Un viaggio verso il mondo.

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.

Vi presentiamo oggi Serena, alla sua prima collaborazione con la blogzine, ecco come si presenta ai lettori di Camminando Scalzi.

Ho 20 anni, studio Scienze Umanistiche per la Comunicazione a Firenze; sono una ragazza semplice, solare, socievole..in poche parole acqua e sapone. Mi definisco anche testarda, cercando così di raggiungere sempre gli obiettivi che mi sono prefissata. Mi piace viaggiare e ho una passione sfrenata per gli animali. Amo stare in compagnia degli amici di sempre e fare lunghe passeggiate con mia sorella in riva al mare. La frase che mi rappresenta è: “Vivi e lascia vivere”  [/stextbox]

Viaggiare è bello, entusiasmante, sa rendere una persona autonoma. Viaggiare significa imparare a conoscere posti, culture e persone di tutto il mondo. Ogni paese ha qualcosa da proporci e non c’è cosa più frizzante che prenotare un biglietto aereo e visitare quei luoghi che tanto ci incuriosiscono.

Chi ha avuto la possibilità di visitare terre diverse tra loro, ognuna con la propria cultura, con modi di fare e di essere diversi dal nostro, sarà rimasto in qualche modo affascinato; ma una cosa che notiamo spesso è quella di accorgersi  che nessuno mai riuscirà a farci innamorare di una terra lontana da casa nostra, perché è cosa naturale sentire il richiamo e il bisogno della nostra patria.

Tutti da piccoli sogniamo di visitare quel luogo che tanto ci ispira. Sogniamo a occhi aperti e guardiamo e riguardiamo quel mappamondo che sempre più ci invoglia a comprare quel biglietto aereo. Ci innamoriamo del viaggio e vorremo subito partire all’avventura con quella voglia di scoprire quei posti fatti di storia e abitati da altre persone, cittadini del mondo.

New York, Parigi, Sharm El Sheik, paesi diversi tra loro, visitati da milioni di persone all’anno. America, Europa e Africa, i loro continenti, così distanti ma così vicini quando parliamo di uomini, bambini e anziani. Gente ricca e gente povera, una statua della libertà e un deserto da scoprire. Palazzi alti, grigi e tanti negozi con tanta gente dentro pronta a spendere per portare a casa tanti piccoli souvenir come ricordo. Dall’altra parte, bambini che giocano con pezzetti di legno davanti alle loro capanne in mezzo al deserto.

Sono anche queste le cose che fanno crescere una persona. Viaggiando ci possiamo rendere conto di come il mondo cambi a seconda di dove ci troviamo, ma è anche vero che non importa il luogo in cui ti trovi, ma la persona che ti è accanto.

Il turista vuole capire fino in fondo se quel posto che ha visto magari in televisione o su qualsiasi giornale esiste realmente e vederlo con i propri occhi per poi poterlo raccontare. Siamo frettolosi, vogliamo vedere tutto e subito, scattare qualche fotografia e incollarla lì, nell’ album fotografico, insieme alle altre fotografie di altri viaggi, facendo così di esso uno dei ricordi più piacevoli della nostra vita.

Il turista invece dovrebbe soffermarsi molto di più su un posto e cercare di capire il perché esiste quel monumento così tanto visitato e famoso, conoscere la storia e dopodiché sentirsi soddisfatto, non solo dei bei giorni passati in quell’albergo così lussuoso con piscina e centro benessere, ma bensì di essersi sentito parte di quel posto tanto lontano dalle loro case.

Viaggiare è anche partire senza meta e capitare in qualsiasi posto del mondo e provare a entrare in sintonia con i popoli, tenendo conto che tutti hanno la capacità di coinvolgersi nella vita altrui, perché effettivamente, se vogliamo, possiamo.

Dovremmo imparare a mettersi nei così detti “panni” degli altri, magari di quei bambini africani che ogni giorno, per un po’ di acqua, fanno chilometri su chilometri per raggiungere un pozzo; ma ai ragazzi di oggi farebbe fatica, perché siamo abituati ad avere tutto e subito senza un minimo di riconoscenza. Forse un viaggio non basterebbe.

Viaggiamo, perché dobbiamo imparare ciò che la vita ci offre, dobbiamo conoscere popoli, culture, religioni e lingue diverse, visitando sia l’Oriente che l’Occidente perché entrambi ci sapranno offrire quel qualcosa in più che oggi non abbiamo.

Non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta e credendo fosse per sempre”.

Questa frase va tenuta in considerazione perché chi nella vita ha viaggiato si sarà reso conto che tornare a casa è sempre bello, e sa che nessun paese, anche se più ricco del suo, gli offrirebbe più serenità e felicità.

Viaggiate ragazzi, e imparate dagli altri, ma amate anche la vostra Italia, terra così bella e così ricca di storia.

