Sergej Parajanov: un mago dell'immagine.

Sergej Parajanov

Chi è Sergej Parajanov? Lo conoscete? Quando ho fatto questa domanda in giro molti mi hanno risposto di no. Confesso che anche io, solo pochi mesi fa, potevo essere contata fra coloro che non ne avevano mai sentito parlare. Eppure è uno dei più grandi cineasti del secolo scorso. Tenterò di spiegare il perché in questo articolo.

Parajanov, nato a Tiblisi nel 1924, fu un regista georgiano di origine armena. Le sue opere furono considerate dei veri capolavori da registi e artisti come Fellini, Antonioni, Tarkovsky, Truffaut, Bertolucci e molti altri. La sua vita artistica fu costellata da soddisfazioni ma soprattutto da enormi difficoltà. Per ben tre volte Parajanov, inviso al regime sovietico, fu imprigionato. Non gli furono risparmiati neanche quattro anni di gulag, che andarono a pesare profondamente sulla sua salute.

Le accuse furono di corruzione, bisessualità, pornografia, ma anche, probabilmente, “colpevole” fu lo stile del suo cinema: un immaginario surreale, onirico e arcaico che sfuggiva alle maglie dell’estetica del socialismo realista, allora l’unico stile permesso.

Parajanov negò i suoi lavori precedenti al 1954 definendoli “spazzatura”, poiché, probabilmente, ancora legati all’estetica di regime. Quando finalmente poté mettere piene mani a un’opera, con in mente “L’infanzia di Ivan” di Tarkovsky, creò il suo primo capolavoro: “Shadows of our forgotten ancestors”. Il film ricevette il plauso della critica sia sovietica che europea.

Dopo l’esperienza del gulag Parajanov ritornò al cinema. Pur sapendo che sarebbe probabilmente andato incontro a problemi, diede vita a quella che viene da molti considerata la sua perla, ovvero il film “Sayat Nova” (in seguito intitolato “Il colore del melograno”), un film sulla vita dell’omonimo poeta armeno vissuto nel XVIII° secolo. Considerato un film non gradito per la portata delle sue enigmatiche immagini, ( è a mio parere il suo film più difficile) sarà seguito da un ennesimo arresto, il terzo. Per lungo tempo a venire Parajanov continuerà ad avere problemi nella produzione delle sue opere. Durante la prigionia riversò il suo estro creativo nel collage, nell’arte figurativa e nella creazione di vestiti e di particolari bambole.

Fu solo alla metà degli anni 80, quando la morsa del potere si allentò, che Parajanov poté tornare a creare in libertà. A questo periodo risalgono altre sue splendide opere come “Ashik Kerib” e “La leggenda della fortezza di Suram”. L’ultima sua opera “The confession”, rimarrà incompiuta.

Un immagine tratta da "La leggenda della fortezza di Suram"

Il cinema di Parajanov è, a mio parere, pura poesia. Non aspettatevi di vedere film dal linguaggio assolutamente logico, con effetti speciali strabilianti e fitti dialoghi. Questi ultimi sono spesso essenziali e la recitazione è in alcune parti più simile alla pantomima .Il tutto dà spazio non solo alla pura immagine, ma anche a una colonna sonora che dire suggestiva è dir poco. L’ambientazione contribuisce alla resa onirica dei film: si tratta di zone del mondo alla maggior parte di noi sconosciute: Ukraina, Georgia, Armenia, Azerbaijan. Vi ritroverete  in luoghi lontani dal nostro mondo, simili a quelli che si immaginano nell’infanzia. Situazioni tanto fiabesche da apparire paradossalmente più reali della nostra stessa realtà. Come un mago, questo artista compone le sue scene con una purezza, con un coraggio e con una forza che mi hanno personalmente emozionato.

Nonostante ciò che ho scritto, non aspettatevi un cinema elitario, incomprensibile, noioso. Vi è del mistero, ma anche senza essere risolto esso si consegna intatto alla mente dello spettatore. Credo che i film di Parajanov siano capaci di giungere a chiunque, come la bellezza di un fiore.

Per essere più chiara, vorrei prendere ad esempio i film che maggiormente ho apprezzato: “La leggenda della fortezza di Suram” e “Ashik Kerib”. Caratteristica di questi film è la loro divisione in quadri, ciascuno con un titolo seguito da un’inquadratura fissa, davanti alla quale viene composta una natura morta recante oggetti simbolici. E’ il grande utilizzo di oggetti simbolici, colori e metafore capaci di trascendere l’etnicità che contribuisce a rendere il cinema di Parajanov una poesia fatta immagine. L’onnipresente melograno, simbolo di vita, con il suo colore rosso e i suoi chicchi vermigli, può sanguinare su un lenzuolo bianco e ricordarci una ferita mortale. Le colombe sono presenti ovunque vi siano amanti, oppure si trasformano in anime, volando via dalla tomba di un musicista. Il poeta, come un derviscio, si spoglia del suo manto nero per rivelare una veste candida. Vi sono anche immagini più enigmatiche, che è bello continuare a ripercorrere e interrogare dopo aver visto il film. Gli effetti speciali sono affidati a soluzioni che sembrano provenire dal teatro tradizionale: la testa decapitata, in “Ashik Kerib”, è una zucca dalla quale esce una sciarpa di seta rossa, a imitare il sangue. Il passare del tempo per la protagonista de “Leggenda della fortezza di Suram” è dato dal ciondolare della ragazza a mo ’di metronomo, e poi suo dal nascondersi alla nostra vista, per dare la scena così a una sé stessa più matura. La recitazione non è sempre affidata a professionisti: il protagonista di Ashik Kerib era un malfattore, vicino di casa del regista.

Un immagine tratta da "La leggenda della fortezza di Suram"

Tra le cose che più mi hanno colpito dei film di Parajanov vi è il suo saper cogliere qualcosa di ancestrale e eterno. Noi, uomini e donne del duemila, abbiamo difficoltà a comprendere un certo tipo tipo di narrazione, vogliamo che tutto abbia un senso, che tutto rientri in una struttura. Parajanov ci riporta a una visione magica della realtà,  mostrandoci che, tutto sommato, amiamo ancora questo modo di raccontare, così come amiamo ancora la bellezza. Parajanov è uno di quei rari artisti che riescono ad assicurarti che esiste un luogo bello.

