Papesse al Vaticano, opera teatrale in un unico atto.

7 maggio 2011.

L’appuntamento è alle cinque del pomeriggio a piazza S.Pietro.

Essendo una persona un po’ timida, ho titubato molto prima di riuscire a trovare qualcosa di bianco e ampio da indossare, e ad afferrare cartoncino e forbici per confezionare il mio cappello. Il tutto è pronto solo poco tempo prima dell’ora dell’incontro. Giunta nella piazza, individuo subito la mia prima compagna: una ragazza che sta parlando con un ragazzo, e che in testa porta un copricapo papale. Già, perché oggi è il giorno della papessa!
Giustamente chi legge non starà capendo nulla. Lasciate dunque che vi spieghi alcune cose.
Quello che stiamo per fare non è né un flash-mob, né una manifestazione, ma semplicemente un atto teatrale; teatro di strada, se così possiamo dire. Si tratta di teatro surrealista, ma con uno scopo ben preciso, che è quello di riuscire a liberarsi per un po’ del pensiero  razionale, e lavorare invece con la metafora e con un’immaginazione simile a quella dei sogni. Tutto ciò nel tentativo di portare la mente a interrompere i circoli viziosi, o schemi ripetitivi, che imprigionano la nostra natura. In poche parole, un gesto liberatorio.

L’inventore di tale tipo di teatro è Alejandro Jodorowsky, artista cileno proveniente dal surrealismo, regista teatrale e cinematografico, attore, scrittore, marionettista e “tarologo”. Di solito questo teatro (detto “psicomagia”) coinvolge una sola persona, mentre qui si è voluto dare al tutto una valenza meno personale e più collettiva. Un atto di questo tipo è stato realizzato a Buenos Aires per le madri di plaza de Mayo, al fine di accompagnare e liberare il loro dolore e quello del popolo argentino: nel mezzo della piazza ogni madre ha liberato una colomba nel cielo, tenuta precedentemente in una gabbia nera.
Per quanto riguarda l’ evento in questione, lo scenario principale sarebbe stata piazza san Pietro. Non potevo non partecipare a qualcosa di simile che si stava svolgendo proprio nella mia città.

Stavolta volevamo fare qualcosa di esclusivamente femminile.

La chiesa afferma che il bambino ha bisogno di una madre e di una padre (cosa apprezzabile), dunque perché non dovremmo noi immaginare affacciarsi alla finestra un papa e una papessa, un santo padre e una santa madre? Perché non immaginarlo anche per le altre religioni?  I tarocchi stessi, questo antico gioco di carte, amano l’equilibrio, e contemplano tale coppia: abbiamo il papa (numero V) e la papessa (numero II). E dire che sono antichi…

Molti affermano: “ormai la tradizione cristiana fa parte della nostra cultura“. Infatti è così: in tribunale giuriamo sulla Bibbia, in classe abbiamo il crocefisso e a scuola facciamo religione. Essa permea di sé la nostra società e costituisce un messaggio visivo molto potente. Dunque essa è anche parte dell’immaginario che verrà ricevuto dalle  future generazioni, indipendentemente dal fatto che esse siano cristiane o meno. Non è questione di lotta per il potere o di femminismo, ma di come tutto ciò venga oggettivamente percepito nel profondo dell’animo umano. È una ricerca di equilibrio interiore, se mi si permette l’espressione. Possiamo permetterci ancora di lasciar credere alle bambine del futuro che la realtà sia un prodotto della sola mente virile, e che sia possibile per loro avere accesso al sacro esclusivamente attraverso l’uomo? Abbiamo bisogno di conoscere quale tipo di insegnamento hanno da offrirci le donne, perché allo stato delle cose conosciamo soprattutto l’insegnamento degli uomini.

Se non esiste una papessa, vogliamo provare a incarnarla! Diamole una voce, un movimento e un volto. Inventiamola. Ci piacerebbe sentirla parlare, almeno una volta. Ci piacerebbe molto sentir parlare tante donne sagge quanti uomini saggi sono apparsi nel mondo attraverso i secoli. Dove sono le insegnanti? Vogliamo conoscerle.

alcune delle ragazze in abito papale

Arrivano altre ragazze. Alcune sono italiane, altre spagnole, una è brasiliana. Sappiamo che altre  donne stanno facendo lo stesso a Concepcion e a Santiago in Cile, a Cordoba in Spagna, a Burgos e in altri luoghi.

