Backstage di una rivoluzione dal basso

Gheddafi è morto. Il rais, il dittatore, dipinto dall’opinione pubblica occidentale come il male assoluto, forse dietro solo a Saddam Hussein e Adolf Hitler, è stato finalmente sconfitto e a lungo resterà impressa nella memoria dei popoli africani l’immagine del cielo notturno di Misurata, solcato dalle scie luminose dei fuochi di artificio. Ci sentiamo tutti un po’ più sicuri ora che finalmente il tiranno è stato abbattuto e il suo cadavere sfigurato.  Si aprirà per la Libia una nuova era di libertà e prosperità, come i media ci hanno promesso. Abbiamo esportato la democrazia, ancora una volta.

C’è una storia, però,  che i media non hanno raccontato, una vicenda dai retroscena agghiaccianti in cui il reale protagonista di questo barbaro scempio non sarebbe il malvagio despota, ma l’Occidente, un Occidente manovrato da interessi economici e imperialistici di notevole portata. Qui, sia chiaro, non si intende elevare o celebrare la figura di Muhammar Gheddafi, quanto sollevare alcune questioni non trascurabili inerenti alle dinamiche dell’intervento, alla genuinità della rivoluzione e alle soluzioni adottate.

È sufficiente una breve ricerca su Internet, infatti, per svelare alcuni dei drammatici risvolti di questo conflitto, a partire dalle famose fosse comuni, in cui si supponeva che fossero stati sepolti i cadaveri dei poveri manifestanti uccisi nel corso delle proteste, rivelatesi in seguito “buche singole” scavate con una certa minuziosità in quello che altro non è che il cimitero di Sidi Hamed, in prossimità del quartiere residenziale di Gargaresh a Tripoli. Il dato emerge chiaramente in questo video.

httpv://www.youtube.com/watch?v=7yy3V_tYbZQ

Diversi mesi fa, a pochi giorni dallo scoppio del conflitto, nel corso della trasmissione “Porta a porta” Giulio Giammaria, corrispondente dall’estero, interrogò Ibrahim Moussa, portavoce di Gheddafi, e Ramadan Braiky, editorialista di un celebre giornale di Bengasi (link al video), sulla questione della guerra e, soprattutto, sulla gestione della vicenda dal punto di vista internazionale.

httpv://www.youtube.com/watch?v=n1ZH6UDRleU

«Noi abbiamo accettato la risoluzione dell’ONU» sostenne il primo «Abbiamo annunciato un cessate il fuoco, abbiamo chiesto una missione esplorativa, abbiamo chiesto degli osservatori internazionali per assicurare che non stiamo ammazzando nessuno. Gli osservatori non li stanno inviando ma invece mandano i missili, perché? Le persone vengono ammazzate tutte le sere, le persone hanno paura, la vita a Tripoli è molto difficile, non ci sono ospedali che funzionano, le scuole non funzionano, i mercati non funzionano.
Allora perché la comunità internazionale, compresa l’Italia, non ci manda una missione esplorativa per fare in modo che noi manteniamo il cessate il fuoco, perché solo noi l’abbiamo annunciato.
Venite a vedere sul campo che le cose sono sicure, c’è pace in Libia, e noi chiediamo un dialogo con tutti. Noi stiamo facendo il possibile, tutto ciò che ci viene chiesto di fare, eppure ci cadono i missili sulla testa, sui nostri figli che muoiono per nessuna valida ragione. Un missile costerebbe quanto qualsiasi missione esplorativa e centinaia di esploratori. Noi vogliamo paesi come l’Italia, con cui abbiamo un rapporto molto speciale, e vogliamo un loro coinvolgimento politico e diplomatico nell’aiutarci ad andare avanti. Invece l’Italia, un grande paese, sta seguendo il comando della Francia, anziché prendere una posizione diversa e dire: “Guardate ragazzi, dobbiamo pensarci un attimo a questo, da un punto di vista politico-diplomatico, parliamo con Gheddafi, parliamo con il governo libico, parliamo con i ribelli e cerchiamo di trovare una soluzione. Perché quando si tratta di mandare morte, aerei da guerra, siete sempre molto veloci, molto efficienti?”».