Per quanto mi riguarda, consiglierei a tutti di vedere almeno uno dei film di Parajanov, specialmente a chi produce opere: che vi occupiate di pittura, scultura, cinema, sartoria, poesia o letteratura, credo che non ve ne pentirete. Alla sua morte, avvenuta nel 1990 all’età di 66 anni, un telegramma firmato da alcuni fra i più grandi registi del momento, fra i quali quelli citati all’inizio di questo articolo, recitava così: “Con la morte di Sergej Parajanov il cinema ha perso uno dei suoi maghi. La fantasia di Parajanov affascinerà e porterà gioia al mondo per sempre”.

Mi piace rispondere e concludere con una delle frasi che appaiono nel film “Sayat Nova”:

“Un poeta muore, ma la sua musa è immortale”.

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Un, due, tre, stella – il debutto

Leggi questo articolo per vedere i trailer della trasmissione e un riassunto degli ultimi 9 anni artistici di Sabina Guzzanti.

Un, due, tre stella va in onda ogni mercoledì alle 21:10 su La7, e in diretta streaming su la7tv e youtube!

 

Cosa si fa dopo una guerra mondiale? Si ricostruisce.
Cosa si fa dopo un terremoto? Si ricostruisce (più o meno…).
Cosa si fa dopo quasi un ventennio di censura tv pseudo-legalizzata? Si ricostruisce, è logico.

E anche se i risultati non sono perfetti, anche se tutto non viene tirato su esattamente come si vorrebbe o come si dovrebbe, ce lo facciamo bastare, perché dopo la distruzione, l’ecatombe e la disperazione, ogni minimo gesto di speranza e volontà umana deve essere gratificato, oltre a essere gratificante.
Ci si stringe tutti vicino vicino, mano nella mano, intorno all’ultimo guizzo di tepore di una pallida candela senza più cera. In attesa di un cazzo di lampadario.

Sabina GuzzantiÈ la sintesi migliore che riesco a dare del nuovo programma di Sabina Guzzanti – Un, due, tre, stella – che ha debuttato ieri in prima serata su La7 (ovviamente. Una cosa per volta. Prima ci riappropriamo di un canale, poi più avanti magari anche della tv che sarebbe nostra di diritto, cioè quella pubblica). Insomma: si apprezza veramente tanto lo sforzo (ma veramente tanto, davvero, sono quasi commosso mentre lo scrivo), ma non si riesce a mettere a tacere il piccolo critico interno.
Sabina è stata lontana dalla tv per nove anni, e forse anche questo ha inciso un pochino sull’equilibrio deambulante del programma. Che però è assolutamente sperimentale e nuovo, e quindi giustifica qualche puntata di assestamento. Non saprei dire con precisione se c’è già stato qualcosa di simile in passato… Non mi pare, ma le tenebre della tv modello Berlusconi hanno ormai rosicato quasi tutta la luce della mia memoria, quindi non so. Posso dire senza paura di smentita che Un, due, tre stella è il programma più originale degli ultimi cinque anni (da Decameron di Daniele Luttazzi, nel 2007, sempre su La7). “Originale” fa sempre rima con “geniale”? Magari.

Sabina Guzzanti +10 punti
Sempre più bella e sempre più brava, muta e si migliora costantemente. È chiaro che la maggior parte delle persone che aspettavano questo programma, aspettavano per lo più lei, e lei sta lì.
Attenzione, però, perché chi non ha seguito bene il suo percorso professionale potrebbe rimanere deluso. Non è più “solo” l’imitatrice di Moana Pozzi di “Avanzi”… Sabina ha sperimentato con successo le tecniche di giornalismo cinematografico alla Michael Moore nei suoi film “Viva Zapatero!” e “Draquila”, ha fatto un film molto bello e tecnicamente interessante come “Le ragioni dell’aragosta” (di cui parlai all’epoca sul mio blog, CS ancora non c’era) e in generale è diventata praticamente un’attivista e una ribelle, cosa di cui ha più volte pagato lo scotto.
Inutile quindi aspettarsi da lei uno show esclusivamente comico-satirico.

Gag +3 punti
E infatti le gag sono forse le cose che convincono meno. Si parte con Monti, si prosegue con l’Annunziata e con la Colombelli. Sì, si ride, ma con i denti stretti, e c’è da rivedere un po’ la scaletta, perché a volte certe gag sono pigiate a forza in momenti sbagliati della trasmissione (palese l’esempio della “candidata di centro-destra” in mezzo all’intervista con Fassina; semplicemente sbagliato).
Funzionano meglio altre cose, come “La banca della magliana” o il cartone animato della Tiwi.

Talk show N.C.
È difficile inquadrare Un, due, tre stella… Ci sono troppe poche gag per essere un programma di intrattenimento e basta. Sembra anzi piuttosto costruito sull’archetipo del talk show… Però è un talk show strano, prima di tutto perché c’è poco contraddittorio (calmi, ne parliamo tra poco), secondariamente perché nonostante l’importanza data alla cosa, scenografia e regia sembrano quasi voler “nascondere” gli ospiti, non sono riuscito a capire se di proposito o per disorganizzazione.
Il contraddittorio è qualcosa che ha sempre infastidito Berlusconi, e infatti da quando è andato al governo per la prima volta è sempre stata una delle sue battaglie private più importanti: impedire che gli altri potessero contraddirlo. Una delle prime leggi al riguardo fu la famosa par codicio, che in teoria doveva riguardare solo il periodo elettorale ma che, come una malattia, nel corso del tempo è diventata una “norma” accettata e condivisa, tant’è che oggi non siamo più abituati a vedere un programma in cui un tizio esprime un concetto senza che ci sia un altro tizio che lo contesta.
La sensazione è strana e diversa, ci si deve abituare. Il talk show di Sabina è quasi tutto improntato così. Ospiti della prima puntata un giurista (Ugo Mattei), un economista (Andrea Fumagalli) e un giornalista (Giulietto Chiesa) che sono sostanzialmente tutti d’accordo tra di loro.
Passato l’impatto iniziale, devo dire che è una cosa fresca… Riporta quasi alla memoria vecchie trasmissioni degli anni in cui in televisione c’era più libertà. Bisogna riabituarci a questa sensazione.
Detto questo, l’intento dichiarato era fare “un programma di satira e approfondimento insieme” e ancora “l’impressione recente è che in TV si parli tanto ma non si capiscano mai bene le cose. […] Noi vogliamo fare domande vere e pretendere una risposta vera e chiara”.
Ci sono riusciti? Mah, sicuramente non del tutto: purtroppo l’idea di fondo alla “mi manda raitre” è forse semplicistica… È difficile che certi argomenti si possano semplificare oltre un certo punto. Il risultato della trasmissione, sinceramente, mi è sembrato spesso confuso e mi ha lasciato perplesso.

