Ambiente e ricchezza – Intervista ad Antonio Galdo

Dopo il boom economico degli anni settanta, il consumo ha impennato veementemente rendendo noi consumatori ossessionati, giorno dopo giorno, dall’idea di avere a portata di mano una tessera di plastica rigida che ci può riempire la casa di oggetti, balocchi, cibo… tutto superfluo. Questa vita capitalistica, comoda e monotona ha però celato gli effetti gravosi che ha lo spreco maniacale sulla nostra vita, il quale negli ultimi decenni ha aizzato il fuoco della crisi economica e ambientale.  Sono ancora in pochi a rendere chiara questa gravità. È doveroso, quindi, passare la parola a chi sa cosa comporta avere i frigoriferi stipati di cibo, i bidoni della spazzatura pullulanti di avanzi e la casa piena di oggetti nuovi ma già obsoleti. Antonio Galdo, giornalista e scrittore italiano e progettista del sito www.nonsprecare.it, ha dato risposte abbastanza chiare da capire cosa si può e si deve fare:

Gandhi diceva “nel mondo c’è quanto basta per le necessità dell’uomo, ma non per la sua avidità”. Per troppo tempo abbiamo lasciato che le miniere si svuotassero e le discariche si riempissero, per troppi anni abbiamo deciso che trasgredire i limiti e le regole fosse una moda, per tutta la storia dell’umanità abbiamo dimenticato il vero significato dell’ambiente e l’importanza delle nostre azioni sul mondo. Non pensa che attualmente la nostra società sia animata esclusivamente da desideri materiali, bisogni superflui e capricci infantili che stipano i bidoni della spazzatura?
La Grande Crisi ha fatto suonare la sveglia, per tutti. Non basta consumare sempre di più per essere felici, il PIL non è l’unico parametro per misurare il benessere di un popolo, la ricchezza non si crea distruggendo la natura. Partiamo da qui, per un cambio d’epoca, nella consapevolezza che insieme, e non da soli, usciremo prima e più forti dal tunnel della Grande Crisi.Continua a leggere…

Disinformazione ecologica ai tempi dell'antropocene – Intervista a Luca Mercalli

Esiste una straordinaria frase di Elias Canetti – scrittore bulgaro – che ben riassume ciò che vorrei affermare: “l’uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori, e guardate quanto è stupido”. Da questo aforisma non trapela pessimismo, come qualcuno potrebbe pensare, bensì il volto ignoto del realismo. Immaginarsi un mondo migliore, anzi: un pianeta sul quale non esistono sbuffi nauseanti e inquinanti, microscopiche particelle killer, immani sperperamenti di risorse che causano fame e, al contempo,  spreco. Immaginarsi questo implicherebbe che noi tutti ci fermassimo un istante a riflettere sull’importanza degli errori e del loro peso su oggi e domani, ci dovrebbe indurre a gettarci nell’umiltà, accettare di aver errato per generazioni e da qui ripartire in prima, non in quinta.

Abbiamo errato, è vero, poiché per decenni abbiamo deciso che il destino della Terra fosse uno soltanto: produrre. Fabbricare, consumare quanto più si può e sprecare sono i verbi di ieri e di oggi, di quegli anni in cui il trasgredire le regole era divenuto una consuetudine, quasi un atto obbligatorio, e in cui l’ambiente per molti di noi e per le istituzioni era tramutato in una sorta di nullità, in un optional, in un problema irrisolvibile per cui era, ed è ancora, una questione da abbandonare a sé stessa. È naturale, quindi, che oggi i nodi vengano al pettine: esaurimento di risorse naturali, inquinamento atmosferico, agricolo e marino, spreco incontenibile, e così via. La verità è che il pianeta è una cava di risorse e beni preziosi limitati. Ma osservando le condotte di molte persone comuni, delle istituzioni e dei mezzi di informazione, posso intuire che c’è un’altra verità, la quale ci spiega che viviamo nella totale convinzione che il mondo possa darci tutto per sempre e senza dover fare alcun conto con la natura alla fine della spesa. È come riempire una stanza di rifiuti ogni giorno senza mai liberarla, accumulare spazzatura su spazzatura: alla fine ci ritroveremmo in una montagna di rifiuti, un luogo non più vivibile poiché la nostra negligenza e dissennatezza hanno lasciato che il ciclo della nostra vita consumistica si limitasse all’acquisto, al consumo e allo spreco. Proprio per la natura del nostro mondo – che è limitato e finito – esso non può traboccare di rifiuti esclusivamente generati dal nostro incosciente amore per lo sperperamento. È inevitabile produrre spazzatura, ma è eludibile il continuo gettare via cibo commestibile e l’enorme spreco di energia e risorse, causato da egocentrismo e indifferenza o da una gestione arretrata e poco efficiente. Esistono le energie rinnovabili, quali sole e vento, esistono tecnologie avanzate in grado di riciclare i rifiuti, esistono l’autosufficienza e metodologie efficienti nel gestire le energie e le risorse naturali; potrebbe anche esistere una grande sensibilità collettiva in merito all’ambiente ma ancora non c’è. Forse perché siamo troppo eccitati dall’idea di possedere un SUV luccicante o un cellulare di ultima generazione; forse perché siamo plagiati dalla convinzione che siano i jeans che indossiamo a fare di noi persone interessanti, che seguire il divertimento di massa e la massa stessa siano l’unica cosa importante della nostra esistenza. Forse la verità è che la colpa in fin dei conti non è della TV, dei media, di quei finti personaggi di cartapesta che ci dicono cos’è giusto e cos’è sbagliato, dell’informazione annacquata, ma è della nostra totale incapacità di essere umili per ammettere gli errori e da essi ripartire daccapo. Per avere una reale conferma, ho pensato di chiedere alcuni pareri a Luca Mercalli – noto climatologo, che dal 2003 ha una rubrica nel programma di Fabio Fazio, Che tempo che fa.

Perché secondo lei si tende a tralasciare i rischi climatici preferendo sminuire le affermazioni degli scienziati?

Direi che la gente tende a trascurare ogni notizia che segnala dei problemi sul nostro futuro, siano essi cambiamenti climatici ma siano anche problemi legati all’inquinamento che nuoce alla nostra salute, o alla crisi finanziaria che stiamo vivendo come effetto superficiale di altre crisi più profonde legate all’esaurimento o al maggior costo di risorse forestali e alimentari, energia, minerali preziosi, il tutto in un mondo sovrappopolato da sette miliardi di individui che non può sopportare la crescita infinita invocata dagli economisti. Siamo un po’ come il fumatore che legge sul pacchetto di sigarette “il fumo uccide” ma poi continua a fumare, quindi mi sembra che sia una questione profonda sul piano cognitivo e psicologico. Mi pare che ormai gli scienziati siano arrivati un po’ al loro limite nell’informare le persone, adesso abbiamo bisogno di un altro tipo di professionalità che entrino in campo e che per ora non vedo; sono gli esperti delle scienze umane, sono i sociologi, gli psicologi sociali, gli antropologi, cioè quella parte di saperi che oggi deve spiegarci perché l’uomo di fronte ad avvertimenti credibili dei rischi concreti che ha davanti, gira la testa dall’altra parte invece che occuparsene costruttivamente.

