Campagna di obbedienza civile per il referendum sull'acqua

È passato quasi un anno da quando, il 12 e 13 giugno del 2011, ben 26.130.656 cittadini italiani hanno barrato “sì” sul secondo quesito referendario che faceva riferimento alla “determinazione della tariffa del servizio idrico integrato”.

Il 20 luglio 2011 la pubblicazione del Decreto del Presidente della Repubblica n°116 sanciva ufficialmente l’abrogazione della norma che consentiva ai gestori di caricare sulle nostre bollette anche la componente della “remunerazione del capitale investito”: una cifra pari a circa il 7% della sommatoria degli investimenti effettuati nel periodo di affidamento al netto degli ammortamenti. Una voce che incide fra il dieci e il venticinque percento del valore complessivo delle bollette e che nessun gestore si è ancora degnato di cancellare, con tanti cari saluti a quel 95,8% di votanti che ha espresso parere favorevole riguardo alla soppressione di tale contributo.

È per questo motivo che dal gennaio 2012 il Forum dei Movimenti per l’Acqua ha lanciato la “Campagna di Obbedienza Civile”, invitando i cittadini a pagare le bollette relative ai periodi successivi al 21 luglio 2011 applicando una riduzione pari alla componente di costo della “remunerazione del capitale investito”. Una campagna in cui non si “disobbedisce” a una legge ingiusta, ma semplicemente si applica una legge esistente con l’obiettivo di ottenerne l’applicazione da parte dei gestori del servizio idrico.

Un’azione collettiva sostenuta dagli svariati comitati per l’acqua disseminati sul territorio nazionale, che si occupano di guidare i cittadini in questa mobilitazione per l’affermazione di un diritto sancito legalmente. Un’attività che prevede un preciso iter burocratico, come l’invio della diffida all’AATO (Autorità Ambito Territoriale Ottimale) e di un reclamo all’ente gestore, con procedure che dovrebbero garantire ai cittadini di non incappare in azioni giudiziarie o sanzioni di alcun genere.

Una campagna a cui tutti possiamo prendere parte, consultando il sito www.acquabenecomune.org e scoprendo il proprio sportello informativo di riferimento in base al comune di residenza. Perché il referendum è uno dei pochi strumenti di democrazia diretta che ci è rimasto e perché, come afferma lo slogan dei Movimenti per l’acqua: il nostro voto va rispettato!

 

 

L’acqua di Fukushima, tra radioattività e patriottismo

Ho appreso da giornali e televisioni che qualche giorno fa un parlamentare e membro del governo giapponese ha bevuto un bicchiere d’acqua preso da una vasca radioattiva situata all’interno dell’edificio che ospita l’ormai famosissimo reattore di Fukushima. Come tutti sanno, mi riferisco all’impianto che subì gravissime conseguenze dopo il terremoto della scorsa primavera e che per settimane ha monopolizzato l’attenzione della popolazione mondiale, facendola riflettere su un tema di interesse globale come, per l’appunto, l’utilizzo del nucleare. Anche noi, al tempo, avevamo approfondito l’argomento con degli articoli molto curati che cercavano di dare non solo un’interpretazione, ma anche una descrizione scientifica dell’accaduto. Ecco i link dei nostri precedenti articoli sull’argomento:

Nubi sul sol levante di Dario Ganci.
Fukushima febbre nucleare di Steppenwolf.

Yasuhiro Sonoda, questo è il nome del parlamentare, al fine di dimostrare l’efficacia del sistema di decontaminazione dell’impianto di Fukushima ha ingerito davanti a un mare di giornalisti sbalorditi, e con un neanche tanto velato nervosismo, un bicchiere d’acqua presa proprio da quel reattore tacciato di essere fortemente inquinato da scorie radioattive. La scena, a mio parere, è stata connotata da un mix di drammaticità e comicità. Da una parte, il pubblico rideva perché non credeva a quanto stesse accadendo dubitando della veridicità della dimostrazione, dall’altra, il gesto di Sonoda è stato visto come un tragico atto di estremo patriottismo, in termini di difesa dell’attività di governo. Per fare un paragone con la nostra Italia, a mero titolo esemplificativo, immaginiamoci Berlusconi che, per dimostrare la funzionalità delle nostre discariche, si abbevera dalle falde acquifere napoletane sulle quali abbiamo visto scorrere violentemente e incessantemente, durante l’alluvione di questi giorni, un mare informe di rifiuti dall’aspetto di certo non rassicurante.

