I miei giochi (London 2012) – Parte III

Se volete vedere un pezzo di America a Londra dovete assolutamente andare in due posti: Oxford Street e Piccadilly Circus. Io ho scoperto Oxford Street perché lì c’è il College dove ogni mattina dalle 9 alle 12 vado a studiare l’inglese. Ah, mi perdonerete, ma non vi ho detto che sono qui anche per questo: I need to study English!! Il mio college è l’Oxford House College e, per raggiungerlo, ogni mattina da Victoria prendo i mezzi pubblici; con la Victoria Line (Light Blue Line) due fermate di Metro e scendete a Oxford Circus, oppure il bus 73 che vi porta a Tottenham Courd Rod.

Il mio primo impatto con la scuola è stato difficile, ma mi aiuterà per il futuro, maybe. Il primo giorno sono arrivato puntualissimo, ho svolto il test d’ingresso, ma mi hanno fatto perdere tempo e sono entrato in classe a lezione iniziata, non alle 9, ma alle 10.45. Immaginerete l’imbarazzo di entrare in una classe con quindici ragazzi provenienti da Cina, Giappone, Spagna, Ecuador, Russia, Korea, Belgio, e prendere posto senza troppo disturbare. Anche qui ho iniziato male, perché my teacher mi prega di accomodarmi, e io nel mio inglese buffo: “can i sit here?” indicando la sedia dell’insegnante proprio ad un passo dalla lavagna. Segue risata generale della classe; ecco è arrivato l’italiano! Anche qui mi sono fatto riconoscere, ma almeno ho spezzato il ghiaccio! Ad Oxford Street sembra di essere a New York, è un lungo stradone pieno zeppo di negozi, un buon posto per comprare i regali. Se vorrete uscire di notte e frequenterete i college, non avrete problemi nel pianificare le serate, perché nelle classi e nei bar troverete i voucher per i party più incredibili, tra questi la festa in barca sul Tamigi, Maddox Club e la madre di tutte le serate Pacha (in seguito scopriremo che la famosa disco londinese è gestita da una manager italiana con la fobia per le api).

Come scritto, un altro posto USA-London è Piccadilly; di notte si trasforma, è un area completamente piena di balocchi. Un paese dei divertimenti, dai cinema ai casino, dai teatri ai negozi esclusivi, e se vorrete ci sono pure gli strip-club. Non dovrete stancarvi troppo per trovarli, saranno infatti loro che verranno a cercarvi. Se Maometto non va alla montagna… la montagna va da Maometto. I pr vi verranno ad offrire serate esclusivissime. Io invece vi consiglio di visitare M&M’s World; tre piani di M&M’s, dove potrete comprare i famosi snack e farvi foto incredibili, andateci. Vicino a Piccadilly troverete Soho e China Town, due posti da visitare in base ai gusti culinari. Volendo potrete anche rischiare di entrare in un ristorante cinese, se avete con voi il Bimixin! Io anche no. Se invece siete dei nostalgici dell’italian restaurant, vi consiglio Princi a Soho, sono tutti italiani e c’è una buona pasta. A Soho ci sono molti locali gay, ma proprio tanti e poi diversissimi ristoranti che cucinano cibo from Indocina, Thailandia, Japan, Spain, China. Insomma food from around the world. Continuando il cammino arriverete a South Bank attraverso Millennium Bridge e vi troverete in un posto meraviglioso; dal Millennium Bridge potrete infatti ammirare London Eye, Big Ben, Westminster Abbey e Tamigi, tutto in un solo attimo.

Allora penserete di essere al centro del mondo, ed è lo stesso che ho pensato anch’io; e sarete pieni di adrenalina.

 

V
29-30

Mi sono fatto prendere dalla sindrome del viaggiatore e ho un tantino messo da parte il racconto delle Olimpiadi, mi scuso e riprendo il discorso interrotto.

