Premi Oscar 2010 – 82nd Academy Awards

Che dire, è proprio vero che a volte Davide sconfigge Golia.

La Bigelow con il suo The Hurt Locker fa incetta di premi oscar (ben 6) lasciano a Cameron e ad Avatar soltanto le statuette per gli effetti speciali, fotografia (dell’italiano Mauro Fiore) e scenografia.
The Hurt Locker quindi vince gli oscar più importanti: miglior film, migliore regia, portando a casa anche altre 4 statuette.
Questo trionfo su Avatar forse è sancito dall’Oscar a Boal per la sceneggiatura di The Hurt Locker, quasi a dire che a volte persino ad Hollywood preferiscono un film scritto bene rispetto ad un Kolossal.
Grande soddisfazione anche per Up (che aveva pure una nomination come miglior film) della Pixar del nostro amico Neil Blevins, che vince gli oscar come miglior film d’animazione e migliore colonna sonora.
Una menzione particolare va inoltre a Steve Martin e ad Alec Baldwin, divertentissimi presentatori della serata, e a Ben Stiller, presentatosi sul palco in stile Na’vi.
I vincitori degli 82mi Academy Awards:
Miglior film:
The Hurt Locker.
Il piccolo film, realizzato solo in 40 giorni, ha sconfitto il ben più quotato kolossal Avatar. Premio oscar meritato per questo splendido gioiellino cinematografico che racconta con un lucido distacco, l’esperienza di un disinnescatore di mine in Iraq.
Miglior regia:
Kathryn Bigelow per The hurt locker.
Per la prima volta l’oscar alla miglior regia va ad una donna. La Bigelow 19 anni dopo Point Break si porta a casa la statuetta più ambita strappandola all’ex marito Cameron.
Un premio giusto per un film dove la macchina da presa si confonde e quasi scompare tra la polvere delle strade dell’ Iraq dove gli sguardi diversi dei marines americani (più che le bombe) scandiscono il tempo del racconto.
Miglior attore protagonista:
Jeff Bridges, finalmente premiato per Crazy Heart, con Bad Blake, cantante country in declino, trova un personaggio che si adatta perfettamente alla sua natura fuori dalle righe.
Finalmente premiato.
Miglior attrice protagonista:
Sandra Bullock per The blind side, storia di una madre adottiva (ha infatti dedicato il premio a tutte le madri)
Alla sua prima nomination sbaraglia la concorrenza della perenne Streep e della sorpresa Gabourey Sidibe.
Miglior attore non protagonista:
Christoph Watlz, alla sua prima nomination, ha conquistato il pubblico di tutto il mondo con la sua spietata interpretazione del colonnello nazista.
Emozionatissimo, con la voce rotta dalle lacrime ha ringraziato tutti partendo proprio da Tarantino.
Statuetta strameritata e scontata.
Miglior attrice non protagonista:
Mo’Nique per Precious.
Vera sorpresa dell’anno nei festival indie americani, Precious ha avuto un enorme successo proprio grazie alle performance delle sue corpulenti attrici.
Premio a sorpresa.
Miglior film d’animazione:
Up, dopo aver sbancato ai botteghini, vince questo meritatissimo Oscar. Ancora una volta la Pixar si è imposta come la migliore casa di produzione di film d’animazione. Stupenda la presentazione delle nomination con i protagonisti dei singoli film.
Statuetta meritata.
Migliore sceneggiatura originale:
Boal per The Hurt Locker.
Film stupendo, scritto senza fronzoli di protesta. L’obiettivo della scrittura infatti è l’esplorazione dei diversi sentimenti dell’uomo alle prese con la follia della guerra.
Miglior effetti speciali:
Joe Letteri, Stephen Rosenbaum, Richard Baneham, Andy Jones per Avatar.
Premio scontatissimo. Centinaia di milioni di dollari investiti nelle riprese direttamente in 3d hanno garantito la realizzazione di un film dall’aspetto visivo assolutamente incredibile.
Statuetta ovvia.
Miglior fotografia:
Mauro Fiore per Avatar.
Premio meritato per l’unico italiano in lizza per un premio. L’incredibile spettacolo estetico di Avatar meritava il premio. Simpatico e patriottico il suo saluto all’Italia sul palco.
Altri premi:
Miglior sceneggiatura non originale:
Geoffrey Fletcher per Precious
Miglior film straniero:
El secreto de sus ojos (Argentina)
Miglior documentario:
The Cove
Miglior scenografia:
Rick Carter, Robert Stromberg e Kim Sinclair per Avatar
Migliori costumi:
Sandy Powell per The Young Victoria
Miglior montaggio:
Bob Murawski e Chris Innis per The Hurt Locker
Miglior trucco:
Barney Burman, Mindy Hall e Joel Harlow per Star Trek
Miglior colonna sonora:
Michael Giacchino per Up
Miglior canzone originale:
Ryan Bingham e T-Bone Burnett “The Weary Kind (theme from Crazy Heart)” per Crazy Heart
Miglior sonoro:
Paul N.J. Ottosson e Ray Beckett per The Hurt Locker
Miglior montaggio effetti sonori:
The Hurt Locker
Miglior corto documentario:
Music by Prudence di Roger Ross Williams e Elinor Burkett
Miglior corto animato:
Logorama di Nicolas Schmerkin
Miglior corto d’azione:
“The New Tenants” di Joachim Back e Tivi Magnusson

