non piace.

Cosa significa il titolo ce lo spiega il regista : “Santa Maradona è una canzone di Manu Chao del 1994, che – compresa la tournée ancora in corso – il cantante franco-spagnolo utilizza per chiudere i suoi concerti. In questa canzone si mescolano cori da stadio, telecronache, musica punk: un modo di rendere epico il mondo del pallone. Maradona diventa un santo protettore che vegliava sugli italiani e che ora non c’è più. Gli hanno aggiunto Santa come per metterlo sul calendario. Nel film c’è questa stessa commistione di elementi: commedia, azione, dramma, cartoni animati, musica, e naturalmente calcio. E un’analoga voglia di rendere epico il quotidiano: due persone che parlano, il volto di una persona che si ama, le chiacchiere quotidiane.”

Ma l’avventura dei quattro avanza rapidamente tra battute salaci e divertenti, fino alla discussione urlata tra Andrea e Bart, che si vomitano addosso verità dure e drammaticamente dolorose.

Questo dialogo serrato è uno scatto ben preciso delle paure, delle insicurezze, dell’insoddisfazione che ci spinge a cercare qualcosa di meglio. Per quelli che dell’aperitivo in centro alle sei, della passeggiata al parco e del cinema la domenica pomeriggio si sono rotti i coglioni. Perché a volte siamo tormentati dal desiderio perenne di cose lontane, dalla ricerca di un altrove che non conosciamo, dalla volontà di fare qualcosa convinti che si possa cambiare e fare meglio.

Perché spesso ci troviamo risucchiati da un vortice, da quel movimento continuo da cui non riusciamo a uscire. E ci rende insoddisfatti, scalpitanti e desiderosi di abbandonare il vecchio per la ricerca di un altrove. Sullo sfondo, una Torino che è sinonimo di sicurezza, continuità e impegno garantiti dalla fabbrica. Con il rischio di perdere la percezione di sé, delle proprie idee e della propria personalità. Perché diciamolo: molti di noi hanno giurato “Non farò mai la fine dei miei genitori”.

Non perché disprezziamo le loro scelte ma pensiamo di volere altro con tempi, modi, ritmi diversi. Cosa sia poi questo altro è da definire.

Ma spesso ci lasciamo travolgere da meccanismi in cui non ci riconosciamo e viviamo come se fossimo distaccati da noi stessi, per inerzia o abitudine. Università, lavoro, amici di sempre, partite di calcetto e magari il grande amore. Accontentarsi? O forse è la normalità la vera rivoluzione?

L’uomo in più: questo sconosciuto

L’uomo in più.

Un film che è un capolavoro assoluto.

Un film che chi lo ha visto lo ha amato.

Un film che è troppo sconosciuto.

Non si può non rendere onore a Sorrentino per questo film.

Questa non è una recensione, è un osanna a questo lungometraggio.

Due personaggi, stesso nome, caratteristiche e caratteri opposti.

Due modi diversi di affrontare il successo e il declino, due persone fondamentalmente deboli, insicure, come la maggior parte di noi, che affrontano la vita come meglio sanno fare. La vita ci pone davanti a delle scelte e delle situazioni che affrontiamo quotidianamente e cerchiamo di farlo alla nostra maniera, pensando che sia quella migliore.

Con i nostri stessi occhi è difficile guardare i nostri errori e ancora di più ammetterli.

Con i nostri stessi occhi è difficile capire chi è la persona di cui ci possiamo fidare, e ancora più difficile comportarsi sempre in modo che lei si possa fidare di noi.

Ma quando poi ci rendiamo conto di alcune cose, la reazione può essere inaspettata.

Nel film i due personaggi sono interpretati benissimo da Toni Servillo e Andrea Renzi; gesti, abitudini, movimenti ma soprattutto parole e modo di parlare ci fanno entrare in una realtà parallela, dove abbiamo a che fare con uomini veri e non con attori. Tutti i personaggi che girano intorno ai protagonisti sono vicini a noi: li incontriamo nei bar, per strada, in ufficio. Ci sono personaggi viscidi, mediocri e personaggi semplici, forse pure un po’ all’antica, che forse sono la parte più sana della società descritta. La critica spietata al mondo del calcio e dello spettacolo si fonde, senza dover trovare colpi di scena eclatanti, nella descrizione dei momenti di vita quotidiana dei protagonisti, che si ritrovano spesso in completa solitudine. La timidezza e la sobrietà di Antonio Pisapia viene congelata in due parole, quando in televisione riceve i complimenti per un goal in rovesciata lui ribadisce: “mezza rovesciata”. La strafottenza e la spavalderia di Tony Pisapia viene espressa magistralmente nel lungo monologo finale, ma bastano anche qui tre parole, che vengono ripetute varie volte nel corso del film: “mi sono svegliato tardi”, quando motiva alla figlia la sua assenza al funerale del padre.