Olympic Park è l’Olimpiade di Londra. Potrà sembrarvi banale, ma è così; in giro per il centro di Londra naturalmente si respira l’Olimpiade, ma è nell’est della città che si “giocano” le medaglie. Dal centro di Londra la zona est è molto distante. Non avevo idea di cosa fosse il parco olimpico fino a che non ci sono stato dentro. Credevo fosse solamente la sede delle gare, invece è i Giochi Olimpici. Si trova nell’East End, molto lontano dal centro di Londra, ed è stata una decisione saggia quella di crearlo lì, sia per evitare che i Giochi congestionassero il centro, sia per riqualificare e aiutare una zona quella dell’est di Londra un tantino abbandonata.
Si arriva con la linea rossa, fermata Stratford, e quando le porte del treno si aprono inizia il mondo a cinque cerchi. Organizzazione certosina, decine e decine di steward e hostess gridano le informazioni da seguire per raggiungere i posti che desiderate visitare (questa cosa dei gridolini ricorda vagamente le urla dei mercati italiani, però è utile, non perdi tempo, e decidi con anticipo il tragitto da compiere); se siete senza i Ticket delle gare non potete neanche entrare al parco olimpico, questo per ridurre il traffico che, credetemi, è incredibile. Potete però, anzi dovete perché non potete farne a meno, entrare dentro il centro commerciale più grande d’Europa, Westfield Stratford. C’è tutto.
Nei pressi del Parco Olimpico, se decidete di andare in una direzione, siate decisi perché a metà tragitto non potrete ritornare indietro; uno steward vi pregherà di completare il tragitto e solo dopo ritornare indietro. È tutto transennato e si scorre come in autostrada, insomma l’inversione a U è vietata.

Adesso vi racconto la mia Opening Ceremony. Naturalmente non avevo i biglietti, allora ci siamo organizzati con i mega schermi sparsi per Londra, a Trafalgar, a London Bridge, a Victoria Park, a Hyde Park. Sarei dovuto andare a Trafalgar, ma pioveva e allora ho optato per un tipico pub pieno di persone da tutto il mondo; una cosa l’ho capita: gli inglesi sono attaccatissimi alla bandiera, alla madre patria e alla regina Elisabetta. Ogni volta che la regia indugiava sulla Queen, il pub esplodeva. Il momento più bello è stato naturalmente quello della sfilata, il pub era infatti colmo di persone provenienti da tutto il mondo. E ognuno voleva salutare la propria bandiera; Belgium e Team GB meriterebbero un discorso a parte, ma io voglio concentrarmi sulla nostra Vezzali e sui ragazzi azzurri. Quando la regia ha inquadrato il tricolore, mi sono accorto che gli italiani nel pub erano più di quanto potessi pensare. Un atleta, tra gli azzurri, salutava e portava un foglio con scritto “Ciao Mamma sono qua”, questo ha provocato l’ilarità degli inglesi presenti, come a dire sempre “i soliti italiani!”
La birra al pub è d’obbligo e non potete che ordinarla grande!

I miei giochi (London 2012) – Parte II

Quale è stato il primo approccio con Londra?

Della serie fatti una domanda e datti una risposta. All’aeroporto, all’uscita dal gate, si trova un lungo corridoio al termine del quale circa una ventina di volontari, uomini e donne di mezza età, sostano seduti nell’area Accreditation; è una macchia rosa, che è il colore dei Giochi; tutto, dalle indicazioni in metro alle polo dei volontari, è rosa. Se non devi accreditarti, loro saranno felici di darti qualsiasi informazione, come per esempio la direzione da prendere per prendere i bagagli e per andare al centro della city. Non posso fare il paragone con “altre Londra”(la mia domanda è: qui è sempre così, oppure solo adesso che ci sono le gare a cinque cerchi?) perché per me è la prima volta, ma la sensazione è di organizzazione maniacale e gli inglesi, a differenza di quanto pensassi, sono rigidi ma estremamente cortesi e cordiali. Per esempio se l’autista del Bus alla fermata ha già chiuso le porte ma sta ancora attendendo di ripartire, per nessuna ragione al mondo riaprirà le porte per far salire i ritardatari. Nota particolare? A Heathrow si trovano dei manifesti che pubblicizzano i viaggi in Sicilia. Good! Arrivato il trenino non affrettatevi a salire, il responsabile della pulizia vi pregherà di ritornare sulla piattaforma, con un tono neanche troppo delicato, perché prima che voi saliate sarà necessario dare una pulita, anche se generalmente si tratta di un controllo, perché qui tutto è immacolato. Prova ne siano i giardini di Chelsea, un parco aperto alle famiglie che sembrava essere uscito da uno spot della Barilla; mancava solo il corso d’acqua e il mulino.

