Sound City, regia di Dave Grohl

Dave Grohl è la Musica incarnata.
Non vi posso stare a spiegare perché, ci vorrebbe troppo tempo: o siete d’accordo o non lo siete. Su Camminando Scalzi abbiamo comunque una nutrita documentazione con cui potrete passare diverso tempo, se non capite perché apro una recensione di un film con questa frase a effetto.

In questi anni bui e tetri siamo infestati di una musica disgustosa. Inutilmente rumorosa, vuota, cretina, inconcludente, raffazzonata, e potrei continuare. Il mezzo si è svenduto completamente attraverso la massificazione, per cui è ormai possibile per qualsiasi stronzo che non ha la più pallida idea di cosa sia una scala musicale realizzare una canzone in digitale e metterla in vendita su iTunes, dove altra gente ignorante come e più di lui ne comprerà un sacco di copie rendendolo ricco e famoso.
Viviamo nei tempi della “guerra del rumore“, una cosa che dovrebbe far rabbrividire ogni amante della buona musica degno di questo nome. In breve: dove una volta si cercava sempre più la purezza del suono, la sua vera anima, oggigiorno nel disco prodotto già a cazzo di cane in partenza con i metodi di cui sopra, si aggiunge ulteriormente del “rumore” di fondo per aumentare il volume, con lo scopo di far “suonare più forte” il disco in modo che risalti sugli altri “dischi concorrenti” e potenzialmente farlo vendere di più. Se questo non è un segno evidente dell’involuzione in cui l’umanità si sta affossando, non so cosa possa esserlo.

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"Non siamo il vostro genere di persone" – il nuovo dei Garbage

GarbageLa consapevolezza della vecchiaia comincia a farsi sentire se per parlare dei Garbage mi tocca usare il passato remoto e delle formule come “vi ricordate di quel gruppo rock/pop elettronico a metà degli anni ’90?”
Saltiamo quindi i convenevoli: ve lo ricordate? Ma sì, il gruppo messo insieme da Butch Vig, famosissimo produttore di “Nevermind” dei Nirvana (e di “qualche altro” disco di successo). Ma sì, il gruppo di “Vow”, “Only happy when it rains”, “Stupid Girl”, “Push it”, “I think I’m paranoid” e la colonna sonora di uno dei James Bond, “The world is not enough”… Ancora niente? Ok… Il gruppo di Shirley Manson, quella sensualissima gnocca dai capelli baciati dal fuoco. Ah, ecco, improvvisamente ricordate, eh?

Che fine avevano fatto i Garbage? Dopo quattro album e un best of, uscito nel 2007, sono spariti nel nulla. Gruppo sempre umile e ben conscio dello star system, i Garbage non hanno mai fatto grandi dichiarazioni megalomani anzi, sono sempre rimasti con i piedi per terra, concentrati sul loro lavoro. Non si sa bene cosa arrestò la carriera di Vig, Manson, Steve Marker e Duke Erikson… Oggi, alla vigilia del loro nuovo disco, parlano di un malcontento e un’intolleranza verso le case discografiche, che raramente sono interessate a supportare i propri artisti se non arrivano al numero uno della classifica vendite. Fu quindi forse la frustrazione e il calo creativo che solitamente si porta dietro a far chiudere i battenti a uno dei più innovativi gruppi alternative dell’epoca moderna.

In questi cinque anni Butch Vig ha continuato il suo lavoro di produttore (sfornando tra gli altri il bellissimo ultimo disco dei Foo Fighters, “Wasting Light”, che abbiamo recensito). Shirley Manson ha invece provato la carriera di attrice facendo la terminator in Sarah Connor’s Chronicle, ha mantenuto il rapporto con i fan attraverso il suo account twitter e la sua pagina facebook e ha sbattuto invano la testa sul suo album solista, che è definitivamente naufragato quando, a febbraio di due anni fa, ha annunciato di essere tornata in studio con il resto dei Garbage.