Quindi lei è dell’idea che la TV al giorno d’oggi non faccia il suo compito, come dovrebbe fare.

Sicuramente l’informazione non fa bene il suo compito perché un’informazione seria oggi avrebbe il dovere di attirare sempre di più l’attenzione su questi temi; non in modo sensazionalistico, perché sappiamo che le notizie strillate sull’emergenza non servono a niente in quanto attirano l’attenzione per pochi giorni e poi finisce tutto. Invece noi abbiamo bisogno di una continua sollecitazione severa ma costruttiva su questi argomenti che porti tutta la società a riflettere sulle soluzioni. Direi che il problema maggiore dell’informazione è che considera questi argomenti come una delle tante notizie, come un optional; mettiamo nei giornali la crisi ambientale o energetica alla stessa stregua delle pagine sportive dando l’impressione ai lettori che ci si possa occupare d’ambiente oppure si possa anche non occuparsene, senza ricordare che noi dipendiamo esclusivamente da flussi di materia ed energia e da inflessibili leggi fisico-chimiche che regolano la nostra vita e con le quali non possiamo negoziare. È come essere su un aereo e avere finito il carburante: l’atterraggio di emergenza diviene l’unico problema supremo di cui occuparsi, tutto il resto non ha più importanza. Invece nella realtà è come se noi avessimo una notizia che dice “tra poco precipitiamo, ma possiamo anche girare pagina e trovare un articolo di calcio o l’ultimo film da andare a vedere, quindi fate voi, scegliete la pagina che vi piace di più” e intanto l’aereo precipita. Questo mi sembra il difetto dell’informazione di oggi: non è che nasconda i dati o le criticità ma non dà loro quell’importanza assoluta che dovrebbero avere il fine di attivare una vera e propria sfida collettiva per la sopravvivenza dell’umanità. È ovvio che poi la tendenza naturale delle persone è quella di rimuovere i problemi e preferire la partita di calcio, ma proprio nella creazione di un senso di urgenza verso un cambiamento di paradigma economico e ambientale sta la missione dei media. L’informazione influenza miliardi di persone, quindi vuol dire che quelle tendenze nell’evitare di confrontarsi con i veri problemi strategici sono poi riprodotte nella società; dal bar alla redazione di un giornale c’è questo atteggiamento di indifferenza, manca purtroppo questa fondamentale insistenza nel fornire nuove chiavi interpretative di un presente del tutto inedito per la storia della nostra specie, non a caso chiamato “Antropocene”, primo periodo geologico nel quale le forze umane rivaleggiano con quelle naturali. Non possiamo rimandare oltre questa presa di coscienza e le azioni per ridurre la nostra pressione sul pianeta, una volta attivati, certi processi naturali divengono irreversibili, almeno alla scala dei tempi umani, e ne avremo conseguenze irrimediabili.

Secondo lei la politica italiana si comporta in modo efficiente e soddisfacente o tende, come una buona parte della società, a dare poco conto e valore all’ambiente?

Ovviamente la seconda risposta. Noto soprattutto che per la politica e per la società italiana l’ambiente è qualcosa di assolutamente secondario e un aspetto che, da un punto di vista culturale, non esiste. È più un’icona da tempo libero, il parco dove rifugiarsi la domenica, ma non viene percepito come il mezzo biogeochimico fondamentale che ci permette di vivere tutti i giorni. È un argomento rimosso soprattutto adesso, nella crisi economica, che viene messa al primo posto di tutte le riflessioni, quando invece si dovrebbe comprendere che ha le sue radici anche nella crisi ambientale. La crisi economica è diventata una scusa per respingere anche quel poco di provvedimenti o di riflessioni che avevano a che fare con l’ambiente. Oggi con la scusa di tagliare, tagliamo tutto; ovviamente per prime anche le politiche che avevano risultati positivi sull’ambiente, dalle energie rinnovabili alla riqualificazione energetica degli edifici, alle aree di conservazione della biodiversità.

Se uno Stato come il nostro continua a penalizzare le ricerche, gli studi scientifici, le università, come può prepararsi a qualcosa di probabile come l’esaurimento del petrolio?

La ricerca in questi settori è fondamentale per comprendere i meccanismi rapidi di variazione dell’ambiente, che poi possono avere delle conseguenze negative anche sulla nostra salute oppure sul nostro benessere, quindi giustamente energie rinnovabili e così via. Noi penalizziamo la ricerca e assecondiamo di nuovo un altro difetto, tipicamente italiano, cioè che le persone non vengono stimolate a imparare di più ma a essere fiere di sapere di meno. Lo chiamerei “effetto telenovela”, la propagazione di un modello di vita assolutamente irreale e dissipativo che distoglie da una vera programmazione del futuro.

Nel suo libro “Prepariamoci” dice che “le scienze umane – filosofia, psicologia sociale, antropologia, sociologia, storia – dovrebbero diffondere comportamenti saggi, concepire soluzioni politiche ed economiche, comunicare urgenze e speranze”. Perché questi saperi non partecipano a questo dibattito?

Secondo me sono sostanzialmente scienze umane che a differenza delle scienze dure, quelle matematiche, fisiche e naturali, non hanno mai avuto una vera importanza applicativa ma hanno dominato la scena culturale concentrandosi su ideologie e aspetti soggettivi dell’umanità; oggi, mettendosi al servizio di questa sfida epocale, potrebbero fornire nuovi elementi etici e cognitivi per gestire correttamente il rapporto uomo-ambiente fattosi così rischioso e delicato. Sono scienze che oggi cominciano a comprendere come funzionano i meccanismi cognitivi delle persone e le loro attese, e possono dunque completare il lavoro che i ricercatori del clima, dell’energia, del cibo, dell’inquinamento hanno compiuto senza riuscire a sensibilizzare i comportamenti verso approcci non predatori delle nostre risorse. E se io dico che il clima cambia e la gente dice che sono un catastrofista, a questo punto io vorrei passare la palla a uno psicologo sociale e dirgli “spiegami perché uno si prende l’etichetta di catastrofista quando fa vedere dati razionali e scenari rigorosi sul nostro futuro”; è come dire a un medico che è un catastrofista perché ha diagnosticato un cancro. Sembra che le scienze ambientali stiano facendo la stessa cosa: esse sono il medico del pianeta che dice “ci sono molte cose che non vanno”, e nel frattempo dall’altra parte c’è chi risponde dicendo “sei un catastrofista”, invece di pensare alla cura! Vorrei semplicemente che queste scienze umane dialogassero con la ricerca scientifica, assumessero dei dati e si occupassero di spiegare perché le persone, messe davanti a un avvertimento negativo, girano la testa dall’altra parte: questo me lo deve spiegare uno psicologo, non un climatologo. Io non giro la testa dall’altra parte perché ho lavorato su me stesso, riducendo la mia impronta ecologica e i miei consumi energetici, mentre il 90% delle persone non lo fa e mi dice “sei un catastrofista”. Allora faccio appello all’antropologo o allo psicologo perché questo è soltanto un problema di costume culturale dell’umanità, dal quale tuttavia dipenderà la nostra esistenza.

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Dov'è finito il nostro diritto alla vita?

