Modificare la Costituzione… Come si può?

Alla domanda se sia possibile modificare la Costituzione dobbiamo rispondere immediatamente di sì. Proprio a questo scopo, infatti, è previsto lo strumento della Legge Costituzionale. Una Costituzione come la nostra si dice “rigida” perchè non può essere modificata dalle leggi ordinarie, ma soltanto tramite l’approvazione di leggi costituzionali seguendo l’iter che a breve spiegheremo. Al contrario, una Costituzione  “flessibile” occupa lo stesso grado delle leggi ordinarie nella gerarchia delle fonti. La costituzione flessibile può essere modificata a maggioranza parlamentare tramite l’approvazione di leggi ordinali. La modifica costituzionale non richiede leggi costituzionali né iter speciali di approvazione. La nostra prima forma di Costituzione, in vigore fino alla caduta del regime fascista, era una costituzione flessibile.

Nella storia del Novecento i regimi dittatoriali più noti – per esempio la Germania nazista di Hitler – nacquero da partiti che occupavano la sola maggioranza relativa dei voti dell’elettorato. Essendo difficilmente modificabile, la costituzione rigida tende però ad adattarsi con lentezza ai cambiamenti storico-sociali di un paese. La costituzione flessibile, che  può essere modificata dalle assemblee parlamentari a maggioranza semplice, comporta il fatto che si adatta più velocemente alle esigenze di un paese, ma lo espone più facilmente alle derive dittatoriali.

La storia ha dimostrato che un regime democratico può trasformarsi facilmente in un regime dittatoriale se le regole costituzionali sono troppo flessibili.  Non a caso uno dei principali obiettivi dei giuristi costituzionalisti dell’epoca contemporanea è proprio quello di plasmare una Carta Costituzionale in grado di unire i vantaggi della costituzione rigida con quelli della costituzione flessibile.

La legge Costituzionale è attribuita alla competenza del parlamento ed è adottata con un procedimento “aggravato“, ossia più complesso rispetto a quello previsto per le leggi ordinarie. Nella gerarchia delle fonti del diritto, la Costituzione e le leggi Costituzionali sono collocate in un grado superiore alla legge ordinaria, con la conseguenza che, ove la legge ordinaria contenesse disposizioni in contrasto con la costituzione o le leggi costituzionali, le stesse sarebbero invalidate in virtù del principio per cui la legge di rango superiore prevale su quella di rango inferiore.

Nel nostro ordinamento la costituzionalità delle leggi e degli atti aventi forza di legge è valutata dalla Corte Costituzionale. La Costituzione italiana, all’art. 134, assegna alla Corte il compito di giudicare “sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni“.

L’art. 135 invece, prevede che la Corte costituzionale sia composta di quindici giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune (Camera e Senato congiuntamente), per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa.

Questa struttura mista è finalizzata a conferire equilibrio alla Corte Costituzionale: per favorire tale equilibrio infatti sono previsti, in capo ai soggetti scelti per la composizione dell’organo, sia un’elevata preparazione tecnico-giuridica sia la necessaria sensibilità politica. Nel caso in cui la Corte dichiari l’atto incostituzionale, la sentenza retroagisce fino al momento della entrata in vigore dell’atto.

L’iter per la revisione costituzionale è disciplinato dall’art. 138 della Costituzione.  Il disegno di legge costituzionale deve essere approvato da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono intercorrere almeno tre mesi.Nel caso in cui la deliberazione, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non sia avvenuta a maggioranza di due terzi dei loro componenti ma a semplice maggioranza assoluta, può essere richiesto un referendum confermativo. Quest’ultimo può essere proposto da un quinto dei membri di una delle due camere, da cinque consiglieri regionali o da 500.000 elettori. Insomma, l’art. 138 della Costituzione prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso, raccogliendo il voto della maggioranza e di una parte dell’opposizione.

