L'incubo del passato, la paura per il futuro

Per tutta la giornata di sabato si è vissuto un incubo. Venti anni dopo l’orribile ’92, l’ipotesi di un ritorno dell’epoca delle stragi di mafia ha fatto tremare chi ancora non si è arreso all’idea di uno Stato in balia o peggio, complice, della criminalità organizzata.

Per fortuna, paradossalmente, pare che l’esplosione alla scuola di Brindisi sia un attentato terroristico. È assurdo, ma la cosa ha relativamente tranquillizzato tutti. Cinicamente, la graduatoria dell’orrore trova forse una sua logica. Senza intaccare il rispetto per tutte le vittime degli anni di piombo, l’ultima cosa che ci si potrebbe augurare è una matrice mafiosa. La possibilità che dietro quella che poteva essere una tremenda carneficina ci siano le organizzazioni terroristiche “classiche” sembra per il momento accantonata, soprattutto per via dell’assenza di rivendicazioni.

Sembra tuttavia improbabile che una singola mente malata abbia concepito e realizzato il tutto. Si fanno sempre più numerose le voci che ipotizzano un coinvolgimento di più persone. Sarebbe imprudente e inutile lanciarsi alla rincorsa di questa o quella possibilità. Quando le indagini avranno fornito più dettagli, sarà il momento di cominciare a valutare le conseguenze. Ancora peggiore sarebbe adeguarsi ai modi del peggior giornalismo e rotolarsi nel fango del dolore della famiglia della studentessa uccisa.

Per il momento, si può solo riflettere sul clima sociale e politico che in Italia si fa sempre più cupo. La latitanza della politica – quella vera, seria – non determina il vuoto ma il caos. Non serve una particolare intelligenza politica per tracciare un triste parallelo fra l’Italia dell’inizio degli anni ’90 e quella attuale. Sperimentiamo una crisi economica asfissiante che rischia di precipitare verso abissi ancora peggiori; la fiducia del paese nei confronti della classe dirigente, annegata nella corruzione e nel malaffare, ha raggiunto livelli da lancio di monetine. Tuttavia, non si vive mai due volte la stessa epoca. Anche quando la ruota sembra compiere un giro completo, ci si trova comunque sempre su un nuovo piano. E quando in venti anni non si sono compiuti passi in avanti, si è inesorabilmente tornati indietro.

La “democrazia” in America

Nel 1835 il filosofo francese Alexis de Tocqueville pubblicava il suo capolavoro: “La democrazia in America”; un poderoso trattato sulla giovanissima repubblica americana, sulla sua società, sui costumi e sui punti di forza e debolezza. Per Tocqueville la vera innovazione della società statunitense stava nel fatto che la democrazia rappresentativa aveva attecchito stabilmente e che questa forma di governo garantisse ai cittadini libertà e diritti che faticavano ad affermarsi nella vecchia Europa.

Molti anni sono passati dalle entusiastiche parole del filosofo francese e le cose, negli Stati Uniti, sono parecchio cambiate. Tante volte, forse troppe, alla democrazia rappresentativa si è sostituito il “partito della pistola”. Negli anni sessanta i fratelli John e Bob Kennedy furono entrambi uccisi a colpi d’arma da fuoco e, qualche giorno fa, a Tucson, in Arizona, un folle ha aperto il fuoco contro la deputata democratica Gabrielle Giffords, ferendola gravemente alla testa e uccidendo sei persone.

Cosa è successo alla Democrazia in America? Il sistema politico statunitense è ancora considerato il più democratico, rappresentativo e liberale del mondo. Ma in realtà le cose sono leggermente diverse. Il diritto di voto, tanto per iniziare.
In quasi tutte le nazioni il diritto all’elettorato attivo e passivo si acquisisce automaticamente, con la maggiore età. Negli Stati Uniti questo non accade. Se un cittadino vuole votare deve obbligatoriamente iscriversi alle liste elettorali e dichiarare la propria affiliazione politica.