Guardi il fiume che scorre, la montagna innevata, i campi che biondeggiano al vento, il cielo dalle fronde d’un albero profumato, i frutti che lentamente maturano nell’orto. Guardi tutto questo, te lo godi intensamente perché sai già che un senso di tristezza e colpevolezza ti indurranno a destarti, a sospirare e a dire che un giorno probabilmente tutta questa bellezza sparirà. Poi impulsivamente guardi la discarica che esala sbuffi nauseanti, l’inceneritore che emette particelle invisibili ma mortali, cantieri e ancora cantieri che rubano ciò che appartiene alla terra. Guardi tutto questo e, mentre il tuo battito cardiaco aumenta gradualmente e l’ira comincia a far bollire il tuo sangue, vorresti correre verso la discarica e l’inceneritore per protestare fino allo sfinimento, o andare a occupare i cantieri che mangiano insaziabilmente nuovo terreno. Ma sai che non puoi fare niente se non lasciarti invadere da un altro senso di tristezza e colpevolezza, che ti inducono a sospirare e a chiederti “dove diavolo è finito il mio diritto alla vita e alla salute?”.

L’articolo 32 della costituzione italiana dice che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività […]”, ma dov’è l’effettiva attenzione alla salute e all’ambiente da parte dei governanti? Come possiamo pretendere di vivere una vita salubre e sicura se, come capita in molte città italiane, il sindaco vuole ostinatamente aprire le porte dell’inceneritore a pochi passi dal centro abitato, dal campo agricolo, o se si antepongono i fatti finanziari a quelli ambientali, salutari? Capita troppo spesso che i caparbi capi supremi rendano l’interesse per la reale vita dei cittadini e per le faccende ambientale delle questioni di poco conto e noiose. Ma questo è tollerabile? Possiamo lasciare che questo terribile disinteresse ed egoismo in campo politico e ambientale continuino a scorrere ininterrottamente? No, perché quel che dovremmo fare è tamponare quest’emorragia, arrecata da un profondo taglio che per anni è stato fintamente dimenticato, e smetterla di convivere con l’illusione che è sufficiente la pubblicazione di una stupida legge salvaguardante l’ambiente a salvarci dal triste futuro che ci attende. Se volessimo veramente evitare il futuro sfacelo che si prospetta davanti ai nostri piedi, ci converrebbe cominciare a uscire dagli schemi civili che ci sono stati implicitamente trasmessi, ed entrare in una logica ben diversa da quella attuale che, a quanto pare, non sembra andare d’accordo con quella del mondo biologico: trasgredire i limiti, le regole, superare la linea di demarcazione, sprecare in modo smisurato ogni giorno, schivare ogni sorta di rispetto per la nostra terra sono i verbi propri di questo dannato ventunesimo secolo, azioni e gesta che descrivono in modo accuratamente atroce la sporca logica della società civile attuale.

Spesso mi chiedo dove sia la necessità di comprare a tutti i costi qualcosa ogni giorno, di gettare in modo indifferenziato i rifiuti, di sperperare le proprie ricchezze in baggianate quando si potrebbero investire in cose utili, o di aprire per forza il termocancrovalorizzatore a pochi passi da un parco, da una scuola, da un campo dove pascolano le mucche, il cui latte, nonostante sia ricco più di diossina che calcio e lattosio, finisce comunque sulla nostra tavola. Ogni giorno quando passeggio, quando vado alla fermata del bus o quando osservo dalla finestra della mia camera l’orizzonte dal colore plumbeo, ho la sensazione che questo sistema, adottato da anni, non può continuare a funzionare, e vengo devastata da un triste sentimentalismo che, con gli occhi lucidi, mi spinge a urlare che la gente, soprattutto i bambini, non possono vedere la loro vita sbiadita da tumori causati dall’inquinamento antropologico.
In modo adolescenziale, mi chiedo vanamente se è veramente indispensabile bruciare i rifiuti per produrre un’irrilevante quantità di energia e al contempo esalare diossine, furani, cellule cancerogene che non fanno altro che portarci via la vita in modo lento ma progressivo; mi domando come mai al comando esistono quasi esclusivamente persone egoiste e avide che, nonostante le varie proteste, riescono a ottenere ciò che vogliono, cioè ciò che il popolo non vuole. Non pretendo dei santi al governo, basterebbe qualcuno con un po’ di sale in zucca.

Ci sono molti comuni come Pistoia – dove la dr.ssa Gentilini ha denunciato che la diossina oltre a trovarsi negli alimenti si trova pure nell’acqua -, Albano – dove il 28 aprile si è tenuta un’importante assemblea pubblica riguardante l’apertura del termocancrovalorizzatore -, Parma e Reggio Emilia – che mi riguardano più da vicino – e tantissimi altri, che sono in continua lotta contro quei tiranni che desiderano tenacemente bruciare la mondezza, quindi uccidere noi tutti. Stimo tutti coloro che protestano, che informano e mantengono viva la democrazia individuale obiettando in modo pacifico e civile; stimo quei pochi politici sani che, silenziosamente, lottano contro ciò che non vogliono per il loro comune, per il loro territorio, e per dimostrare che la politica italiana non è sempre fatta solo di corruzione ed egoismo.

Mi rivolgo a Graziano Del Rio, sindaco della mia città – Reggio Emilia – che sostiene da anni che l’inceneritore non comporti rischi salutari, poiché il nostro termocancrovalorizzatore di Cavazzoli, essendo moderno, è sempre stato sicuro. Caro Del Rio, ha studiato chimica? Lo sa che, come diceva Lavoisier, “nulla si crea e nulla si distrugge”? Come mai lei non è sicuro che incenerendo i rifiuti si disperdono nell’aria sostanze cancerogene, quindi molto pericolose? Scommetto che se lei vivesse a pochi passi dall’inceneritore, forse cambierebbe idea.
Il termocancrovalorizzatore reggiano chiuderà i battenti a breve – si spera – anche se devo ammettere che non mi accontento, perché il suo sostituto bastardo è in arrivo a Parma, una delle città più inquinate d’Italia. Difatti, l’inquinamento industriale e automobilistico sembrano essere faccende poco importanti per i governanti parmensi; non è una mia invenzione, ma un dato di fatto, visto che il signor Bernazzoli, candidato sindaco di Parma, vuole a tutti i costi bruciare la spazzatura. Quell’uomo è troppo cocciuto,  perché sa che la sua città potrebbe essere un angolo di paradiso, invece continua a essere una schifosissima palude, il cui puzzo di smog fa rivoltare lo stomaco a tutti. Sono certa che, se tutto continua ad andare così, i parmigiani saranno costretti ad andare a vivere nelle botole: probabilmente moltissime altre città italiane, soprattutto nordiche, arriveranno a seguire il loro esempio. Bernazzoli è così testardo che lascerà che la sua città si nasconda dalla coltre puzzolente e piena di diossina andando a vivere sottoterra: solo allora sia lui che Del Rio, vedendo l’aumento dei casi di tumore, si renderanno conto che avrebbero dovuto studiare meglio Lavoisier.

In nome di chi muore a causa dell’inquinamento, di chi protesta, di chi disperatamente vede il mondo andare a rotoli, io chiedo: dov’è finito il nostro diritto alla vita e alla salute?