“Not your kind of people” è uscito il 14 maggio confermando la stroncatura con le major, dato che è autoprodotto dai Garbage con la loro nuova etichetta, “Stunvolume”.
Il primo ascolto probabilmente non convincerà molto i fan dei vecchi successi dei Garbage, così come il primo singolo, “Blood for poppies”, un po’ anonimo; tuttavia è il classico disco che “cresce dentro” per poi tiranneggiare sugli ascolti della giornata. Vediamo insieme tutte le tracce.

Automatic Systematic Habit apre il disco con un’orgia di elettroniche e ritmiche dance che fanno letteralmente impallidire l’ascoltatore rock e forse incuriosire quello pop. Personalmente, appena fatta partire la traccia, mi son detto “peccato. Un disco da buttare.” Per fortuna prima di strapparmi le vesti ho proseguito con l’ascolto. A parte queste sonorità particolari, la canzone ha un ritornello accattivante e alla fin fine non risulterà così fastidiosa. Parla della meccanicità con cui la gente fa e promette le cose senza pensare e senza ovviamente mantenere la parola data.

Big Bright World rinfresca la memoria sulle classiche sonorità Garbage, ma non è ancora la canzone di volta. Il testo contiene alcuni versi di una poesia di Dylan Thomas.

È poi la volta di Blood for poppies, primo singolo del disco. Troppo allegro e nonsense per dare il giusto omaggio a ciò che i Garbage sono stati.

Ma finalmente arriva Control, la prima vera bella canzone del disco. Armonie melanconiche e la sensuale voce di Shirley lasciano subito spazio a chitarre pompate e a un assolo di armonica semplice ma imponente. Finalmente si capisce che i Garbage sono tornati. Davvero.

Not your kind of people, title track, si sollazza un po’ con un arpeggio effettato identico alla hit “The world is not enough”, ma fa presto capire che è ben più di una smanceria. Questa canzone è un inno: l’inno per i disadattati di tutto il mondo. La calda voce suadente di Shirley ondeggia su questa bellissima ballata. “Noi non siamo il vostro genere di persone, tutto è una bugia”, “Correre in giro cercando di adattarsi, voler essere amati… Non serve molto alla gente per buttarti giù”. E il disco decolla.

Infatti Felt propone un ritmo incalzante semplicemente irresistibile, con un testo che gioca molto sull’assonanza sfruttando la costruzione sintattica dei versi.

Shirley ha voluto far passare I hate love un po’ come la canzone simbolo del disco, con frase stampata su magliette eccetera. Dice di esserci molto affezionata per via del suo sarcasmo, ma personalmente la ritengo forse la più mediocre dell’album. Sarà per l’innesto di elettroniche che trovo rovini gli arpeggi di chitarra, che invece erano molto garbage. Sarà per il testo, sinceramente un po’ banalotto e adolescenziale. Non so, non mi ha convinto.

Con Sugar possiamo finalmente dolcificare il “Milk” del primo album. Queste due ballate sono infatti molto simili, con arpeggi dolci e riverberati, un giro di basso avvolgente e la voce bassa di Shirley ad ammantare il tutto. Ipnotizzante.

Battle in me è probabilmente il pezzo migliore del disco (e sarà il secondo singolo). Un giro di basso esaltante che pompa energia nelle vene, una batteria incalzante, Shirley incazzata e un riff semplice di chitarra che tiene insieme il tutto. La variazione di ritmo nel ritornello e l’uso di tacet rendono la canzone ascoltabile all’infinito.

Man on a wire non lascia evaporare l’adrenalina fatta secernere da Battle in me, anzi aumenta ancora di più il ritmo con un riff aggressivissimo e Butch Vig dietro la batteria che ha l’unica intenzione di spaccare tutto. Parla con vigore delle proprie debolezze e paure e della volontà necessaria per affrontarle.

Beloved freak è una ballatona dolcissima (che Shirley ha eletto come sua preferita dell’album) che serve da chillout per le due tracce precedenti. Come “Not your kind of people” si torna al tema del disadattamento di nerd e geek. “Niente che sia buono è mai stato gratis. A volte ci sentiamo così stanchi e deboli che perdiamo il cielo da sotto i nostri piedi. Le persone mentono e rubano, male interpretano come ti senti. Così dubitiamo e ci nascondiamo. Non sei da solo.”