Generalmente nessuna legge costituzionale né riforma costituzionale, può in alcun modo modificare la Costituzione nel suo “spirito“. Accesissimi dibattiti sono tutt’oggi aperti sul significato da attribuire all’inciso “spirito della Costituzione”; tuttavia, per concludere queste righe senza addentrarsi troppo nei meandri delle più disparate interpretazioni che sono state assegnate a  tale inciso, è opportuno e sufficiente affermare che per “spirito” si debba intendere la forma di stato repubblicana e il nucleo essenziale delle libertà fondamentali e dei diritti e doveri in essa espressamente previsti e riconosciuti.

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Un finale lento e doloroso

Sembra proprio che l’eutanasia in questo Paese non sia concessa nemmeno ai governi. L’Italia di oggi ricorda tristemente un malato terminale tenuto in vita da macchinari vecchi e malfunzionanti…

La votazione di fiducia di martedì 14 dicembre è stato uno degli episodi più imbarazzanti della recente storia politica italiana. Da una parte un governo composto da soggetti in rotta di collisione, che si insultano e si rimbalzano colpe e responsabilità. Dall’altra parte un’opposizione incapace di riconoscere la necessità di andare al voto, proprio ora, proprio in questo momento di crisi.

Sentirsi dire che sarebbe deleterio per il Paese aprire le urne in un periodo così critico, significa dimostrare di non essere in grado di rappresentare né una valida opposizione né un’accettabile maggioranza. Significa dimostrare di non essere capaci di ascoltare quelle folle di persone che stanche e disperate continuano a scendere in piazza, e che oramai cominciano a dubitare dell’efficacia delle manifestazioni pacifiche, aprendo un varco verso una deriva violenta. Aldilà dei cosiddetti Black bloc e degli infiltrati, non dovrebbe stupire che dopo anni di scioperi, occupazioni, cortei e salite sui tetti, qualcuno cominci a stancarsi della fastidiosa indifferenza della classe politica. Non c’è nulla di costruttivo nel dare fuoco ad una camionetta della finanza, ma sicuramente non è stato il fatto più scandaloso accaduto in questa memorabile data…

Il vero scandalo sta in un governo che gioisce di una fiducia che non porterà a nulla. La maggioranza non ha i numeri per votare le agognate riforme di cui tutti parlano, e il perenne rischio di una sconfitta lascerà inevitabilmente il Paese nello stallo, mentre il cancro dell’establishment politica attuale si diffonderà, come una metastasi, fino a divorare anche quel poco di “sano” che è rimasto in questa malata società.

Il vero scandalo sta nell’aver sottratto la speranza di un futuro ad un generazione sfinita da un pesante 26% di disoccupazione (dato Confindustria), dall’impossibilità di richiedere un mutuo, costruirsi una famiglia o addirittura ambire alla pensione.

Il vero scandalo sta in quegli abitanti dell’Aquila che ancora oggi si ritrovano a vivere senza la propria casa, senza la propria città, e senza la propria vita.

Il vero scandalo sta in quel manipolo di politicanti che si scannano per accaparrarsi l’appoggio di quelle raccapriccianti espressioni del genere umano che sono disposte a vendersi per soldi sporchi o per una comoda poltrona.

Sono riusciti a votare persino ad Haiti e in Afghanistan. Forse ce la possiamo fare anche noi!

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Meridiano Zero – La nave Italia affonda.

Ci si è completamente dimenticati del popolo. Noi stessi, cittadini con un’opinione, ormai nicchiamo, facciamo spallucce, perché “tanto è così”, perché il mondo gira in questo modo e che ci vuoi fare, perché loro sono i potenti e noi solo pecore e via così.

Il popolo è sovrano di questa nazione e pare che se ne siano dimenticati tutti, dai politici che non eleggiamo più direttamente (e così ecco le veline e le pompinare in parlamento) al popolo stesso che non rivendica ciò che è suo.