Tornando al nostro parlamentare giapponese c’è da dire che, non a caso, le telecamere di tutto il mondo si sono soffermate sul suo volto, visibilmente nervoso, quasi terrorizzato e improvvisamente preso dal panico, mentre l’uomo esaudiva la richiesta di un’imminente dimostrazione dell’efficacia dell’impianto di decontaminazione. Le sue mani tremanti hanno fatto il giro del mondo e sinceramente ho provato una stretta allo stomaco nell’osservare quel gesto estremo. Ci vedo ben poco di patriottico, però, in un tentativo di rassicurare la popolazione attraverso un’azione tanto estrema quanto insignificante. Un dato di fatto è che la conferenza stampa del membro del governo Sonoda (ancora più assurdo sarebbe stato il medesimo gesto fatto da un parlamentare dell’opposizione) si è conclusa con le seguenti parole per nulla rassicuranti: “Il semplice fatto di bere quest’acqua non significa che la sicurezza sia confermata. Ne sono consapevole. Il modo migliore è fornire dei dati al pubblico”. Purtroppo nessuno ha presentato questi dati scientifici dalla funzione rasserenante all’opinione pubblica e dubito che qualcuno sia in grado, ad oggi, di confermare la non contaminazione di quell’acqua. Speriamo soltanto che a farne le spese non sia la popolazione mondiale (cosa che reputo assai utopica) e, dopo quanto accaduto, in prima persona il patriottico parlamentare giapponese, al quale questo gesto spero sia valso per lo meno una medaglia al merito.

Probabilmente il mondo intero avrebbe preferito qualche dato scientifico in più da parte del governo giapponese, anche a costo di un po’ di spettacolarità in meno, soprattutto considerando che per quanto io possa credere che quell’acqua non sia contaminata, il che mi sembra assai strano, faccio una grande fatica ad immaginarmela oltretutto anche “potabile”. Ci viene poi assicurato che l’acqua era stata precedentemente decontaminata da ogni traccia di iodio radioattivo e di cesio 134 e 137 e allora la domanda è un’altra: se l’acqua bevuta dal parlamentare è stata ulteriormente decontaminata, oltre alla decontaminazione che viene effettuata dagli appositi macchinari situati nel reattore, non è questo sufficiente a dimostrare che non si tratta della stessa acqua che si trova nella celebre vasca che ospita il reattore di Fukushima? A voi la risposta, io credo di poter tirare un sospiro di sollievo, non certo per la salute della popolazione mondiale, ma soltanto per quella del “patriottico” Sonoda.

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Referendum: ce l'abbiamo fatta

Ci hanno provato in tutti i modi: hanno sminuito la campagna, non li hanno accorpati con le elezioni amministrative, hanno invitato all’astensionismo, hanno fatto decreti per spostare in là di qualche anno il nucleare, l’informazione elettorale televisiva che rasenta lo zero assoluto, date sbagliate annunciate nei TG nazionali, esponenti politici che parlano ad urne ancora aperte, ormai non sapevano più cosa inventarsi.

Eppure il quorum è stato raggiunto, l’Italia ha risposto in maniera meravigliosa alla chiamata dei referendum, il momento più importante per i cittadini, il momento in cui possono decidere del proprio futuro. La vittoria è nostra, vostra, di tutte le persone che si sono rimboccate le maniche da mesi, dei comitati elettorali, dei social network e dei blog che ancora una volta hanno dimostrato tutta la loro potenza, la potenza che viene dal basso, la potenza del popolo, la vera democrazia. Il boicottaggio verso questi referendum è stato palese, selvaggio, in alcuni casi ai limiti della legalità, tutto all’italiana, come siamo abituati ormai da tempo. Ma la gente si è stancata, i cittadini si sono stancati di tutto questo. Lo avevano già dimostrato nella tornata elettorale delle amministrative. “Il vento sta cambiando” dicevamo. Oggi possiamo dire che il vento è cambiato. Il popolo italiano può ammirarsi e amarsi oggi, perché è riuscito in un’impresa storica, perché ha urlato a squarciagola che non vuole il nucleare, non vuole l’acqua privatizzata, non vuole il legittimo impedimento. E i politici dovranno darne conto adesso.

Ci siamo ripresi con la democrazia, con la forza delle parole, con l’impegno della gente comune quel pezzo di decisioni sul nostro futuro, un futuro che appartiene soltanto a noi e ai nostri figli. Ciò che colpisce di più non è tanto la valutazione politica dietro al voto (che pure andrà fatta), la vittoria non è stata “contro Berlusconi.” Anzi, colpisce quanto poco si sia parlato dell’Imperatore dimezzato in vacanza in Sardegna in questi giorni, a nessuno importava. Questa vittoria è prima di tutto una vittoria del cittadino libero, una vittoria di un popolo che vuole riprendere in mano le sorti di un Paese che sta andando allo sbando. È il ritorno alla politica dal basso, all’attivismo, ai movimenti che non si sono schierati dietro nessuna bandiera, movimenti lontani dai partiti. Semplici ragazzi e ragazze, nonni, maestre, operai, chiunque si è attivato per la campagna. Ed ancora una volta bisogna sottolineare l’immensa potenza della rete, di internet, dei social network. Le campagne sui referendum sono state un’infinità (anche noi abbiamo dedicato un ampio speciale, come sapete, se ci seguite sempre.) Sono partite dal semplice Facebook, da Twitter, e si sono sparse a macchia d’olio nella real life, con volantini, gente con i cartelli, il passaparola.

Ricorderemo questo Referendum come un’enorme festa della democrazia, il giorno in cui il popolo italiano ha dimostrato che non si è addormentato, che non si è rassegnato, che ci crede ancora. Sarà compito adesso della classe politica cogliere il segnale da questa stupenda vittoria. Il Governo è in ogni caso giunto al capolinea, questo ormai sembra chiaro, poco importa che trascini le sue stanche membra ancora per qualche anno o meno. L’epoca del berlusconismo è finita. Ne abbiamo avuto assaggio alle scorse elezioni, e oggi abbiamo la conferma scritta in calce che è proprio così. Il tappo è saltato, l’Italia vuole un cambiamento forte e deciso.