Alcune, come me, indossano solo un semplice cappello, altre tirano fuori dai borsoni abiti più elaborati, davvero teatrali.
Siamo pronte. Possiamo cominciare a muoverci. Ci mettiamo in fila indiana e camminiamo lentamente, come in una processione. Le persone cominciano a scattare foto, alcuni ci chiedono il motivo del nostro gesto, ma la nostra regola è il silenzio. Il nostro atto deve essere completamente muto. È molto bello camminare così.  Siamo solenni. L’abito forse fa il monaco, e questo cappello dà ai miei pensieri una certa calma, un senso di maestà. Siamo molto belle a vedersi, così tutte insieme.

Le papesse di Concepcion

Ma ecco che una macchina dei carabinieri, di quelle piccole da zona pedonale, ci affianca. Una ragazza venuta a fotografare risponde per noi. Ci scortano lungo la strada, sempre più agitati. Alcuni sorridono al nostro passare, altri meno. Un signore comincia a incitare i carabinieri di “mettere fine a questa mascherata”. Noi sappiamo che in questo caso dobbiamo rimanere in silenzio e allontanarci, senza controbattere né opporre resistenza. Un’ accalorata signora, notando la nostra mancata reazione alle sue parole, grida in spagnolo “il silenzio è codardia!”. Anche una signora italiana pare infastidita dal nostro gesto. Una ragazza, ancora di lingua spagnola,  si avvicina e comincia a inveire contro di noi. Se la prende con la papessa che cammina davanti a me. Con un gesto le toglie di testa il cappello, l’altra se lo rimette e continua a camminare. Io proseguo in silenzio, e seguo con calma le mie compagne. Nel frattempo il servizio d’ordine ci sta invitando ad abbandonare la piazza.

La polizia ci ferma
La polizia ci ferma

 

Ancora vestite da papesse, creiamo un capannello in un angolo, mentre i poliziotti ci cominciano a fare delle domande.  “Cosa significa questa manifestazione?”, “Non è una manifestazione, è una rappresentazione.” risponde una papessa. La ragazza spagnola di prima ci raggiunge e continua a gridarci contro. Viene allontanata gentilmente. I poliziotti non riescono a comprendere la situazione. D’altronde li capisco, come si può classificare un evento come questo? Ci chiedono i documenti. Spunta una telecamera della rai. Una signora che era con noi prende le nostre difese in modo accalorato. Le papesse, anche se un po’ spaesate, si mantengono calme e accondiscendenti. Diamo i nostri documenti. Siamo ammutolite ma intimamente serene. Tre di noi faranno da portavoce e spiegheranno la situazione. Con i nostri documenti nelle mani della polizia, attendiamo fiduciose per un’ora e mezza, per non dire due ore. Ci raccontiamo le nostre sensazioni, scambiamo impressioni, sorridiamo. Nel frattempo le nostre compagne hanno avuto modo di chiarire le intenzioni pacifiche dell’atto, quindi non v’è alcuna conseguenza. Anzi, alla fine sembra che i poliziotti ci abbiamo preso in simpatia. Uno di loro ci saluta con “Arrivederci papesse!”.
È tempo di separarci. Ci salutiamo e ci abbracciamo forte, ci scambiamo le email. Presto verremo a sapere che le cose all’estero sono andate benissimo. Un applauso conclude questa straordinaria giornata. Non la dimenticherò facilmente. Ma aggiungo:

“Se noi ombre vi abbiamo irritato,
non prendetela a male, ma pensate
di aver dormito, e che questa sia
una visione della fantasia.
Non prendetevela, miei cari signori,
perché questa storia d’ogni logica è fuori:
noi altro non vi offrimmo che un sogno;
della vostra indulgenza abbiamo bisogno.
Come è vero che sono un Puck onesto,
se abbiam fallito vi prometto questo:
che per fuggir le lingue di serpente,
faremo assai di più prossimamente.”

da “Sogno di una notte di mezza estate“, di W.Shakespeare, atto V.

 

Per chi fosse interessato, ecco maggiori informazioni:

articolo sulle papesse di Conception (in spagnolo)
articolo sulle papesse di Roma (in spagnolo)
riflessioni di una papessa anonima (in spagnolo)

chissà che non si ripeta l’anno prossimo…

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

“Panariello non esiste” – Teatro Arcimboldi di Milano

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Vi presentiamo Alan Valenza , 27 anni da Milano. Appassionato di sport, in particolare calcio e tennis, ama leggere libri gialli e da 10 anni scrive. Ha iniziato col giornale della scuola pe rpoi proseguire con giornali a tiratura provinciale e regionale. Ha inoltre avuto un’esperienza in tv e una in radio come opinioniosta.[/stextbox]

Giorgio Panariello è tornato. Dopo un’assenza di 3 anni dai teatri italiani torna con uno spettacolo tutto nuovo.  Uno spettacolo dal titolo un po’ particolare, che viene spiegato da Panariello nel primo monologo e che, nonostante sia un comico, fa capire come sia anche un artista che negli spettacoli mette quel poco di malinconia che contraddistingue tutti i grandi comici.