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La società dello spreco

Quale sarà la fine di questa società consumistica? È per caso questa eterna e pressante crisi economica a simboleggiare il suo imminente termine? Si stima che attualmente nel mondo occidentale lo spreco alimentare si aggiri su più di un miliardo di tonnellate all’anno, così come racconta De Shutter. Gli occhi però non devono cascare esclusivamente sull’America – regina del consumo – ma anche sull’Europa: ad esempio sull’Italia, dove si getta via un terzo del cibo prodotto. Un terzo che equivale a trentasette miliardi di euro, ossia il 3% del PIL. Generalizzando, in Europa e in Nord America ogni persona getta via dai novantacinque ai centoquindici chili di cibo all’anno: non si tratta però solamente di rifiuti e cibo immangiabile, ma di alimenti ancora imballati e commestibili. Anche in Gran Bretagna gli sprechi alimentari toccano le stelle; difatti i “figli della regina”, tra alimenti e bevande, producono più di otto milioni di tonnellate di rifiuti all’anno: spreco altamente evitabile, dal momento che gli alimenti gettati via sono più che commestibili!

Non vi disgusta sapere che su questo pianeta, ormai mutato in un enorme bidone della spazzatura, vengano sprecate milioni e milioni di tonnellate di cibo? E non vi fa rabbrividire la consapevolezza che tra quelle mostruose cifre ci sono anche i vostri scarti e i vostri capricci? Come emerge da un articolo de “il fatto quotidiano”, con i trentasette miliardi di euro derivanti dagli sprechi alimentari italiani si potrebbe sfamare un’intera nazione di milioni di persone. Invece finiscono nella spazzatura.

Mentre un’enorme fetta del globo vive su montagne di scarti e cibi commestibili ancora imballati, l’altra invoca qualche spirito divino affinché dal cielo caschi qualcosa da mangiare. Dal 2009 la FAO riporta che oltre un miliardo di persone soffre la fame. L’Africa è l’epicentro, poi l’epidemia si spinge a est toccando l’India e alcune zone dell’estremo oriente. Conoscendo questa triste e squallida verità, dovremmo imparare a rispondere contrariamente alla pubblicità, che ci persuade a comprare sempre più di quanto necessitiamo; dovremmo entrare nella logica che non è una vita prevalentemente consumistica a renderci persone più importanti. Davanti ai cartelli “offerta del giorno: compra tre, paghi due” dovremmo pensare a chi è costretto a comprare zero, e a pagare per la vita.

In gioco non ci sono solo questioni ambientali, ma anche la schifosa idea che la TV e le multinazionali ci hanno ficcato in testa: una sciocca moda che prevede il continuo acquisto di quello che ci viene fatto vedere, di cose che vanno al di là delle nostre necessità. Non siamo affatto costretti a vivere per il resto della nostra vita sotto le loro ipnosi, perché si sa che i capricci umani si possono controllare. Quindi, perché non limitarsi a comprare l’essenziale, a vivere con ciò che conta di più, a eliminare perciò ogni cosa che diluisce la nostra vita, a guardare il mondo con una vista più panoramica?

Com’è possibile vivere la vita in modo tranquillo quando si sa che oltre un miliardo di persone soffrono la fame?

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Essere donna nel mondo

Oggi è l’8 marzo. Del 2012.

In Afghanistan il 90% delle donne è analfabeta e viene quotidianamente privato dei più elementari diritti. Violenza domestica, abusi, rapimenti, matrimoni forzati, stupri ed esclusione dalla vita pubblica sono all’ordine del giorno. Una condizione che determina un’allarmante crescita dei suicidi fra le ragazze. (Fonte: www.rawa.org).

Un proverbio dell’Arabia Saudita recita “Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba”; in un territorio in cui le donne non possono andare in bicicletta nelle strade pubbliche né guidare un’automobile. In uno stato dove la “Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio” – ovvero la polizia religiosa che controlla il rispetto delle norme della Sharia – ha il diritto di decidere l’abbigliamento di una donna e persino di ordinarle di coprirsi gli occhi qualora risultassero troppo sensuali. (fonte).

In Brasile l’organizzazione CFEMEA denuncia che ogni 15 secondi una donna è vittima di un’aggressione, e in Nicaragua, tra il 1998 e il 2008, sono stati denunciati oltre 14.000 casi di violenza sessuale, due terzi dei quali ai danni di ragazze che avevano meno di 17 anni, dove i carnefici sono perlopiù familiari o conoscenti. (Fonte: www.amnesty.it). Nell’intera America Latina inoltre, circa 5 milioni di donne sono oggetto di tratta nei fiorenti mercati intra-regionali per il commercio di persone. (Fonte: www.deltanews.net).

In Senegal migliaia di donne subiscono la mutilazione genitale femminile; la mortalità materno-infantile è altissima e circa il 70% delle studentesse abbandonano la scuola a causa di maternità e matrimoni precoci (Fonte: http://www.cospe.org).

La tradizionale pratica della mutilazione genitale femminile viene infatti praticata in 28 paesi dell’Africa sub-sahariana, ledendo fortemente la salute psichica e fisica di coloro che la subiscono: circa 130 milioni di donne nel mondo, con 3 milioni di bambine a rischio ogni anno secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. (Fonte: http://www.wikipedia.org).