Un Governo, indipendentemente dallo schieramento di appartenenza, ha tutto il diritto di fare il suo lavoro e in linea generale non apprezzo i criticoni del primo giorno. Sono liberale in questo. Ma quando un Governo implode su sé stesso e inizia a perdere i pezzi, e a cedere, a dire “non è più sostenibile” è pure uno come Fini, è lampante che sia l’ora di schiacciare forte sul tasto reset e fare tabula rasa di quel che rimane; invece il Parlamento viene usato trasversalmente come il giardino di casa propria, da destra a sinistra: è assurdo che Napolitano (ex comunista e mai stato simpatizzante di Berlusconi) si appelli al dovere istituzionale del presidente della Camera (un mese fa) per far votare la sfiducia oggi, dando tutto il tempo a Berlusconi per fare i conti necessari a strappare un 314 a 311 con 2 astenuti; è diventata un’oligarchia che si rimbalza il joystick del paese, un po’ a me e un po’ a te e tutti contenti e i franchi tiratori (in questo caso con fucili caricati a salve) a pararsi il culo (http://www.domenicoscilipoti.it/ già online le motivazioni del voto di fiducia, non male per un sito normale) e a pienarsi le tasche a suon di consulenze da 100.000 euro.

E ora? Passerà Natale, ma il Governo non ha i numeri per governare seriamente e, esattamente come 16 anni, è tenuto per le palle da Bossi che avrà carta bianca prima di far staccare la spina al moribondo.

E’ una nave che sta affondando e io, onestamente, vorrei tanto scendere.

La politica è morta.

Tre voti. Tre voti che hanno ancora una volta confermato il signor B, il nostro Imperatore Maximo, a capo del nostro governo. Una maggioranza che stenta a resistere a questo voto di fiducia, ma ci riesce, seppur comprando voti qua e là da personaggi di dubbio spessore politico e umano, che da totali sconosciuti hanno guadagnato il loro quarto d’ora di popolarità (e probabilmente anche qualche altro tornaconto personale) e hanno consegnato ancora una volta il paese in mano ad un governo che finora si è dimostrato fallimentare sotto tantissimi punti di vista.

Un Paese ormai allo sbando, una popolazione che non ce la fa più, stretta nella morsa della crisi, della disoccupazione, del precariato, della riforma dell’Istruzione che distrugge il nostro futuro. I giovani picchiati a Roma dai poliziotti che non si rendono conto che la manifestazione di protesta è stata fatta anche per loro, che quei ragazzi sono i loro figli e figlie, i loro fratelli e sorelle; quegli stessi poliziotti che proprio qualche giorno fa manifestavano ad Arcore per i tagli che questo governicchio di nani e ballerine stipendiati ha perpetrato ai danni delle forze dell’ordine. E si assiste ai paradossi più assurdi: la politica rinchiusa nel palazzo d’ebano a votare per il futuro della gente comune, barricata, protetta, nascosta. Nel frattempo i ragazzi per strada e le forze dell’ordine dall’altra che si fronteggiano, fratelli coltelli. Senza parlare dei presunti infiltrati nelle fasce più estremiste e rissose dei manifestanti (che è bene ricordare essere composti per la stragrande maggioranza da semplicissimi studenti), come si evince da questo articolo del Post Viola, su cui ognuno può trarre le proprie conclusioni a riguardo. Insomma, un presunto infiltrato picchia (fa finta?) un finanziere, che viene salvato dall’ennesimo finanziere, e non si capisce più chi sta con chi, tra abiti civili, divise e infiltrati. E alla fine tornano tutti amici e non si capisce più dove sono i manifestanti… il festival del paradosso insomma (senza contare la simpaticissima pistola brandita che per fortuna non ha esploso nessun colpo). AGGIORNAMENTO 16/12/2010: Come riportato anche da ilfattoquotidiano.it in questo articolo, pare che “l’uomo con la pala” fosse in effetti un manifestante e non un infiltrato. Per completezza e correttezza lo segnaliamo anche noi. Era in effetti un violento che ha sottratto manganello e manette al finanziere pestato.