Dal “na’vi” al “klingon”: le lingue immaginarie nel cinema

Kaltxì!

Per molti questa parola non avrà molto senso, ma alcuni appassionati la riconosceranno come un saluto. Si tratta della traduzione per “salve” in lingua na’vi, una lingua che fino a poco tempo fa non esisteva. È stata infatti creata dal linguista Paul Frommer, ingaggiato dal regista James Cameron per il film Avatar.
Aldilà del gradimento o meno per il film, non si può non rimanere affascinati dall’ascolto di una lingua che, pur non avendo più di qualche centinaia di termini, è una creazione artificiale e allo stesso tempo presenta elementi reali di lingue native americane, maori e africane. La curiosità ha spinto molte persone a volerne sapere di più, a voler “parlare na’vi”. Fatto sta che sul sito ufficiale (www.learnnavi.org) è possibile scaricare in PDF un ottimo documento contenente fonetica, grammatica, sintassi e fraseologia, per chiunque voglia avventurarsi nello studio di questa lingua.
Non è la prima volta che accade. Pochi anni fa attorno alle lingue elfiche de “Il Signore degli Anelli”, sul web è scoppiata una vera e propria mania: mailing list, forum, siti e discussioni sono stati dedicati all’argomento. In questi spazi web, ringraziarsi con un hannon le, risultava una cosa del tutto normale. Certo, la struttura che sta alla base delle lingue elfiche, frutto di anni di lavoro del filologo J.R.R.Tolkien, non è comparabile a quella della neo-nata lingua na’vi, ma il principio è lo stesso: creare una lingua per porre le basi di una cultura immaginaria. Perché la lingua, possiamo dirlo, è alla base di qualunque civiltà, reale o meno.
Un altro precedente è costituito dal klingon, la lingua dei “nemici” di Star Trek. Il klingon fu creato dallo studioso Marc Okrand e, a detta di coloro che hanno voluto tentarne lo studio, è una lingua un po’ complicata ma non priva di fascino, poiché, come ogni lingua che si rispetti, si compone anche di proverbi e motti. Lo stesso Marc Okrand è l’inventore dell’atlantiano, lingua utilizzata per il film “Atlantis” della Walt Disney.
Come non citare poi Guerre Stellari! Un droide parla sei milioni di lingue, e questo la dice lunga sulla varietà linguistica presente nel mondo creato da George Lucas. La lingua più parlata, è bene chiarirlo, è il galattico comune, che però è tradotto in inglese e quindi viene completamente “perso” nella traduzione! Ma abbiamo anche la lingua degli Ewok (ricordate il buffo popolo di piccoli esseri pelosi?). L’Ewok avrebbe come base il filippino e il tibetano, più un tocco di inglese e persino di svedese modificato. L’huttese, invece, di cui si ascoltano grandi stralci soprattutto nei prequel, è la lingua che nel film viene parlata a Tatooine, pianeta natale di Luke Skywalker e di suo padre, e che presenterebbe degli influssi di lingua quechua (la lingua delle popolazioni andine: Perù, Bolivia, Ecuador, ndR).
Un altro esempio di lingua immaginaria parlata sul grande schermo, meno famoso ma altrettanto affascinante,  è il go’auld. Il go’auld è, per intenderci, la lingua parlata dal malvagio Ra e dagli Abidosyani del film Stargate, di Roland Emmerich, e che in seguito è stata utilizzata anche nella omonima serie tv. Il go’auld dovrebbe, nell’ambito della storia, ricordare la lingua degli antichi egizi.