Ospiti politici -10 punti
La politica si rimangia tutti i punti regalati in partenza da Sabina. Diciamolo chiaramente: non ne possiamo più. Non è possibile discutere con i politici, questo è un dato di fatto. La politica oggi è un mostro aberrante e deforme che segue (il)logiche e dinamiche sue, lontane parsec dalle necessità della popolazione non politica.
Sabina era stata “aiutata” dai politici stessi – che non volevano venire in trasmissione – ma alla fine è riuscita ad avere Fassina (PD). Non si è nemmeno comportato male, ma la sua sola presenza ha calato una patina di tristezza e noia sull’intera trasmissione. Davvero una brutta parentesi, spero di non vedere altri politici nelle prossime puntate.

Conduzione -3 punti
Sabina presentatrice funziona a tratti. Troppe incertezze e tempi morti, il pubblico moderno è spietato e pretende la perfezione, abituato a un ritmo serrato che tuttavia spesso nemmeno riesce a seguire. Va bene la ribellione, ma bisogna anche sapersi esprimere in base ai tempi in cui ci si espone e con il linguaggio comunemente accettato. Niente che Sabina non possa imparare mentre lo show procede, comunque.
L’idea del “conduttore automatico” poteva essere simpatica due o tre volte, ma stufa subito, anche perché riporta alla memoria il triste “comitato” de “I fatti vostri”. Una cosa da limitare se non rimuovere del tutto.

Regia +3 punti
Sono stato largo, perché per essere completamente sinceri, c’è qualcosa che non va nella regia di Michele Mally (“L’infedele”), soprattutto nel suo dialogo con la scenografia. Dicevo prima dell’importanza della componente talk show… Eppure quando sono inquadrati, gli ospiti sono illuminati male, rimangono in ombra, relegati in un angolo dello studio con un fastidioso albero a fargli da quinta troppo ingombrante. Quando arriva Fassina, il controcampo degli altri ospiti non può essere ripreso dalla posizione in cui si trovano, per cui sono costretti ad alzarsi in piedi, spostarsi alla luce e… Rimanere appesi lì, perché non è prevista una scenografia per farli accomodare. Insomma, una roba un po’ amatoriale, per non dire da dilettanti. C’è molto da lavorare, anche se in quasi tutti gli altri casi c’è fantasia e abilità.

Michael Moore +3 punti
So che a molti ha ormai rotto le palle, ma il furbissimo regista di “Bowling a Colombine”, “Fahrenheit 9/11”, “Sicko” e dell’ultimo “Capitalism” è una delle voci più interessanti del panorama controculturale moderno. Ogni tanto fa bene sentire cosa sta facendo.
Sabina lo ha conosciuto durante le riprese del suo “Viva Zapatero!” e sfrutta l’amicizia con successo e utilità.

Nuovi volti +3 punti
Sabina porta in tv giovani autori che ha conosciuto durante la sua occupazione del teatro romano da cui trasmette. Due comici sotto i 30 (Saverio Raimondo ed Edoardo Ferrario) che non sarebbero nemmeno male, ma a cui credo manchi l'”X-factor”. La sensazione che lasciano è proprio quella di trovarsi alla “Corrida” o allo “Zelig”. Però se nessuno desse loro possibilità sarebbe peggio, quindi tre punti per l’iniziativa.

Stacchetti hip hop -5 punti
Non ci siamo proprio. Brutti, brutti, brutti, ridicoli. Se proprio ci devi mettere qualche pseudo artista sconosciuto, scegline di migliori, c’è l’imbarazzo della scelta. Personalmente preferirei una scelta simile a quella di Serena Dandini (a “Parla con me” prima e “The show must go off” poi), ma se non te lo puoi permettere almeno evita gli sfigati alla Trucebaldazzi. Veramente una tristezza immensa.

Caterina Guzzanti +10 punti
La più piccola della famiglia si è costruita una solida carriera di comica ma anche di attrice (“Boris”), ed è ormai una certezza di cui si sono accorti entrambi i suoi fratelli, che infatti se la contendono continuamente (Corrado se l’è portata dietro nel suo ultimo spettacolo teatrale, di cui abbiamo anche parlato).
Semplicemente bravissima.

Nino Frassica +5 punti
Avevo un po’ di pregiudizi su questo comico che non ho mai apprezzato granché, e sono felice di potermeli rimangiare. Frassica porta al programma due personaggi strampalati dotati di un umorismo semplice, ma in realtà anche molto attuale, dato che ricalca il surrealismo tanto amato ne “I Griffin”. Mi ha fatto venire voglia di andare a ricercare cosa faceva Frassica venti anni fa per vedere se era un genio incompreso da riscoprire.

Sabina Guzzanti prepara Mario MontiVerdetto finale: 19 punti.
Ma non vi dirò su che scala.
Non lo farò perché non si può giudicare un programma del genere con la matematica, che vi piaccia o meno.
Un, due, tre, stella ha battuto la champion’s league con il 5% di ascolti, più del doppio del nuovo programma della Dandini, che è un buon valore rispetto alla media di La7, che sta intorno al 3%, ma non arriva nemmeno vicino all’8% di debutto del Decameron di Luttazzi (che aumentò nelle successive puntate).
Su internet vedo che la reazione generica è di smarrimento e confusione. C’è chi l’ha denigrato (come Aldo Grasso) su basi quasi esclusivamente tecniche (e un po’ umorali), e chi invece si è espresso in spudorati commenti estatici che trovo poco veri e soprattutto poco utili.
Temo che ognuno di voi debba valutare con mano, perché potenzialmente questo programma potrebbe diventare una bomba o anche un pessimo flop. Ma potrebbe persino rimanere un programma “meh”, senza grossi picchi né in alto né in basso. Vedremo cosa saranno in grado di fare, seguendo con grande interesse.
Senza dubbio è qualcosa di nuovo e azzardato, il primo mattone posato sulle rovine di una città distrutta. Per posare quel mattone serve sempre molto coraggio, forza di volontà e capacità di vincere l’imbarazzo di rompere il ghiaccio. Quando poi tutti cominceranno a mettere il proprio mattone diventerà la normalità e nessuno si ricorderà più della forza di Sabina Guzzanti.
Ma intanto questo mattone l’ha posato.

Sito ufficiale su LA7
L’intera prima puntata online, su LA7tv
Pagina Facebook del programma e di Sabina Guzzanti.