Il film è un cult per i fan di Sorrentino, ma in generale per i cacciatori di citazioni… Non c’è frase che rimanga dimenticata, non c’è espressione che non diventi icona; l’ambientazione napoletana, inoltre, facilita l’immaginazione (per chi è della zona) nella costruzione della connessione fra i due, punto che fino alla fine lascia in bilico lo spettatore.

Insomma, iniziamo con la meritocrazia: questo è un filmone!

Il molosso

Gli articoli della rubrica sono disponibili anche su www.polsodipuma.blogspot.com

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Oh mio capitano: quando il prof è un mentore

Chi ha avuto la fortuna di incontrare un insegnante appassionato e appassionante sorriderà ripensando a quel prof. che non leggeva il manuale e non ripeteva meccanicamente nozioni; a quella figura che raccontava una storia coinvolgendo totalmente gli studenti. Una lezione di letteratura o di storia che era anche lezione di vita.

Lo stesso fanno Robin Williams nell’”Attimo Fuggente” e Sean Connery in “Scoprendo Forrester“.

I contesti non potrebbero essere più diversi, ma l’essenza dell’insegnamento è la stessa. Il primo insegnante per vocazione, il secondo educatore suo malgrado, ma entrambi riescono a proiettare la potenza di uno scritto, della parola, del pensiero autentico, e della necessità di esprimersi – se non per farsi ascoltare – almeno per sé stessi.

L’attimo fuggente è ambientato in Vermont, 1959. Nell’austera accademia maschile di Welton dove le regole severe e la disciplina ferrea sono all’ordine del giorno, piomba l’estroverso professore di letteratura John Keating (Robin Williams), che come un fulmine a ciel sereno ribalta le regole della scuola e l’approccio al programma e all’insegnamento, incoraggiando il lato creativo ed anticonformista dei suoi studenti.

In un ambiente così rigorosamente conservatore il nuovo ed eccentrico professore d’inglese non è visto di buon occhio. I suoi metodi bizzarri, la sua avversione verso chi ingloba in schemi e diagrammi la materia che insegna, la sua ambizione d’instillare nei ragazzi il desiderio di “trovare la propria voce”, la propria unica e vitale espressione d’individui, ne farà sì un osservato speciale da parte del corpo insegnante, ma anche un vero e proprio idolo per i giovani studenti.

Come ricorda il professor Keating, il capitano: “Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo”.

Una di quelle pellicole che non possono lasciare indifferenti perchè contengono spirito, pensiero, amore, emozione. Uno di quei lungometraggi che rimangono impressi nel tempo, ineguagliabili nella storia e indelebili nella mente di coloro che lo guardano. Il regista Peter Weir riesce a miscelare spessore, poesia, racconto di formazione. Il resto è un grandissimo e intenso Robin Williams e un gruppo di talentuosi ragazzi che tengono la scena con un godibile mix di acerbo talento ed entusiasmo che non potrà non coinvolgere. Perché l’educazione e la formazione sono tali se scavalcano il perimetro delle aule scolastiche, e solo i buoni insegnanti invitano gli studenti a guardare l’infinito che si trova oltre la siepe.

Nell’altra pellicola, Scoprendo Forrester, il rapporto tra professore e alunno sarà, se possibile, ancora meno convenzionale.
Il film è ambientato nel Bronx. Da un lato uno scrittore avanti negli anni, vincitore di un Premio Pulitzer per l’unico libro pubblicato, è recluso volontariamente nel suo appartamento. Dall’altro un giovane sedicenne di colore di grande talento desidera segretamente diventare uno scrittore. Il primo non vuole incontrare più il mondo, mentre il secondo pur essendone immerso vorrebbe uscirne per riuscire a esprimere liberamente ciò che sente dentro. L’anziano e irascibile William Forrester, interpretato da un intensissimo Sean Connery, diventa il mentore del giovane Jamal, istruendo e addestrando la sua scrittura. “Prima scrivi col cuore e poi rivedi con la testa. Il primo concetto è scrivere, non pensare”. Nel corso dei loro incontri cresce l’affetto e la stima, un rapporto che cambia la vita a entrambi. Lo scrittore riesce a far emergere tutta l’intelligenza del ragazzo, e Jamal ha il merito di far ritornare l’anziano letterato alla vita, lasciando per sempre dietro di sé il desiderio di isolamento. Nell’ambiente silenzioso, quasi fuori dal mondo dell’appartamento di Forrester, affollato di pile polverose di classici della letteratura, animato solo dal ticchettio della macchina da scrivere, Jamal fa i primi passi nel mondo della scrittura, scendendo nel profondo di sé, rimestando fra sogni, desideri, passioni, gioie e dolori.

Il legame tra i due uomini di età, classe sociale, cultura, etnie diverse, uniti soltanto dall’amore per l’arte di scrivere, si approfondisce: diventa anche un’amicizia reciprocamente protettiva e pedagogica.

Morale? I mentori spingono a farsi domande da minestra. Perché “molti uomini hanno vita di quieta disperazione: non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno. Osate cambiare, cercate nuove strade.”