E se non ci aiuta la politica, abbiamo dimostrato che possiamo benissimo farcela da soli.

Ci siamo ripresi il nostro presente, così come ci siamo ripresi il nostro futuro.

 

Nestlé: "Privatizziamo l'acqua e quotiamola in borsa"

Mentre l’Italia si prepara a decidere se accettare che la gestione dei servizi idrici venga assegnata a società private, la multinazionale svizzera Nestlé mette le mani avanti e propone di istituire una Borsa internazionale dell’acqua.

Lo ha dichiarato all’agenzia di stampa Reuters il presidente della società Peter Brabeck, sottolineando che una scelta di questo tipo “così come per altre materie prime, contribuirebbe a regolare il problema della carenza di questo bene prezioso”. La multinazionale svizzera, già da tempo soggetta a una campagna internazionale di boicottaggio per la sua politica sul latte in polvere per l’infanzia (www.ribn.it/), sostiene infatti che le leggi del mercato renderebbero più efficace e funzionale lo sfruttamento delle risorse idriche. “Quando la domanda aumenta – ha spiegato il presidente Brabeck – il mercato reagisce e la gente comincia a usare la risorsa in maniera più efficiente”.

La Nestlé proporrebbe dunque di trasformare l’acqua in una merce a valenza economica e quotarla in borsa, e la cosa non stupisce, considerando anche gli interessi economici che questa società già ha nel mercato delle risorse idriche.

Il gruppo presieduto da Peter Brabeck è, come risaputo, leader mondiale nell’industria di trasformazione degli alimenti e delle acque minerali. Già nel 2005 la Nestlé Waters vendeva 19 miliardi di litri d’acqua all’anno in tutto il mondo, con un fatturato di oltre 5,7 miliardi di euro, come si legge nella “Piccola guida al consumo critico dell’acqua” di Luca Martinelli, edita da Altreconomia.

Molte delle marche di acque minerali vendute in Italia appartengono al gruppo Nestlé Waters, con incassi elevatissimi e spese di canone veramente irrisorie: Levissima (produce oltre 900 milioni di litri annui pagando un canone di appena 464 mila euro); Vera e Vera Santa Rosalia (produzione di oltre 800 milioni di litri all’anno con un canone di circa 3 milioni e 400 mila euro); San Pellegrino (produce oltre 400 milioni di litri con canone di circa 200 mila euro annui), Panna (produzione di oltre 200 milioni di litri e un canone di circa 46 mila euro ), Pejo (produce circa 110 milioni di litri con canone di circa 26 mila euro annui), Lora di Recoaro (produzione di 122 milioni di litri per 292 mila euro) e San Bernardo (150 milioni di litri prodotti con canone annuo di circa 100 mila euro).

Questo è ciò che accade per le acque minerali che vengono imbottigliate e vendute nel mercato internazionale. Con la sua recente proposta la Nestlé vorrebbe delegare alla logica di mercato il compito di stabilire i prezzi delle risorse idriche quotando tale “prodotto” in borsa, come è già avvenuto per altri beni come grano e petrolio, con le conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

La proposta della multinazionale ha peraltro già trovato consenso nella regione canadese di Alberta, dove il presidente Brabeck ha spiegato di voler “risolvere” il problema della concorrenza, tra agricoltori che necessitano d’acqua per i raccolti e le compagnie petrolifere che utilizzano ingenti quantità di risorse idriche per estrarre il petrolio dalle sabbie bituminose, come spiega la testata giornalistica Agora Vox. Il governo di Alberta avrebbe dunque scelto di distinguere tra diritti alla terra e diritti all’acqua, in modo che il possesso della terra non dia automaticamente diritto all’acqua che vi scorre. Un episodio che può servire a dimostrare quanto consenso potrebbe trovare la proposta della Nestlé.

L’unico potere rimasto a noi cittadini, in questa complessiva degenerazione, è dunque di scegliere quale messaggio dare il 12 e 13 giugno, quando saremo chiamati a rispondere ai due quesiti referendari che ci interrogano sulla possibilità di assegnare la gestione delle nostre risorse idriche a enti pubblici o imprese private. Sarà il caso di rifletterci?

Referendum: storia dei SÌ e dei NO

Tra circa un mese si terrà un referendum su alcuni argomenti molto importanti. I quesiti saranno quattro: il primo riguarderà il “legittimo impedimento”, il secondo sarà incentrato sul nucleare e gli ultimi due quesiti riguarderanno la privatizzazione dell’acqua pubblica.