Nel libro “Schiave”, di Anna Pozzi, viene poi denunciata la tratta di donne provenienti soprattutto dall’Africa sub-sahariana, destinate a incrementare un traffico di prostituzione che ogni anno, secondo le Nazioni Unite, frutta alle organizzazioni criminali circa 32 miliardi di dollari. Giovani strappate alle loro famiglie e costrette a prostituirsi dietro la minaccia di violenze fisiche e psicologiche.

In Europa una donna su quattro è vittima di violenze (fonte), mentre in Italia una recente sentenza ha riconosciuto delle attenuanti a un uomo che aveva stuprato una ragazza minacciandola con un’ascia, in quanto la vittima “sapeva che l’uomo aveva un debole per lei”. In un paese in cui sono stati accertati 651 femminicidi in cinque anni, dal 2007 al 2011, di cui novantadue nei primi nove mesi dello scorso anno. (fonte).

Violenze e soprusi a cui si aggiungono le discriminazioni in ambito sociale e lavorativo. Considerando l’attività complessiva svolta dalle donne, si calcola che in Africa, Asia e America latina esse lavorino in media il 30% più degli uomini, senza che il loro lavoro sia proporzionalmente remunerato né riconosciuto nel suo reale valore. 
E anche nell’Unione Europea si calcola che le donne guadagnino in media, a parità di lavoro, un quarto meno degli uomini: in Grecia, il salario femminile è in media il 68% di quello maschile; in Olanda e Portogallo rispettivamente il 70,6% e il 71,7%; in Belgio, l’83,2%; in Svezia, l’87%. (fonte).

E si potrebbe continuare coi tassi d’occupazione femminile, la rappresentanza politica nei parlamenti, o anche solo accendere la tv e sbirciare un cartellone pubblicitario per rendersi ancora più conto di quanto sia importante oggi celebrare le donne e ricordarsi di quanta strada ci sia ancora da fare…

Un maschilismo latente che domina anche le grandi religioni monoteiste che hanno plasmato le culture a loro immagine e somiglianza. Dove la Bibbia recita “Poi disse alla donna: moltiplicherò le doglie delle tue gravidanze; partorirai i figli nel dolore, tuttavia ti sentirai attratta con ardore verso tuo marito, ed egli dominerà su di te” (Libro della Genesi – Gen 3, 16), mentre nella Sura IV del Corano, il versetto 34 afferma: “Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse”.

Giusto per ribadire come cambino i continenti, cambino le religioni e cambiano i tempi, mentre la complessità dell’essere donna rimane una triste costante del genere umano.

Donne di ieri, orgoglio di oggi: Miriam Makeba

“Un simbolo dell’Africa? Tutto il continente sulle mie spalle? Pesa decisamente troppo. No, non credo di essere un simbolo. Semplicemente la gente mi dimostra tutta la sua simpatia e il suo affetto. “
(Miriam Makeba)

Le donne hanno (s)oggettivamente una marcia in più, ma spesso credo abbiano bisogno di riscoprire la bellezza dell’appartenenza a un genere a volte troppo difficile da amare, ma soprattutto in cui potersi riconoscere.
Ci sono donne di cui vale la pena parlare perché hanno qualcosa da insegnarci, sono qualcuno con cui poter identificare le parti migliori di noi, e Miriam Makeba è sicuramente una di queste.

Miriam Makeba, conosciuta anche come Mama Afrika, è stata una cantante sudafricana nota per il suo impegno politico e sociale, ma soprattutto perché questo impegno non è stato solo un demando, un “patrocinio morale” alle buone intenzioni, quanto piuttosto un senso di responsabilità e appartenenza etnica che in lei ha trovato corpo, accoglienza e soprattutto voce. Miriam nacque il 4 marzo 1932 a Johannesburg; la madre era una sangoma, ovvero una sciamana dei popoli Nguni, mentre il padre, morto quando sua figlia aveva 5 anni, apparteneva agli Xhosa, gruppo etnico dell’Africa centrale. Miriam ha sempre coltivato la passione per il canto, partecipando a numerosi concorsi canori, e prendendo parte a matrimoni e funzioni religiose.

Gli anni ’50 sono gli anni dell’ascesa per la giovane Miriam Makeba, soprattutto dopo la formazione del nuovo gruppo The Skylarks, capace di unire jazz e musica tradizionale africana. Ma gli anni ’50 sono anche gli anni dell’apartheid, termine afrikaans usato per definire la segregazione razziale istituita dal governo di etnia bianca del Sudafrica nel 1954 e rimasta in vigore fino al 1990. Hendrik Frensch Verwoerd, definiva l’apartheid come “una regolamentazione di buon vicinato”, che poi tanto buono non doveva proprio essere visto il suo inserimento nella lista dei crimini contro l’umanità. Ed è invece proprio l’umanità quella che Miriam Makeba ha deciso di abbracciare idealmente con la sua voce calda e femminile, capace di trasportare sulle onde della musica anche un po’ delle oppressioni e del dolore di chi le ascolta.
Il successo da Miriam Makeba, nei termini di affetto e stima del popolo sudafricano, è costato alla cantante un esilio di ben trent’anni, imposto dal governo di Pretoria dopo il suo primo tour negli Stati Uniti.