Lingue immaginarie, lingue artistiche. Linguaggi che abbondano ancor di più nel mondo della letteratura, specie quella fantasy e fantascientifica. Sono indice della grande forza evocativa delle parole: basta infatti creare particolari suoni e collegarli fra loro in un modo nuovo, e subito ci sembra di essere trascinati in un’altra realtà.
I linguaggi artistici sono pura estetica, stimolano l’immaginazione; solo ad un livello superficiale se ne può sancire l’inutilità. È vero, il na’vi, il klingon, o l’huttese non aiutano a trovare un lavoro, ma avvicinarsi ad esse allena la mente, la fantasia e la capacità di sognare. In un mondo dove le parole vengono consumate, banalizzate e bistrattate nella scatola televisiva, ritornare alla purezza del linguaggio non può che essere qualcosa di buono, qualcosa che ci rinnova e che veste di nuovo le parole della loro dignità e della loro bellezza.

A proposito… Eywa ngahu!

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Holorama – Ologrammi e Olografia

Intro

Di recente hanno fatto un sacco di scalpore le nuove tecnologie 3D cinematografiche, che ci permettono di gustare come mai prima d’ora film come Avatar. Quello che la maggior parte delle persone ignora è che in effetti si tratta di un 3D percepito, ma non effettivo. Le immagini rimangono bidimensionali, e l’effetto 3D è ottenuto tramite la sovrapposizione di due differenti set di fotogrammi “sfalsati” tra loro, che se visualizzati con gli opportuni occhialini, restituiscono la sensazione di profondità al nostro occhio. In pratica si gioca sulle capacità interpretative del nostro cervello in fatto di immagini, tant’è che alla fine della visione, e anche durante la stessa, le sensazioni che si provano possono anche provocare fastidio negli osservatori più sensibili. Tuttavia la teoria per creare delle immagini che siano effettivamente volumetriche e tridimensionali esiste… Benvenuti nel mondo della olografia

Onda Su Onda

Interferenza di due onde

Il termine olografia deriva dal greco hólos, “tutto”, e grafē, “disegnare”. Sin dal nome si intuisce che, differentemente da quanto accade nella fotografia, un ologramma è in grado di riprodurre un oggetto da tutti i possibili punti di vista. Premetto subito che siamo ben lontani dall’aver sviluppato un sistema di display volumetrici in grado di generare immagini olografiche arbitrarie, e per ora siamo vincolati a riprodurre esclusivamente immagini statiche registrate in precedenza. È anche vero che ora come ora l’interesse principale per l’olografia risiede nella capacità di queste tecniche di incrementare incredibilmente la capacità di immagazzinamento dei supporti di memorizzazione ottica: una memoria olografica potrebbe sfruttare letteralmente una dimensione spaziale in più per immagazzinare i dati, essendo in grado di utilizzare l’intero volume della cella di memoria anziché la sola superficie.
I principi che stanno dietro alle tecniche olografiche sono fondamentalmente due. Il primo, l’interferenza delle onde elettromagnetiche, stabilisce che la sovrapposizione di due o più onde elettromagnetiche dà origine ad una terza onda, somma delle prime due. Il secondo è la diffrazione, che stabilisce le regole secondo le quali la luce curva o meno incontrando ostacoli sul proprio cammino. Mentre in una fotografia si registra una mappa di intensità della luce (tot punti di tal colore e intensità) da un unico punto di vista (quello della macchina fotografica), l’ologramma registra quello che viene definito speckle pattern di interferenza. All’atto pratico, un fascio di luce coerente (ovvero in cui tutte le onde elettromagnetiche hanno all’incirca tutte la stessa frequenza e quindi differenza di fase costante, come in un laser) viene diviso in due parti separate. Una di queste (il fascio di illuminazione) incide sull’oggetto che si vorrà poi riprodurre, e rimbalzando da esso impressiona il mezzo di registrazione (che può essere anche una lastra fotografica).