Rifiuti zero

In questo periodo di estrema crisi monetaria si parla così ampiamente di economia, Unione Europea, spread, e così scarsamente di tutti quei problemi che necessitano di risanamenti immediati. Un esempio qualsiasi? La gestione dei rifiuti.
La legge italiana richiede a ogni città di raggiungere il 65% di raccolta differenziata, un obiettivo che la politica rende impossibile da raggiungere dichiarando la gestione dei rifiuti una situazione d’emergenza, così discariche e inceneritori risultano le uniche soluzioni efficaci. Qui – e non solo – la politica erra: la gestione dei rifiuti non è mai sinonimo di allarme o dilemma socio-politico poiché, come tutti sanno, dal trattamento corretto dell’immondizia possiamo trarre soltanto benefici, e invece? Invece, gettando la monnezza in discarica o infornandola negli inceneritori, la gestione dei rifiuti viene resa un problema a livello nazionale. In questo caso, come in molti altri, la politica crea il problema dove potrebbe non sussistere. I politici non meritano alcun rispetto quando impongono ciecamente, attraverso la loro schifosa supremazia, l’apertura di nuove discariche o quando, attraverso studi poco accurati, difendono pienamente gli inceneritori, perché tutto questo avviene senza che essi pongano attenzione ai dissensi popolari.
I nostri rifiuti non sono unicamente spazzatura, e quindi oggetti da nascondere sottoterra o da bruciare nei termovalorizzatori ma anzi, dopo essere stati legalmente trattati, possono dar vita a nuovi oggetti, evitando tra l’altro di consumare le materie prime che oggi, purtroppo, scarseggiano sulla Terra. Sono dunque materie preziose che possono dare fiducia al futuro che ci attende e speranza in quel mondo che, presto o tardi, sarà sempre più carente delle materie dalle quali oggi dipendiamo.
La raccolta differenziata e il riciclaggio sono due delle tante soluzioni sostenibili in grado di riportare il giusto equilibrio tra noi e l’ambiente. Se noi producessimo e successivamente riciclassimo quanto fabbricato, le risorse naturali sarebbero disponibili anche un domani, e il nostro habitat si troverebbe in condizioni abbastanza decenti da poter continuare a ospitare meravigliose civiltà in futuro. Non sto imponendo nessuna mia ideologia, vorrei solo far capire a chi legge che la tecnologia non sempre riscuote risultati positivi, che non è sempre la via più semplice – ad esempio bruciare i rifiuti o sotterrarli – a sistemare le cose, che la politica è stata macchiata da qualcosa di indelebile, che il fatto che siamo homo sapiens non spiega il perché dovremmo sempre salvarci la pelle. Vorrei semplicemente far capire che i rifiuti sono risorse importanti il cui scopo non è inquinare l’ambiente circostante ma sostituire quelle materie che si stanno esaurendo. Penso che la cosa più difficile da combattere non si trovi nel far eseguire la raccolta differenziata o insegnare come riciclare l’immondizia, ma come poter destituire chi detiene il dominio della gestione dei rifiuti. Se ci fossero persone più motivate e dotate di maggior buonsenso in campo politico, non ho dubbi che il mondo sarebbe leggermente migliore. Dico
 leggermente. Forse siamo troppo sapiens per sistemare il mondo, ci vorrebbe un tocco di umiltà in più in tutti noi…
Zero waste = rifiuti zero: non è uno slogan, è un modo di pensare più pulito che dovrebbe accarezzare gli stili di vita di tutti, non solo di alcuni.

 

Abbiamo sbagliato per anni, adesso è ora di rimediare

Carenza d’acqua potabile, diminuzione delle aree coltivabili, impoverimento dello strato superficiale finalizzato alla produzione agricola, estinzione di diverse specie viventi, aumento dei casi di deforestazione, distruzione di barriere coralline, inquinamento atmosferico, marino e terrestre. Tutto questo è già in atto, si può vedere chiaramente. Se non ci si alzerà dal divano, queste manifestazioni apocalittiche ci porteranno a un inammissibile peggioramento. Volete ancora che quei disastri sopraelencati continuino ad essere gli emblemi d’oggi e la paura di domani? Io no.
È ora di dire basta a questa sporca umanità, a questo snervante e incomprensibile degrado sociale, a questo immenso menefreghismo nei confronti della realtà tangibile. Noi umani disperdiamo ogni giorno nell’aria inestimabili quantità di sostanze tossiche senza rendercene conto mai abbastanza. Questo è un dato di fatto, non l’ho inventato io. Abbiamo tra le mani la verità e ininterrottamente la sottoponiamo a prove per renderla possibilmente meno vera e meno visibile. Provo vergogna nel sapere che siamo tutti a conoscenza del disastroso domani e nonostante ciò rimaniamo ancora seduti sul divano a guardare la TV. È vergognoso non tanto perché stiamo zitti e immobili, ma perché ora ho la certezza che all’umano non importa nulla di quella immensa fortuna che ci ha donato questo bellissimo pianeta verde-blu.
Stiamo consapevolmente, ripeto consapevolmente, sparando su nel cielo sostanze inquinanti da troppo tempo. Il vero problema è che esse trattengono calore, quindi elevano la temperatura dell’aria, degli oceani e della superficie terrestre. L’incremento termico a sua volta causa tutto quanto elencato nelle prime righe, oltre a: scioglimento dei ghiacciai, aumento del numero e della potenza degli uragani, diminuzione delle foreste, diminuzione dei raccolti e così via. Se ora anche voi, come me, non volete che questa crisi climatica peggiori, dobbiamo subito cominciare a risolverla partendo proprio dai gas serra liberati nell’atmosfera.
Le sostanze inquinanti che causano il surriscaldamento globale sono diverse. La più importante è il biossido di carbonio (CO2) che proviene dalla combustione di carbone per la produzione di energia, e dalla combustione di derivati del petrolio nei trasporti; la CO2 è il più inquinante rispetto agli altri gas serra, poiché è quello maggiormente prodotto, per tal motivo bisognerebbe trovare un modo di produrre energia senza sprigionare biossido di carbonio nell’aria. Ma non tutto è compromettente! Una cosa che ci dovrebbe far diventare più zelanti è la straordinaria capacità detenuta dalla Natura: le piante assimilano la COatmosferica; quindi dobbiamo assolutamente diminuire i casi di deforestazione perché portano soltanto a un minor smaltimento di CO2, ovvero ad un suo maggior accumulo nell’atmosfera.
Spesso ci si chiede quale sia la vera via di fuga, o meglio, la soluzione più giusta a questa grave crisi, ma generalmente non si riesce mai a darsi valide risposte. Forse perché la falsa convinzione che tutto è irrimediabile ci rende negligenti, o forse perché si ha paura di dover dar ragione alla realtà e ammettere i propri errori. Probabilmente la cosa più esatta da fare, ma più complicata da attuare, è unirsi e combattere la ardua situazione con buonsenso e diligenza. La terra è abitata da circa sette miliardi di persone; in qualche modo riusciremo a creare una pacifica coalizione tra le nazioni mondiali. Sarà difficile, ovviamente, ma non ci sono dubbi che la benevolenza nascosta in noi possa vincere sulla codardia dei “potenti”. Inoltre, la politica potrebbe darci una mano limitando le emissioni di biossido di carbonio, di metano e di altri gas serra, ma, pensandoci a modo, sarebbe come chiedere al mondo di smettere di ruotare per un giorno.
Come dice Al Gore: “se smettessimo domani di produrre COin eccesso, circa metà della COprodotta dall’uomo ricadrebbe giù nell’atmosfera (per essere assorbita dagli oceani e da piante e alberi) nel giro di 30 anni […] la parte rimanente ricadrebbe con molta più lentezza, e fino al 20% di ciò che abbiamo immesso nell’atmosfera quest’anno sarebbe ancora lì tra 1000 anni. E ogni giorno spariamo fin lassù 90 milioni di tonnellate di CO2“. Incredibile, vero?
L’unica cosa che in questo periodo non dobbiamo assolutamente fare è perdere la speranza, perché nulla è per sempre, nemmeno il dolore, le ingiustizie e ogni cosa che fa parte della frazione morta del mondo. In ogni piccola realtà che noi viviamo c’è sempre un margine di speranza. E noi – noi che vogliamo lottare contro questa forte crisi climatica – gestiremo questa speranza col fine di renderla ampiamente reale. Prima, però, dobbiamo convincerci che il problema basilare della crisi climatica è l’assenza di un’unione mondiale, di una vera pace tra cittadini… Noi faremo in modo che questo buco fondamentale possa essere ricucito in fretta.