La Guzzanti di nuovo in TV!

DEO GRATIA!

Quindi da mercoledì 14 marzo torna finalmente, in prima serata alle 21:10 su LA7, l’eccezionale Sabina Guzzanti.

Calciata fuori dalla Rai nel 2003 dall’allora direttore generale Cattaneo, con una delle abilissime e furbissime mosse di stampo berlusconiano, dopo solo la prima puntata del suo nuovo spettacolo Raiot (originariamente pensato in sei puntate), Sabina si è data con capacità e successo al cinema. Viva Zapatero (2005) e Draquila – L’italia che trema (2010) sono due film-documentari che ricordano lo stile di Michael Moore (Bowling a Columbine, Fahrenheit 9/11), ma ha realizzato anche una gustosissima chicca meta-narrativa adorata da chiunque mastichi cinema, Le ragioni dell’aragosta (2007).

Ovviamente, a tutto questo ha affiancato il consueto lavoro in teatro, con vari tour, l’ultimo dei quali – Sì, sì, sì, oh sì – è veramente una summa completa del suo lavoro artistico e “reazionario”.
Ha dovuto lottare a denti stretti per anni, Sabina, con una forza e una determinazione ammirevoli, sempre sdegnata e arrabbiata per il modo in cui questo nostro paese è affondato nella melma per quasi due decenni. Ha portato in piazza tantissima gente e tantissimi argomenti, in modi non sempre pacati, e per questo si è dovuta beccare pure qualche querela, oltre alle solite offese e commenti velenosi.

Ultimamente è apparsa nelle pagine di cronaca in ambiti non troppo lusinghieri, a causa della maxitruffa “Madoff dei Parioli”, che l’ha lasciata, come lei dice, senza soldi.
Quando ha realizzato che il contratto con La7 aveva preso forma e che effettivamente sarebbe riuscita a tornare in tv, si è commossa. E i suoi fan con lei, perché la censura che hanno subìto lei e i grandi comici come lei, dal famoso “editto bulgaro” in poi, è stata un atto atroce che ci ha privato di voci di cui avevamo tantissimo bisogno, in questi anni di tenebra.
Ci siamo arrangiati come abbiamo potuto, ma ora finalmente si apre uno spiraglietto di luce e di libertà: Sabina torna in tv.

Il recente (oddio, è già passato un anno) ritorno di suo fratello Corrado con Aniene, su sky devo confessare che mi lasciò piuttosto tiepido. Ma credo che Sabina sia di un’altra pasta. Penso che ci divertiremo.

Facendole tutti gli auguri possibili, vi rimando a questa ricca intervista rilasciata ad “A”.

 

The Butterfly Effect

E l’Italia si fermò, non per colpa di uno sciopero generale o per una serrata dei benzinai, ma per una farfalla. Non stiamo parlando di un raro esemplare del meraviglioso insetto, ma del tatuaggio sull’inguine di Belen Rodriguenz che tutta l’Italia ha potuto ammirare in diretta al festival di San Remo.

Per quasi due giorni i giornali e le telecamere di tutte le televisioni nazionali si sono  concentrati sul vertiginoso spacco del vestito della showgirl argentina. Sui blog, decine di appassionati di tv hanno scritto articoli al fulmicotone dibattendo sulla volgarità più o meno esibita durante il più bigotto programma della stagione televisiva.

Ma a completare il quadro ci hanno pensato i principali quotidiani on line che con lunghe e particolareggiate gallerie fotografiche hanno permesso agli italiani che non hanno avuto il coraggio di vedere il Festival, di poter ammirare quel piccolo tatuaggio situato nel luogo che fa più bollire il sangue al maschio italico.

Per quarantotto ore l’uomo della strada è stato coinvolto nell’affannoso dibattito:
Belen indossava o meno biancheria intima e se la indossava di quale foggia, colore e misura?

Un dubbio quasi amletico fugato, fortunatamente, dalla stessa Rodriguez il giorno dopo, che, rassicurando gli italiani più pudici, ha spiegato il motivo per cui ha indossato un abito così audace: “Sono la donna delle provocazioni, mi piacciono i contrasti. La prima sera mi sono presentata come una principessa, con i capelli raccolti e il vestito nero; la seconda ho esagerato. Ho fatto, com’è che si dice…l’ammaliatrice. Ma gli slip c’erano”.

La Shibue Coture, piccola azienda della Florida, produttrice di questo particolare indumento intimo, gli strapless panty, ha visto, nel giro di poche ore, un pauroso incremento delle vendite del suo prodotto in un mercato, l’Italia, dove fino a quel momento, non aveva venduto nemmeno un brandello di stoffa. Potenza delle farfalle.

Ma mentre l’Italiano Medio si lambiccava il cervello sullo spacco di Belen, invidiava Fabrizio Corona e decideva quale delle veline sanremesi era la più sexy, il mondo continuava ad andare avanti.

Il governo Monti annunciava l’intenzione di abrogare o ridiscutere contratti di lavoro, ammortizzatori sociali e welfare state, la Grecia, travolta dai disordini e dalle proteste di piazza, cedeva al ricatto delle nazioni dell’Eurogruppo tagliandosi la gola con una finanziaria suicida e le solite agenzie di rating declassavano mezza Europa, facendo impazzire Borse e Spread.

Tutte notizie sovrastate dal Festival di San Remo e dalle prodezze dei suoi ospiti e delle sue presentatrici.

Davanti a certi fenomeni mediatici, a certi “reality show” in miniatura, lo sconcerto o la delusione sono i primi sentimenti che colgono l’animo. Non per una questione di bigotteria o di finto perbenismo, ma perchè è bastato l’inguine di una bella figliola come Belen Rodriguez per congelare l’Italia e anestetizzare gli Italiani.

Del resto questo è il paese dove i reality show continua a detenere invidiabili record di audience, dove i dibattiti su chi deve uscire dal Grande Fratello occupano quasi lo stesso spazio e la stessa importanza della crisi economica internazionale e nel quale ogni scusa, ogni distrazione è ottima per mettere da parte la vita quotidiana, l’impegno civile e i problemi della nazione.

