Un'Italiana a Bruxelles: votare per corrispondenza

Entro e non oltre il 21 febbraio anche gli iscritti all’Aire (anagrafe italiani residenti all’estero) potranno esprimere la propria preferenza riguardo alle elezioni politiche 2013, fatta eccezione per quelli che, entro il 3 gennaio, avranno scelto e comunicato di voler votare presso il proprio comune italiano. Un voto per corrispondenza, dove le schede elettorali ti vengono comodamente consegnate a casa per via postale, così come vengono rispedite al mittente, senza alcun bisogno di presentare il documento d’identità o la tessera elettorale.

Giovedì 7 febbraio controllo la mia cassetta delle lettere e mi ritrovo una bustona bianca formato A4. Il mittente è la Cancelleria Consolare dell’Ambasciata d’Italia a Bruxelles. All’interno due buste, una bianca con le schede elettorali e una preaffancata da rispedire. Poi due pagine stampate a colori, che mostrano i simboli e l’elenco dei candidati per le elezioni della circoscrizione estera: nove partiti per la Camera e sette per il Senato.Continua a leggere…

Un'Italiana a Bruxelles: la Nazionale agli Europei

Non sono mai stata una grande tifosa. Non seguo il calcio, non ho una squadra del cuore e mi disgusta ricordare che in Italia ventidue società e cinquantadue giocatori sono in attesa di essere processati per un giro di scommesse da milioni di euro.

Ciononostante, è difficile non rimanere affascinati da quell’aura di socialità e senso di appartenenza che rapisce la ragione di chiunque osi mettersi a parteggiare di fronte a un match calcistico. Quando vivi all’estero, la Nazionale si trasforma in una calamita capace di riempire locali con oltre duecento persone che esultano e si abbattono sotto la stessa bandiera, fra italiani per nascita e italiani per scelta…

Dopo la vittoria degli azzurri allo scontro Italia-Germania, Bruxelles si è trasformata nella città del tricolore “verde, bianco e rosso”, sventolato da rumorose macchine di clacson e urla di trionfo. Il centro è presto divenuto il punto nevralgico di festeggiamenti che andavano oltre il risultato della semifinale: un tripudio di incontri inaspettati, abbracci sconosciuti e brindisi senza tregua.

L’occasione per una staffetta al bar marocchino sotto casa, per ritrovarsi di fronte al proprietario con la pelle scura e lo sguardo mediorientale con la maglia azzurra e un sorriso d’intesa. Una nottata a parlare francese e ricambiare giri di birra col ristoratore portoghese, il cuoco algerino e altri volti amichevoli accomunati dal pretesto di una vittoria calcistica da festeggiare. Andare a dormire alle tre e mezza della notte con la testa leggera e un bagaglio di esperienze che senza quegli Europei non avresti mai potuto sperimentare. Una serata che si sarebbe potuta ripetere con la finale di domenica, ma che alla fine ha deciso di concedersi ai tifosi spagnoli.

E adesso che i giochi son finiti, si tornerà giustamente a parlare di tutti gli scandali e la melma in cui sta affondando il mondo del calcio, oscurando quel meraviglioso potere di aggregazione e condivisione che, nonostante tutto, mi ha fatto divertire e mi piace ricordare!

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Un'Italiana a Bruxelles: una spesa formativa

Fare la spesa è un’esperienza in grado di insegnarti tantissime cose sulla città in cui vivi e le persone che la abitano.

All’ingresso del Delehaize sotto casa ti ritrovi un ristretto spazio dedicato alle poche varietà di frutta e verdura concesse, in una Bruxelles in cui ancora sopravvivono i piccoli negozietti di fruttivendoli, panettieri e macellai senza carne di maiale, aperti anche la domenica e gestiti da svariati accenti multietnici. Un’alternativa a cui si aggiungono i meravigliosi mercati del fine settimana e i minuscoli “night shop” per gli acquisti d’emergenza in tarda notte.

Un paio di metri col carrello e ti ritrovi davanti a una distesa di scaffali adibiti a patatine insaporite di ogni cosa, chilometri di marshmallow, caramelle di ogni forma e golosissimi assortimenti di cioccolata.