 Avrebbero potuto essere menzogne, dopotutto a parlare era pur sempre il portavoce del capo di stato. Poco dopo, però, la parola venne data al giornalista del quotidiano bengasino, al quale fu chiesto chi fossero questi ribelli e come mai avessero intrapreso una strada così nettamente violenta.

«Alcuni di loro, almeno quattro o cinque, anche il portavoce dei ribelli, scrivevano con noi nel nostro giornale perché il nostro giornale chiede sempre riforme costituzionali e libertà d’espressione. Ricordo che nel primo e nel secondo giorno chiedevano le riforme costituzionali, continuavano a farlo. Il terzo giorno, però, da quando sono cominciati questi eventi hanno cominciato ad attaccare altre persone. Diverse città libiche hanno ottenuto le armi e la situazione è diventata completamente diversa. Sono diventati ribelli con le armi pesanti. Le persone che noi conoscevamo erano scrittori che chiedevano rispetto dei diritti umani, credevano nella libertà di stampa e queste persone una volta lavoravano con me in ufficio e non chiedevano certo la guerra, l’attacco di Tripoli o di altre città. La situazione adesso si è complicata molto. Sono trascorsi  sei giorni da quando la città è passata sotto il controllo dei ribelli, la situazione è terribile, non c’è sicurezza, non ci sono scuole e non c’è neanche una stazione di polizia per risolvere qualunque problema, qualunque controversia. Non puoi neanche aprire il negozio, se ce l’hai. La situazione è diventata molto pericolosa. La popolazione di Bengasi è di circa un milione di persone e non è minimamente soddisfatta. Nessuno sarebbe felice a Roma o in Italia se ci fosse gente che va in giro con le armi. È davvero terribile per la gente comune… come me. Neanche io posso entrare nel mio giornale. Tutti i giornalisti hanno paura perché se scrivi qualcosa, qualunque cosa, se pubblichi una notizia sul sito web contro l’interesse dei ribelli, sei in pericolo. Ti potrebbero attaccare e anche ammazzare».

Senza porre alcuna etichetta, rinunciando per un attimo a una visione bicromatica della realtà (bianco/nero), occorre ammettere che simili dichiarazioni, quanto meno, stupiscono. Sì, perché l’immagine di individui armati che si aggirano minacciosi per i vicoli, come black bloc qualunque, e di interi centri paralizzati, non corrisponde proprio a quella descritta dalle televisioni (nei rari casi in cui qualche organo di stampa si sia soffermato a considerare le città dopo la conquista dei rivoltosi). Inoltre ciò che è curioso è il processo di rapida (quasi fulminea) degenerazione dell’iniziativa insurrezionale che dapprima sembra concentrata sulla rivendicazione di precisi diritti costituzionali e che, in un secondo momento, si evolve in un attacco preciso a un obiettivo ormai noto: Muhammar Gheddafi.

Sarebbe tanto pazzesco considerare una manina invisibile che possa aver dato una spinta, anche significativa, al movimento? È da folli chiedersi perché in Libia si sia intervenuti e in Siria no? E, a proposito di tattiche militari, non si era parlato di bombardamenti intelligenti?  I danni al 70% dell’acquedotto libico sono da ritenersi tali?
La memoria corre a un’altra intervista (link al video), quella della iena Enrico Lucci al presidente degli studenti libici in Italia, Nouri Hussein.

E: «Come valuti questa rivoluzione in Libia?»

N: «Volevano fregare il nostro petrolio»

E: «Ci sono i ribelli»

N: «Sì, ma sono cinque persone!»

E: «E come è possibile che loro abbiano tutta questa forza se sono quattro gatti?»

N: «Non hanno tutta questa forza, senza la Nato la prova [incomprensibile] è finita»

E: «Sarebbe finita perché avrebbero massacrato tutti»

N: «No… no, tutti vogliono Gheddafi! I media non mostrano questa cosa!»

E: «Quindi è tutta una forzatura dei media quello che vediamo?»