La traccia di Benni

La traccia dell'angeloSu anobii tutti si chiedono cosa stia succedendo a Stefano Benni.
Interrotta la storica collaborazione con Feltrinelli (temporaneamente, pare), Benni passa da Milano a Palermo e contemporaneamente dalle stelle alle stalle. Sì, esatto.
Undici euro per un libretto di cento pagine in corpo sedici, e sono soldi che qualsiasi fan del Lupo avrebbe sborsato volentieri… Se fossero state pagine contenenti qualcosa.
Invece Benni sembra affondare inesorabilmente in quella deriva artistoide-metasatirica-melatonostalgica che si era già annusata nell’ultimo paio di romanzi, incapace di risalire a galla con idee nuove.
Ne “La traccia dell’angelo” tutte le armi di Benni gli si ritorcono contro; ciò che era il suo cavallo di battaglia – la prosa “di pancia”, sgrammaticata e poetica – si imbizzarrisce e lo disarciona; i suoi assi nella manica – la quantità smodata di personaggi squinternati – diventano due di picche; la sua originalità stilistica – un amore indiscusso per la fabula con una certa sufficienza verso l’intreccio – si trasforma in un impacciato scimmiottamento auto-referenziale; la sintesi si disperde e muta in incompletezza.
Voleva dire troppo, Benni? O forse non ha davvero più nulla da dire? Quando un autore è costretto a raccogliere con la punta delle unghie stralci autobiografici dal fondo del barile della sua creatività, è buono o cattivo segno?
C’è di tutto e di più, in questo costoso libretto: sofferenza, malattia, morte, angeli, demoni, dottori, complotti, satira… Eppure niente di tutto questo, perché i personaggi e i concetti vengono derubati del tempo necessario a dispiegarsi. È un continuo rimandare il punto del discorso, finché non si arriva alla fine, in poche ore di lettura, e ci si accorge che non c’è nessun punto, forse anche nessun discorso, e che il racconto non ci ha lasciato nulla, nonostante il solito finale Benniano dolce-amaro, che però stavolta è forzato e vuoto: si percepisce chiaramente la commozione dell’autore, ma è un’emozione che rimane sulla carta – parola morta – senza raggiungere il lettore. Come ha intelligentemente commentato un lettore su anobii: sembrano appunti per un romanzo, non un romanzo vero e proprio.
Negli anni sono stato mio malgrado costretto a rivedere e rivalutare tanti miei punti di riferimento. Con la morte nel cuore devo necessariamente consigliare di lasciare “La traccia dell’angelo” di Stefano Benni sulla mensola della libreria, o al massimo di andare alla FNAC e leggerlo nell’area relax.
Come questo libro, anche questa recensione è breve e incompl

Eastwood racconta Hoover

J. Edgar HooverJ. Edgar Hoover ha avuto un ruolo talmente primario nella nascita di quella che oggi chiamiamo FBI (Federal Bureau of Investigation, ovvero la polizia federale degli Stati Uniti d’America), che comunemente si dice ne sia stato il fondatore. Ma soprattutto è conosciuto come l’uomo che ha tenuto per le palle l’America per più di quarant’anni, utilizzando informazioni estremamente confidenziali per manipolare a suo vantaggio – o a vantaggio di ciò che egli credeva di dover difendere (la sicurezza dei cittadini) – i personaggi più potenti del suo tempo, da Roosevelt ai Kennedy fino a Nixon.

Il nuovo film di Clint Eastwood è un biopic su questo personaggio, interpretato da Leonardo Di Caprio, e si intitola semplicemente “J. Edgar”.
Ad affiancare Di Caprio un cast veramente soddisfacente, a partire da Naomi Watts – che purtroppo non abbiamo avuto il piacere di vedere molto sul grande schermo, nell’ultimo paio d’anni – per passare ad Armie Hammer, “i gemelli” di The Social Network, nuova scoperta di Fincher che per Eastwood ha fatto veramente un lavoro notevole. La direzione degli attori è uno dei tanti fiori all’occhiello di nonno Eastwood, e quindi anche l’ultima delle comparse appare come il migliore degli attori, ma oltre allo stupendo trio di cui sopra, che funziona come il più perfetto dei meccanismi, non si può non citare l’immensa Judi Dench, nella parte della madre di Hoover.

J. Edgar è il biopic perfetto. Se mai voleste fare una biografia di qualcuno, con qualsiasi media, andate al cinema con un bloc notes e una penna, perché la sceneggiatura è dell’astro nascente Dustin Lance Black, premio Oscar 2009 per la miglior sceneggiatura originale con “Milk”. La struttura narrativa è esattamente quella che deve essere: Black ed Eastwood ci raccontano la storia del personaggio fin dall’inizio della sua carriera, mostrandoci la nascita di quello che io paragono a un Batman della vita reale… Un uomo ciecamente ligio a ferrei principi morali, estremamente pignolo e rigido, determinato oltre ogni limite a ottenere il suo scopo. E contemporaneamente, mosso probabilmente da un qualche tipo di squilibrio mentale. La differenza che passa tra Batman e Joker è lo schieramento. Direi che è stato un enorme bene che un uomo come J. Edgar Hoover avesse come scopo la protezione dei cittadini e il superamento in mezzi, abilità e astuzia dei criminali.

Hoover e TolsonSceneggiatore e regista ci raccontano tutto questo addentrandosi senza paura nei risvolti psicologici più profondi del personaggio, non solo snocciolandoci la pur interessante cronologia dei fatti. Il rapporto morboso con la madre, l’insicurezza con le donne, il rapporto con il potere e chi lo esercitava, l’omosessualità latente… Forse su questo punto abbiamo gli unici eccessi di una scrittura altrimenti perfettamente distribuita. Mentre non abbiamo dati obiettivi sulle preferenze sessuali di Hoover, Black romanza invece un battibecco tra checche (passatemi il termine, credo che renda l’idea) che sinceramente ho trovato un po’ stonato nel complesso del film. Validissimo e plausibilissimo invece come tratta il resto del rapporto tra Hoover e Clyde Tolson, un’amicizia solenne e fraterna, che sfocia tranquillamente ma non ambiguamente nell’amore reciproco.

Non c’è nulla di particolare da segnalare riguardo al resto… Parliamo di Clint Eastwood, ogni reparto raggiunge standard altissimi: il makeup degli artisti invecchiati è stupefacente; la ricreazione scenografica e stilistica del periodo storico è ottima; la colonna sonora assolutamente non invasiva, anzi forse anche troppo; il montaggio brillante, con delle idee davvero geniali sui raccordi ai flashback. Come sempre, Eastwood dirige la sua troupe riuscendo a permeare ogni singolo fotogramma e al contempo facendo dimenticare allo spettatore che sta vedendo un film. Pura maestria, insomma.