Registrazione dell'immagine olografica (click per ingrandire)

Nello stesso momento, la lastra viene impressionata anche dal secondo fascio, detto “di riferimento”, cosicché in effetti a venir registrata è l’interferenza risultante dall’interazione dei due fasci. L’ologramma consiste nel pattern di interferenza apparentemente casuale che rimane impresso sulla lastra fotografica. Se l’ologramma viene a sua volta reilluminato con una sorgente di luce uguale a quella usata per registrarlo, un osservatore osserverà l’immagine dell’oggetto come se esso fosse effettivamente ancora presente, e il suo punto di vista varierà a seconda della posizione di osservazione. Quindi in un ologramma, piuttosto che registrare la luce che viene diffusa da un oggetto, si memorizzano le informazioni riguardo a come la luce viene diffusa dall’oggetto stesso, in modo tale da poter ricreare la luce come se venisse effettivamente diffusa dall’oggetto in questione. Sotto questo punto di vista l’olografia è effettivamente l’analogo ottico della registrazione dei suoni: le registrazioni acustiche (compresi i file digitali) non contengono altro che l’onda sonora derivante dall’interferenza delle varie onde che compongono il suono di una canzone, e che potete anche osservare tranquillamente tramite qualsiasi programma di riproduzione musicale, tipo WinAMP o iTunes.
Visto ad occhio nudo, un ologramma non è altro che un insieme di punti più chiari e punti più scuri, del tutto analogo ad esempio a quel che potete vedere quando illuminate una parete bianca con un laser: quel che si vede non è un illuminazione uniforme, bensì un pattern (lo speckle) analogo a quello che potete osservare in una delle immagini qua attorno. Una delle proprietà particolari dell’ologramma consiste fondamentalmente nel fatto che ogni punto dello stesso contiene le informazioni sulla luce proveniente dall’intero oggetto, per cui è in linea teorica possibile rompere l’ologramma ed osservare l’oggetto riprodotto interamente da ogni singolo pezzo, non importa quanto grande esso sia. Se immaginiamo che l’ologramma sia una finestra sull’oggetto, allora ogni singolo pezzo consiste in una parte della finestra, dalla quale è ancora possibile osservare tutto anche se il resto dell’apertura viene oscurato. Per contro, al diminuire delle dimensioni dell’ologramma si perde in risoluzione (la capacità di un sistema di distinguere due punti vicini tra loro) a causa della diffrazione, che provoca l’allargamento del fascio di luce ed è tanto più intensa quanto le dimensioni dell’ostacolo che la luce incontra approssimano la lunghezza d’onda della luce stessa. Immaginate di dover misurare una strada lunga 10 chilometri e una lunga 10 metri utilizzando come unità di misura il metro: nel primo caso avrete una precisione di una parte su diecimila, nel secondo di una parte su dieci, anche se la vostra unità di misura (che equivale alla luce che utilizzate nel riprodurre l’ologramma) non cambia.

Gli Utilizzi

Gli ologrammi hanno attualmente trovato una grande varietà di utilizzi, tutti molto meno fantascientifici (purtroppo) di quel che si può pensare. Le batterie dei cellulari e in generale gli oggetti che richiedono un bollino che ne certifichi l’originalità (compresa la cartamoneta) oramai impiegano tutti piccoli ologrammi, che rappresentano la parte più difficile da riprodurre da parte di un eventuale falsario, in quanto vengono replicati a partire da una matrice master che per la realizzazione richiede macchinari costosi, non in commercio e tecniche particolari.
L’uso che sicuramente sta assorbendo la maggior parte delle risorse in termini di ricerca è sicuramente l’olografia applicata ai dispositivi di memorizzazione di massa: il dispositivo di memorizzazione ottica finora più capiente, il blu-ray, ha raggiunto il massimo teorico dovuto alla diffrazione, per cui l’holographic data storage si candida per la prossima generazione di dischi ottici multimediali (commercializzato con il nome poco fantasioso di Holographic Versatile Disc). In pratica non si sarà più limitati all’utilizzo della sola superficie di un disco, ma dell’intero suo volume. Con le opportune ricerche nel campo dei materiali tipo fotocristalli e fotopolimeri, si pensa di raggiungere velocità di scrittura nell’ordine del gigabit al secondo, e di lettura attorno al terabit, con un disco delle dimensioni analoghe ad un CD/DVD/Blu-Ray dalla capacità di circa 4 Terabyte. In un mondo in cui si ragiona ancora in termini di gigabyte, un balzo di ben tre ordini di grandezza nelle capacità di lettura, scrittura e immagazzinamento è decisamente notevole, specie se si pensa che la tecnologia per realizzare tutto questo, sebbene acerba, è già presente nel mondo. Lo sviluppo dell’olografia dinamica, in cui le immagini non vengono registrate permanentemente ma possono essere sovrascritte, permette inoltre di trasferire alle memorie tipo ram e cache gli analoghi vantaggi in termini di velocità e capienza che l’olografia statica garantisce ai supporti ottici. Insomma, non siamo ancora ai livelli trekkiani, con gli holodecks in grado di riprodurre fedelmente qualsiasi paesaggio si desideri (anche se devo ancora capire come si possa camminare per chilometri e chilometri in una stanza grossa come una palestra… Alla faccia del jogging), ma non manca molto al momento in cui potremo andare a prendere l’HVD ad alta risoluzione dell’ultimo blockbuster di Cameron o di Scott e godercelo dal nostro display volumetrico spaparanzati in poltrona.