Da lì nel 1960 Miriam partecipa a un documentario anti-apartheid dal titolo “Come Back, Africa“, che la porterà a trasferirsi a Londra e poi ritornare successivamente in America. Il legame con la terra d’origine non viene reciso,  attraverso il rapporto con Nelson Mandela, impegnato allora nell'”African National Congress”, ma soprattutto grazie alla musica, mezzo reale, concreto e alla portata di tutti. Nel 1966 Miriam Makeba riceve un Grammy per l’album An Evening with Belafonte/Makeba, manifesto della situazione della popolazione nera sotto il regime dell’apartheid, ma soprattutto nel 1967 pubblica la canzone che la porterà ad una fama mondiale, Pata Pata; questa canzone, divenuta famosa in Italia soprattutto come riadattamento per una nota marca di gelati (e ho detto tutto), rappresenta un inno alla vita, nella semplice descrizione di una ragazza che ama ballare e muoversi. Questa canzone, all’apparenza banale, ha rappresentato, e rappresenta ancora oggi, il desiderio del popolo nero di riscoprirsi libero e fermo nel conquistare il diritto a vivere una vita normale.
Miriam affronta un’altra sfida, nel 1968, con il matrimonio con l’attivista radicale Stokely Carmichael,  figura controversa nel panorama americano, tanto da comportare un calo drastico di concerti e contratti. A quel punto la Makeba decide di trasferirsi in Guinea, dove svolge il ruolo di delegata per le Nazioni Unite, vincendo il Premio Dag Hammarskjöld per la Pace nel 1986.
Finalmente nel 1990 Nelson Mandela convince la Makeba a ritornare in Sudafrica, dove continua con ancora più forza il suo impegno sociale, in una terra che è finalmente la sua terra.
Miriam Makeba  muore nella notte fra il 9 e il 10 novembre 2008 a Castel Volturno, dopo essersi esibita in un concerto a favore di Roberto Saviano. Il concerto, a detta di cronaca, non è stato un gran successo a causa della scarsa partecipazione, ma Miriam non ha saputo dire di no ai pochi nordafricani delle baracche campane che la acclamavano al grido di “Pata Pata”.  Miriam Makeba muore lontana dalla sua terra, che ha coltivato negli anni della distanza, della mancanza, del dolore per non essere a lottare in prima linea; Miriam Makeba, come sottolineato dai figli della cantante, è morta a Castel Volturno, che è comunque un pezzetto Africa.

httpv://www.youtube.com/watch?v=6mXRgSc1q1w

Libia: tra vittime civili e costi insostenibili

Sono oramai passati circa quattro mesi da quando il popolo libico si è fatto sedurre da quella raffica di libertà che sta conquistando l’intero Mediterraneo. Alle sommosse popolari si è però opposta la scellerata pazzia di un capo di Stato incapace di adempiere al proprio ruolo.

Spinta da un’altruista senso di umanità, l’Italia ha deciso di prendere parte all’intervento militare avviato su mandato ONU col fine di “proteggere” la popolazione libica. Sono passati quasi tre mesi da quel fatidico giorno, e a oggi nulla è cambiato. I civili continuano a essere brutalmente assassinati, Gheddafi viene immortalato mentre gioca a scacchi o tiene uno dei suoi deliranti comizi, e nel frattempo i bombardamenti “d’occidente” sembrano semplicemente aggiungere danni al disastro già esistente.

Della guerra in Libia se ne parla sempre meno, ma da quando la Nato ha assunto la direzione della campagna aerea, i voli militari nei cieli della città in cui vivo si sono fortemente intensificati, con continui decolli e atterraggi in tutto l’arco della giornata. Sono gli aerei della base statunitense di Camp Darby, che attraverso l’aeroporto militare di Pisa trasportano armi e munizioni
per gli alleati delle operazioni in Libia.

In un articolo pubblicato da Il Manifesto del 1° giugno, Manlio Dinucci, membro del Coordinamento No Hub, spiega inoltre gli ingenti costi di questa sanguinosa guerra contro Muammar Gheddafi.

Per questa “missione” il nostro Paese sta spendendo milioni di euro. Un’ora di volo dei caccia-bombardieri Tornado costa 32.000 euro, che passano a 60.000 per gli aerei da ricognizione. Un missile costa 170.000 euro, un raid aereo costa dai 200 ai 300 mila euro, mentre per lo stazionamento di cinque navi militari davanti alle coste libiche servono oltre 10 milioni di euro al mese. Un totale di circa 100 milioni di euro al mese per bombardare quello stesso leader di stato a cui qualche mese fa baciavamo la mano…

E mentre noi siamo qui a discutere se sia giusto o meno intervenire in questo conflitto, in Libia si continua a morire sotto l’ombra di costosissime incursioni militari.

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I “diritti” delle donne in Africa del Nord

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova blogger su Camminando Scalzi
Vi presentiamo oggi il primo articolo di Kathrine, laureanda in lettere moderne che ama stare a contatto con la natura, viaggiare, leggere ma soprattutto scrivere. Adora tutto quello che si può definire arte e il volontariato. Ecologista super convinta, odia l’ignoranza concepita come “chiusura mentale”, le ingiustizie e il razzismo. Crede comunque nel riscatto personale e soprattutto nella possibilità di SCEGLIERE la propria vita…in una terra controllata dalla camorra questo è molto importante. [/stextbox]

Egitto, 9 marzo 2011.