Basta uno sguardo fra i ristretti spazi dedicati alla pasta per imbattersi negli ingegnosi prodotti d’imitazione di piatti italiani, indice di quanti conterranei abbiano scelto Bruxelles come meta d’emigrazione, e di quanto la cucina nostrana venga apprezzata oltre i confini nazionali. Un ragù alla bolognese amichevolmente detto “alla bolò”, esposto in numerosi vasetti di dimensioni differenti e affiancati da un pesto verde chiaro e una densa salsina ai quattro formaggi. Un tris di prelibatezze che scompare al confronto col giallo paglierino del condimento per la carbonara: un contenitore di vetro da cui traspaiono pezzettoni di pancetta affogati in un miscuglio di surrogato all’uovo e conservanti impareggiabili. Il tutto non troppo lontano dai mitici ravioli in scatola di latta, pronti in cinque minuti di microonde.

Pochi passi ancora per incappare nell’interminabile mondo dei “fromage”, fra il Gouda dai mille colori e la miriade di Brie con forma e stagionatura diversa, ogni volta ribattezzati con nomi sconosciuti e impossibili da ricordare.

A farti perdere completamente il senno è la meravigliosa vetrina dei dolci, con esagerate torte ricoperte da sontuosi merletti di panna montata e altre cremine dal peso specifico del piombo. Un sogno per gli occhi e un incubo per il palato, quando ti ritrovi a morsicare croccanti glasse di zucchero o stucchevoli farciture dalla consistenza del burro. Subito a fianco un’ampia gamma di brioches da colazione con pinze sparse per riporle nell’apposito sacchetto trasparente, in una città dove anche i bar si servono dai supermercati e solo panifici e pasticcerie offrono dolci freschi.

E poi il pane da tagliare a fette, un banco frigo con prodotti strani, e i mitici “speculoos” fra i biscotti da inzuppare nel latte. Fantastiche gallette che hanno oramai colonizzato l’intero reparto dolciario, tra cioccolati allo speculoos, gelato allo speculoos, tiramisù allo speculoos, crema spalmabile allo speculoos e numerosi eccetera eccetera allo speculoos. Prelibati biscottini a base di cannella tradizionalmente preparati per la festa di San Nicola: il protettore dei bambini da cui avrebbe anche avuto origine il mito di Santa Claus e che viene festeggiato il 6 dicembre con interminabili pranzi in famiglia e dolci infilati in ogni pietanza.

Dulcis in fundo, scaffali di birre, tra bionde, scure e trappiste, che costano meno delle rare casse di acqua in bottiglia, un prodotto praticamente bandito in un Paese in cui la maggioranza preferisce dissetarsi dal rubinetto.

Una spesa formativa dunque, alla scoperta di una cultura così vicina eppure tanto lontana.

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Un'Italiana a Bruxelles: a cena fuori

“Stasera andiamo a cena fuori per festeggiare il mio nuovo lavoro”, esordisce il mio dolce fidanzato intorno alle 20.30 di sabato sera… Una doccia veloce, un paio di orecchini per darmi un tono d’eleganza e una passeggiata svelta verso un famoso ristorante consigliato da un’amica.

“La cuisine est fermée”, ribatte con un sorriso seccato un distinto cameriere, quasi a voler rimarcare l’ovvietà di una cucina chiusa alle nove e mezza di sera. Scopriamo così la caratteristica principale che accomuna la maggior parte dei “resto” bruxellesi e li differenzia dalle cosiddette “brasserie” e dai “bistrot”, dove anche i più ritardatari e meno organizzati hanno la possibilità di trovare del cibo fino a tardi.

Incappiamo in un locale dall’apparenza signorile e sofisticata, con enormi lampadari in stile Luigi XIV, sgargianti maioliche fiorite alle pareti e arredi in marmo e legno scuro. Ci viene incontro un giovane garzone in completo da sposo che ci accompagna verso un minuscolo tavolino non troppo pulito e sprovvisto di tovaglia, affiancato da una rigogliosa pianta di plastica impolverata che d’improvviso cancella l’ostentata raffinatezza del locale. A rimetterci definitivamente a nostro agio uno sguardo al terrificante pavimento con piccole mattonelle bianche e azzurrine disegnate con strisciate di sporco e un cameriere impacciato che dopo un’incomprensibile glorificazione francese di una bottiglia di vino ci riempie i bicchieri colorando di gocce rosse i tovaglioli di carta avvolti attorno alle posate.

Anche questo è Bruxelles… Con locali chic e luridi allo stesso tempo, dove l’HACCP è considerata l’errata trascrizione del gruppo musicale dei “Fedeli alla linea”. Con camerieri sprovvisti di taccuino che possono tornare anche cinque volte al tavolo per richiederti cosa vuoi da mangiare. Con bagni sotto terra e due rampe di scale per raggiungerli e con tanti cari saluti ai disabili e alle leggi che dovrebbero rendere la loro vita più facile. Con cataste di sacchi d’immondizia a fianco dell’interminabile fila all’ingresso della discoteca più famosa della città, dove il profumo della ragazze in abito da sera che attendono in coda si mescola all’olezzo rilasciato dai bustoni bianchi.