Alla prossima!

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Avatar – recensione

Ci siamo, finalmente anche noi siamo riusciti a vedere il film che sta sbancando i botteghini di tutto il mondo -Italia compresa- e che ha portato una rivoluzione tecnica senza precedenti nel mondo del Cinema.

James Cameron scrive la sceneggiatura di Avatar nel lontano 1995 e visti i costi previsti, esorbitanti per l’epoca, è costretto a sospendere il progetto. La cosa curiosa è che la sua “pausa” da Avatar la trascorrerà a realizzare Titanic, il film che, al momento della sua uscita, è stato comunque il più costoso di sempre. Fu una scommessa vinta per Cameron allora, e ancora oggi Titanic detiene il record degli incassi. Record che in questo momento è tallonato proprio da Avatar. Insomma, come successo Cameron sembra non sbagliarne una.

Autore dei due Terminator, di Aliens, di Abyss, Cameron si è sempre trovato a suo agio con il genere fantascientifico, e lo ha dimostrato anche con quest’ultimo film. Basti pensare all’enorme rivoluzione che portò ai tempi Terminator 2 nel mondo del cinema, con il terribile T-1000, totalmente animato in computer grafica. Dicevamo, un film ideato ormai quindici anni fa, che ha potuto vedere la luce soltanto oggi, e la ragione è presto detta. Cameron è stato visionario, voleva per un suo film tecnologie che ancora non esistevano, ed è stato costretto ad aspettare tutti questi anni che l’evoluzione tecnica portasse quelle innovazioni che hanno reso possibile la creazione del mondo di Avatar. Per la folle cifra di 400 milioni di dollari (e qui i più cattivi penseranno sicuramente che con una cifra tale non è troppo difficile utilizzare tecnologie all’avanguardia) nel 2006 inizia ufficialmente la produzione di questo progetto mastodontico.

La tecnologia usata per il film è stata definita “Reality Camera System“, consistente nella pratica in una doppia cinepresa affiancata che riesce a riprendere la scena con una profondità che riporta alla visione stereoscopica della vista umana. Questo è riuscito a donare a tutta la scena una profondità di visione mai vista sinora al cinema. Al contempo, il tutto è stato affiancato dal “Performance Capture“, una versione molto più evoluta del “Motion Capture”. Non sono più soltanto le movenze degli attori riprese da telecamere digitali che hanno come punti di riferimento dei “nodi” presenti sulle tute degli attori (ne giova il realismo delle movenze), ma anche le espressioni facciali più dettagliate ad essere riportate in digitale. Successivamente gli artisti della Weta di Peter Jackson hanno creato i personaggi “virtuali”, che in tutto e per tutto ricalcano la performance reale degli attori in carne ed ossa.

Ma la precisione e l’impegno di Cameron non si sono fermati qua. Un intero staff di studiosi, linguisti, biologi, botanici sono stati reclutati per rendere credibile il mondo di Pandora, satellite alieno su cui è ambientato tutto il film. Certo, forse un tale “spreco” di risorse ad una prima occhiata può sembrare un po’ eccessivo, quasi una ricerca ossessiva da parte del regista per la creazione di un universo fantascientifico reale e credibile, che vorrebbe puntare (ma poco ci riesce, in fondo) alle saghe più famose della storia della cinematografia di genere.

