La vera crisi dell'avvocatura



Libero professionista
: colui che svolge un’attività economica, a favore di terzi, volta alla prestazione di servizi mediante lavoro intellettuale. L’etimologia  deriva da “professare” cioè essere fedele a degli statuti ordinistici o regolamentanti una attività, mentre il termine freelance deriva dal termine medievale britannico usato per un mercenario (free-lance ovvero lancia-indipendente o lancia-libera), cioè, un soldato appunto professionista che non serviva un signore specifico, ma i suoi servigi potevano essere al servizio di chiunque lo pagasse.

Avvocato: dal latino advocatus, sostantivo derivante dal participio passato del verbo advoco = ad-vocatum = chiamato a me, vale a dire “chiamato per difendermi”, cioè “difensore”. Libero professionista che svolge attività di assistenza e consulenza giuridica e/o legale a favore di una parte.

Lavoro subordinato: informalmente detto lavoro dipendente, indica un rapporto nel quale il lavoratore cede il proprio lavoro (tempo ed energie) ad un datore di lavoro in modo continuativo, in cambio di una retribuzione monetaria, di garanzie di continuità e di una parziale copertura previdenziale.Continua a leggere…

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Concorso in magistratura: poche consegne per tanti supereroi

Mercoledì 15 giugno, esattamente le ore 06:44 del mattino. Ho aperto gli occhi e mi sono accorto che la sveglia sarebbe suonata esattamente un minuto dopo il mio risveglio. Una doccia, una colazione veloce, giusto il tempo di un caffè, un bicchiere d’acqua e poi via di corsa verso la Nuova Fiera di Roma. Lunedì 13 e martedì 14 giugno erano stati i giorni della consegna dei codici e fino a quel momento, in fin dei conti, le emozioni ancora erano latitanti. In realtà il mio umore saltellava su e giù come un grillo e l’ansia saliva precipitosamente da giorni. Ma quella mattina mi sono accorto subito che era diverso, quella mattina era il giorno della prima prova del concorso in magistratura.

Si sono presentate circa 4.200 persone delle ventimila che si erano iscritte. Arrivo all’immenso parcheggio che giganteggia dinanzi l’ingresso nord della Nuova Fiera e mi trovo davanti un mare umano. Ciascuno dotato di una propria busta (tutte buste della spesa trasparenti) dove venivano custoditi gelosamente viveri, penne, documenti e poco altro, insomma il necessario per passare il tempo dalle otto del mattino sino alle sette della sera. Dopo circa un’ora e qualcosa di fila finalmente ognuno arriva al proprio padiglione. Eravamo divisi in quattro immenso blocchi, solitamente atti ad accogliere eventi fieristici, ma questa volta adibiti a enormi sale dove vi erano infinite file di banchi, ognuno con un nome, una data e una matricola.

Arrivo al mio posto, con non poca adrenalina nel sangue e, agitatissimo, mi siedo. Mi guardo intorno e vedo gente di ogni età. Gente alla sua prima volta, ma anche veterani alle terza, altri anche alla quarta. La legge consente tre consegne nell’arco di una vita; la quarta consegna è consentita in via eccezionale per coloro i quali si siano iscritti al bando di concorso prima dell’uscita dei risultati del concorso precedente. Sostanzialmente tutti hanno diritto a quattro consegne, tranne casi estremamente rari. È molto difficile, infatti, che escano i risultati del concorso precedente prima dell’uscita del bando del concorso successivo, dato che per le correzioni occorrono spesso molti mesi.

La commissione, seduta in cima alla sala su un’immensa cattedra, il primo dei tre giorni ha optato per il tema in materia di diritto amministrativo. Non vi nascondo che si è trattata di una vera e propria strage. In circa cinquecento si sono alzati allo scadere della quarta ora, limite minimo per potersi alzare e abbandonare la gara. I 3.700 candidati rimasti seduti hanno dovuto confrontarsi con una traccia estremamente complessa su un argomento tanto inaspettato quanto angusto. Alla fine della prima giornata non hanno consegnato più di 3.300 persone. Del resto, il giorno dopo è stato estratto il tema di diritto civile e la carneficina è proseguita incalzante. L’ultimo giorno, infine, la traccia di penale ha dato il colpo di grazia a un concorso che, a dire dei più, non era così difficile da anni. Le consegne effettive dovrebbero aggirarsi intorno alle duemila persone. Ricordo che il concorso era stato bandito per un numero pari a 360 posti, che verosimilmente non verranno integralmente coperti, come al solito. Tracce strane, imprevedibili, ma soprattutto dai titoli fuorvianti, a dire di molti finalizzate a testare la lucidità, più che la preparazione, dei candidati.