Hoover e DiCaprioIl film rimane comunque un biopic, con tutto ciò che ne consegue: per quanto ben scritto, potreste trovare parti più noiose di altre, ad esempio, e la lunghezza non aiuta (137 minuti). Se insomma non siete minimamente interessati al personaggi di Hoover e/o al periodo storico, potreste considerare di aspettarlo in dvd o sul satellite. Certo che non se non si finanziano i film belli…

Per quelli che al contrario, come me, sono innamorati degli anni ’30 – ’40 e da personaggi come J. Edgar Hoover, vi consiglio una playlist per approfondire lo zeitgeist di quel periodo. Da vedere in quest’ordine:

– “Nemico Pubblico“, di Michael Mann, 2009. Con Johnny Depp nella parte di John Dillinger.

– “J. Edgar“, di Clint Eastwood, 2011. DiCaprio nella parte di J. Edgar Hoover.

– “Tutti gli uomini del presidente“, di Alan Pakula, 1976. Sullo scandalo Watergate, con Robert Redford e Dustin Hoffman.

– “Frost/Nixon“, di Ron Howard, 2008. La storia della famosa intervista rivelatoria a Richard Nixon (Frank Langella).

[stextbox id=”warning”]Questa recensione ti è sembrata troppo lunga? Ricordiamo a tutti gli appassionati di cinema l’esistenza de “Il Cinesemaforo”. La più immediata soluzione per scegliere il vostro film da guardare in serata: soltanto un colore e tre righe! Diventate fan su Facebook![/stextbox]

 

Bellezza suprema, talento e generosità: Elizabeth Taylor

 Grande bellezza e immenso talentoVerranno messi all’asta da Christie’s, dal 13 al 16 dicembre, i gioielli di Liz Taylor, scomparsa il 23 marzo scorso.

 Sarebbe troppo semplice pensare alla famosa “livella” della poesia di Antonio de Curtis, livella che rende tutti gli esseri umani uguali nella morte e non si cura della ricchezza, della fama, della bellezza… Neppure di una bellezza suprema, come quella di Liz Taylor, donna e attrice straordinaria. Lei stessa un gioiello, per la perfezione dei lineamenti, per lo splendore del sorriso, per la luce degli incredibili occhi viola.

Gioielli sontuosi, i suoi, classificati forse eccessivi e talvolta “kitch” per chi ha gusti semplici, ma comunque gioielli splendidi, veri capolavori dell’arte orafa e, soprattutto, veri capolavori della Natura che in milioni di anni ha trasformato gli Elementi nello splendore di smeraldi, diamanti, zaffiri, rubini e opali. Questo, da grande appassionata di minerali, mi incanta, sicuramente più dell’oggetto da indossare. I milioni di anni di quelle pietre, che sfideranno i secoli, mi hanno fatto pensare con una stretta al cuore alla brevità della vita di chi li ha desiderati, ricevuti in dono, indossati, vivendo con essi, talvolta per essi, momenti di felicità, di commozione, di orgoglio professionale. I suoi gioielli, infatti, sono stati spesso il dono di una riconciliazione con il grande amore della sua vita, Richard Burton, oppure furono indossati in occasioni di particolare importanza, come la consegna degli Oscar.

Molto generosa in vita, Elizabeth Taylor lo è stata anche nella morte. Mettere all’asta questi tesori, stimati per un valore di circa cento milioni di euro, è stato l’ultimo di una serie grandissima di gesti generosi, lei stessa l’ha chiesto nel suo testamento, indicando che i provenUno dei più famosi gioielli di Cartier ti fossero devoluti alla sua Fondazione contro l’Aids, il suo primo e più sentito impegno civile.

Come accade talvolta alle attrici bellissime, anche la Taylor viene ricordata dalle persone superficiali per l’aspetto esteriore, per i matrimoni, per i divorzi… Un vero peccato, perché alla bellezza, agli eccessi, al gossip, ella univa talento e sensibilità recitativa non comuni. Una delle poche “bambine prodigio” passate armoniosamente dall’infanzia all’adolescenza e alla giovinezza, nella sua carriera ricevette due Oscar come migliore attrice. La prima statuetta le venne attribuita per l’interpretazione in Venere in visone (1960) di Daniel Mann, e la seconda per Chi ha paura di Virginia Woolf? (1966) di Mike Nichols, forse la sua interpretazione migliore. Per la stessa interpretazione ricevette anche il BAFTA quale attrice britannica dell’anno. Insignita dal 1981 anche del prestigioso titolo di “Dame” dell’Impero Britannico, nel 1992 ricevette dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences anche il Premio umanitario Jean Hersholt. Nel 1993 il Life Achievement Award dall’American Film Institute, il premio alla carriera e, nel 2002, l’onorificenza del Kennedy Center Honors dal John F. Kennedy Center for the Performing Arts. Nel 2005 l’ambito Britannia Award for Artistic Excellence in International Entertainment.

Ma, accanto a questi prestigiosi riconoscimenti, le rende onore come donna la sua generosità, unita all’impegno civile, profuso in molte iniziative, la più importante delle quali è sicuramente quella che ho citato, la Fondazione che porta il suo nome, per la lotta contro l’AIDS.

 Ago D’Alessandro Zecchin

Servizio Pubblico: buona la prima!

Ieri sera è andata in onda la prima puntata di “Servizio Pubblico” di Michele Santoro. Dai primi dati che stanno emergendo in queste ore, il progetto partito “dal basso” è stato un successo senza ombra di dubbio. 12% di share sulle reti  (tv locali e Sky) che l’hanno trasmesso – sebbene il dato non sia definitivo – centinaia di migliaia di contatti sul web nelle varie piattaforme che ospitavano lo streaming video, il terzo canale più seguito della “tv italiana”. Doveva essere un successo d’ascolto, e tale è stato.

Santoro e i suoi hanno portato la televisione fuori dalla televisione, dai suoi meccanismi, dai suoi paradigmi. È l’aspetto più interessante di tutta quest’operazione, quel finanziamento popolare che ha permesso a una trasmissione “cacciata” dalle TV ordinarie di andare comunque in onda, senza limitazioni, senza controlli dall’alto. Le persone devono poter scegliere liberamente cosa guardare. Gli spettatori, i cittadini, hanno fatto uno step in più che fa sembrare la televisione classica un vecchio dinosauro ormai destinato all’estinzione. Da una parte le vecchie regole decisionali, uno strapotere mediatico che decide cosa devono ascoltare e guardare i cittadini, dall’altra parte ciò che i cittadini (perlomeno una parte) hanno voglia di sentire. Servizio Pubblico ci ha ridato la possibilità di scelta, la possibilità di decidere cosa guardare, e non di subire le decisioni di qualcun’altro. Il Paese, anche dal punto di vista dei media, si comincia a muovere a due velocità diverse; non si può infatti non notare come questo nuovo modo di fare la tv si sia spinto oltre, facendo mostrare il fianco ad una visione antica del mezzo televisivo: non c’è più l’imposizione del palinsesto, il palinsesto lo decide lo spettatore.