Il primo posto dove andare se arrivate di pomeriggio è senza dubbio Tower Bridge al tramonto, è distante dal centro ma ne vale la pena; adesso sotto il ponte che si apre e si chiude molte volte durante il giorno ci sono appesi i cinque cerchi, ma anche senza cerchi, il consiglio è di andare in un pub che si affaccia sul Tamigi, sorseggiare una pinta di London Beer e di sporgersi in direzione della Torre di Londra. Attenti però, nei pub inglesi non si può bere al di fuori del locale stesso, se per caso vi scordate, e superate la soglia con il bicchiere in mano, qualcuno vi pregherà di rientrare. Per questo motivo vi capiterà di vedere decine e decine di ragazzi e di ragazze assiepati in un fazzoletto; è buffo, ma è così. Da queste parti si beve molto, dalle cinque del pomeriggio in poi, la birra scorre a fiumi anche se c’è da dire che potrete notare subito delle differenze tra la birra comune e quella inglese. Qui è meno frizzante, e appesantisce meno, per questo motivo riescono a berne così tanta. Un altro posto da visitare a tutti i costi, preferibilmente di pomeriggio, è South Bank, la zona al di là del Tamigi, superato il ponte Westminster Bridge; per intenderci dove c’è il London Eye, e l’Aquarium, che dovete per forza visitare (19£). A South Bank potrete passeggiare sfiorando il Tamigi, e verso le 6pm è pieno di ragazzi che bevono, ovviamente, seduti nei posti più impensati. Vedere per credere.

Un'Italiana a Bruxelles: una spesa formativa

Fare la spesa è un’esperienza in grado di insegnarti tantissime cose sulla città in cui vivi e le persone che la abitano.

All’ingresso del Delehaize sotto casa ti ritrovi un ristretto spazio dedicato alle poche varietà di frutta e verdura concesse, in una Bruxelles in cui ancora sopravvivono i piccoli negozietti di fruttivendoli, panettieri e macellai senza carne di maiale, aperti anche la domenica e gestiti da svariati accenti multietnici. Un’alternativa a cui si aggiungono i meravigliosi mercati del fine settimana e i minuscoli “night shop” per gli acquisti d’emergenza in tarda notte.

Un paio di metri col carrello e ti ritrovi davanti a una distesa di scaffali adibiti a patatine insaporite di ogni cosa, chilometri di marshmallow, caramelle di ogni forma e golosissimi assortimenti di cioccolata.

Basta uno sguardo fra i ristretti spazi dedicati alla pasta per imbattersi negli ingegnosi prodotti d’imitazione di piatti italiani, indice di quanti conterranei abbiano scelto Bruxelles come meta d’emigrazione, e di quanto la cucina nostrana venga apprezzata oltre i confini nazionali. Un ragù alla bolognese amichevolmente detto “alla bolò”, esposto in numerosi vasetti di dimensioni differenti e affiancati da un pesto verde chiaro e una densa salsina ai quattro formaggi. Un tris di prelibatezze che scompare al confronto col giallo paglierino del condimento per la carbonara: un contenitore di vetro da cui traspaiono pezzettoni di pancetta affogati in un miscuglio di surrogato all’uovo e conservanti impareggiabili. Il tutto non troppo lontano dai mitici ravioli in scatola di latta, pronti in cinque minuti di microonde.

Pochi passi ancora per incappare nell’interminabile mondo dei “fromage”, fra il Gouda dai mille colori e la miriade di Brie con forma e stagionatura diversa, ogni volta ribattezzati con nomi sconosciuti e impossibili da ricordare.

A farti perdere completamente il senno è la meravigliosa vetrina dei dolci, con esagerate torte ricoperte da sontuosi merletti di panna montata e altre cremine dal peso specifico del piombo. Un sogno per gli occhi e un incubo per il palato, quando ti ritrovi a morsicare croccanti glasse di zucchero o stucchevoli farciture dalla consistenza del burro. Subito a fianco un’ampia gamma di brioches da colazione con pinze sparse per riporle nell’apposito sacchetto trasparente, in una città dove anche i bar si servono dai supermercati e solo panifici e pasticcerie offrono dolci freschi.