Noi, batteri che produciamo tossine

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi

Mi chiamo Sara. Sara e basta. Vivo nello squallido nord Italia: squallido perché la mia città non sa essere accogliente e amichevole con me. Vorrei andarmene a sud, nel bellissimo meridione; non ci sono mai stata, sarà perché non mi è stato “insegnato” a viaggiare o sarà perché non ho mai saputo cogliere l’occasione per fuggire laggiù. So solo che mi piacerebbe tanto compiere un viaggio nel meridione, una sorta di peregrinazione, per conoscere posti nuovi e gente apparentemente diversa da quella del nord. 
Son giovane, frequento ancora le superiori. In futuro mi piacerebbe proseguire gli studi, ma non ho ancora le idee ben chiare per decidere che facoltà intraprendere. Quel che voglio dalla vita è un enigma! Non è facile saperlo e di certo non lo si può capire attraverso una stupida domanda: “Sara, che vuoi fare da grande?”. La sicurezza sa essere soltanto amica delle mie passioni, per fortuna! Mi piace molto capire come gira il mondo, quindi tenermi informata attraverso i quotidiani; mi piace anche leggere (mi perdo soprattutto nei romanzi ottocenteschi) e scrivere poesie e critiche contro la vita moderna (sì, son complicata, lo so!). 
Beh, questa era ed è Sara, quella ragazza che spera di poter farvi capire sé stessa attraverso articoli scritti con un infinito amore per la parola. Spero di cuore di poter rendere questo mondo contorto quel mondo agognato da milioni di persone umili quanto me.[/stextbox]

Mi capita molto spesso di domandarmi vanamente quand’è che finirà quest’evo disastroso. Quand’è che si fermeranno le automobili, i tram e i treni, e quand’è che si andrà a scuola e al lavoro su carri trainati da cavalli, in bicicletta o a piedi. Quand’è che si smetterà di scavare a terra per ricercare quel fottuto oro nero che sfrutta i paesi indigenti e soddisfa la sete di capitalismo dei paesi occidentali. Quand’è che si attueranno politiche le cui prassi si fondano su principi sani e consapevoli. Quand’è che la gente accetterà di aver sbagliato per anni e accoglierà nuovi stili di vita capaci di rispettare sia il mondo civile che quello naturale. Già, io mi chiedo tutto questo, voi no?

Io ho paura di quest’era. Non sono disperata, non credo che la disperazione possa essere di qualche aiuto; come disse Al Gore, essa è solo un modo per cui nutrire maggior negligenza poiché c’è sempre un margine di speranza dietro a ogni errore, grande o piccolo che sia. Ho soltanto il timore che niente di tutto questo, che io chiamo “sporcizia del ventunesimo secolo“, si fermi. O meglio, che nessuno lo fermi. Ho il presentimento che veramente poche persone sappiano che peso ha la Natura su di noi e di cosa essa ha realmente bisogno dalle società umane. Lo possiamo vedere nella politica: esiste qualche partito che mette alla base delle proprie utopie il rispetto per l’ambiente? Non credo, perlomeno non che io sappia. La politica attuale non conosce limiti e nemmeno prova a imporseli, attua sbadatamente leggi insensate come se si trovasse continuamente sotto l’effetto di narcotici; le sue ideologie sono animate da un incomprensibile amore per la ricchezza materiale e la potenza monarchica. I politici attuano e ci persuadono che la vita migliore sia quella da loro tracciata: non c’è niente di meglio che città moderne, fabbriche megagalattiche e inquinanti, centrali nucleari ben piazzate su tutto il territorio, automobili moderne, e così via. Ma tra tutto questo dov’è il riguardo verso l’ambiente naturale? Perché si pensa che una vita occidentalizzata (= moderna) debba essere per forza il modello da seguire? Perché – cazzo – nessuno si ferma e decide di attuare un cambiamento radicale capace di rimanere per sempre fedele alle leggi della Natura? Stiamo inconsapevolmente (ma anche consapevolmente) distruggendo il nostro nido. Ma… che faremo quando non ci sarà più luogo di riparo per noi?

Non sono naturalista o fanatica di Greenpeace, sono solo eco-consapevole. Non serve per forza tornare a vivere come facevano gli uomini delle caverne, non serve chiudere ogni fabbrica produttrice di sostanze inquinanti. Non chiederei mai di fare questi sforzi, perché so benissimo che una notevole percentuale delle società mondiali li declinerebbe ferocemente. Penso che basterebbe soltanto che venissero incentivati gli studi nel campo delle energie rinnovabili, e che le politiche e le società divenissero più consapevoli del fatto che la Natura esige rispetto e amore dai suoi figli; la cosa più buffa di tutto questo è che noi – figli – siamo degli “invincibili batteri” che, purtroppo, non fanno altro che produrre un’incalcolabile quantità di tossine altamente dannose per la madre.

Ehi, ma… non vi sentite un po’ in colpa?

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Blog personale dell’autrice: www.saravox.wordpress.com

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Carta e sangue

Una colonna di fumo si leva sopra il villaggio indonesiano di Suluk Bongkal. E attorno, uno scenario da guerra civile: un elicottero della polizia che getta combustibile sulle quattrocento capanne che compongono il villaggio, abitanti che scappano inseguiti da gente armata.

Una giornata nera per i contadini di Suluk Bongkal. Sono stati sono svegliati da un raid congiunto di agenti di polizia, security privata e bande criminali. Una forza d’assalto dalla composizione piuttosto strana, ma relativamente normale nelle aree controllate dalle cartiere. Alla fine dell’incursione, le capanne sono state tutte carbonizzate, settanta abitanti del villaggio arrestati, e due bambini sono trovati morti, uno ucciso dalle fiamme, l’altro annegato in una pozza mentre fuggiva nella foresta. Gli arrestati sono poi stati trattenuti per mesi senza processo.