Scene di guerriglia urbana, una Roma distrutta, il dubbio imperante che tutto sia stato organizzato per far succedere gli scontri, la pazienza portata allo stremo. E la cosa più triste di tutte è che le due frange di questa inutile e maledetta guerriglia urbana dovrebbero stare dalla stessa parte, mentre il bel circo della politica se la gode nel palazzo, un palazzo che non ha più alcun valore per molti, dove il voto si compra con qualche favore o qualche spicciolo, dove la parola “dimissioni” è stata dimenticata nelle pieghe dello spazio-tempo, dove i politici rissosi urlano, litigano, si mostrano le dita medie a vicenda, gongolano per le loro vittorie da quattro soldi, e alla fine della fiera circense sono sempre tutti lì seduti, non cambia niente, non cambia mai niente.

È difficile fare un’analisi politica di questa situazione, è difficile perché ci troviamo di fronte all’ennesima delusione totale di chi dovrebbe governarci, di chi è quantomeno pagato per farlo, visto che di dignità umana è realmente troppo difficile parlare. Dal Pdl oggi si alzano grossi cori per le dimissioni del presidente Fini che -è bene dirlo- è stato sconfitto. Rimane realmente patetico ascoltare dichiarazioni come quella di Capezzone oggi, che riporto per spingere anche voi lettori ad una riflessione sul calibro di certi seguaci del nostro Imperatore Maximo: “Perfino la grande stampa che gli è stata amica, e che per mesi gli ha perdonato tutto, sollecita un suo passo indietro. Come fa Fini a non dimettersi, a questo punto? Come può fingere di non vedere quello che ormai è chiaro a tutti, e cioè la piena incompatibilità tra il ruolo super partes che si addice alla terza carica dello Stato e la scatenata campagna partigiana e faziosa (peraltro, perdente) che ha condotto anche avvalendosi del suo incarico? Siamo dinanzi a una ferita istituzionale profonda e sempre più grave”. (via | Repubblica.it)

Trovo veramente incredibile, surreale e assurdo leggere cose del genere, che vanno ben oltre “il bue che dice cornuto all’asino”. E’ una dichiarazione che si commenta praticamente da sola, e ci fa capire il vero valore politico e l’ideologia che c’è dietro i seguaci della maggioranza. L’Imperatore Maximo è uno e uno soltanto, non ci possono essere due imperatori. Quindi chi viene sconfitto deve sparire.

Ma è stata davvero una vittoria quella di ieri? La risposta è sotto gli occhi di tutti, tre voti in più non vogliono dire nulla, una maggioranza così risicata e ottenuta in questa maniera dal punto di vista politico è molto più vicina ad una sconfitta. Sebbene la campagna acquisti continui imperterrita, con i posti “promessi” da Berlusconi a chi si unirà alla squadra di governo, al momento attuale la situazione è molto chiara: un governo con una maggioranza così risicata difficilmente potrà governare in maniera tranquilla, dopo il palese passaggio di Fini all’opposizione. E possiamo scommettere che i provvedimenti dell’Imperatore e dei suoi accoliti non avranno vita facile alla Camera. Di conseguenza l’unica opzione che appare realmente praticabile è l’arrivo alle tanto vituperate (e non a torto) elezioni anticipate. La Lega non ha esitato a ripeterlo più e più volte nella giornata di ieri, il destino pare abbastanza scritto.

Le opposizioni si trovano in una situazione decisamente complessa al momento: bisognerà vedere cosa decideranno tatticamente di fare, se allargarsi al Centro prima che Berlusconi faccia i suoi acquisti elettorali, se scegliere un leader forte che li traghetti verso la prossima tornata elettorale o se continuare a fare le solite chiacchiere sulle solite inutili divisioni. Il governo ha perso, ma la Sinistra non ha vinto, questo è bene ricordarlo. Un piccolo appunto per IDV, che avrebbe dovuto fare molta più attenzione ai deputati da mandare alla Camera. Immagino la delusione di molti elettori che si sono visti un proprio rappresentante cambiare fronte in questa maniera così repentina e per giunta per salvare l’odiato nemico Signor B. Un errore in partenza, un errore che costerà caro dal punto di vista elettorale a Di Pietro e compagni a mio parere.