Come sempre, non mancano polemiche di vario genere e la classe politica si divide in favorevoli e contrari. Quando il popolo viene chiamato a votare, è un momento di grande democrazia e la storia del nostro paese di consultazioni popolari. Il primo referendum è stato quello “istituzionale” del 2 giugno 1946 quando il popolo italiano fu chiamato a votare per la monarchia oppure la repubblica. La maggioranza della gente si dichiarò favorevole a quest’ultima con circa dodici milioni di voti contro i dieci in favore della monarchia. Da qui nacque la Repubblica e non mancarono incidenti e scontri nelle piazze dopo il risultato elettorale. Per questo referendum non era previsto il quorum di validità, cioè il raggiungimento della soglia del 50% + 1 dei votanti.

Sono stati tre i referendum per cui non era previsto il quorum:

Nel 1989 sul conferimento del mandato costituente al parlamento Europeo: vinsero i sì con l’88%.

Nel 2001 sulla modifica del titolo V della Costituzione: i favorevoli furono circa il 64,2%

Nel 2006 sulla modifica della parte seconda della Costituzione. Stavolta vinsero i contrari con il 53,6% dei votanti.

I referendum abrogativi di determinate leggi sono 62.

Uno dei più importanti è quello sul divorzio nel 1974. In pratica, si trattava di votare l’abrogazione della legge Fortuna-Baslini del 1970 con la quale era stato introdotto in Italia il divorzio. Vinsero i NO con il 59,3%

Un’altra consultazione elettorale da ricordare è quella riguardante l’abolizione della pena dell’ergastolo. Era il 1981 ed anche stavolta i NO prevalsero con il 77,4%.

Nello stesso anno il popolo italiano fu chiamato a votare per l’abrogazione di alcune norme riguardanti l’interruzione di gravidanza, ma i NO vinsero anche in questo caso con l’88,4%.

Nel 1985 i NO vinsero con il 54,3% sull’abolizione della norma che comportava un taglio dei punti della scala mobile. Il referendum fu promosso dal PCI e trovò la forte opposizione del PSI.

Come detto, il prossimo 12 giugno saremo chiamati a decidere anche sul nucleare, cosa che il popolo italiano ha “già fatto” nel 1987 (per usare una semplificazione, ndR). In questo caso la maggioranza si espresse con il SÌ per l’80,6%.

Ci sono poi casi di consultazioni popolari dal carattere esclusivamente politico, tipo quella del 1993 quando il popolo decise sull’abrogazione della legge elettorale per introdurre il sistema maggioritario: i SÌ furono l’82,7%.

Ci sono poi i referendum non validi per il mancato raggiungimento del quorum: tra questi i principali sono quello del 1995 sull’abolizione dei poteri speciali riservati al Ministero nelle aziende privatizzate; quello del 1997 sull’abolizione del sistema di progressione delle carriere dei magistrati; quello del 1999 che riguardava l’abolizione della quota proporzionale nelle elezioni della Camera dei Deputati; quello del 2005 sulla procreazione assistita.

Il referendum resta, comunque, uno strumento di democrazia molto importante, con il popolo chiamato a decidere su questioni di una certa rilevanza. Certe volte, però, i quesiti vengono appositamente formulati dalla politica in un modo molto tecnico per cui non sempre è facile comprendere il significato del referendum. La storia è piena di referendum fatti fallire appositamente dalla politica che, dopo una consultazione “sorprendente”, ha fatto leggi per aggirare il verdetto popolare.

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Verso i referendum – parte 2: l'acqua

Come promesso, vi presentiamo il primo di tre articoli per spiegare i quesiti dei referendum abrogativi dei 12 e 13 giugno. Iniziamo con i due quesiti riguardanti la gestione del servizio idrico. Più semplicemente, l’acqua pubblica.