The one è la prima delle quattro tracce bonus dell’edizione deluxe, che costa qualche euro in più. Torniamo ai ritmi aggressivi di “Battle in me” e “Man on a wire” per smaltire un po’ dello zucchero accumulato con “Beloved freak”.

What girls are made of è un pezzo un po’ deboluccio, in cui l’unica cosa che lo rende memorabile è la dissonanza testo/musica. Sembra quasi che le parole vadano per fatti loro, creando una vaga sensazione di disagio, che scompare con l’apertura ritmica del ritornello.

Bright tonight, perfetta canzone di “chiusura”, in senso lato, nonostante non sia l’ultima traccia dell’edizione deluxe. La chitarrina acustica cosparge un velo di stelle su cui poi la chitarra solista effettata e la voce bassa di Shirley compongono quella che sembra quasi una delicata ninna nanna.

È invece Show me a chiudere il disco, un pezzo davvero molto interessante. Il vibrato allungato della chitarra e la batteria bassa che sembra quasi un tamburo danno una sensazione come di vecchio west. Sembra quasi di vedere Shirley cantare in una vecchia locanda dalle porte di legno cigolanti. Sensazione che dura il tempo dell’intro, perché poi entra la chitarra elettrica e la batteria torna a battere i buoni vecchi 4/4. “Non è facile come sembra. Il mondo è grande, il mare è profondo. Non c’è spazio, non c’è tempo, ci siamo solo noi e ciò che ci lasciamo dietro. Mostrami chi sei, mostramelo adesso”.

GarbageI Garbage ci mostrano chi sono: una gran bella band. Intelligente, professionale, piena di curiosità e voglia di innovarsi. Tutte cose che mal si sposano con la moderna ottica delle major di fare più soldi possibile nel minor tempo possibile a scapito di tutto il resto.
“Not your kind of people” è un classico disco Garbage. Non un capolavoro che fa urlare di esaltazione, ma un bel disco solido, piacevole e riascoltabile, con delle ottime sonorità e delle buone idee, a metà strada tra “Version 2.0” e “Bleed like me”. Farà contenti i vecchi fan dei Garbage e sono sicuro che attirerà anche i giovani che non si fermano alla superficialità della musica che viene loro scodellata quotidianamente da case discografiche corrotte e impomatati marketing manager sorridenti.
Consiglio assolutamente l’acquisto della versione deluxe, che ha la copertina rossa.

I Garbage saranno i Italia l’11 luglio a Vigevano per il “10 giorni suonati Festival” e il 12 luglio a Roma per il “Fiesta Capannelle Roma Rock”.
Vi rimando al loro sito ufficiale e alla pagina facebook. Inoltre sul loro canale Youtube è possibile ascoltare alcuni brani di “Not your kind of people” e vedere i “mini-film” cioè brevi documentari con interviste e commenti sui pezzi del nuovo disco.

Wasting Light – Recensione

I Foo Fighters sono tornati. Wasting Light è il settimo album di studio dei Foo, capitanati dal sempre più “signore del Rock” Dave Grohl. Il ragazzaccio della Virginia proprio non riesce a stare con le mani in mano, e dopo le ultimissime collaborazioni (“Them Crooked Vultures” vi dice niente?), è tornato in studio con la sua band di sempre.

“Echoes, Silence, Patience & Grace”, il precedente album, aveva lasciato i fan più accaniti con un po’ d’amaro in bocca. La sensazione che si respirava era quella di trovarsi di fronte agli scarti (di qualità in ogni caso) di “In Your Honor” (vero e proprio capolavoro assoluto dei Foo), e il successivo Greatest Hits aveva accresciuto un po’ lo scoramento nei confronti della band.