Contraddittorie immagini di vita vissuta, per un Belgio che alle volte stenta davvero a conformarsi all’immagine diligente e ordinata che tipicamente caratterizza un Paese nordeuropeo.


Un'Italiana a Bruxelles: al corso di Francese

Partita con l’idea che per un’italiana imparare il francese sarebbe stata una passeggiata, sono incappata nel peggior corso che Bruxelles potesse offrire…

Arrivata troppo tardi per poter accedere ai test d’ingresso degli istituti più seri, decido di spendere quindici euro al mese con la convinzione che sia meglio apprendere poco piuttosto che niente, e mi ritrovo seduta sulle scomode scale in legno di un’aula pensata per accogliere massimo cinquanta persone, ma che a quanto pare riesce a stiparne anche venti in più.

Una stanza gremita di età differenti, dove accenti asiatici e sud americani si confondono in una mescolanza di difficoltà che possono anche richiedere due intere ore di lezione per imparare i soli numeri.

Un appuntamento con un insegnante ogni volta differente, tra il divertente omino pelato costretto ad ascoltare un’anziana donna brasiliana che si ostina a rispondergli in portoghese e l’elegante signora belga che spiega la lezione imbarazzata dal galante invito a cena di un giovane studente colombiano.

Un “rendez vous” con una pausa intermedia che può durare il tempo di un caffè, una sigaretta e una chiacchierata tirata per le lunghe, e dove si può arrivare anche a fine lezione, giusto per firmare la presenza.

Corsi di lingua che si alternano a classi di informatica e marketing, con appesi in bacheca anche i listini per i servizi di “nettoyage” domestici, e il signore russo della portineria che lavora anche la domenica sera.

Un’esperienza formativa divertente e originale, dove l’apprendimento del francese si trasforma in una mera cornice, per racchiudere il grottesco quadretto che mi accompagnerà sino all’inizio di un futuro corso più credibile…

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Un'Italiana a Bruxelles: stupidi spunti di nostalgia patriottica

L’Italia ha tanti problemi. La seconda prima Repubblica, i soliti condoni, i soliti evasori fiscali, le solite collusioni con la mafia, il solito debito pubblico e i soliti “tanto funziona così”. Pagine di giornale che si ripetono giorno dopo giorno spingendoti oltre i confini nazionali, proprio laddove, inaspettatamente, riemerge quell’inventario di meraviglie che te la fanno ricordare come uno dei Paesi più belli.

Senza troppa ironia, inizierei dal bidet. Quel meraviglioso oggetto dimenticato dagli stati nordici e ingiustamente rimpiazzato da insulse salviettine umidificate. Quell’ingegnoso sanitario senza il quale la doccia non rappresenta più un piacere da fine giornata quanto un bisogno da prima mattina.

Continuerei col cibo, ripensando alle distese di frutta e verdura a chilometro zero, mentre faccio la spesa scegliendo fra prodotti di colore e forma diversa accomunati dallo stesso insapore, arrivati a destinazione chissà da dove, chissà da quando.

Proseguirei ancora con la strana organizzazione della raccolta differenziata, nella capitale europea da cui s’impongono le percentuali minime di rifiuti necessariamente recuperabili. Una Bruxelles in cui si separa il vetro colorato da quello bianco ma l’organico finisce nel sacchetto dell’indifferenziato insieme a svariati tipi di plastiche che in Italia si riciclano ormai da tempo.

Procederei con l’idea di organizzare il letto con due lenzuola e una coperta invece che ridurre la seconda a semplice “fodera per piumone”, decisamente poco adattabile alle mezze stagioni e incomprensibile per chi ama coprirsi anche ad alte temperature. E andrei avanti con la mancanza di avvolgibili o tapparelle, che impongono doppie tende alle finestre per cercare il buio nelle meritate notti di sonno.

Concluderei infine con la banale nostalgia per quella colorata luminosità che caratterizza il rinomato “Bel Paese”, contrapposta a quel pesante grigiore che impregna l’architettura bruxellese, anche quando il sole concede una visita alla città.

Piccoli particolari che ti condizionano la vita, ricordandoti l’originalità di certe abitudini che un tempo davi per scontate. Un’esperienza da capire e una città da amare anche per questa sua contraddittoria opportunità: fra la curiosa scoperta di una realtà inesplorata e un’imprevista rivisitazione delle tue origini.