Lo spettacolo è composto da un mix di monologhi sull’attualità (in questo momento non si può tralasciare la politica), e riproposizioni di vecchi personaggi che il pubblico conosce già. Si parte da Merigo, l’uomo sempre ubriaco che perde il suo amato vino; si passa dal dj della discoteca Kiticaca di Orbetello; si arriva al vecchio sempre più solo che ripensa alla vita che sta passando e, con la giusta dose d’ironia, fa capire alla propria famiglia che lui è stato qualcuno nonostante ora sia vecchio.

Il più di questo spettacolo è di sicuro l’orchestra live presente sul palco che compare per la prima volta dopo dieci anni, quando sul palco c’era la Band di Paolo Belli. Con loro, Panariello può rivivere il suo Renato Zero, può cantare canzoni proprie che il grande pubblico non conosce.

Di sicuro possiamo dire che Panariello è tornato senza deludere le aspettative. Le battute sono tutte nuove. Non ha riciclato niente ed è forse per questo che ci ha messo un po’ per tornare nei teatri. Il tour proseguirà in tutta Italia.

____________
Alan Valenza

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

Corrado Guzzanti: ricicli a parte, una perla di satira

Corrado Guzzanti è un genio pigro. Non si tratta di un’infamia, è una cosa emersa durante la sua intervista a “Che tempo che fa” (che potete vedere qui).
I geni pigri sono una maledizione, perché ogni volta che tirano fuori qualcosa di nuovo ti obbligano a bestemmiare perché sai che si tratta di una cosa geniale e che non ne vedrai un’altra per un bel pezzo.

Dopo L’ottavo nano (2001), con la conduttrice e collega storica Serena Dandini, e la parentesi de Il caso Scafroglia (2002), Corrado sparisce dalla tv. Passa temporaneamente al cinema, dove consuma ben tre anni per realizzare il film di Fascisti su marte, che riscuote un successo modesto. Dal teatro, se non si conta Faccia da comico, con la Dandini e Neri Marcorè, mancava invece dal 1998, ben undici anni.
E’ tornato alla ribalta questo aprile, con uno spettacolo chiamato semplicemente Recital.

Recital è una sorta di “nelle puntate precedenti”: un lungo (dura più di tre ore), gustosissimo riassuntone della vita professionale di Corrado. E’ affiancato in questa impresa dalla sorellina Caterina (che ha ormai un curriculum di tutto rispetto sia come comica che come attrice, viste le sue doti recitative in Boris) e dal sempiterno collega e amico Marco Marzocca.
Lo spettacolo parte in quarta con un Giulio Tremonti (attuale ministro dell’economia) che sdrammatizza i più tragici eventi economici recenti banalizzandoli con cinismo e, tra un “povca tvoia, povca puttana” e un altro, finisce ad illustrare paranoiche teorie complottistiche che comprendono persino gli alieni.
Marco Marzocca Subito a ruota vengono presentati i comprimari dello show: Marzocca interpreta un ligio e giovane prete tanto ingenuo da risultare ottuso, personaggio ricorrente come il tema che rappresenta; la Guzzantina si giostra invece tra diversi personaggi, primo fra i quali un’ipotetica Miss Italia stereotipo dell’oca ignorante che si studia le risposte a memoria.
Mentre sul megaschermo passano spezzoni di altri personaggi che purtroppo non saranno eseguiti dal vivo (Antonio Di Pietro, i mafiosi “prestati” alle ronde…), Corrado mette su la pelata di Fausto Bertinotti e ci rende partecipi dei progetti del leader de La sinistra l’arcobaleno: frazionarsi in partiti sempre più piccoli fino a diventare microscopici e, come i virus, attaccare la maggioranza dall’interno, invisibili e fatali.
Dopo la breve pausa bagno che segue la prima ora di show, Corrado riparte con Vulvia, storico personaggio de L’ottavo nano, e il suo “Rieducational Channel”.
Entra poi il più recente Padre Pizzarro, visto a Parla con me, che elargisce vere e proprie perle di satira al vetriolo su religione e chiesa. Segue il lungo ma piacevolissimo intermezzo di Maria Stella Gelmini (attuale ministro dell’istruzione), imitata da Caterina, che sfrutta come spalle il fratello Corrado e Marco Marzocca nei panni di padre Federico.
Le ultime battute dello spettacolo sono inanellate perfettamente partendo dal profeta del dio Quélo, che scopriamo essere morto (!). Mentre padre Federico cerca in tutti i modi di farsi raccontare qualche dettaglio sulla vita nell’aldilà, fa la sua comparsa sul megaschermo niente meno che Gianfranco Funari (realmente morto nel luglio 2008).
Sono momenti davvero tragicomici, raccontati con precisione millimetrica, dato che gli attori in carne ed ossa devono rispondere alla registrazione sul megaschermo in maniera naturale ma senza sforare i tempi programmati. Il redivivo Funari ci informa con il suo tipico distacco da uomo vissuto che anche in paradiso – ora subappaltato – c’è un gran casino, e la burocrazia ti frega. Consiglia ai neo-morti di non firmare mai niente, dato che persino la famosa “luce da seguire” è a carico e costa parecchio. Dopo aver costretto fuori dal palco gli “attori vivi” con i suoi soliti modi, è proprio lui a chiudere lo show, chiosando che non ci invidia per niente, dato che noi dobbiamo sopportare ancora Berlusconi, che ci sta preparando “un bel piattino dimmerda”.
Grandi assenti: Rokko Smitherson, Lorenzo, Brunello Robertetti, Barbagli.