Il motivo dell’assalto? Nel villaggio non si nascondevano organizzazioni criminali, né centrali di spaccio o raffinazione di droga, o mercanti di armi. Il crimine dei contadini del villaggio era uno solo: non volevano cedere le loro terre al colosso cartario che aveva ottenuto la concessione in una fetta di foresta già abitata. Il colosso cartario sino-indonesiano Asia Pulp & Paper (APP) ha un pressante bisogno di nuovi terreni da ripulire e mettere a piantagione, e il governo rilascia loro nuove concessioni senza curarsi dei diritti di indigeni e comunità locali; e quando questi non accettano di abbandonare le proprie case, si passa alle maniere spicce.

L’impresa PT Arara Abadi, sussidiaria della APP, aveva ottenuto la concessione alcuni anni prima. In seguito, assieme ad altre imprese del gruppo, era finita nel mirino di investigazioni sul taglio illegale, che avevano portato al sequestro di un milione di metri cubi di legname. Secondo gli investigatori le concessioni erano state rilasciate in modo irregolare.

Probabilmente gli abitanti del villaggio di Suluk Bongkal avevano festeggiato, ma contro i vertici della polizia di Riau è intervenuto l’allora ministro delle foreste Malam Kaban, e dopo mesi di braccio di ferro istituzionale, il capo della polizia della provincia, il brigadiere Suciptadi, era stato rimosso. Nel giro di pochi giorni, ecco la polizia locale schierata assieme alle guardie private della Arara Abadi nel distruggere il villaggio.

Suluk Bongkal non un’eccezione. L’espansione delle piantagioni, oltre a minacciare l’ambiente e il clima, è una vera e propria spada di Damocle per le comunità dei villaggi, la cui vita dipende dai piccoli appezzamenti e dalle risorse che raccolgono nella foresta. Nelle province più ricche di foresta, Jambi e Riau, questi conflitti sono all’ordine del giorno, mentre le imprese cartarie si comportano come veri e propri feudatari. Nel luglio 2009 la security aziendale di un’altra impresa del gruppo APP – la PT Lontar Papirup Pulp and Papers – ha sequestrato due reporter della televisione France 24, che riprendevano camion di tronchi.

Con il vostro appoggio stiamo contribuendo a creare centinaia di migliaia di posti di lavoro in Indonesia” scrive la APP ai propri clienti preoccupati del fatto che iniziano a circolare sempre più informazioni sulle pratiche della APP.

La APP sostiene di lavorare per il benessere delle comunità delle aree in cui opera, lasciando intendere che il sacrificio delle foreste sia necessario allo sviluppo di un paese povero. Ma l’espansione delle piantagioni, quando non avviene ai danni della foresta pluviale, distrugge più posti di lavoro di quanti ne crei (le piantagioni industriali hanno un’intensità di lavoro molto più bassa dell’agricoltura tradizionale indonesiana) e causa grandi conflitti, spesso scacciando le comunità contadine dalle loro terre, lasciandole senza lavoro, casa e mezzi di sussistenza. Le foreste indonesiane danno da vivere a trenta milioni di persone, tra cui trecento gruppi indigeni, e la loro distruzione lascia questa gente senza casa, senza fonti di sussistenza, senza il loro ambiente e la loro cultura. La loro vita, sostenuta dalla foresta per migliaia di anni, si trasforma in una povertà senza radici né mezzi di sussistenza dignitosi. Secondo la FAO, in tutto il mondo le foreste danno da vivere a 1,2 miliardi di persone, che vivono in sistemi agro-forestali, e ovunque la deforestazione crea miseria. Non stupisce che i conflitti tra le sussidiarie della APP e le comunità contadine che vivono nelle nuove aree assegnate in piantagione siano spesso aspri. Secondo un rapporto pubblicato da Human Rights Watch redatto sulla base dei dati forniti dalla Commissione per lo Sradicamento della Corruzione (KPK) voluta dallo stesso Presidente della Repubblica, il settore forestale indonesiano avrebbe sottratto circa due miliardi di dollari tra tasse evase, sussidi “aggiustati” e prelievi di tronchi senza le necessarie autorizzazioni. La stessa cifra, secondo i calcoli della Banca Mondiale, sarebbe sufficiente ad assicurare l’assistenza sanitaria a cento milioni di indigenti per almeno due anni.

Dall’altra parte dell’oceano un’associazione chiamata “Consumers Alliance for Global Prosperity” si è specializzata in campagne contro gli ambientalisti, la cui colpa principale è proteggere le foreste e le specie minacciate. Guarda caso, dietro la Consumers Alliance for Global Prosperity e le violente campagne anti-ambientaliste, si nascondono i finanziatori cinesi della APP che, secondo un’inchiesta del New York Times, sono riusciti a coinvolgere i Tea Party, l’ala più oltranzista del Partito Repubblicano, nel sostegno alla causa della APP: il diritto di importare cellulosa e carta dalla Cina e dall’Indonesia senza curarsi di inezie come gli impatti ambientali. Una bizzarra alleanza, ma il denaro fa miracoli. E il denaro alla APP non manca. Mentre, assieme ai Tea Party, accusa gli ambientalisti di condannare alla povertà cento milioni di indonesiani, l’impresa continua a sottrarre terreni ai contadini poveri. Sarà difficile convincere i contadini di Suluk Bongkal che le loro case e i loro campi sono stati dati alle fiamme per promuovere sviluppo e benessere.

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C'è posta per te

Il postino non porta sempre belle notizie, ma quando fra pubblicità e bollette spunta una denuncia con una richiesta di risarcimento di 500.000 euro, allora la cosa si fa seria.

Qualche mese fa, l’associazione ambientalista Terra! ha messo in luce un’aggressiva campagna di espansione nel mercato italiano da parte della APP, che nel frattempo ha aperto uffici in Italia, Spagna, Regno Unito e Germania. Secondo i dati riportati da Terra!, l’Italia è divenuta oramai il primo importatore europeo di prodotti cartari dall’Indonesia, superando le 77.000 tonnellate, e nel 2009 editori, tipografie e rivenditori di carta hanno acquistato oltre 40.000 tonnellate di carta soltanto dalle tre cartiere indonesiane del gruppo APP: Tjiwi Kimia, Pindo Deli e Indah Kiat. Non si tratta solo di corresponsabilità con la deforestazione, ma di un vero e proprio (talvolta inconsapevole) incitamento a proseguire nella devastazione. Infatti la crescita delle vendite spinge il colosso cartario a produrre di più e alimenta la cronica deficienza di materia prima, il legno, gettando le basi di nuove conversioni di foreste pluviali in piantagioni di acacia. Per questo Terra!, assieme a 40 associazioni ambientaliste europee, ha chiesto alle imprese del settore di interrompere ogni relazione commerciale con il colosso cartario sino-indonesiano.

Terra! ricorda anche un altro aspetto: che acquistando prodotti della APP si favorisce l’espansione sul mercato italiano dei suoi prodotti, che rischiano di mettere fuori gioco la produzione cartaria nazionale proprio in un momento di crisi, dato che la APP gode di un accesso vantaggioso alla materia prima, ai danni delle residue foreste pluviali e delle comunità che vi abitano.