Facendo un calcolo approssimativo, e tenendo conto del fatto che delle ventimila iscrizioni siamo rimasti in meno di duemila, la percentuale di possibilità di essere promossi alle prove scritte si aggira attorno al 18%, più o meno uno su cinque verosimilmente ce la farà. Una percentuale altissima considerando che ci si attendeva quasi il doppio delle consegne, e quindi la metà della percentuale. Tirando le somme di questa tre giorni posso dire che, prima di tutto, è stata una grande esperienza di vita, nonché una dura prova di nervi, lucidità e ragionamento. È stata davvero dura soprattutto per chi, come me, era seduto lì per la prima volta.

D’altra parte è stata anche una prova di enorme crescita personale. Niente a che vedere con l’esame di abilitazione alla professione di avvocato, tutta un’altra musica, tutta un’altra aria e soprattutto tutta un’altra tensione. I risultati, a questo punto e dato il numero esiguo di consegne, sono previsti non più tardi dell’inizio del prossimo inverno; diciamo che, se tutto dovesse filare liscio, entro la fine di gennaio saranno esaurite le correzioni. Nell’articolo che scrissi prima del concorso avevo parlato di supereroi. Oggi più che mai mi sembra ampiamente azzeccata questa definizione; adatta non soltanto a chi avrà avuto la bravura e la fortuna di passare, ma anche a chi pur non risultando idoneo avrà avuto il coraggio di consegnare tutte e tre le prove, e a coloro che non se la sono sentita nemmeno di consegnare, e giorno dopo giorno hanno abbandonato il campo. Concludo questo articolo come conclusi il precedente: in bocca al lupo a tutti, supereroi e non.

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Dalla facoltà di giurisprudenza alla magistratura, una strada infinita

La Magistratura costituisce un ordine autonomoindipendente da ogni altro potere. È un organo costituzionale, secondo quanto sancito dall’art. 104 della Costituzione della Repubblica Italiana. In sostanza la magistratura è un complesso di organi con funzioni giurisdizionali in campo civile, penale, costituzionale e amministrativo, che si personificano nella figura del “Magistrato. I magistrati, quindi, sono titolari della funzione giurisdizionale, che amministrano in nome del popolo.

Tutto è iniziato all’incirca nove anni fa. Mi ero appena diplomato al liceo classico e senza la più pallida idea di cosa volessi fare nella vita. Anzi, a dire il vero un’idea ce l’avevo: volevo fare il giornalista e sognavo di diventare uno scrittore. Probabilmente sull’onda del fatto che al liceo una coraggiosa casa editrice pubblicò un mio libricino di poesie, oppure più semplicemente perché trovavo nello scrivere un gusto particolare, in fondo era l’unica cosa che, allo stesso tempo, mi faceva divertire e mi dava infinita soddisfazione. Arrivato il famigerato giorno della decisione in merito alla facoltà da scegliere ero totalmente nel pallone. Passai una settimana a gironzolare tra le facoltà dell’Università La Sapienza di Roma, da ingegneria a quella di scienze delle comunicazioni (sì, le mie idee non erano molto chiare) per poi approdare, ahimè, alla facoltà di giurisprudenza. Ovviamente senza pensare neanche lontanamente alle implicazioni della mia scelta. Tra me e me dicevo “giurisprudenza ti permette di fare qualunque cosa”, “è una laurea che ti apre più strade”, ma in fin dei conti in cuor mio già sapevo che una volta varcata quella soglia non avrei voluto fare altro che il magistrato. Senza ammorbare il lettore con la narrazione dei miei cinque (meravigliosi) anni di università, un bel giorno, in un’aula dove campeggiava la scritta “la legge è uguale per tutti” mi sono laureato (con la votazione di 110 SENZA lode), ed è stata proprio quell’indimenticabile ricorrenza che ha segnato l’inizio della fine.