La situazione in Italia diventa sempre più difficile, la disoccupazione aumenta, l’Istruzione viene ogni giorno bistrattata da riformucole ammazzafuturo, la cultura è trattata come una cosa inutile (d’altro canto con la cultura non si mangia, si sa…), la gente che non arriva a fine mese aumenta sempre di più.

Tutto ciò che rimane certo, ancora una volta, è che nel palazzo d’ebano tutto rimane uguale. Anche se più che un palazzo che ci porta alla mente tempi nobili e aristocratici forse dovremmo parlare di un grosso circo, con le bestie più strane, i freak più inguardabili, le ballerine, i nani, tutti con il comune obbiettivo di non alzare mai il culo da quelle poltrone che noi paghiamo. E scusate la conclusione volgare.

Una protesta dedicata al maestro Monicelli

In molti lo ricorderanno per quella puntata di Rai per una notte in cui parlò di “rivoluzione”, quella che l’Italia non aveva mai avuto e che forse sarebbe stata l’unica speranza di riscatto di questo bistrattato Paese. Sarà ricordato per la sua ironica genialità, capace di strapparti una risata anche davanti alle situazioni più tristi e drammatiche, come la morte del suo personaggio Perozzi, interpretato da Philippe Noiret nel terzo episodio del celebre “Amici miei”.

Il 29 novembre 2010 è morto Mario Monicelli, dopo un volo di cinque piani dall’ospedale San Giovanni di Roma. L’ultimo volo di un gabbiano… Quel simbolico gabbiano omaggiato in una celebre canzone di Giorgio Gaber. Quel metaforico gabbiano che nella forza di Mario Monicelli ha trovato il coraggio di spiccare il volo fino ai 95 anni d’età.

Ci ha lasciati con la stessa shoccante spettacolarità che caratterizzava i suoi film, senza spazio per il finale travagliato e spossante di un vecchio uomo in attesa di una fine dettata da una malattia terminale. Pare quasi di vederlo mentre riesce a beffare medici ed infermieri e si allontana verso quell’ultima estrema manifestazione della sua tragicomica imprevedibilità. Un volta disse “vorrei morire un giorno in cui i giornali non sanno cosa scrivere”, e forse così è stato.

E’ andato via ma è rimasto, con le parole e le immagini dei suoi film e con le preziose lezioni di vita che ha voluto regalarci. E’ morto fra i peggiori deliri della politica, gli scandali di WikiLeaks e le strepitose proteste di piazza di precari e studenti, che da oltre una settimana vanno avanti, alla ricerca di quella rivoluzione che “l’Italia non ha mai avuto”…

L’hanno dedicata anche a lui, il maestro, quell’ultima giornata di manifestazioni del 30 novembre, prima della scellerata votazione della Camera. “Caro Mario, la faremo ‘sta rivoluzione”, si leggeva in testa al corteo degli universitari di Napoli: un messaggio comune a tante strade italiane.

Una mobilitazione che è partita con l’occupazione dei monumenti: il simbolo di quel diritto alla cultura che questa generazione ha deciso di non farsi portare via. Poi l‘invasione di aeroporti, strade e stazioni, come simbolo del disagio che da troppo tempo opprime questo Paese, schiacciato dalla mancanza di prospettive future e dalla paura di vedersi levare persino il diritto allo studio. Treni cancellati o posticipati, con migliaia di viaggiatori in attesa, senza la possibilità di programmarsi una serata… Aspirazioni cancellate o posticipate, con migliaia di persone in attesa, senza la possibilità di programmarsi… una vita.

Una protesta che continua, nonostante tutto. Da Milano a Palermo, persino con l’appoggio degli erasmus all’estero: da Siviglia a Lisbona, e da Montpellier ad Amburgo.