Imprese come Mondadori Printing, De Agostini, Gucci, Versace, Ferragamo, Burgo, Fedrigoni, Kimberly-Clark, Nestle, Kraft, Fuji Xerox, Unilever, Stamples, Office Depot, Corporate Express, Metro, hanno compreso come le pratiche della APP siano distruttive e  incompatibili con i propri valori aziendali e hanno evitato o interrotto l’acquisto di prodotti da APP.
Chi la campana di Terra! proprio non ha voluto ascoltarla sono le Cartiere Paolo Pigna, che non hanno ritenuto importante dare una risposta quando Terra! ha divulgato il legame commerciale tra la APP e Cartiere Pigna, quest’ultima si è affrettata a dichiarare alla stampa che si trattava di una menzogna: “Cartiere Pigna non tiene rapporti commerciali con la società indonesiana Asian Pulp and Paper e non si approvvigiona di prodotti derivanti dalle foreste indonesiane“.

La Pigna però non si è limitata a diramare comunicati: ed è così che un bel giorno il postino ha consegnato a Terra! una bella denuncia per danni. Morale della favola: l’associazione ambientalista è stata così condannata a pagare 20.000 euro più le spese, per aver rivelato un fatto vero. Sembra incredibile, ma è vero: in sede processuale, gli attivisti di Terra! hanno fornito gli estremi di diverse fatture che provano gli scambi commerciali tra Cartiere Pigna e la APP, nonché le analisi scientifiche sui quaderni Pigna Monocromo – uno dei prodotti più venduti dall’impresa – che risultano pieni di fibre provenienti da foreste pluviali, per cui Pigna ha dovuto ammettere di aver acquistato carta dalla APP.

Queste prove non hanno impedito a Pigna di tirare dritto e ottenere una condanna per Terra! “Certo è che una associazione ambientalista ci penserà due volte prima di esporre un crimine ambientale” sostengono preoccupati gli attivisti di Terra!. Insomma, deforestare va bene, distruggere il clima globale anche, denunciare quanto accade invece no.

Terra! ha annunciato che ricorrerà in appello, e nel frattempo ha trovato la solidarietà di oltre cinquanta associazioni: “la legge dovrebbe perseguire le imprese responsabili di crimini ambientali contro le forese pluviali dell’Indonesia e contro il clima, invece di condannare chi ha messo in luce il problema – recita il comunicato – è una palese violazione del diritto di parola, e un tentativo di impedire le campagne ambientali”. Tra i firmatari del comunicato: Greenpeace, Legambiente, Friends of the Earth, Rainforest Action Network e numerosi altri.

Sosteniamo Terra! nella sua battaglia contro un verdetto ingiusto – prosegue il comunicato – consideraiamo l’attacco di Pigna a Terra! cone un attacco a ciascuno di noi, che lavoriamo per un ambiente più sostenibile“. Un recente rapporto di Reporter Senza Frontiere, ha messo in guardia sulla crescita delle intimidazioni verso chi rivela crimini ambientali: “quando si rivelano crimini commessi da imprese e governi locali, iniziano i guai” . Ora, fanno notare gli attivisti di Terra! dall’Uzbekistan all’Indonesia, le intimidazioni sono arrivate all’Italia. Ma chi pagherà per i danni al clima globale?
Scheda: le analisi della carta.
Terra! ha fatto analizzare alcuni quaderni della Pigna dalla IPS Testing, un laboratorio statunitense specializzato nell’analisi delle fibre di carta.

Il campione di quattro quaderni “Pigna Monocromo” a copertina rigida (due quaderni e due quadernoni), è risultato contenere alte percentuali di acacia (tra il 62 e il 74%). L’espansione delle piantagioni di acacia e di olio di palma è la principale causa della distruzione delle foreste pluviali dell’Indonesia, che ha fatto di questo paese il quarto emettitore mondiale di gas serra.
Nei quaderni sono state anche rilevate importanti percentuali di latifoglie miste tropicali (MTH), ossia foresta pluviale ridotta in trucioli e quindi trasformata in carta. Tra le fibre rilevate alcune hanno l’aspetto delle dipterocarpacee (Dipterocarpus spp.) e altre delle Myristicaceae. Si tratta di piante che crescono solo nelle foreste pluviali, e ne fanno parte molte specie minacciate (inserite nella Lista Rossa dell’International Union for Conservation of Nature, IUCN).

I risultati delle analisi dei quattro quaderni Monocromo Pigna

 

 

 

 

Scheda: materie prime legate alla deforestazione.

Qualsiasi azienda può condurre periodiche analisi delle fibre, facendo testare periodicamente i campioni di prodotti di carta che si acquistano e i campioni di nuove carte offerte dai fornitori. Queste verifiche possono rivelare fibre sospette e fornitori poco attendibili. Le analisi delle fibre non hanno costi proibitivi, e vi sono diversi laboratori indipendenti in grado di realizzare questo tipo di ricerche.

MTH: dalla foresta pluviale alla carta
Mixed tropical hardwoods (MTH), o fibre miste tropicali, è un tipo di cellulosa fabbricata con fibre di latifoglie tropicali di una vasta gamma di specie diverse. Viene prodotta trasformando in trucioli gli alberi abbattuti da foreste tropicali naturali, composte da specie diverse, alcune delle quali di grande valore. È un prodotto tipico dell’industria cartaria asiatica.
Il genere Dipterocarpus spp., si trova solo nel Sud-est Asiatico e include 70 specie, oltre la metà delle quali sono incluse nella lista rossa dell’IUCN. Anche 225 specie della famiglia delle Myristicaceae sono considerate dall’IUCN minacciate.  Tanto Myristicaceae che Dipterocarpaceae non vengono solitamente impiegate nelle piantagioni.

Acacia: via la foresta, largo alle piantagioni.
L’ Acacia (Acacia Magnum) è un genere di piante della famiglia delle Fabaceae. L’Acacia Magnum, specie di origine africana, viene impiegata per la produzione di cellulosa e carta. La principale causa di distruzione delle foreste indonesiane è la conversione in piantagioni di acacia per rifornire l’industria della carta. Per soddisfare la propria necessità di fibre, i due grandi conglomerati cartari indonesiani, APRIL e Asia Pulp & Paper, causano impatti letali sugli ecosistemi, le loro specie animali e le comunità locali che le abitano, oltre a causare un impatto diretto sul clima globale. Infatti, le foreste dell’Indonesia custodiscono uno spesso strato di torba, accumulata in 20 mila anni, che contiene fino a 300 tonnellate di carbonio per ettaro. Quando vengono abbattute e drenate per farne piantagioni, e la torba si asciuga e inizia a decomporsi, il carbonio torna in atmosfera.  Come conseguenza, l’Indonesia ha il più alto tasso di deforestazione, ed è diventata il terzo paese per emissioni dopo Stati Uniti e Cina. Malgrado ciò, il governo indonesiano, in accordo con l’industria cartaria, ha accordato dieci milioni di ettari alle piantagioni di acacia per la produzione di carta, una superficie pari a un terzo dell’Italia!
Dall’inizio delle sue operazioni, nel 1984, si stima che la APP, le sue consociate e fornitrici abbiano distrutto un milione di ettari di foresta nelle sole province di Riau e Jambi, per farne piantagioni.