Ma veniamo al film vero e proprio. Avatar è un film che, a mio parere, va visto in tre dimensioni, per apprezzare appieno il lavoro svolto dalla produzione. Non si parla più di qualche scenetta da “ooooh, che bello”, o di profondità sparse qua e là, cosa a cui eravamo abituati finora. La sensazione che si prova guardando Avatar è di essere totalmente immersi negli ambienti del film, e non c’è scena che non regali questa sensazione. L’immersività è totale, e rimarrete a bocca aperta già dai primissimi minuti del film, con gli interni dell’astronave e l’assenza di gravità che quasi fanno venire il mal d’aria.

Naturalmente il piatto forte di tutta la produzione è la realizzazione della lussureggiante foresta che ricopre tutta Pandora. Animali dalle forme più assurde, e una vegetazione talmente ben realizzata da risultare indistinguibile da scene reali. Una fantasia spinta, che ci presenta esseri e piante dalle fogge meravigliose, effetti di luminescenza mai visti finora al cinema, e in generale un “realismo” (forse sarebbe meglio parlare di verosimiglianza) che toglie nettamente il fiato.

Ma cosa racconta Avatar? In un futuro non troppo lontano gli umani trovano nelle risorse minerarie di Pandora una fonte economica di guadagno. Il pianeta viene in qualche modo “invaso” da una colonia scientifico-militare, al fine di raccogliere questa risorsa così preziosa. Pandora è però abitato, oltre che da bestie terribili, da una popolazione autoctona di essere extraterrestri dal nome Na’vi. Umanoidi alti più di tre metri, dalle fattezze feline e da una caratteristica colorazione bluastra, che hanno la loro “capitale” proprio sul più ricco giacimento di minerale. Ed eccoci all’Avatar del titolo: esseri con il genoma modificato umano-alieno, in cui gli scienziati si “trasferiscono” momentaneamente attraverso apparecchiature sofisticate, per integrarsi tra i Na’Vi (prima) e per poi infiltrarsi nel momento in cui lo scontro umani-alieni diventa inevitabile. Questo è lo sfondo, al centro di tutto le vicende del protagonista Jake Sully, marine paralizzato dalla vita in giù, che arriva su Pandora quasi per disperazione e scopre la sua “nuova vita” da Avatar, integrandosi e fraternizzando con i locali.

Nel complesso la sceneggiatura è la grossa pecca di questo film. Un classicone, niente di più (per giunta “scopiazzato” qua e là dai vari Pochaontas ecc). Forse dal punto di vista della trama qualcosa di più andava fatto, quindi non vi dovete aspettare altro che questo: una storia in cui i buoni vincono sui cattivi, nella maniera più prevedibile che possiate immaginare. Eppure il film ha un buon ritmo, nonostante l’esorbitante lunghezza, riesce a non annoiare mai. Certo, forse osando qualcosa di più a quest’ora si stava parlando di capolavoro assoluto, ma penso che la vera forza del film non risieda nella storia che racconta, non in questo caso almeno.

Come dicevo a inizio post, Cameron è un visionario, è un regista capace di generare intrattenimento puro, e lo fa in una maniera mai vista prima. Distinguere i personaggi renderizzati dal computer da quelli reali è praticamente impossibile, e finalmente ci troviamo di fronte alla tanto agognata soglia del fotorealismo, con buona pace di Gollum (finora, a mio parere, il personaggio digitale più “credibile”). I Na’vi e gli Avatar sono lì, concreti, reali, con tutte le microespressioni di cui è capace un volto umano, con quei movimenti “scattosi” caratterstici del nostro corpo, che fino ad adesso non si erano semplicemente mai visti, per quanto impossibili da simulare. Questo, unito alla tecnica 3D con cui il film è stato girato, porta il cinema di intrattenimento verso un nuovo traguardo, rendendo praticamente obsoleto tutto quello a cui siamo stati abituati finora. Se il cinema 3d avrà un futuro (per ora risente un po’ la giovinezza dei mezzi tecnici a disposizione in visione, con occhialini piccoli e poco performanti, e una generale luminosità ridotta, cosa che spero in futuro miglioreranno), quel futuro ha adesso un punto di partenza di nome Avatar.

Il consiglio finale che posso darvi è di andarlo a vedere, rigorosamente in 3D, perché è uno spettacolo senza precedenti. E’ stato un po’ come rimanere a bocca aperta davanti ai dinosauri di Jurassic Park. Erano altri tempi, ma la sensazione di “nuova realtà” era esattamente la stessa.

Complimenti Cameron.

Vi lascio al Trailer.