Ma quando tutto ormai sembra avviato verso la via della ripetizione ad libitum di sé stessi, ecco arrivare “Wasting Light”. Chiariamoci subito, i Foo non hanno fatto grande sperimentazione (non sono famosi per farlo, comunque): ciò che ci ritroviamo davanti è esattamente quello che ci si aspetta da loro, con in più la grossa (e non del tutto prevedibile) sorpresa di trovarsi di fronte undici brani che spaccano letteralmente il cervello per quanto ti si piantano in testa. Un rock genuino, una serie di riff che si stampano nella memoria come impronte nel cemento, con i classici ritornelli alla Foo che ripeterete e ripeterete mentre fate qualsiasi cosa. Spicca in maniera esorbitante la produzione di Butch Vig, tornato a collaborare con Grohl dopo i tempi epici dei Nirvana; il suo apporto si sente, e tanto. Wasting Light è stato tutto registrato nel garage di Dave, doveva essere un album cattivo, rock vecchio stampo. Quindi via i computer, i sequencer, le modifiche in digitale, rispolverati i mixer multitraccia e il nastro, il suono è la cosa che colpisce di più al primo impatto. Caldo, potente, con il basso che martella il ritmo, le chitarre che tirano giù riff che ti fanno fare headbangin’ in continuazione, la batteria di Taylor che è una vera macchina da guerra. L’idea è semplice e geniale. Fare un rock che suoni duro, sporco, semplice, come il rock deve essere (tanto Grohl ha ben altri modi per sperimentare). Il risultato è garantito. L’idea è piaciuta così tanto al gruppo che in USA hanno indetto un concorso per portare Wasting Light nei garage dei fan. Esatto, i Foo Fighters, che riempiono in due giorni Wembley con centottantamila persone, vengono a suonare a casa tua per te e i tuoi amici. Ennesima qualità di questa band, del suo indissolubile legame con i fan, della voglia di divertirsi che traspare in continuazione. E quando ci si diverte, fare bella musica viene naturale.

httpv://www.youtube.com/watch?v=pdAMSUFoKK0

Tornando alle tracce, ci troviamo di fronte a qualche spunto tecnico più complesso rispetto al passato (Rope), con tempi dispari e riff heavy metal (White Limo), insieme a pezzi più classici (One of these days, Back&Forth), che hanno forse l’unico difetto ascrivibile al disco: ci si ritrova ad ascoltare il “solito” ritornello alla Foo Fighters. Ciò che colpisce di più in ogni caso è la totale riuscita di ogni brano, che mantiene quella forza incisiva che forse era mancata con il lavoro precedente (di cui ci si ricorda “The Pretender” e poco altro). Qui ogni brano rimane piantato nella memoria, non viene mai a noia, mantiene la sua forza. Ascoltatelo dieci volte consecutive, e l’undicesima sarete ancora lì col tasto play. Una grossa qualità. I testi sono sempre belli, e si nota con piacere un po’ meno di nonsense a cui Grohl ci aveva abituati (il testo di Big Me rimarrà un mistero), continuando la strada iniziata con In Your Honor. I temi sono i più disparati, si va dalla love song Dear Rosemary (che vede la collaborazione di Bob Mould degli Husker Du; gruppo fondamentale tra le influenze di Dave), al travagliato rapporto con il luogo di origine di Arlandria (“You and what army, Arlandria?” epico). Non manca una piacevole sorpresa, la collaborazione di Krist Novoselic nella registrazione di I Should Have Known, che insieme a Pat Smear – ormai rientrato a far parte ufficialmente della band -, fa un po’ da revival-raccordo con il discorso lasciato ai tempi dei Nirvana.

Wasting Light è un album decisamente riuscito sotto tutti gli aspetti, una spanna sopra il precedente senza dubbio, consigliato anche a chi è a digiuno di Foo Fighters, perché un po’ di sano rock&roll non può che fare bene in questi tempi di magra e Justin Bieber.

Vi lasciamo con un live della band. Tutto l’album suonato di seguito, senza mai fermarsi, nel loro studio 606. Sono dei mostri, innegabilmente.

httpv://www.youtube.com/watch?v=Xnmzins2Uow