Il primo dei due quesiti propone l’abrogazione dell’articolo 23 bis della legge 133/2008,approvata dall’attuale governo Berlusconi, nota come decreto Ronchi, dal nome dell’allora ministro per le politiche comunitarie autore del provvedimento. L’articolo in questione stabilisce che la gestione del servizio idrico non può più essere affidata a società interamente pubbliche. Essa deve essere affidata a privati tramite gara d’appalto, oppure direttamente a società a capitale misto pubblico e privato, in cui il privato sia vincitore di una gara d’appalto e possieda una quota non inferiore al 40%. In parole povere, significa che la gestione dei vari acquedotti viene privatizzata. L’effetto più importante è la trasformazione del servizio idrico da, appunto, servizio a prodotto. Di fatto, l’acqua non è più un bene erogato dal comune ma un bene commerciale, non diversamente dai servizi telefonici, o dalla corrente elettrica. Di fronte a queste critiche, i sostenitori del provvedimento obiettano che il bene rimane pubblico, poiché è solo la gestione a poter essere privata. L’argomento è francamente debole. Dal momento in cui un qualsiasi bene o servizio viene distribuito da un soggetto privato, pur non possedendo questi la proprietà formale, ne detiene comunque il controllo.
Non è solo una questione di chi sia il proprietario o di chi prenda le decisioni. La norma apre le porte allo sfruttamento commerciale dell’acqua come prodotto, con ampi margini di lucro. La differenza principale tra gestione pubblica e privata è infatti negli scopi. L’obiettivo di un ente pubblico è garantire un servizio senza perdite economiche. Quello di un privato è massimizzare il profitto. Occorre mettersi d’accordo su cosa sia l’acqua. Per i promotori del referendum, favorevoli all’abrogazione della legge, l’acqua è un bene comune inalienabile, fondamento della vita, la cui disponibilità deve essere garantita a tutti. Un privato, legittimamente, non può pensarla in questo modo a meno di suicidarsi commercialmente.
Altro argomento sostenuto dai fautori della legge e del no al referendum è la scarsa efficienza della rete di distribuzione dell’acqua nel nostro paese, frutto della gestione pubblica. In realtà è sbagliato parlare di scarsa efficienza. La situazione è disastrosa. La media delle perdite dall’intera rete nazionale è pari a circa il 30%. Per ogni litro d’acqua che esce dal rubinetto, circa 0,4 litri vanno persi. Ma cosa garantisce che i privati migliorino l’efficienza della rete, operando i necessari interventi? L’idea che il privato funzioni necessariamente meglio che il pubblico è un falso mito. Numerosi campi, dalla scuola alla sanità, dimostrano che le eccellenze risiedono spesso nel settore pubblico. Inoltre, non è affatto vero che i privati migliorerebbero la situazione degli acquedotti, semplicemente perché la manutenzione della rete rimane in mano pubblica, in virtù del fatto che l’acqua rimane formalmente un bene comune. È una situazione simile a quella della rete ferroviaria, in cui la gestione dell’infrastruttura è pubblica mentre l’erogazione del servizio di trasporto è affidata a società terze, anche private. Per lo stesso motivo se la manutenzione dell’acquedotto è pubblica ma la bolletta dell’acqua, molto banalmente, è privata, gli eventuali interventi sulla rete non possono che essere finanziati in modo indipendente dall’utenza effettiva. Che vuol dire? Che i lavori sull’acquedotto sono pagati dalle tasse, mentre sarebbe più corretto che fossero gli effettivi utilizzatori dell’acqua a pagare proporzionalmente al consumo. A questo proposito, è utile notare che le tariffe italiane sono generalmente basse rispetto alla media europea, proprio perché i necessari interventi manutentivi sulla rete non sono stati effettuati come necessario.

Il secondo quesito sull’acqua propone l’abrogazione di un comma dell’articolo 154 del Decreto Legislativo 152/2006, approvato dal terzo governo Berlusconi. L’articolo elenca i criteri di determinazione delle tariffe. Il referendum propone di cancellare, fra questi, quello “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”. Questa frase permette al gestore del servizio di includere nella bolletta un 7% che rappresenta un profitto aggiuntivo in virtù dell’investimento effettuato. Praticamente il gestore può permettersi di far pagare di più tutti solo per il suo guadagno, senza legami con il servizio erogato. Con questo provvedimento, precedente di due anni il decreto Ronchi, si aprì la strada alla possibilità di lucro sul servizio idrico di cui sopra. È tanto semplice quanto odioso.

Sia l’aspetto di manutenzione della rete quanto quello di vigilanza della tariffazione dovrebbero essere governati da un’agenzia di controllo. Simile a quella che pochi giorni fa il governo ha istituito, rafforzando l’attuale Commissione Nazionale per la Vigilanza sulle Risorse Idriche, trasformandola nell’Autorità per l’acqua. Le parole del sottosegretario Saglia hanno confermato il sospetto che la mossa non sia che un tentativo per gettare polvere negli occhi dell’opinione pubblica e scongiurare così il raggiungimento del quorum di tutti i referendum, legittimo impedimento, guarda caso, compreso. Ma questa è un’altra storia, che se avete letto la prima parte conoscete già.

P.S.: Nel frattempo la RAI ha cominciato a trasmettere gli spot informativi sui referendum. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire.

Gli altri articoli sul Referendum:

 

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Verso i referendum – parte 1: perché votare

Gli ultimi giorni hanno visto un susseguirsi di notizie e aggiornamenti su temi molto dibattuti, come ad esempio la Libia, i conseguenti mal di pancia nella maggioranza o la campagna elettorale in vista delle amministrative. Tuttavia, non altrettanto si parla dei referendum del 12 e 13 giugno prossimi. Per questo motivo Camminando Scalzi ha deciso di dedicare una serie di articoli ai quesiti referendari oggetto di consultazione.

Cominciamo dall’inizio. Si tratta di referendum abrogativi, ossia propongono l’abrogazione di alcune leggi in vigore. I temi interessati sono tre, oggetto di quattro quesiti. I primi due riguardano la privatizzazione e la tariffazione dei servizi idrici (la gestione dell’acqua pubblica, per intenderci); il terzo quesito è quello sul ritorno all’energia nucleare; l’ultimo, ma certamente non meno importante, sul legittimo impedimento.