N: «Sì, tutto!»

E: «Quindi, Gheddafi non ha bombardato nessuno?»

N: «Non ha bombardato il popolo, Gheddafi!»

E: «Però si sono viste anche delle immagini fatte coi telefonini…»

N: «Ma quelle vengono dalla guerra di Iraq,  Afghanistan!»

E: «Quindi sono immagini finte?»

N: «Finte, di altre guerre»

E: «C’è il pericolo che Al Quaeda prenda il potere in Libia?»

N: «Sicuro»

E: «E quindi gli Occidentali sono scemi?»

N: «Loro questo non lo sanno, vogliono il petrolio»

E: «Allora Sarkozy è scemo?»

N: «Scemissimo»

E: «Non è che Gheddafi  utilizza questo spauracchio per mettere paura agli Occidentali?»

N: «Gheddafi dice la verità»

E: «Sei a favore della rivoluzione Tunisina ed Egiziana?»

N: «Sì, perché la gente sta malissimo»

E: «E invece in Libia?»

N: «Le cose ci sono in Libia»

E: «Perché in Egitto e in Tunisia hanno lottato contro Mubarak e Ben Alì ed invece in Libia Gheddafi andava bene?»

N: «Perché lì la teoria è diversa»

E: «Ma lui sta comunque al potere da quarantatré anni»

N: «Ma lui non sta al potere, lui sta come un leader»

E: «E allora anche Mubarak era un leader»

N: «No, un presidente della repubblica»

E: «E’ giusto che questi stiano lì per tanti anni?»

N: «E’ giusto così per noi, è giusto che i nostri capi rimangano capi finché muoiano»

E: «Gheddafi si può definire un leader democratico?»

N: «Sì, non è stato come immaginate voi»

E: «Lui ha i suoi meriti, ha liberato il paese dal colonialismo, dal re, però ti sembra giusto che nessuno lo contrasti?»

N: «Puoi dire quello che vuoi in Libia»

E: «Potresti anche dire che Gheddafi è uno stronzo e non ti succederebbe nulla?»

N: «No, da cinque anni puoi dire qualsiasi cosa»

E: «Perché solo da cinque anni?»

N: «Hanno cambiato le leggi! Hanno liberato la stampa, però se dici cazzate ti arrestano!»

E: «Se Gheddafi scegliesse di fare solo il padre della patria per lasciare liberi voi con le elezioni, a voi andrebbe bene?»

N: «»

E: «Lui lo farà?»

N: «Forse sì, però loro (le potenze della NATO, ndA) non vogliono la pace, vogliono il petrolio»

E: «Il petrolio, però, potreste pure difenderlo con un sistema democratico»

N: «Tu dici “democratico”, “democratico”, ma perché in Italia c’è la democrazia? A nessuno piace Berlusconi»

E: «Si, però si vota, l’hanno votato!»

N: «Anche noi votiamo, nella nostra maniera. Votiamo come tribù, ogni tribù ha un capo»

E: «Non è meglio la democrazia di un posto in cui comandi solo uno?»

N: «Non comanda solo uno… Il pensiero arabo, islamico è diverso, la vostra democrazia nel nostro paese non vale niente»

La discussione continua sugli stessi punti, su una diversa visione della democrazia e della scelta politica, finché allo studente non viene offerta la possibilità di chiamare la propria famiglia, residente a Sebha, città della Libia centro-meridionale bombardata proprio quello stesso giorno. Quando la madre del ragazzo risponde, la ricostruzione dello scenario libico è spaventosa. A quanto pare gli inglesi stanno bombardando civili, vecchi, bambini e pare che sia stata distrutta, tra gli altri edifici, anche una scuola. I negozi sono stati chiusi e i cittadini sono disorientati da un’azione militare confusionaria, invasiva. La conversazione si conclude con una richiesta d’aiuto.