 

Un'Italiana a Bruxelles: una città indefinita…

Bruxelles è una città difficile da capire, e quindi da raccontare. Una mescolanza di colori e accenti, dove la totale mancanza di caratterizzazioni impedisce di rappresentarla in un’identità ben definita.

Un puzzle di quartieri distinti per la connotazione etnica delle persone che vi abitano, dove dieci minuti di metro possono trasportarti verso l’Africa di Matongé, accompagnarti fra i palazzoni vetrati della Comunità Europea o immergerti nello stile arabico di Molenbeek.

Un viaggio sotterraneo in cui la moltitudine di suoni e sfumature si riunisce per condividere uno spazio colmo di odori e vite immaginate, tra sguardi incorniciati da variopinti chador e gli inconfondibili tratti sbiaditi dei pochi autoctoni rimasti in circolazione. Ma basta riemergere in superficie per imbattersi nell’uniformità di ciascuna zona e ritrovarsi a mangiare economici platani fritti e pollo in salsa d’arachidi serviti da una longilinea ragazza con la pelle d’ebano. Oppure incappare in un bar dove non servono alcolici e l’essere l’unica donna ti fa sentire come un faro nel deserto.

Bruxelles è la città delle patatine fritte nello strutto, delle Jupiler “vuoto a rendere” e delle domeniche nei mercati di Clemenceau e Gare du Midi, dove per qualche ora pare di essersi teletrasportati fra le assordanti compravendite di una piazza marocchina. “Un euro, Un euro”, gridano a ritmo serrato gli strepitanti venditori in piedi sopra le distese di bancali di frutta e verdura. Dall’altra parte i chioschetti di panini, cibi esotici e dolci sconosciuti ti invitano a passare il tempo fra sfiziosi assaggini e cassette di frutta regalata all’orario di chiusura, mentre la flebile pioggia incessante continua a scivolare sulla rassegnata indifferenza dei passanti…

Un'Italiana a Bruxelles: il viaggio

Una coppia di giovani speranzosi, una Renault Clio del 2001 e un bagagliaio stracolmo di valige e scatole, dominato da una testa parlante di Darth Fener: totem di ricordi universitari e di una stravagante passione cinematografica.
Una lacrima interrotta e un abbraccio di saluto, per scappare da una quotidianità pagata a quattro soldi, fra pacche sulle spalle e bile nello stomaco.

1200 chilometri da percorrere e sei nazioni da attraversare, con un bagaglio di nostalgia e punti di domanda, diretti verso quell’Estero tanto invidiato. Alle spalle una città di ricordi e l’amicizia delle persone che l’hanno vissuta insieme a te.

Un viaggio da 16 ore, alla scoperta di quei piccoli particolari che i libri di geografia non ti raccontano.

In Svizzera un uomo in divisa ti ferma alla dogana e ti invita a scendere dall’auto per pagare 40 franchi di autostrada (poco meno di 40 euro), con una differenza restituita in spicciolini elvetici mai più riutilizzabili.

In Germania le autostrade non si pagano e la mancanza di limiti di velocità ti invoglierebbe a schiacciare il piede sull’acceleratore, se non fosse per i continui “baustelle” (lavori in corso) “umleitung” (deviazioni) di cui nemmeno gli impeccabili tedeschi riescono a fare a meno.

Una notte nel freddo campeggio della meravigliosa Friburgo e due pasti a base di wurstel e birra prima di ritrovarsi ai caselli autostradali francesi, dove il panico per la mancanza del ticket passa solo dopo aver scoperto che la tariffa è già prestabilita.

Neppure Lussemburgo e Belgio riescono a riportarti al vecchio motto “all’estero la benzina costa meno”, sebbene fare il pieno dopo aver chiesto a due passanti quale fosse il carburante giusto per la tua auto ti faccia provare sensazioni impareggiabili: tra gusto del rischio e cieca fiducia verso il prossimo.

Una coppia di italiani in terra straniera, in una Bruxelles meno fredda e piovosa del previsto, dove la prospettata internazionalità lascia invece ben poco spazio a coloro che non parlano francese e fiammingo. La capitale dell’Unione Europea in cui viene richiesto un interprete per iscriversi all’ufficio di collocamento, e dove scopri che non solo in Italia le persone manifestano una certa avversione per la lingua inglese.

Un’avventura appena cominciata e una pagina bianca da riempire, tra ansie, speranze e mille curiosità…

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