Dopo aver disperso con la violenza una manifestazione in piazza Tahir, la polizia arresta diciotto donne. Queste, condotte in primo luogo al museo del Cairo, subiscono una serie di violenze, vengono bastonate con dei tubi a volto, gambe e seno  e, come se questo non bastasse, vengono ingiuriate e insultate, chiamate “prostitute”. Successivamente condotte al carcere militare di El Heiksten, a diciassette di loro viene imposto il “test della verginità”. Se il test l’avesse dimostrata, sarebbero state rilasciate, in caso contrario le attendeva il processo e successivamente la condanna con l’accusa di meretricio. Nel frattempo, in un’altra stanza, Salwa Husseini, una ragazza di vent’anni, viene fatta spogliare e sottoposta a perquisizione da parte di un soldato, mentre alcuni commilitoni scattano foto al corpo nudo della giovane. Salwa (che ha precedentemente dichiarato ad Amnesty International di essere vergine) torna a essere torturata con scosse elettriche, dopo che il test al quale si era sottoposta dà esito negativo. È condannata l’11 marzo 2011 – insieme ad altre diverse ragazze risultate negative al test – a un anno di carcere con l’accusa di prostituzione. Nonostante le autorità egiziane abbiano inizialmente negato le torture, è stata aperta un’indagine sulla vicenda, sollecitata da Amnesty International, ma tuttora non si hanno risposte sui colpevoli. In questi giorni un generale ha deciso di rilasciare un’intervista a condizione di restare anonimo. “Mica erano come sua figlia o sua sorella.” ha dichiarato al giornalista, “Quelle ragazze stavano nelle tende insieme a dei manifestanti di sesso maschile“. Il generale ammette quindi che alle ragazze era stato imposto il test, testimoniando come sia stato eseguito poi da un uomo tra le urla delle giovani. “Lo abbiamo fatto perché non ci accusassero di violenza sessuale” dichiara il generale…

Come se le accuse di violenza da parte di una ragazza vergine fossero più importanti di quelle di una ragazza che non lo è. “Atteggiamento razzista e sessista” ha denunciato Amnesty, “l’esercito deve immediatamente ordinare alle forze di sicurezza e ai soldati che questi ‘test’ vengano vietati“. Ha inoltre aggiunto: “l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle donne non può che nuocere al futuro del paese, a causa della mancata partecipazione di queste ultime alle riforme”. Il vento di cambiamento soffia in Africa così come in Medio Oriente; uomini e donne vogliono prendersi quello che è loro di diritto – la vita – e soprattutto vogliono partecipare alla vita politica del paese . E intanto dalla Tunisia all’Egitto, dal Marocco allo Yemen e fino alla Siria, migliaia di persone hanno riempito e continuano a occupare le piazze e le strade, sfidano il coprifuoco e le forze di sicurezza per chiedere riforme politiche e sociali, per vedersi finalmente riconosciuti quei diritti umani troppo spesso calpestati.

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fonte – Amnesty International

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Da qualche parte in Africa

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.it

Nica Pescetta è un medico specializzando in Anestesia e Rianimazione. In questo articolo ci racconta la sua esperienza in Africa come medico volontario. Buona Lettura.  [/stextbox]

Era stagione secca e il sole non amava trattenersi all’orizzonte, ma bruciare. Da mattina a sera stava a picco sulle cose, imbiancando il cielo senza tregua. Mancava più di un mese alla prima pioggia, quando il sudore di questi giorni accecanti si sarebbe raccolto a dare forma alla prima nuvola. E l’acqua sarebbe tornata a essere degli uomini, la terra rossa a sfamarli.

Era stagione secca e il pomeriggio seguiva al mattino senza variazioni di luce. L’ombra, sempre calpestata dai passi, stentava ad allungarsi. Fino al buio, che arrivava senza preamboli per spegnere l’ardore di un altro giorno infuocato.

Scendeva presto la notte. Che non era d’uomini, ma di presenze sottili. I fuochi si accendevano qua e là ad infondere coraggio. Solo il ritmo dei tamburi osava attraversare quel buio senza paura. A parte me, che ignara di tutto andavo a calpestare la notte e a prendere in spalla il peso delle stelle. Non avevo ancora imparato il senso delle cose, mettevo un passo in fila all’altro senza intuirne il significato.

I mie occhi non sapevano distinguere nel buio, i miei piedi non riconoscevano il sentiero segnato nella sabbia, l’aria profumava di resina bruciata senza che io ne conoscessi il nome. Per questo, quella sera, ancora mi aggiravo nonostante il giorno stesse per finire. Amavo chiacchierare, in quella mia lingua mozza, con i ragazzi della scuola tecnica, che incuriositi dal mio bianco e da quello che facevo avevano sempre qualche domanda per me. Le mie risposte azzoppate poi, facevano finire il discorso in una risata collettiva.

Mi divertiva farmi prendere in giro così.