Che dire di Recital… Guzzanti è Guzzanti. E’ in forma, come sempre, e i suoi personaggi sono semplicemente irresistibili. Essendo, come ho detto in apertura, uno “spettacolo polpettone”, va da sé che gran parte dei personaggi ripetono battute già sentite e risentite nel corso degli anni… L’apoteosi del riciclo si ha con Vulvia e con Quélo: è vero che i classici “Spingitori di cavalieri” e “Tu c’hai grossa crisi, stai miagolando nel buio” sono cavalli di battaglia che vengono accolti da scrosci infiniti di applausi, ma non sarebbe stato male pensare qualche battuta nuova… Sono passati quasi dieci anni dalle loro prime apparizioni, e il mondo cambia in fretta… E’ qui che la pigrizia di Corrado mostra il suo aspetto peggiore.

L’umorismo di quasi tutto lo spettacolo è generalmente leggero e parodistico, più che satirico. Ricorda l’atmosfera felice di tempi più rilassati e rilassanti, come quelli di Avanzi e (un po’ meno) L’ottavo nano. L’effetto è strano, perché questo tipo di comicità sembra quasi anacronistica, fuori tempo massimo, e stona un po’ con la situazione sociale ma soprattutto politica, in Italia. Recital è uno spettacolo probabilmente pensato per regalare una boccata di aria fresca… Far ridere senza dar da pensare più di tanto, senza far rodere il fegato tra un’imitazione e l’altra e far uscire dal teatro rilassati e contenti, anziché meditabondi e vagamente incazzati o depressi come si potrebbe uscire, ad esempio, da uno spettacolo moderno di Beppe Grillo, Daniele Luttazzi (in tour con Va dove ti porta il clito) o persino la sorella di Corrado, Sabina (in tour con Vilipendio).

Ho detto “umorismo leggero e parodistico” e qui subito lo nego perché – e questo è il punto chiave di tutto lo show, secondo me – in realtà la parte satirica c’è eccome, e riguarda esclusivamente la religione, i credo e l’istituzione della chiesa. Tramite i personaggi di padre Federico e soprattutto padre Pizzarro, Recital muove un attacco brillante ed intelligente a tutto il sistema metafisico umano. Con una logica sorprendente poiché estremamente lucida, lo mette a nudo senza vergogna e senza mezze misure, con la freddezza con cui uno scienziato studia un batterio posto sul vetrino del suo microscopio.
Sotto questo punto di vista, lo spettacolo di Corrado fa scuola e pesta più duro di – crediateci o meno – un maestro della satira come Daniele Luttazzi, che personalmente considero il punto di riferimento (quantomeno italiano) su questo argomento (teorico e pratico).

Recital vale quindi l’acquisto del biglietto?
Se amate Corrado Guzzanti ed i suoi personaggi, e non storcete troppo il naso a sentire per l’ennesima volta un’abbondante selezione di battute vecchie, precipitatevi a prenotare i biglietti.
Se Guzzanti vi piace il giusto, ma non potete resistere alla satira senza peli sulla lingua riguardante la religione e la chiesa, Recital è una perla in tal senso, filtrata dai personaggi meno nuovi e/o interessanti.
Se conoscete a malapena Guzzanti, ma avete voglia di farvi due sane risate senza poi sentirvi in colpa una volta usciti da teatro, considerate l’ipotesi di andarvi a vedere questo divertente spettacolo.

E speriamo che non tocchi aspettare dieci anni per vedere qualcosa di nuovo. Muovi il culo, Corrado!