E poco importa se la combriccola di tristi politicanti che oggi ci governa non riesce a capire il senso di questa contestazione, perché non essere compresi da persone di simile levatura ci rende solo più orgogliosi…

[stextbox id=”custom” big=”true”]L’articolo di oggi è accompagnato da un omaggio del fumettista Segolas al maestro Monicelli[/stextbox]


La riforma delle priorità

“Siccome non viviamo in un paese e in tempi normali, – scrive Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano del 13 aprile – è probabile che i giudici prendano per buona la cazzata e rinviino il processo Mediaset al 21 luglio, quando dovranno rinviarlo a metà settembre [perché i tribunali chiudono per le ferie estive], quando riceveranno un’altra lettera piena di cazzate che chiederà un ulteriore rinvio di sei mesi, e così via per un totale di un anno e mezzo. Cioè fino a Natale 2011, quando i giudici si sveglieranno e scopriranno che il premier è improcessabile per sempre”.

Nell’articolo, schietto e senza mezzi termini, Travaglio si riferisce al disegno di legge sul “legittimo impedimento”, approvato in Senato il 10 marzo scorso per permettere al premier Silvio Berlusconi di lavorare senza “l’intoppo” delle continue udienze a cui sarebbe tenuto a presentarsi. Rinvigorito dagli ultimi risultati elettorali regionali il Presidente del Consiglio sembra infatti deciso a sfruttare i suoi prossimi tre anni di mandato per portare a termine alcune prioritarie riforme, come spiega un articolo de Il Messaggero dello scorso 6 aprile. Resta in pole position il ddl intercettazioni, già approvato dalla Camera, dove l’intenzione del Governo sarebbe quella di vietare la pubblicazione dei “brogliacci” sui giornali e di autorizzare le intercettazioni solo in caso di “evidenti indizi di colpevolezza”.

In cima alla lista degli impegni anche la riforma della Giustizia, con l’obiettivo di imporre una “ragionevole durata” ai procedimenti penali con un testo intitolato “Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi in attuazione dell’articolo 111 della Costituzione e dell’articolo 6 della Convenzione Europea”. Fra le altre cose la norma avrà un impatto non indifferente sul potere assegnato ai pm nel loro rapporto preferenziale con la polizia giudiziaria, che porterebbe all’impossibilità, per i magistrati, di avviare autonomamente un’azione penale.

In attesa di un parere delle Camere è pure il ddl Gelmini per l’Università, dove la riforma sembra sostanzialmente ridotta ad un taglio generale dei fondi e quindi ad una spartizione del peso di lavoro tra il personale rimasto. Lo scontro più duro sembra infatti incentrarsi sulle 1.500 ore di servizio annuo richieste ai docenti, che rappresenterebbero una 40ina di ore settimanali che secondo il relatore Giuseppe Valditarra presenterebbe dei profili di incostituzionalità.

A seguire il dibattito sul biotestamento e la proposta di legge sul “fine vita” che è stata approvata dal Senato a seguito della morte di Eluana Englaro, dove la discussione verte sulla possibilità di dichiarare anticipatamente quale tipo di trattamento medico si richiede in caso di incapacità mentale. L’articolo de Il Messaggero inserisce tra le priorità del Governo anche la riforma del codice della strada e i diritti di cittadinanza degli stranieri. Il primo disegno di legge vorrebbe inasprire le pene sul narcotest e sul tasso alcolico zero per i neo patentati e gli autisti di mezzi pubblici, oltre ad introdurre l’educazione stradale nelle scuole, la scatola nera per le auto e il divieto di vendere alcolici dopo le 2 di notte. Si conclude con un disegno di legge bipartisan sulle modalità di assegnazione della cittadinanza agli immigrati regolari, di cui se non altro è apprezzabile il fatto che si siano resi conto della necessità di facilitare l’acquisizione di tale diritto. La norma prevederebbe la cittadinanza dopo 10 anni di residenza in Italia, previo un esame di lingua e storia italiana, con maggiori facilitazioni per i minori stranieri che hanno completato un ciclo di studi.

Oggi si torna anche a parlare di Presidenzialismo e riforma costituzionale, e viene da chiedersi dove siano finite le riforme del mondo del lavoro, del fisco e dei servizi pubblici: i temi che davvero rappresentano una priorità per tutti i cittadini italiani…

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