Così, mi capitò tra le braccia Andrasio. Un ragazzo di quelli con un corpo già d’uomo nei suoi 17 anni, e la pelle carbone. Alcuni compagni intorno stavano ancora ridendo e anch’io; quelli che invece l’avevano trascinato fin lì erano seri. Più increduli che spaventati, ma seri. L’avevano trascinato fuori dal dormitorio e appoggiato lì, a una panca, con la schiena contro il muro. Lo tenevano per le spalle, ma appena. Gli occhi erano chiusi e tutto assomigliava a uno scherzo. Alcuni cominciarono con le solite battute: “anch’io voglio farmi visitare dalla dottoressa bianca”, “doctora ho un terribile mal di pancia”, “io invece mi sento proprio svenire”… Sorridevo e questa volta ero io a prenderli in giro.

Ma uno piccoletto mi prese per il braccio e disse piano che Andrasio da qualche ora non si svegliava. Che era stato male tutta la notte, che la mattina aveva lasciato la lezione per correre al bagno e poi l’avevano trovato loro, i compagni di stanza, disteso sul letto con i pantaloni sporchi e gli occhi chiusi come da un sonno… Nessuno rideva più.

Andrasio non si svegliava davvero. La sua pelle era fredda contro la mia. I suoi battiti erano sottovoce e rapidi come d’uccellino. Non ricordo di aver detto molte parole e già i ragazzi se l’erano caricato in spalla per portarlo al “Centro de Saude”. Sopra quella processione di corpi, tutti insieme, cominciavano a brillare le prime stelle. Il buio era già. Il sentiero che seguivamo era nei loro passi. In lontananza l’ospedale era riassunto in poche lampadine. Solo il “pronto soccorso”, fatto di due letti, un tavolo, un lavandino e qualche farmaco era illuminato dai neon. Quella luce aliena straripava attraverso le persiane nella notte, alterando il paesaggio insieme al ronfo incessante del generatore.

Deve essere malaria” dicevano tutti. E in mancanza del laboratorista e dei suoi vetrini, anche il test rapido rafforzava quell’opinione.

Indipendentemente da ogni sospetto tuttavia, a uno malato così sarebbe toccata la solita “acqua appesa” e  il chinino. Iniziò la lotta. Armati d’aghi e intuito, il sangue si trovava a fatica. Infine l’acqua cominciò a scorrere, insieme alla medicina. Ma buio era già. Gli uccelli della notte spingevano lontano il loro grido, i tamburi degli uomini tacevano ormai.

Niente convinse Andrasio a svegliarsi più da quello che continuava a sembrare un sogno.

Questo fu il primo di una serie di decessi, durante quegli ultimi mesi riarsi prima dell’arrivo delle piogge. Si trattava di morti per disidratazione in seguito a diarree acute non prontamente o adeguatamente trattate. Le manifestazioni cliniche facevano pensare che si trattasse di colera, ma passò molto tempo prima che arrivasse una conferma da parte delle autorità sanitarie competenti. Dopo un mese dai primi casi continuava a esserci difficoltà nel rifornimento di soluzioni re-idratanti per uso endovenoso, essenziali per il trattamento.

Durante lo stesso periodo in due Stati confinanti1 un’estesa epidemia di colera richiamò l’attenzione e gli aiuti internazionali.

Ogni anno nel mondo si contano più di duecentomila nuovi casi di colera, di cui il 99% in Africa2.

Mi chiedo quanti siano, invece, i casi che non (si) contano.

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(1) riferimento all’epidemia di Colera che si sviluppò in Zimbabwe nell’autunno del 2008, estesasi poi al Malawi con l’inizio del 2009: link 1link 2

(2) Centers for Disease Control and Prevention, Epidemiology and Risk Factors.

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Guerre mute o mondo sordo?

Provate a chiedere a chiunque di elencarvi i paesi dove si sta combattendo una guerra. Nella migliore delle ipotesi i conflitti conosciuti non arriveranno a dieci, ma la maggior parte delle persone si limiterà a citarvi i nomi delle guerre famose, quelle di cui possiamo seguire quotidianamente gli sviluppi grazie alle notizie diffuse a raffica dalla carta stampata e dai telegiornali: Israele-Palestina, Libia, Afghanistan, Iraq saranno gli stati che quasi tutti pronunceranno, convinti di aver dato una risposta esauriente.

Purtroppo il triste elenco dei paesi che da anni sono devastati da guerre civili, lotte fra diverse etnie, ribellioni contro tiranni oppressivi e regimi militari è molto molto più lungo. Attualmente nel mondo le guerre in corso sono trentuno. Guerre che causano tantissimi morti ogni giorno e che andrebbero raccontate, tutte quante, senza nessun pregiudizio e senza decidere a tavolino quelle da rendere famose e quelle da lasciare lì, nel dimenticatoio (abbiamo linkato un elenco nell’articolo “La legione dei pacifinti” di Griso, ricordate? ndR).

Ma perché certe guerre diventano l’argomento preferito di tutti i telegiornali e le testate giornalistiche nazionali, mentre certe altre vengono accuratamente evitate? E ancora, perché la comunità internazionale e gli stati definiti “democratici” si battono per liberare alcuni popoli da regimi oppressivi, mentre ignorano e si disinteressano a situazioni altrettanto cruente e disperate?