«Se potete fare qualcosa, vi prego fatelo, parlate con l’ONU per fermare questo massacro»

Nell’apprendere simili notizie, ci si sente un po’ meno eroi e un po’ più imperialisti. Magari un po’ assassini, ma giusto un po’. Gheddafi non può sterminare il popolo libico ma a quanto pare la NATO sì. Basta con queste teorie del complotto, però! Ci hanno insegnato che questo dittatore stava commettendo crimini contro l’umanità e che per questo andava processato. Anche se a quanto pare non ce l’ha fatta a raggiungere la corte per un altro sfortunato caso.

Sulla copertina de “Il fatto quotidiano” di domenica 23 ottobre si menziona addirittura un video in cui il rais verrebbe violentato con un bastone dai nobili ribelli. E sul web sono davvero decine i video che documentano il potere della disinformazione e il clima d’odio che una corretta campagna diffamatoria potrebbe aver instaurato intorno a un personaggio già di per sé discutibile. Chissà se ci sarà bisogno dell’aiuto delle potenze straniere, adesso, per ricostruire la Libia? Chissà se avremo modo di conoscere davvero colui che sostituirà il crudele leader? Chissà se verrà mai creato un fondo monetario africano come Gheddafi auspicava?

Ribaltone libico.

Concentrata in questi giorni sugli sconvolgenti accadimenti del disastro giapponese, l’attenzione pubblica ha un po’ abbandonato quello che stava e sta accadendo in Libia.

La situazione però si è drasticamente modificata rispetto a quello che accadeva solo una settimana fa o poco più. Dopo i proclami di delirio dittatoriale del presidente libico, gli attacchi a tutti i suoi “ex-amici” (ha definito anche l’Italia “traditrice”), la situazione si è in pratica ribaltata. Le truppe del rais stanno sconfiggendo ogni giorno che passa le cellule di rivoltosi a suon di bombardamenti e uccisioni, e la caduta del leader libico, che pareva ormai cosa fatta, si allontana sempre di più.

I ribelli non mollano la presa, in una Bengasi ormai assediata, e il figlio di Gheddafi, Saif, ha dichiarato che “sarà tutto finito in 48 ore”, attaccando ancora una volta i paesi che si sono dimostrati ostili al regime. La forzata moderazione degli interventi internazionali ha fatto sì che il regime riprendesse forza, e di fronte alla minaccia poi ritirata di intervenire dal punto di vista militare (su cui spingeva soprattutto la Francia, ma anche Obama sembrava in un primo momento d’accordo, così come la Gran Bretagna), si è ottenuta una reazione totalmente contraria. Il regime si è rinforzato, interpretando probabilmente questa titubanza come una debolezza dei suoi detrattori, e i ribelli si trovano adesso in una situazione di grossa difficoltà.

Cosa accadrà adesso? Parte della comunità nazionale auspica che il leader libico cadrà comunque, magari non subito, dovendo far fronte all’isolamento diplomatico ed economico in cui si troverà nell’immediato futuro. Provvedimenti forse insufficienti vista la situazione drammatica in cui versa la popolazione della Libia, con i ribelli che ormai non credono più nelle forze dell’occidente, non chiedono più il loro aiuto, e annunciano che Gheddafi comunque cadrà prima o poi, e si ricorderanno di chi li ha aiutati (pochi) e chi no (quasi tutti). Continuano a dire di non avere paura, a sperare in una vittoria data per certa. Ma con Bengasi sotto assedio, la colonna di quaranta carri armati che è entrata a Misurata, i violenti bombardamenti che continuano a colpire le città in mano ai ribelli, fanno immaginare una risoluzione tutt’altro che vittoriosa per il popolo libico.

Se Gheddafi resisterà al potere, dopo si dovranno fare i conti con questa grave mancanza di intervento della comunità internazionale. Rimane da chiedersi come mai la difesa del popolo e della democrazia non sia stata portata con la stessa decisione e risoluzione delle recenti guerre in Iraq e Afghanistan, e permangono molti dubbi sui rapporti internazionali del leader libico. Ancora oggi Saif, nei suoi già citati attacchi alla Francia, accusava Sarkozy di aver usato i soldi libici per finanziare la sua campagna elettorale, e di averne le prove. Probabilmente ancora un delirio da regime, ma il perché Gheddafi sia ancora lì dopo aver ucciso centinaia di persone del suo stesso popolo rimane ancora una domanda senza risposta.