Avevo ventitre anni, e mi accorsi per la prima volta dell’utilità di aver fatto la primina. Quando andavo alle elementari questa storia della primina proprio non mi andava giù, anzi era davvero insopportabile e frustrante l’idea di essere sempre il più piccolo di tutti. Oggi se vuoi diventare magistrato devi affrontare una lunga sfida, piena di difficoltà, ostacoli e soprattutto devi essere disposto a mettere in gioco il fisico e i nervi. Due sono le parole d’ordine: pazienza e costanzaPazienza, perché appena esci con la tua laurea “linda e pinta” dalla facoltà di giurisprudenza devi essere conscio che per almeno altri quattro anni non potrai nemmeno sederti tra i concorrenti dell’ambìto e agognato concorso. Ascoltate bene. Innanzitutto il laureato vive una immensa illusione, infatti la legge, beffarda e satirica, ti consente di partecipare al concorso in magistratura seguendo due diversi iter. Questa possibilità di scelta ti illude di essere  padrone del tuo destino, ma in realtà è lo strumento per farti desistere e per trasformarti in un numero. Solo i veri duri non mollano e persistono nella volontà di raggiungere la propria vocazione!

La prima strada percorribile è quella di ottenere il titolo di “Avvocato”, la seconda quella di conseguire il diploma della scuola di specializzazione per le professioni legali. Entrambe le scelte implicano un tragitto che, se percorso senza intoppi, dura non meno di tre anni.

Per iscriversi alla scuola di specializzazione, innanzitutto, devi laurearti entro un determinato mese dell’anno – nel mio caso era il mese di ottobre -. Ciò significa che se il bando scade il 10 ottobre e  per discrezionali decisioni della facoltà, sconosciute a te provetto laureando, ti laurei il giorno dopo, allora hai già perso un anno. Io, e non nascondo un pizzico di sarcasmo nelle mie parole, ovviamente mi sono laureato una settimana dopo la chiusura delle iscrizioni, vanificando il mio percorso di studi durato quattro anni e mezzo. Se ti laurei entro quella specifica data potrai attendere “soltanto” tre anni per sostenere il concorso in magistratura, altrimenti gli anni sono almeno quattro.

Nell’attesa dell’uscita del bando per l’iscrizione dell’anno successivo, allora, mi sono iscritto alla pratica forense. E qui veniamo alla seconda delle due strade percorribili. Ti iscrivi per due anni alla pratica forense e, dopo code interminabili, giornate perse dietro ad avvocati che ti sfruttano e spremono come un limone, dopo settimane, mesi e stagioni non pagate né rimborsate del lavoro svolto all’interno dello studio legale, arrivi a sostenere l’esame di avvocato. L’esame è cinico. Tre prove in tre giorni, i risultati non prima di sette mesi. Se sei promosso allo scritto dovrai sostenere la prova orale dopo un periodo variabile dai tre ai dodici mesi dall’uscita dei risultati. Ricapitolando, seguendo la strada del titolo di avvocato, se passi l’esame al primo tentativo (il 15% dei laureati ci riesce), avrai impiegato dai tre ai quattro anni dalla laurea, a seconda della velocità nello svolgimento delle correzioni dei compiti, e finalmente potrai iscriverti al famigerato concorso.

Il concorso in magistratura impone anche un’infinita “costanza”, che non è il nome della mia splendida fidanzata (assorta come me dall’obiettivo della magistratura, motivo di infinito ausilio nel raggiungimento dell’obiettivo e conosciuta proprio a un corso di preparazione al concorso in magistratura), ma una virtù che significa regolarità, concentrazione, determinazione, perseveranza e tenacia nello studio e nel voler raggiungere la meta.

Ma, ahimè,  costanza vuol dire anche continuità nel devolvere migliaia di euro in libri, codici e manuali che, il più delle volte, un mese dopo il loro acquisto sono già vecchi, per non parlare degli altrettanti soldi da spendere in corsi specifici che ti preparino adeguatamente alla prova.