Per rispondere a queste domande bisogna affrontare l’argomento in un modo decisamente più ampio. Senza scendere nei dettagli di ogni conflitto, ognuno politicamente e strategicamente diverso, si possono trovare delle linee guida che ci aiutino a capire come mai non tutte le guerre sono uguali.

Un’analisi più approfondita della situazione attuale ci porta a individuare tre possibili strategie che in genere vengono adottate dagli stati che esportano democrazia nel Pianeta (per quello che può significare “esportare democrazia”).

La prima consiste nell’intervento armato contro uno degli schieramenti in guerra. L’obiettivo ufficiale è sempre liberare lo Stato in questione dal dittatore o dai ribelli di turno e porre fine alle atrocità che ogni guerra infligge quotidianamente alla popolazione civile. In realtà in questi casi si decide di intervenire in maniera radicale per difendere gli interessi economici che gli stati ricchi hanno nell’area del conflitto, e che vengono minacciati dai nuovi possibili scenari politici generati dalla guerra. Di queste guerre si deve parlare, e i media in genere ci bombardano di informazioni etichettando buoni e cattivi e spingendo gli ascoltatori a schierarsi emotivamente con chi arriva a salvare quei poveri popoli indifesi (uccidendo e usando la violenza, ma questo è solo un dettaglio…).

La seconda è quella che viene chiamata “intervento umanitario o di pace” e che porta, o dovrebbe portare, esclusivamente aiuti umanitari di ogni tipo ai popoli che vivono in un Paese dove si sta svolgendo una guerra. Già parlare di missione militare di pace in un Paese dove si combatte, dovrebbe se non altro destare qualche sospetto sulle reali intenzioni degli stati che aiutano così altruisticamente il prossimo. Mi piacerebbe un giorno capire che cosa significa realmente fare una missione di pace, come se l’arrivo di una marea di militari armati, per di più stranieri, serva a portare la pace in quei posti devastati dalla guerra. La verità è che si adotta questa strategia perché non si vuole volontariamente intervenire nel conflitto, per non interferire con gli interessi delle nazioni ricche che sono economicamente coinvolte, pur scegliendo di essere presenti sul territorio. Anche di queste missioni-non guerre si parla eccome. Come lasciarsi sfuggire l’occasione di apparire dei pacifisti capaci di rischiare la propria vita recandosi nelle zone di guerra con il solo scopo di aiutare chi soffre?

La terza strategia, sicuramente la peggiore, è il non intervento. Letteralmente ignorare che in certi stati si combatte da decenni, dimenticarsi che quelle popolazioni sono ridotte allo stremo e alla fame, chiudere gli occhi davanti alle numerose morti di civili, di donne e di bambini, e spingere quei posti nel limbo della disinformazione globale, perché si sa, se di una cosa non si parla, di fatto quella cosa agli occhi dei cittadini del mondo non esiste. E dunque silenzio.

Gli interessi economici legati alle guerre dimenticate sono molteplici. Per prima cosa le armi. Queste guerre sono quasi tutte localizate nei paesi poveri, il cosiddetto “Sud del Pianeta”. Paesi che non producono nulla, figuriamoci armi. Dunque il mercato delle armi dei paesi industrializzati è alimentato da quei conflitti silenziosi che chi le produce non ha alcun interesse a far cessare. In secondo luogo la presenza di petrolio e altre materie prime. Si tratta di aree ricche che vengono depauperate, sfruttate e derubate dai potenti del Pianeta senza che nessuno possa intervenire. La guerra aiuta a mantenere vivo il mercato, in modo che sia più facile da gestire e con un margine di guadagno decisamente più ampio. Molte di queste guerre sono sostenute e finanziate da potenti lobby economiche e finanziarie occidentali che hanno interesse a lasciare che la guerra vada avanti indisturbata. Non è un segreto che queste lobby finanzino dittatori e ribelli in cambio di vantaggiose condizioni di sfruttamento di giacimenti di petrolio, oro, diamanti, uranio, koltan, cobalto e rare materie prime ormai indispensabili per la produzione delle più avanzate tecnologie.

Solo per fare qualche esempio, in Sudan dal 2003 ad oggi i due gruppi armati Army (Sla) e del Justice and Equality Movement (Jem) combattono, uniti dal 2006, contro il regime del presidente Omar al-Bashir. Il bilancio è drammatico: circa 300 mila morti, 200 mila profughi fuggiti in Ciad e un milione e mezzo di sfollati interni. Inoltre dalle testimonianze di diversi abitanti e operatori umanitari è emersa la presenza di veri e propri lager dove si consumano le più atroci violenze a danno di guerriglieri e popolazione civile: persone torturate, civili uccisi nei modi più terribili, donne violentate. Anche i ribelli pare si siano macchiati delle peggiori atrocità nei confronti di quella stessa popolazione civile che dichiarano di voler liberare. Una guerra atroce per contendersi il territorio del Darfur, ricco di petrolio. Secondo Amnesty International Iran, Cina, Russia, Bielorussia e alcune società lituane, ucraine e inglesi sarebbero tra i principali fornitori di armi del governo Sudanese. Gli stati Uniti, Israele ed Eritrea invece pare finanzino e sostengano i ribelli.