Sergio Baffoni – Osservatorio sulle Foreste Primarie

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Le impronte della deforestazione

[stextbox id=”custom” big=”true”]Pubblichiamo il primo di una serie di articoli sull’Indonesia inviati da Sergio Baffoni, membro dell’Osservatorio sulle Foreste Primarie, che ha già collaborato con noi in passato con una serie di articoli sull’ambiente (li trovate nell’omonima sottocategoria). Buona lettura.[/stextbox]

A pagina 29 de La Repubblica del 4 aprile un enorme annuncio pubblicitario mostra l’orma di una tigre sotto la scritta “Per scoprire il nostro impegno a favore della biodiversità, seguite le nostre tracce”. È l’annuncio della Asia Pulp & Paper (APP) una delle più grandi imprese cartarie del mondo.

Le tracce della APP però non hanno la forma di un felino, ma quella del bullodozer. Questa impresa da sola ha spianato oltre un milione di ettari di foreste pluviali – un’area vasta quanto l’Abruzzo – per farne piantagioni di acacia.

Altro che impronte di tigre! Dodici anni di deforestazione in Riau stanno portando l’elefante e la tigre di Sumatra all’estinzione. La tigre di Sumatra, l’ultima delle tigri insulari, non supera ormai i 500 esemplari in natura. Ma anche questo non basta. “In APP prendiamo seriamente in considerazione il nostro ruolo quali sostenitori dell’ambiente” si legge nell’annuncio, e la APP ha brigato per ottenere dal cedevole governo indonesiano il permesso per abbattere tutti gli alberi su 200.000 ettari nell’area del Parco Nazionale di Bukit Tigapuluh, nella provincia di Jambi, proprio quello che annuncia ai quattro venti di proteggere. Questo parco è essenziale per la tigre di Sumatra e l’orango. Le operazioni dovrebbero iniziare nel 2010 e includeranno l’unica area in cui era stato reintrodotto con successo l’orango. L’impresa ha inoltre progetti di espansione in Sumatra meridionale e nella provincia di Papua, nell’isola della Nuova Guinea.
Secondo il centro di ricerca indonesiano Eyes on the Forests, le licenze di taglio ottenute nel 2010 dalla APP e dal suo competitore APRIL, sono in gran parte in  aree di alto valore di conservazione, come quelle della Riserva della Biosfera di Giam Siak Kecil-Bukit Batu, recentemente istituita dall’UNESCO, o fanno parte di habitat preziosi, riconosciuti a livello internazionale, come l’habitat della tigre di Bukit Tigapuluh, la Penisola di Kampar, e le aree di Kerumutan e Senepis-Buluhala.

Inoltre il 90% delle concessioni sorge su suolo torboso. Nella maggior parte dei casi, la torba è più profonda di 4 metri, ed è quindi protetta dalla legge indonesiana. Le foreste torbiere palustri sono ricchissime di carbonio, fino a 300 tonnellate per ettaro. Quando la foresta viene abbattuta e la torba drenata e asciugata, il carbonio torna nell’atmosfera per ossidazione. La torba asciutta è inoltre un ottimo combustibile, e il fuoco un ottimo mezzo per rendere coltivabile la torba: è per questo che da un decennio gli incendi esplodono incontrollati in Sumatra e Borneo. Le emissioni provocate dalla distruzione delle foreste torbiere fanno di un paese scarsamente industrializzato come l’Indonesia il terzo emettitore di carbonio, dopo Stati Uniti e Cina. Il drenaggio della torba è infatti uno dei principali fattori delle emissioni di gas serra. Secondo uno studio del Rainforest Action Network, la sola APP emette più CO2 di 165 nazioni del mondo.

Malgrado un’economia scarsamente industrializzata, l’Indonesia è divenuta il terzo paese per emissioni di carbonio, dopo Stati Uniti e Cina, proprio a causa delle emissioni provocate dalla distruzione di foreste e torbiere.

Tra marea nera e fanghi rossi

Martedì 11 gennaio 2011, nelle coste di Porto Torres, la petroliera Emerald ormeggiata nel terminal di Fiume Santo (polo chimico del nord Sardegna al confine con il Parco Naturale dell’Asinara) sta immettendo olio combustibile nelle condotte d’alimentazione di uno dei due gruppi ad olio ancora attivi nell’impianto della società tedesca EON, una fra le aziende energetiche più grandi al mondo.

Il nero petrolio che da oltre due settimane colora le limpide acque marine delle coste settentrionali dell’isola oramai comincia a tingere anche i 18 km di spiagge colpite da questa deprimente catastrofe naturale, da Porto Torres a Punta Tramontana… Enormi chiazze di liquido scuro e nauseabondo si stanno infatti formando sopra e sotto la sabbia, e nessuno è ancora in grado di stabilire l’entità dei danni ambientali di tale disastro.

E’ stato un “imprevedibile guasto meccanico nella linea di drenaggio del collettore manichette posizionato all’interno della banchina”, hanno dichiarato i responsabili di EON. Ci sono però molte questioni che non quadrano, come spiega il giornale online Ecologiae. “Prima di tutto l’allarme – spiega Marco Mancini – lanciato 36 ore dopo la fuoriuscita del carburante dalla nave cisterna Esmeralda”. Quel fatidico martedì notte scorre infatti senza interventi o segnalazioni, senza che nessuno decida di assumersi le responsabilità dell’accaduto, e “quando risuona l’allarme è oramai troppo tardi – spiega Agora Vox il 26 gennaio. – Il mare è stato violentato da 18.000 litri di catrame misto ad olio”.

Nelle ore successive all’incidente il sindaco Beniamino Scarpa venne peraltro più volte tranquillizzato con la garanzia, da parte dell’azienda responsabile, che non ci fossero pericoli né problemi di alcun genere. Nel frattempo, da Platamona a Stintino, davanti all’area marina protetta del Parco Nazionale dell’Asinara, le chiazze d’olio continuano a spostarsi verso l’arcipelago protetto della Maddalena.

Intanto i quotidiani parlano di un piano dell’Eni che avrebbe in progetto di installare nella stessa zona il più grande deposito costiero di idrocarburi del Mediterraneo, incrementando quindi il traffico delle navi cisterna e, di conseguenza, il rischio di ulteriori incidenti…

Un tempo si parlava di Sardegna come di un’isola da sogno, dove i paesaggi inviolati e la natura incontaminata riuscivano ad attirare visitatori da tutto il mondo e rendevano gli abitanti del territorio orgogliosi di essere nati in una terra così meravigliosa. Oggi i quotidiani parlano invece della marea nera di Porto Torres, della sindrome di Quirra per l’uranio impoverito prodotto dal poligono militare, dei fanghi rossi dell’Eurallumina di Portovesme e delle mutazioni genetiche nel dna dei bambini che vivono nella zona dello stabilimento petrolchimico di Sarroch.

La rabbia prende quindi il sopravvento, ed io comincio a chiedermi fino a che punto dovremo arrivare, noi sardi, per capire quale tesoro siamo stati capaci di svendere al peggior offerente e quanto lo rimpiangeremo il giorno in cui non avremo più la possibilità di tornare indietro…

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