Una reazione naturale all’impossibilità di guardare quello che si vuole, senza dover tenere conto di logiche di partito, di influenze del governante di turno e così via. In fondo, a prescindere da come la si pensi, non bisogna guardare Servizio Pubblico come un programma “sovversivo” (per quanto lo possa sembrare nelle intenzioni.) Non è importante di cosa si parla, si può benissimo essere in disaccordo totale con la visione santoriana del mondo politico italiano; ciò che la gente, il suo pubblico, chiedeva, era semplicemente la possibilità di ascoltare anche un’altra campana (schierata), di decidere personalmente e liberamente cosa guardare e non guardare nella TV italiana. Ma se una campana viene messa a tacere, questa possibilità decade, e muore il tanto decantato pluralismo.

Ciò che ci è piaciuto di più della trasmissione di Santoro non sono stati tanto i contenuti o lo stile, che comunque si è mantenuto molto simile a quello di Annozero e delle scorse tramissioni… anzi, a dirla tutta, da un certo punto di vista ci si aspettava qualcosa in più (considerazione forse figlia dell’enorme aspettativa sviluppatasi attorno a questo “evento” mediatico). La cosa più interessante è stata quella di guardare una trasmissione senza preoccuparsi troppo delle varie folli leggi televisive non scritte; si è avvertita a pelle quest’aria di libertà editoriale, di mancanza del terrore della telefonata di rimprovero di turno, delle inutili regole volte a scandire le tempistiche di intervento degli ospiti in studio, del dictat dell’orario di chiusura. I giornalisti e il pubblico avevano un volto rilassato, tranquillo. E, soprattutto, tanta informazione in questa prima puntata dedicata agli sprechi immensi della casta.

Staff confermato, con Travaglio, Vauro, Ruotolo (anche se ci sono mancati un po’ i suoi collegamenti in esterna), Giulia Innocenzi, e ospiti in studio De Magistris e Della Valle; gli altri giornalisti presenti sono stati Paolo Mieli, Luisella Costamagna e Franco Bechis, oltre a un interessantissimo intervento del duo Stella e Rizzo, famosi per i loro libri-inchiesta. Ma tanta parola è stata data anche ai “sovversivi”, agli spettatori, ai racconti della gente comune. Molto importante (a livello di cifre) anche la partecipazione online in diretta, con centinaia di migliaia di contatti sui vari social network, segnale distintivo di questa trasmissione che viaggia oltre i confini del piccolo schermo attraverso il web e le nuove tecnologie.

Ieri sera in Italia è cominciata una nuova epoca di informazione libera, e questo possiamo dirlo senza remore o eccessivi entusiasmi. Non ci vorrà molto tempo prima che i cittadini e gli spettatori si abituino a queste nuove forme di comunicazione. Il mondo continua a viaggiare velocemente, e prima o poi anche i tradizionalismi tutti italiani, rimasti bloccati a decine di anni fa, andranno a sciogliersi come castelli di sabbia colpiti dal mare di questo mondo moderno.

Ci hanno tolto la possibilità di scelta, e noi ce la siamo ripresa. Un piccolo mattone è stato posto. Non a caso il progetto si chiama “Servizio Pubblico”. Pubblico. Speriamo si continui così.

Il surrealismo magico di Leonora e Remedios

"I cercatori", Leonora Carrington

Ritengo ingiusta la poca attenzione tributata fuori dal Messico a due pittrici come Remedios Varo e Leonora Carrington. Spagnola la prima, inglese la seconda, entrambe si sono ritrovate, a causa degli avvenimenti politici e culturali del tempo, a vivere in Messico, non senza aver prima conosciuto quella che allora veniva considerata la Mecca dell’arte, Parigi.

Parlare delle loro biografie sarebbe un dilungarsi, nonostante le loro vite siano state oltremodo ricche di avvenimenti. Ciò che mi preme di più è descriverne l’opera.

I quadri di Remedios Varo e Leonora Carrington non sono propriamente simili, ma non si può negare di vedere in loro un’aria comune. Erano amiche, dipingevano spesso assieme e, come è naturale, la loro pittura, più che da un’imitazione reciproca, nasceva da una naturale osmosi di sentimenti e lunghi dialoghi.

"La roulotte", Remedios Varo

Siamo in pieno surrealismo, ma un surrealismo particolare a mio avviso: non la pura dissonanza di oggetti incoerenti, il semplice automatismo, il riferimento alle teorie freudiane, i rimandi al sesso come forza propulsiva, temi allora molto cari. Vi è qui di più, o meglio, dell’altro. Soprattutto nella Carrington, notiamo un’immersione in qualcosa di ancor più vasto dell’individuo stesso, dei suoi sogni e delle sue immagini personali. Amante del foklore inglese e celtico, nei suoi quadri si svela un mondo onirico dove fluttuano esseri mitici come chimere e dei egizi, figure dei tarocchi, paesaggi lunari. In Remedios Varo c’è una maggiore attenzione all’autobiografia, ma anch’essa si inserisce in una mitologia personale abitata da figure diafane e antiche che si muovono su incantevoli mezzi di trasporto quali complesse biciclette o piccole barche capaci di contenere a malapena una persona. Ogni suo quadro rivela particolari sempre più minuti man mano che lo si osserva, come se si entrasse gradualmente nell’interiorità dell’artista.  Se nei quadri di Carrington c’è un maggior senso di collettività legato al folklore, in quelli di Varo si percepisce un senso di solitudine, spezzato ogni tanto da un tocco di ironia, come nell’opera “visita al chirurgo plastico”. Queste due donne paiono venire da un mondo dove maghi, esseri imperscrutabili e animali incantati sono lì per mostrarci, nei loro sguardi enigmatici, i misteri della vita. La tecnica è raffinata: si utilizzano pennelli piccoli e tratti regolari che portano l’immagine ad assomigliare, soprattutto in Varo, ad antiche tempere o a miniature. E il fatto di essere donne conta: nei loro quadri, soprattutto in quelli di Varo, fanno capolino lune, case, gomitoli, come se si sentisse il bisogno di lasciare un segno particolare in un mondo, quello dell’arte surrealista, ancora completamente colonizzato dall’uomo. Nel surrealismo, infatti, alla donna è affidato tutto sommato un ruolo infantile, o per lo più quello di musa (mai creatrice). Le due artiste deludono questo copione, muovendosi in silenzio ma con sicurezza nel mondo creativo, rifiutandosi di spiegare le immagini e lasciando che siano loro a parlare. Infine, nonostante le differenze, si percepisce la spinta spirituale di entrambe, che si traduce in un sincero sforzo di andare alla fonte (“Esplorazione della fonte dell’Orinoco” e “La chiamata” di Remedios Varo)  o di incamminarsi in un labirinto verso un ipotetico centro (“Labirinto”, Leonora Carrington), in una paziente alchimia, un continuo viaggio alla scoperta di paesaggi interiori.