In Costa d’Avorio dal settembre 2002 a oggi si stimano circa 3 mila morti. Un colpo di stato ai danni del presidente Laurent Gbagbo ha dato il via a una guerra civile che contrappone l’esercito ivoriano e i ribelli delle Forze Nuove, schieramento che comprende tre formazioni armate. Russia, Inghilterra, Romania e Angola forniscono al governo ivoriano armamenti, elicotteri da combattimento e milizie private. I gruppi ribelli invece ricevono armi dal Burkina Faso, da Liberia e Sierra Leone, anche se pare che le armi da loro usate siano principalmente quelle sottratte da depositi e caserme governative occupate. Il Paese ancora oggi versa in uno stato di confusione generale a scapito, come sempre, della popolazione civile, costretta a subire i continui scontri tra governo e ribelli, tra le cui file si registra la presenza di numerosi bambini-soldato. Bambini che non conoscono altro che guerra e violenza. Bambini che dovrebbero giocare e sorridere, invece di uccidere.

Ma queste sono quelle guerre di cui non si deve parlare. Tutto deve filare liscio, niente deve intromettersi nei vergognosi affari di chi si arricchisce grazie a tutta questa violenza. E così vige la regola del silenzio. Silenzio della comunità internazionale, silenzio dei media, silenzio della gente. Ma la disperazione di quei popoli che gridano il proprio dolore, che cercano aiuto, che sperano che qualcuno si accorga di loro, non può e non deve mai più rimanere inascoltata. Probabilmene viviamo in un mondo sordo. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

 

Nel mondo sono in corso 31 conflitti (Click per ingrandire)

Informazioni e dati tratti da: http://it.peacereporter.net

Day 16 Mondiali di Calcio: sognano Ghana e Uruguay

Un intero continente adesso sogna. L’Africa, che ha visto quattro delle sue cinque squadre uscire anzitempo dal mondiale (compresi i padroni di casa, i Bafana Bafana) può tornare a sperare grazie al Ghana. Già campione del mondo under 20, la squadra di Rajevac riesce a passare ai quarti di finale battendo ai supplementari per due a uno gli Stati Uniti. Il che non mi dispiace, se si pensa che in Ghana magari ci sono gruppi e gruppi di persone unite a vedere la partita davanti ad un televisore mal funzionante e minuscolo, mentre un “gringo” magari saprà dell’eliminazione di Bradley e compagni leggendo il televideo nella sezione “brevi sport”. Onore e merito comunque ai ghanesi, che passano con Boateng, subiscono la rimonta USA col rigore realizzato da Donovan, ma nell’extra-time trovano la rete della qualificazione con Asamoah Gyan, che si ricorda di essere un attaccante e rivela al mondo che anche la squadra meno concreta del mondo a volte può fare gol.

Nei quarti troveranno l’Uruguay, che batte col medesimo punteggio (ma al novantesimo) la Corea del Sud. Apre Suarez che approfitta di un erroraccio di difesa e portiere asiatici, pareggia Lee Chung grazie ad un errore ancora più ridicolo di Muslera, poi ancora Suarez inventa un gol stupendo (e finalmente, mica si può segnare solo grazie a regali avversari) alla Del Piero (quello dei bei tempi). Mi piace pensare che in ogni caso per una delle due il sogno continuerà arrivando a giocare il massimo delle partite possibili in un mondiale.

Day 13 Mondiali di Calcio: è Germania-Inghilterra!

Niente male. Chiudono i battenti il girone C (dove passano Stati Uniti ed Inghilterra) ed il girone D (avanti Germania e Ghana), con entrambi che regalano tantissime emozioni. Nel pomeriggio gli inglesi di Fabio Capello si giocano tutto contro la Slovenia e grazie ad una rete di Defoe riescono a passare (ai britannici bastava vincere). Ciò che accade però sull’altro campo dove giocano statunitensi ed algerini è clamoroso. Finita la partita dell’Inghilterra si gioca ancora l’altra che è ancora sullo zero a zero, punteggio che qualificherebbe anche la Slovenia. Invece nel recupero un lampo di Donovan regala non solo il passaggio del turno ma anche il primato ai nordamericani! Beffa cocentissima per gli sloveni che escono nel modo più amaro, ma beffa anche per gli inglesi che chiudono secondi e negli ottavi di finale troveranno la Germania. Eh già, perché la sera i tedeschi (che non potevano fare calcoli per arrivare secondi di proposito) vincono con un gol di Ozil e passano, ma c’è di più: siccome a sorpresa l’Australia batte una sempre più indecifrabile Serbia passa anche il Ghana, che tra l’altro sapendo che arrivare secondi comporta un’ottavo di finale contro gli USA e non contro Rooney e compagni negli ultimi minuti non finge neanche di cercare il pareggio. E chiamali scemi! Stati Uniti-Ghana e Germania-Inghilterra. Il campo ha parlato.