E poi il pane da tagliare a fette, un banco frigo con prodotti strani, e i mitici “speculoos” fra i biscotti da inzuppare nel latte. Fantastiche gallette che hanno oramai colonizzato l’intero reparto dolciario, tra cioccolati allo speculoos, gelato allo speculoos, tiramisù allo speculoos, crema spalmabile allo speculoos e numerosi eccetera eccetera allo speculoos. Prelibati biscottini a base di cannella tradizionalmente preparati per la festa di San Nicola: il protettore dei bambini da cui avrebbe anche avuto origine il mito di Santa Claus e che viene festeggiato il 6 dicembre con interminabili pranzi in famiglia e dolci infilati in ogni pietanza.

Dulcis in fundo, scaffali di birre, tra bionde, scure e trappiste, che costano meno delle rare casse di acqua in bottiglia, un prodotto praticamente bandito in un Paese in cui la maggioranza preferisce dissetarsi dal rubinetto.

Una spesa formativa dunque, alla scoperta di una cultura così vicina eppure tanto lontana.

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Andrea Masi: il Re del Sei Nazioni

Voglio iniziare questo articolo facendovi un nome: Andrea Masi. Molti di voi probabilmente neanche immaginano lontanamente di chi stiamo parlando. I più spavaldi crederanno che sia un parente proveniente da qualche ramo dell’albero genealogico del direttore generale della Rai, qualcun altro, che magari ha frequentato la mia stessa università, crederà che si tratti dell’omonimo professore. Invece devo stupirvi tutti, o quasi, perché sto parlando dell’estremo della nazionale italiana di rugby. Masi è stato eletto miglior giocatore del torneo Sei Nazioni 2011. Un successo davvero inimmaginabile per lui. Non solo perché ha giocato soltanto due delle cinque partite della nazionale italiana, ma perché l’Italia si è classificata ultima nel torneo, portandosi a casa l’ennesimo “cucchiaio di legno”, un’istituzione nel Sei Nazioni. Il cucchiaio di legno, curiosamente, nasce da una tradizione ereditata dagli studenti di Cambridge, i quali erano soliti regalare un cucchiaio di legno in segno di scherno e derisione ai compagni di corso che prendevano i voti più bassi agli esami.

Il giocatore aquilano della nazionale azzurra e del Racing Metro, squadra della periferia di Parigi, è il primo rugbista italiano a ricevere il prestigioso riconoscimento da quando la nostra nazione partecipa alla competizione, cioè dal 2000. Masi, che ha esordito in nazionale a soli 19 anni, ha ricevuto il premio a Parigi presso la club-house del proprio club di appartenenza. Ha ottenuto più del 30% dei voti totali dei tifosi di rugby che hanno seguito la manifestazione e che sono rimasti, evidentemente, piacevolmente colpiti dalle due prestazioni del nostro azzurro.

Fino a qualche anno fa se mi avessero parlato del rugby mi sarei messo a ridere, non comprendendo neanche la differenza dal football. Vi assicuro che non vi sto prendendo in giro se vi dico che qualcuno tutt’oggi crede che l’unica differenza tra i due sport sia data dal fatto che nel football si gioca con i caschi e con l’”armatura”, mentre nel rugby senza. Oppure, non mi stupirei, perché qualcuno ha avuto il coraggio di affermare anche questo, cioè che la differenza sta nel fatto che il football si gioca negli Stati Uniti, il rugby in Europa. Cose dell’altro mondo.

Ho avuto il piacere di conoscere un mio coetaneo, amante del rugby e non ci ho messo molto ad appassionarmene. Certo, non è molto intuitivo come sport, richiede una conoscenza approfondita delle regole anche soltanto per riuscire a seguirne una partita. Tutto questo sempre che non vi limitiate a riconoscere una meta, piuttosto che un “calcio”. La cosa che più di tutte, da amante del calcio (ahimé!), mi ha subito affascinato è che per quante botte possano prendere, i giocatori di rugby restano sempre in piedi, se crollano in terra sanguinanti non chiedono i soccorsi e non interrompono mai il gioco. Utopia pura per i calciatori. Le differenze sportive ma soprattutto “etiche” tra i due sport sono infinite, al punto tale che non vale neanche la pena elencarle. Per oggi ci limitiamo a segnalare una vittoria per il nostro sport, quella di Andrea Masi, e un ultimo posto non poi così tragico dato che la nostra unica vittoria è avvenuta proprio contro i nostri cugini d’oltralpe francesi. Bravo Masi, e adesso terzo tempo e birra per tutti.