Remedios Varo si spense ancora giovane nel 1963. Leonora Carrington ci ha lasciati quest’anno, all’età di 94 anni.

I quadri di queste due maestre dovrebbero comparire accanto a quelli Magritte, Dalì, Tanguy ed Ernst nelle monografie. Spetta a noi recuperare appieno le magiche visioni di queste due donne. Vogliamo cominciare noi, a partire da questo articolo, a dare loro il tributo che meritano?

"Viaggio alla fonte dell'Orinoco", Remedios Varo
"Il labirinto", Leonora Carrington.

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Bibliografia
“Remedios Varo, la magia dello sguardo”, Diego Sileo, Selene Edizioni.
“Il cornetto acustico” di Leonora Carrington, Adelphi.
“Remedios Varo, unexpected journey”, di J. A. Kaplan, Abbeville Press.
“Leonora Carrington, surrealism, alchemy, art”, di Susan Aberth, Lund Humphries Pub Ltd.
“Surreal friends” di S. M. Kusunoki, A. Rodriguez Rivera, S. Van Raay, J. Moorhead, Lund Humphries Pub Ltd.

Donne di ieri, orgoglio di oggi: Monica Vitti

Le attrici – diciamo – bruttine che oggi hanno successo in Italia lo devono a me. Sono io che ho sfondato la porta
Monica Vitti

Maria Luisa Ceciarelli, attrice, nasce a Roma il 3 novembre 1931. Se dovessi pensare io, ragazza di 24 anni, a una donna alla quale voler somigliare, un po’ per indole, un po’ per passione, sceglierei sicuramente Monica Vitti, che a breve compirà i suoi primi 80 anni e che a mio dire rappresenta la bellezza, la simpatia, l’intensità e la sensualità proprie del popolo femminile italiano.
Sono cresciuta al suono di “Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai…” che cantavo allegramente da bambina (non proprio consapevole del significato recondito), accompagnata dalla passione per una donna bellissima, in vestiti hawaiani prima e avvolta in una bandiera americana poi.
Il debutto di Monica Vitti avviene a 14 anni, ne “La Nemica” di Niccodemi, in cui interpreta una donna di 45 anni che perde il figlio durante la guerra; in un’intervista del 2002, Monica parla di questa interpretazione come forma di ribellione ad un’infanzia infelice, attraverso la fantasia di fuggire e trovarsi in un’altra da sé. Si diploma nel 1953 all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, a cui fa seguito un periodo intenso di lavori teatrali, in particolare con l’interpretazione di grandi classici. L’ingresso nel mondo cinematografico è legato a uno dei registi più importanti del panorama italiano, Michelangelo Antonioni, che ne fa la sua musa in una tetralogia comprensiva de “L’avventura”, “La notte”, “L’Eclissi” e il capolavoro “Deserto Rosso” da cui la celebre frase “Tu dici – cosa devo guardare? – Io dico – come devo vivere? – Ed è proprio la stessa cosa” .
Realtà e rappresentazione camminano su binari paralleli nella vita di Monica Vitti, pronti a incrociarsi e allontanarsi di continuo; dichiarerà l’attrice: “quando termina la rappresentazione, termina anche la vita”. In questa logica vitale l’intensa relazione amorosa tra Monica Vitti e Michelangelo Antonioni durerà per ben quattro anni.
Il cambio di registro arriva anche con il cambio di regista, in particolare Mario Monicelli, che la dirige in uno dei capolavori (uso spesso questo termine, ma non c’è sinonimo adeguatamente valido) della comicità nostrana, ovvero “La ragazza con la pistola” , anno 1968, in cui Monica Vitti si accompagna a un imperdibile Carlo Giuffrè. Abituati alla più classica Stefania Sandrelli in “Sedotta e abbandonata”, ci risulta difficile aprirci alla visione di una ragazza siciliana che insegue il suo “disonoratore” per ucciderlo e vendicarsi. Eppure questo film segna il ’68 per le donne italiane e per la stessa attrice, che da allora seguirà con impegno sociale la causa femminista. Sempre dello stesso anno le dimissioni da presidente della giuria di Cannes, proprio a causa delle contestazioni.
Infinita la filmografia dell’attrice, tra cui “Ninì Tirabusciò: la donna che inventò la mossa”, “La Tosca” con Vittorio Gassman, e con Alberto Sordi l’indimenticabile “Polvere di Stelle”.
La carriera di Monica Vitti la vede anche doppiatrice, sceneggiatrice di “Francesca è mia”, regista di “Scandalo Segreto” con il quale vincerà il Globo d’Oro come migliore attrice e regista, presente nel cast di Domenica In dal 1994 al 1996 e scrittrice di due testi, “Sette sottane” e “Il letto è una rosa”.  La passione per la scrittura riempie la vita di Monica Vitti, come dichiarato dalla stessa attrice, a seguito del ritiro dalle scene che risale al 2000. Un ritiro legato ufficialmente a motivi di salute, un’assenza che richiama al suo interno sempre un po’ di mancanza, un’assenza strumentale per fartela sentire con dolore quella mancanza, un’assenza che è sempre attesa di un ritorno e che vive dei ricordi di ciò che è stato.
Lineamenti quasi nordici, romana di Roma, Monica Vitti è una donna che non ha mai dimenticato le sue origini e che anzi ha fatto del suo genere e delle sue radici una bandiera ben visibile in tutti i suoi lavori; una donna capace di attrarre e affascinare con l’intensità delle parole, con la profondità di un’assenza, con il contagio di un sorriso, una donna capace di vivere e far vivere attraverso le sue opere.

Grazie Monica.

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