Dei singoli quesiti parleremo in tre articoli che pubblicheremo nei prossimi giorni. Per il momento, è interessante fare qualche osservazione sul modo in cui ci stiamo avvicinando alla data dei referendum. È in atto, infatti, un tentativo neanche troppo velato di mettere la sordina all’intera questione, evitando o procrastinando il dibattito pubblico sui temi interessati dalla consultazione (si spera che la RAI, con il nuovo direttore generale, ricominci a esercitare la sua funzione di servizio pubblico). Come per tutti i referendum abrogativi, nell’eventualità che non venga raggiunto il quorum del 50% + 1 degli aventi diritto al voto, il risultato delle votazioni non sarebbe valido, risolvendo la faccenda con un nulla di fatto e, quindi, mantenendo in vigore le leggi in esame. Anche la scelta delle date rientra nella stessa logica. I comitati promotori e le opposizioni avevano chiesto che la consultazione fosse fissata in concomitanza dei ballottaggi delle elezioni amministrative. I vantaggi dell’election day sarebbero stati molteplici: oltre a evitare la moltiplicazione delle chiamate alle urne, aumentando le possibilità di registrare buone affluenze per appuntamenti che normalmente appassionano meno (referendum e ballottaggi), l’accorpamento avrebbe comportato un risparmio di circa 300 milioni di euro. Il governo ha risposto picche, fissando la chiamata alle urne due settimane dopo i ballottaggi.

Qual è il motivo di tanto zelo? Basta riflettere sugli argomenti soggetti al voto, senza entrare nel merito delle scelte possibili, partendo dal referendum sul nucleare. Lo scopo del referendum è impedire la costruzione di impianti di produzione di energia nucleare, come previsto e pubblicizzato dalla maggioranza da alcuni anni, e stabilito da una serie di provvedimenti emanati tra il 2008 e il 2010. Se ai margini di profitto disponibili per le aziende coinvolte nella catena di affari si sommano le politiche a favore della cementificazione selvaggia operate dai vari governi Berlusconi (dai condoni al piano casa), si capisce che la posta in gioco in questo settore, dal punto di vista economico, è enorme. Gli scandali sulle varie cricche esplosi negli ultimi anni (storico vizio italiano, a ben vedere), dietro i quali in molte occasioni si celavano figure politiche di primo piano legate alla maggioranza (ma non solo), non fanno che avvalorare quanto detto finora. Dopo il disastro di Fukushima l’argomento, già caldo, ha acquisito enorme rilievo. L’ondata di rifiuto nell’opinione pubblica ha spinto il governo a non sfidare la piazza, approvando dapprima un decreto legge che sospende il provvedimento chiave dell’intera faccenda, e successivamente un emendamento al decreto omnibus 2011 che abroga parzialmente le norme oggetto del quesito. In questo modo si è tentato di mettere una pietra tombale sul referendum, svuotandolo di significato. Il trucco c’è e si vede. Il primo provvedimento del governo parla esplicitamente di un rinvio della decisione finale, non di un’abrogazione del progetto; questa parola viene invece usata nell’emendamento successivo, alla fine del quale viene però lasciata aperta la possibilità di riavviare l’intero progetto in futuro. Insomma, si vuole creare un papocchio legislativo per saltare a piè pari il referendum. Lo stesso Berlusconi ha confessato apertamente che si tratta di un tentativo di evitare che i cittadini impongano una marcia indietro decisamente non gradita: “La gente era contraria, fare il referendum adesso avrebbe significato eliminare per sempre la scelta del nucleare. […] L’accadimento giapponese ha spaventato ulteriormente i nostri cittadini. Se fossimo andati oggi al referendum, non avremmo avuto il nucleare in Italia per tanti anni. Per questo abbiamo deciso di adottare la moratoria, per chiarire la situazione giapponese e tornare tra due anni a un’opinione pubblica conscia della necessità nucleare”. Più chiaro di così… Adesso la parola spetta alla Cassazione, che a giorni si esprimerà sulla validità del quesito.

L’importanza della questione rischia di far passare in secondo piano i due quesiti concernenti l’acqua pubblica. Questi mirano a impedire che il servizio idrico sia appannaggio di soggetti privati: in breve, l’obiettivo dei promotori è salvaguardare il concetto di acqua intesa come bene comune. Una vittoria del sì ridurrebbe le possibilità di guadagno da parte di soggetti non pubblici sulla gestione dell’acqua. Il perché i due referendum siano sentiti come estremamente scomodi da parte del governo è palese, alla luce delle stesse considerazioni espresse in merito al quesito sul nucleare. Non è un caso se pochi giorni fa il governo ha inserito nel cosiddetto decreto per lo sviluppo una riforma della Commissione Nazionale per la Vigilanza sulle Risorse Idriche, che diventa l’Autorità per l’acqua, assumendo poteri di regolazione, anche sulle tariffe. L’idea alla base del provvedimento è simile alla farsa messa in atto con la sospensione della costruzione delle centrali nucleari. In questo caso, tuttavia, il referendum rimane valido, ma si cerca di abbassare la pressione sul tema, facendo credere che le istanze sollevate dal quesito referendario siano già accolte tramite questo provvedimento. L’obiettivo è il solito: evitare il raggiungimento del quorum. Anche in questo caso, una dichiarazione di un componente del governo, il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia, vale più di mille commenti: “La decisione del governo testimonia che ci muoviamo nel solco del principio di sussidiarietà: acqua come bene pubblico, regolazione indipendente, gestione in concorrenza e investimenti. Il referendum non sarà superato legalmente ma lo sarà nei fatti”.