Il vento di democrazia soffia a fasi alterne in Medio Oriente.

Libia, come andrà a finire?

Da qualche settimana, ormai, la Libia è al centro di una delle più grandi rivolte popolari della storia africana. Il colonnello Gheddafi, storico dittatore libico, al potere da oltre 40 anni, viene ferocemente contestato dal popolo e, probabilmente, anche da una parte dell’esercito e della sua famiglia. È difficile ritenere che un uomo come lui, che in passato ha tenuto testa anche all’ex presidente americano Reagan, possa decidere di andarsene autonomamente, infatti sta rispondendo alle proteste con la forza: è imprecisato, ma sicuramente altissimo il numero di vittime tra la popolazione. Vale la pena discutere sui rapporti che il leader libico ha sempre avuto con il mondo occidentale.

La Libia, si sa, è uno dei paesi maggiormente produttori di energia, motivo per cui i segretari di stato occidentali hanno sempre intrattenuto buoni rapporti con lui. Anche i vari governi italiani che si sono succeduti nel corso degli anni hanno sempre cercato di avere con il colonnello rapporti basati sulla cordialità reciproca. Non molto tempo fa, Gheddafi si è presentato a Roma con tanto di donne e beduini al seguito, senza che la classe politica italiana abbia avuto qualcosa da ridire. Non si presentò a una riunione alla Camera dei Deputati, tanto che il presidente Gianfranco Fini decise, con sdegno, di annullare l’appuntamento. Probabilmente tutta questa visibilità a Gheddafi andava evitata, anche perché l’Italia non fece certo una bella figura sul piano dell’immagine.

Inoltre, il nostro paese ha sempre avuto un certo imbarazzo nei rapporti con la Libia, per via di quel che avvenne durante il fascismo, quando l’esercito italiano colonizzò quel paese, sconfiggendo la rivolta del popolo libico anche con l’utilizzo dei gas chimici. Anche gli altri paesi europei non hanno mai veramente condannato il colonnello e la sua dittatura, che dura da tempo immemorabile. Tutto ciò non ha fatto altro che aumentare la forza politica di Gheddafi, senza pensare a come il leader stesse davvero trattando il suo popolo.

Purtroppo, Gheddafi non è il primo dittatore a resistere da tanto tempo senza che nessun capo di stato abbia il coraggio di isolarlo dal contesto politico mondiale: troppi sono gli interessi economici in gioco. Anche adesso pochi sono i rappresentanti dei paesi europei che stanno condannando il modo in cui in Libia sta andando avanti la repressione del governo nei confronti del popolo che protesta. Il governo italiano sta avendo una posizione piuttosto ambigua, sostenendo che l’Italia non sta dando armi alla Libia allo scopo di sedare la rivolta popolare, ma senza prendere una posizione davvero contraria alle violenze in atto in questi giorni. Non resta che attendere l’evolvere della situazione, sperando che tutto possa risolversi in poco tempo, ma con Gheddafi è difficile fare previsioni.

La caduta dell'amico Gheddafi

In Libia siamo ormai di fronte alla guerra civile. Una terribile guerra civile. Soltanto ieri si parlava di 250 morti, con i cacciabombardieri che hanno lasciato il loro carico di morte sulla folla che manifestava. Gheddafi è un dittatore, diciamolo subito, ed anche uno dei peggiori. Come si fa altrimenti a spiegare un leader che bombarda e uccide il suo stesso popolo?

Salito al potere nel 1969, dopo un colpo di stato che ha rovesciato il governo monarchico di re Idris, giudicato troppo servile nei confronti di francesi e americani, è il leader incontrastato e gode di poteri assoluti in Libia. Possiamo sommariamente dividere la sua politica estera in due fasi, una precedente al 1990, molto più nazionalista e distaccata rispetto alle politiche europee e americane, e una successiva, in cui si è lentamente aperto e riavvicinato all’Europa, e soprattutto all’Italia, con cui ha siglato accordi economici in cambio di un controllo delle coste libiche sulla fuga dei clandestini.