Questa pratica, se da un lato dovrebbe instillare nell’elettore il valore effettivo del voto e della partecipazione alle sorti del paese, dall’altro spinge la maggior parte cittadini a disinteressarsi della politica attiva. Altra caratteristica peculiare della democrazia americana sono i gruppi di pressione, o lobbies. Piccole e grandi aziende, organizzazioni, associazioni per i diritti civili, chiese… Tutti questi soggetti influenzano pesantemente la vita politica statunitense in vari modi. In maniera più evidente, finanziando profumatamente le campagne elettorali dei candidati portatori dei loro valori e dei loro interessi. In maniera più sottile, manipolando il voto dei loro dipendenti eo adepti, spingendoli a sostenere il candidato prescelto. L’influenza delle lobbies è forte anche in periodo non elettorale. Tale pressione viene esercitata in molti modi e sempre alla luce del sole. Manifestazioni violente e provocatorie, campagne pubblicitarie aggressive, proselitismo porta a porta, sono tutti strumenti utilizzati giornalmente per indirizzare l’opinione pubblica e forse il voto del cittadino americano.

La contrapposizione,  spesso violenta, tra svariati interessi e i rispettivi gruppi di pressione, oltre a innalzare i toni dei dibattiti, spesso causa la nascita spontanea di nuovi gruppi e organizzazioni. Uno dei casi più recenti è quello del cosiddetto “Tea Party”. Nato negli ambienti dell’elettorato repubblicano, questo nuovo gruppo prende il nome dal celebre “Boston Tea Party”, il gesto simbolo della lotta per l’indipendenza dall’Inghilterra. I membri del “Tea Party” sono degli ultra conservatori estremamente radicali che sostengono un ritorno ai sani vecchi valori puritani che hanno fatto grandi gli Stati Uniti. Anche Jared Loughner, il ragazzo di 22 anni che ha sparato a Tucson, faceva parte di un’organizzazione: “Rinascimento Americano”, un gruppo di suprematisti bianchi antisemiti. La stessa Gabrielle Giffords si era fatta molti nemici negli ambienti conservatori a causa delle sue posizioni pro aborto e a favore della sperimentazioni sulle cellule staminali. Inoltre, il suo nome era  nella “black list” dei nemici da sconfiggere, stilata dall’ex governatrice dell’Alaska, Sarah Palin.

Che sia questa la democrazia americana moderna? È veramente democratica e civile una nazione dove lo scontro politico può sfociare nella violenza fisica e a volte anche nell’omicidio?

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Berlusconi fu ferito

Ci siamo cascati.
Ci siamo cascati come delle pere cotte.
Non abbiamo capito che era proprio questo l’inganno: insultarci tra di noi.
Sì, perché la conseguenza più grave della riproduzione del duomo di Milano tirata in faccia a Berlusconi da Massimo Tartaglia è proprio questa: tutti hanno cominciato ad insultare.
berlusconi-si-e-toccato-il-fondoNon sto parlando dei politici di centro-destra pro-Berlusconi, la loro reazione era prevedibile e scontata. No, no, sto parlando proprio del grande gruppo degli “anti-berlusconiani”, praticanti o meno, cioè quella buona metà della popolazione italiana che NON l’ha votato (perché ricordiamoci sempre che le percentuali di Berlusconi non stanno né in cielo né in terra).
La maggior parte di loro si è unita nella blogosfera per lanciare messaggi di condanna del gesto di Tartaglia e, talvolta, solidarietà al Premiere. Solo in pochi si sono distaccati dal coro conformista: Gianky ha colto in pieno il punto, Sabina Guzzanti meno, ma almeno non è scaduta nella banalità del mainstream.

Ognuno ha visto in quello che è successo quello che gli è parso: c’è chi ha parlato di “un povero settantreenne debole e indifeso” e chi continua a far notare la sofferenza sul suo volto. Boh, sarò scemo, io la sofferenza sul volto di Berlusconi non l’ho proprio vista. Ho visto rabbia, quella luce di violenza che è trapelata altre volte dai suoi occhietti biechi. Penso che se avesse avuto tra le mani Tartaglia, avrebbe provato a strangolarlo. Ma la sofferenza, proprio…
Ergo, ognuno ha reagito come ha creduto alla notizia del ferimento del Presidente del Consiglio. Dalle mie parti siamo gente di pancia, come si suol dire, e non ho potuto proprio fare a meno di gioire.
L’avessi mai fatto. Nel giro di un’ora ogni status facebook dei miei amici “democratici” e “liberali” mi stava insultando.
Mi son preso del cretino, dell’imbecille e dell’ignorante. C’è chi ha detto che “partorisco cacate e mi bullo del mio cinismo infantile” (Luigi Ruffolo, negli ultimi tempi un po’ troppo cerchiobottista e inconcludente nella sua ferrea volontà di rimanere equilibrato a tutti i costi, secondo me; tuttavia ha aggiustato un po’ il tiro in un post successivo); c’è chi ha detto che sono scemo, o matto, o matto scemo, proprio su queste pagine di Camminando Scalzi.