A questo punto sorgono dei dubbi. È credibile che i tentativi del governo derivino esclusivamente dalla visione politica della maggioranza? Se per quanto riguarda il nucleare, si potrebbe ipotizzare che la strategia del governo punti a evitare uno smacco proveniente dalle urne, quali sono i motivi dietro il provvedimento sull’Autorità per l’acqua? Il decreto legge contenente il regolamento attuativo della legge Ronchi, entrambi oggetto del primo dei quesiti sull’acqua, è stato approvato dall’attuale maggioranza. Perché si simula una marcia indietro davanti all’opinione pubblica a pochi giorni dal referendum? La risposta ai dubbi risiede nel quarto quesito, quello sul legittimo impedimento. È ragionevole pensare che una legge il cui unico scopo è sottrarre il Presidente del Consiglio al giudizio della legge sia invisa alla maggioranza della popolazione. Ed è eloquente il fatto che perfino la maggioranza rinunci (almeno per il momento) alla campagna referendaria in difesa del provvedimento per ricorrere a sotterfugi normativi e/o propagandistici. Si torna alla constatazione di partenza: si tenta di disarmare le istanze dei quesiti, noti per catalizzare l’attenzione della popolazione, sperando di abbassare di conseguenza l’affluenza alle urne e salvando così la legge ad personam del premier. Ancora una volta, l’obiettivo principale delle politiche del centrodestra è la salvaguardia a qualunque costo di Berlusconi dai processi che lo riguardano. Non solo si tenta di bypassare un fondamentale esercizio di democrazia popolare, ma lo si fa per ribadire un sopruso nei confronti di tutti i cittadini.

Il modo per evitare tutto ciò è semplice. Il 12 e il 13 giugno occorre prendere la propria tessera elettorale, un documento d’identità valido e andare a votare SÌ ai quattro quesiti. Nei prossimi articoli cercheremo di spiegarvi perché.

 

Gli altri articoli sul Referendum:

 

Diritto di voto anche ai fuori sede

I prossimi 12 e 13 giugno gli italiani saranno chiamati al voto per i tre quesiti referendari riguardanti il legittimo impedimento, l’energia nucleare e il decreto Ronchi sulla privatizzazione dell’acqua. Referendum abrogativi in cui si vota “No” quando si è favorevoli e si vota “Sì” quando si è contrari alle norme chiamate in causa.

E mentre il presidente Berlusconi sostiene che “il nucleare rappresenta il futuro” e ammette di aver avviato una moratoria sull’atomo solo per evitare che le persone votino al referendum sotto l’influenza dei recenti fatti che hanno coinvolto il Giappone, si moltiplicano le associazioni e i gruppi di cittadini che si mobilitano affinché il 12 e il 13 giugno si raggiunga il quorum e si annullino definitivamente gli scenari proposti dai tre quesiti referendari.

L’opportunità di votare è concessa anche ai fuori-sede, con domicilio diverso dalla residenza. “Basta segnarsi come rappresentanti di lista nei vari seggi della città”, spiega il gruppo Sì for Vendetta – Referendum 12-13 giugno, nato su Facebook per permettere ai non pisani che abitano a Pisa di esercitare il proprio diritto di voto.

È sufficiente presentare una fotocopia della scheda elettorale e una fotocopia fronte retro della carta di identità con recapito telefonico, e consegnarli a un rappresentante di partito che si dimostri disponibile a iscrivere l’elenco dei fuori-sede interessati come “vice rappresentanti di lista, titolo che non comporta nessun onere di presenza ma che permette di votare al seggio assegnato”, spiega la pagina del gruppo Sì for Vendetta – Referendum 12-13 giugno.

Nel frattempo il governo ha scelto di separare le date delle elezioni amministrative (15-16 maggio) dal referendum e la commissione di Vigilanza sulla Rai ha nuovamente rinviato il regolamento sulla par condicio che dovrebbe stabilire i tempi e le modalità di informazione dei telespettatori sui quesiti referendari.

Qualche malalingua comincia dunque a sospettare in un tentativo di sabotaggio della votazione, e adesso resta solo da capire se lo scontro tra Davide contro Golia andrà ancora una volta a lieto fine.

LINK UTILI PER VOTARE FUORI SEDE:
http://www.referendumacqua.it/voto-fuori-sede.html
http://www.sireferendum2011.it/index.php

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Acqua pubblica, senza se e senza SpA

[stextbox id=”custom” big=”true”]Pier Mario Demurtas, studente della facoltà di Medicina all’università Cattolica di Roma, appartiene all’associazione “Sognatori in Cantiere” che aderisce al comitato sostenitore del referendum per l’acqua pubblica. Su questo tema ha preparato il suo primo articolo per Camminando Scalzi.it . Buona lettura! [/stextbox]