Contemporaneamente è sempre stato presentato, soprattutto nella storia recentissima, come amico fidato di Berlusconi, fino ad arrivare alla sua ultima visita in Italia, di cui abbiamo parlato in questo articolo su Camminando Scalzi. Baciamani, le hostess, i cavalli, e tutto il circo patetico organizzato in onore di questo dittatore del Mediterraneo che gode di un incredibile rispetto da parte del nostro Premier. Si narra addirittura che l’ormai famosissimo Bunga Bunga sia proprio un “rituale” (chiamiamolo così) copiato dalla corte di Gheddafi. Insomma, culo e camicia con Berlusconi.

Si arriva così al giorno d’oggi, con un paese come la Libia (dopo l’Egitto e la Tunisia) che si ritrova a rivoltarsi contro il suo stesso leader, alla ricerca di una modernità e di una democrazia, ma soprattutto di una libertà del popolo finora non garantita. E come ogni dittatore che si rispetti, Gheddafi invece di prendere armi e bagagli e levarsi di mezzo, è arrivato a bombardare il suo stesso popolo. Si parla di una vera e propria strage, sebbene le notizie ufficiali rimangano comunque vaghe a causa del silenzio mediatico imposto. Insomma, tutto in pieno stile dittatoriale, nessuno può protestare, se lo si fa si muore, e nessuno lo deve venire a sapere (la TV di Stato oggi parlava di “menzogne”).

Ma perché questa vicenda ci tocca da vicino? Oltre alla scontatissima violazione dei diritti umani, alla violenza gratuita e inaccettabile contro un popolo che è sceso in piazza a protestare contro un regime, bisogna ricordare che Libia e Italia sono legate da vari trattati a doppio filo. Senza scendere troppo nei dettagli, c’è un “patto d’amicizia” (e già qui si rabbrividisce) che prevede un controllo della Libia sui flussi migranti (che pare siano scesi del 90%) in cambio di agevolazioni economiche da parte del nostro paese. Senza contare le nostre multinazionali che hanno base in Libia (ad esempio l’Eni), e il gasdotto che arriva dalla Libia in Italia e porta gas in tutta Europa.

Eppure l’Italia è stato l’ultimo Paese ad aprire bocca sul terribile conflitto e sulla terribile violazione dei diritti umani che si sta consumando in Libia; dapprima con il Premier che ha dichiarato di non voler disturbare Gheddafi, successivamente con una presa di posizione che è sembrata quasi obbligata, quando ormai tutta Europa stava facendo pressioni sull’insopportabile silenzio italiano. Ancora una volta il nostro Paese è risultato debole diplomaticamente agli occhi dell’Europa intera, e questa volta non è stata colpa di intercettazioni, festini, bunga bunga o quant’altro. C’è stata una lacuna diplomatica, una mancanza di presa di posizione decisa e immediata che condannasse il terribile genocidio che si sta consumando in queste ore in Libia, un silenzio figlio di una mai nascosta amicizia tra il nostro premier e il dittatore libico.

Ci sarebbe piaciuto sentire immediatamente una condanna senza se e senza ma, vedere un Italia pronta a dire di no agli abusi, ai bombardamenti sulla folla, e invece abbiamo assistito ad un teatrino di dichiarazioni smorte e poco incisive nei primi giorni, fino alla tardiva presa di posizione ormai obbligata.

Nel Mediterraneo sta accadendo qualcosa di importante, un passaggio storico dalle antiche politiche di regime al desiderio di democrazia e libertà dei popoli e nel nostro Paese, che è un punto strategico di questa zona, il governo è concentrato a bloccare le intercettazioni, fare i processi brevi, e qualsiasi cosa possa salvare l’ormai segnato decorso giudiziario a carico del nostro Premier.

Potevamo e dovevamo essere protagonisti di questo momento storico. E invece forse verremo ricordati come quelli che hanno accolto Gheddafi con i massimi onori, con i baciamano, le 200 hostess e la parata dei cavalli.

Good Job Silvio, ancora una volta, Good Job.