Coda di paglia? Non direi: queste persone si riferivano a chi non ha preso le distanze dal gesto di Tartaglia contro Berlusconi; a chi non ha rifiutato la violenza dell’atto. Io non l’ho rifiutata, non ho preso le distanze… Temo quindi che parlassero proprio di me.

Ora, vediamo di arrivare al punto ragionando e spiegando, evitando di continuare ad insultarci a vicenda.
OITBS-CGIL-GOVERNOIo sono convinto che “la violenza è l’ultimo rifugio dell’incapace” e se tutte le persone del mondo fossero come me (Dio ce ne scampi) non esisterebbero guerre, soprusi, mafia. Ma questo non significa affatto che io debba necessariamente condannare ogni atto di violenza che vedo nel mondo, perché sarebbe ipocrita. E con questo non voglio dire che ci sono atti di violenza che sono giustificabili, solo che l’essere umano non è affatto buono, puro e casto come certa gente vuol far finta di credere. Pensate che il Male provenga solo da quelli che fanno la guerra, da quelli che sfruttano altre persone, da quelli che rubano e ammazzano? Il Male è anche augurare di schiantarsi contro un palo al tizio che vi sfaretta in autostrada, o al vicino del piano di sopra che si mette a spostare i mobili alle sette di domenica mattina. Il Male fa parte dell’essere umano esattamente come il Bene, per il semplice motivo che se così non fosse, non esisterebbe nemmeno il Bene, in mancanza di termini di paragone.
Sveglia! Gli anni ’70 sono finiti! I figli dei fiori oggi sono morti, o scrivono libri di scarso successo, o fanno gli opinionisti senza opinioni. Ci vogliamo scrollare di dosso l’utopia del pacifismo Lennoniano? Non arriveremo mai a quella situazione, non prima di un’apocalisse culturale che sradichi completamente i nostri attuali sistemi sociali, economici, politici e quant’altro.
Anticipo la vostra obiezione: “non vorrai mica paragonare un augurio di morte estemporaneo con chi commercia in organi tolti senza consenso?!”: non siate ingenui. Oggigiorno c’è bisogno di un eroismo meno ovvio. E’ chiaro che non è quello che sto dicendo.

Cosa vorreste fare ai bracconieri che uccidono le foche a martellate in testa? A quelli che scuoiano gli ermellini vivi? A quelli che uccidono bambini? A quelli che stuprano e picchiano le minorenni? A quello che governa le vostre vite più o meno da quindici anni ed ha nel suo partito (almeno) un colluso con la mafia, va con prostitute e controlla direttamente tre reti di informazione e indirettamente le altre tre, oltre ad avere la fetta di maggioranza di quotidiani e riviste?
Io capisco che “moralità” significhi anche dover condannare certi gesti, ma se esagerate dalla parte opposta, se vi mordete la lingua quando state per dire ad alta voce cosa vorreste fare a queste categorie di persone, diventate moralisti. Diventate ipocriti. Questo perché state negando il vostro stesso essere, state bloccando la naturalezza di un pensiero. Siete come il monaco penitente che si fustiga con le catene perché “ha avuto pensieri peccaminosi”. Avere pensieri peccaminosi non è peccato, è solo dannatamente umano.

duomo statua berlusconiIo non avrei mai e poi mai tirato un duomo in testa a Berlusconi, ma penso comunque che se lo sia meritato, e che sia il minimo che gli possa essere successo, a livello karmico. E godo di quel momento, perché per me è naturale farlo e sarebbe innaturale negarlo. È stato un gesto liberatorio, per me e per altre (almeno) 50.000 persone (no, non mi basta più mandarlo a fanculo, dopo tutto quello che ha combinato. Mi può bastare mandare a fanculo l’opposizione che non fa opposizione, come gesto liberatorio. Per Berlusconi ci voleva qualcosa di più): un gesto liberatorio, né più né meno. Questo a prescindere dalle conseguenze. Lo vedo da me che non ha fatto in tempo ad uscire, la notizia, e subito è stata manipolata e strumentalizzata per tutt’altri scopi. E quindi? Cosa avrei potuto farci io? E’ scritto nel Tempo che Massimo Tartaglia avrebbe tirato un duomo in faccia a Berlusconi. Che io ne gioisca o condanni il gesto, non avrei potuto comunque evitarlo, così come le sue conseguenze. Mettervi a postare su facebook annunci su quanto siate indignati per quello che è successo non migliora la situazione. Cicchitto avrebbe comunque dato la colpa a Travaglio, al Fatto e ad Annozero; Maroni e la Carlucci avrebbero comunque tirato fuori fregnacce indicibili sulla censura ad internet e alle manifestazioni pubbliche.