Ignorati dalla stampa, snobbati dai parlamentari in tutt’altre faccende affaccendati, disprezzati dai poteri forti, ma comunque determinati a farsi sentire, quasi 500.000 cittadini in circa 20 giorni si sono già recati ai banchetti per firmare a favore dei tre quesiti referendari per la ripubblicizzazione dell’acqua. Il messaggio che portano è, se vogliamo, molto banale: l’umanità possiede dei beni comuni che in nessun modo possono essere fatti merce e sottoposti alle regole, o meglio all’assenza di regole, del mercato. E per esprimere questo concetto si parte dall’acqua, di cui spiegare quanto è essenziale con frasi a effetto quali “siamo fatti al 70% di acqua”, risulta ormai addirittura superfluo. Sono circa ormai 15 anni, infatti, che la gestione dell’acqua subisce attacchi continui.
È nel 1994 che la legge Galli stabilisce la possibilità (poi diventata obbligo nel 2001) di far gestire il servizio idrico a SpA, consentendo di fatto al privato di entrare nella gestione dell’acqua. La SpA sostituisce così progressivamente le “vecchie” aziende municipalizzate e i consorzi che prima gestivano i servizi. Una SpA, indipendentemente da come siano ripartite le azioni tra azionista pubblico e azionisti privati – fosse anche gestita al 100% da un azionista pubblico – è un tipo di azienda che ha come obiettivo il profitto e non certo la parità di bilancio. Esiste per l’azionista addirittura un profitto minimo garantito del 7% del capitale investito. Questo profitto deriva naturalmente dal pagamento delle bollette, e quindi dai cittadini. Come se non bastasse ogni SpA (anche in questo caso, fosse anche a totale capitale pubblico) è sottoposta alla normale tassazione dei profitti (tassazione da cui invece erano esenti le municipalizzate), e anche le tasse, alla fine della giostra, gravano naturalmente sui cittadini.
A complicare ulteriormente le cose è arrivato nel 2008 il decreto Ronchi, convertito in legge un anno dopo. La norma in questione non solo conferma il fatto che l’acqua debba essere gestita obbligatoriamente da Spa, ma stabilisce che entro la fine del 2011 l’azionista pubblico dovrà cedere le sue quote, e il privato dovrà diventare ovunque il socio di maggioranza. Come si sa, a forza di ripetere fino alla nausea uno slogan, le persone finiscono per abituarsi, e quello che prima era solo un motto diventa una verità inconfutabile. Così è andata negli ultimi tempi, in Italia e non solo, per quanto riguarda la gestione dei servizi, a proposito della quale per anni ci è stato ripetuto che “il pubblico è sinonimo di mal gestione, mentre il privato è bello e risolve tutti i problemi di sprechi e costi elevati”. Almeno per quanto riguarda l’acqua si può dire, senza timore di essere smentiti dai dati, che mai messaggio è stato più fuorviante di questo. Cercherò di spiegarmi brevemente. Se un’azienda deve ricavare profitto da un bene precedentemente no profit lo può fare in quattro modi: o aumentando le tariffe, o diminuendo gli investimenti, o tagliando il numero dei lavoratori o infine favorendo l’incremento dei consumi del bene. I dati ci dimostrano che, se pure in modo variabile da luogo a luogo, questi quattro fenomeni si sono tutti verificati. Emblematici sono i casi di Latina e Aprilia, di Arezzo, di Agrigento, in cui il passaggio al privato ha determinato aumenti fino al 300% in un anno. E agli aumenti forsennati non corrisponde mai un miglioramento del servizio e della qualità delle reti idriche. Si stima che l’acqua dispersa dalle nostre reti colabrodo sia superiore al 30% su tutto il territorio nazionale. Non c’è da stupirsi del fatto che il gestore privato non tenti di risolvere questo problema: la sua retribuzione deriva dalla quantità d’acqua estratta dal sottosuolo, e non da quella che effettivamente giunge ai rubinetti dei consumatori. Se ci si pensa, non vale in questo caso neanche la tanto evocata “legge della concorrenza”: il gestore è sempre e comunque uno solo.
Per questo, e per numerose altre ragioni che per motivi di spazio non si possono elencare, il Forum dei Movimenti per l’Acqua e una marea (è il caso di dirlo! 😀 ndObi) di associazioni promuovono oggi tre quesiti referendari, per i quali bisogna raccogliere almeno 500.000 firme entro il 4 Luglio. Il primo quesito chiede che venga abrogata la norma del decreto Ronchi relativa all’acqua; il secondo vuole abolire il concetto di SpA nella gestione del servizio; il terzo elimina il profitto minimo garantito del 7% per i soci investitori. Sono ormai passati quasi dieci anni da quando il Forum ha iniziato a lavorare sul tema; e ciò che rende straordinaria questa iniziativa non è solo la forza degli argomenti che esprimono, ma anche la modalità con cui questi vengono portati avanti. Non esiste all’interno alcuna struttura gerarchica, né tantomeno leader carismatici. Ogni giorno ci si confronta, ogni giorno ognuno mette le sue competenze a disposizione degli altri. Non esistono partiti politici al suo interno e questa è forse la prima grande battaglia del dopoguerra combattuta al di fuori degli schieramenti. A testimonianza del fatto che questa è una battaglia trasversale, ma soprattutto è un vero esempio di democrazia partecipata e di movimento dal basso; perché, come non ci si stancherà mai di ribadire, si scrive acqua, ma si legge democrazia!
Per avere maggiori informazioni sulla campagna referendaria, visitare il sito www.acquabenecomune.org, dove si possono trovare anche tutte le date e i luoghi dei banchetti per la raccolta firme.
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