Per il prossimo concorso in magistratura risultano iscritte circa ventimila persone, probabilmente se ne presenteranno meno di cinquemila. Le prove riguarderanno tutto lo scibile in materia di diritto Civile, Penale e Amministrativo e si svilupperanno sulla base di tre temi. I risultati usciranno dopo circa dieci mesi e gli ammessi all’orale dovranno sostenere una prova che praticamente include tutte le possibili materie dell’ordinamento giuridico, venti, materia più, materia meno. I probi concorsisti idonei non saranno più di 360, essendo questo il numero di posti messi a bando dal Ministero della Giustizia ma, come del resto accade ogni anno, ne verrà ammesso un numero sicuramente inferiore. Su ventimila domande passeranno il concorso circa 300 persone.

Io sono uno di quei ventimila perché finalmente oggi, a quattro anni dalla laurea, potrò sedermi in quei banchi provando  a raccogliere i frutti della pazienza e della costanza. Nell’eventualità in cui dovessi superare l’esame, e quindi diventare magistrato al primo tentativo, allora saranno passati cinque anni dalla laurea, dieci considerando i cinque anni di università. La cosa bella, e anche un po’ triste, è che qualora riuscissi nell’impresa, alla luce della descritta situazione legislativa, sarei tra i più giovani e solerti a passare il concorso.

Per chiudere queste poche righe mi viene in mente una frase che Borsellino disse dopo la morte di Falcone: “Devo fare in fretta, perché adesso tocca a me”.

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La macchina del fango si abbatte su Assange…

Persino Il Giornale del 9 dicembre ha scelto di difendere Julian Assange dalle assurde calunnie che gli sono state mosse: “Le accuse di violenza sessuale usate per arrestare Assange – scrive Gian Micalessin – sono dubbie e dimostrano l’inadeguatezza e l’impreparazione con cui grandi potenze, agenzie di sicurezza, diplomazia e giustizia internazionale affrontano i rischi determinati dalla pirateria elettronica e dall’uso di internet come strumento per la diffusione di segreti di Stato”. A ciò si aggiunge l’inadeguato utilizzo della parola “violenza sessuale” da parte di una grossa parte della stampa, che non ha tenuto conto del fatto che il crimine di cui è realmente accusato il noto giornalista legato alla rivoluzionaria vicenda di WikiLeaks è il “sesso di sorpresa”. Un reato che, come si legge su Esse, consiste nel comportamento per cui, se durante un rapporto sessuale con una persona consenziente utilizzi contraccettivi come il preservativo e ne interrompi l’uso (ad esempio perché si rompe) questa condotta per la legge svedese si equipara allo stupro, sebbene sia punito con una multa e non con il carcere, come accadrebbe in caso di violenza sessuale. Un reato che non esiste negli altri Paesi europei, ma che ha comunque permesso di emettere un mandato di cattura internazionale per il terribile criminale dal preservativo bucato.

E’ evidente che la vicenda che ha condotto Julian Assange davanti al magistrato londinese Caroline Tubbs con un’accusa di stupro e due di molestie sessuali non è altro che un imbarazzante stratagemma per legare le manette ai polsi di un uomo la cui sola colpa è quella di aver reso pubblici dei documenti che sono sfuggiti al controllo del dipartimento di stato statunitense. E mentre la Svezia tratta sull’estradizione del pericoloso criminale negli USA, l’Independent, citando fonti diplomatiche, scrive che le autorità di Washington avrebbero avviato discussioni informali con quelle svedesi sulla possibilità di consegnare il fondatore di WikiLeaks alla giustizia americana. Mark Stephens, legale del giornalista più controverso del pianeta, intervistato dalla BBC si è detto “inquieto per le motivazioni politiche che sembrano esservi dietro l’arresto”. E non serve certo un avvocato per capire che si tratta di una incredibile messa in scena organizzata col solo scopo di infangare la reputazione di uno degli uomini più “scomodi” del momento.

“Un profilattico bucato, la gelosia di una femminista rancorosa, la rabbia di una ragazzina illusa. Sono gli unici cavilli di cui dispone la giustizia internazionale per sbattere in galera un uomo colpevole di aver messo a repentaglio la sicurezza planetaria”, scrive Gian Micalessin su Il Giornale, e forse questa volta bisognerà pure dargli ragione. Perché poco importa se alla fine Assange verrà giudicato colpevole o innocente… Nel frattempo le sue vicende personali faranno il giro del mondo, infangando la sua reputazione e impedendogli di concentrarsi sulle importanti informazioni che WikiLeaks avrebbe da raccontare.

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