Vediamo quindi di darci una regolata e finirla di offendere a cuor leggero chi non si nasconde dietro le spesse vetrate riflettenti del super ego ma cerca invece il contatto dell’ego o addirittura dell’es. Non vanno bene nemmeno i raffinati giri di parole di Greenwich, qui su CS, come “Si ha tutto il diritto di essere cretini“. Ma cretini chi, perché? Lo capite che offendere l’intelligenza altrui è un atto di violenza tale e quale a scagliare un duomo sui denti a qualcuno (se non peggiore: il corpo fisico più o meno guarisce, quello mentale non sempre)?

Se odiate chi odia, non siete differenti da lui: prenderne le distanze offendendolo vi avvicina.
Penso di poterla dire meglio: facciamo tutti la cacca, e la cacca puzza a tutti. Non esiste un modo per convincermi che la vostra puzza un po’ meno.

Berlusconi colpito al volto

Il gesto più stupido che si potesse fare, una statuetta (pare, le notizie al momento sono ancora molto confuse) colpisce al volto il Premier, a lanciarla un uomo di circa cinquant’anni, Massimo Tartaglia, che è stato fermato. Tutto accade nelle fasi finali del comizio per la consegna delle tessere del Pdl. Berlusconi stava firmando autografi e si è ritrovato davanti questo pazzo che l’ha colpito, ferendogli il labbro. Il premier è stato portato via. Atto deprecabile, assolutamente da stigmatizzare.

berlusconi-boccaQuesti sono i fatti.

La politica però, si sa, non si limita ad analizzare i fatti. Bastava dimostrare solidarietà al Cavaliere, e invece la cosa è stata immediatamente strumentalizzata, da una parte e dell’altra. Ma soprattutto da una parte. Alcune dichiarazioni a caldo fanno pensare che non si aspettasse altro per continuare questa ormai insostenibile discussione “Berlusconi sì – Berlusconi no”. Ecco alcune dichiarazioni sparse (fonte via |Repubblica.it)

Di Pietro: “Sono contro la violenza, ma Berlusconi istiga”

Assolutamente contro questa prima esternazione del leader dell’Italia dei valori. E’ assolutamente imperdonabile un atto di violenza di questo genere e, sinceramente, questa uscita se la poteva proprio risparmiare. Non importa quanto una persona sia poco benvoluta, non è in questa maniera che si risolvono le cose. Inoltre Di Pietro ha fatto un altro errore, perché in questa maniera ha mostrato il fianco alle inevitabili critiche che arrivano dal centro-destra.

bondiC’è Bossi che parla di atto di terrorismo (“Quello che hanno fatto a Berlusconi è un atto di terrorismo”), Bondi che immediatamente riporta alla mente il complotto (“Quello che di aberrante e terribile è accaduto è il frutto di una lunga campagna di odio che è stata scatenata da precisi settori della politica e dell’informazione”), Calderoli che dice “Quando parlavo di complotto venivo preso per matto, adesso dai complotti contro Berlusconi si passa ai fatti e si vede dove sono i veri fascisti” e così via…

Quantomeno altre figure istituzionali (il Presidente della Repubblica, ma anche Gianfranco Fini) si sono limitate a stigmatizzare il gesto e a dare la giusta solidarietà al premier.

La strumentalizzazione del gesto però è già cominciata, e quello che potrebbe essere un semplice atto di follia di un uomo, è stato già trasformato nel risultato del terribile complotto ordito alle spalle del Presidente del Consiglio. Nella continua e costante ricerca di consenso popolare, dei voti, e di tutto il resto…

Massima solidarietà al Premier. Ma adesso non facciamone un martire.

Perché altrimenti davvero ci ritroviamo alla follia pura. Follia che da qualche parte deve essere cominciata.