Meridiano Zero – E ora che succede?

Come se effettivamente ci fosse qualcuno che davvero non c’aveva creduto, Arcangelo Martino, all’interno dell’inchiesta sulla P3, punta il dito contro Berlusconi; un giro di poltrone, seggi e cotillons che passano dall’Oceania a Prodi a Dini (esiste ancora?!), a Andreotti, a Verdini, fino a Ernesto Sica, un assessore del PDL che ha fatto strada grazie a dossier sulle abitudini sessuali di mezza classe politica.

Ovviamente alla notizia non viene dato il risalto che in realtà meriterebbe, e passa in secondo piano rispetto alle aule sovrannumerarie (cosa reale, per carità, ma io 20 anni fa ero in una classe di 32 persone) o agli spari contro i nostri pescherecci (e la blanda reazione del Governo, come a dire “so’ ragazzi“); ma comunque evidenzia come il Premier sia sempre più solo, ormai abbandonato e tradito.

Gruppo di responsabilità, chi è costui?

Berlusconi ha bisogno di mandare avanti la Legislatura, se non altro per rimettere insieme i pezzi e per evitare di sottostare al giogo del Quirinale. L’attuale crisi potrebbe portare a un governo tecnico, cosa che non è contemplata dal Premier. Ora come ora però è solo. Gli acquisti di Robinho e Ibrahimovic saranno buoni per un pugno di voti, ma tra i banchi di Montecitorio gli attuali subalterni sono personaggi di dubbia provenienza che mal si addicono a una campagna elettorale; avanti quindi con il seggiomercato… E chi meglio di democristiani siciliani come Cuffaro o Mannino per ripartire con stile! Il PdL appare molto più debole di quanto non fosse Forza Italia prima della fusione con AN, Berlusconi deve quindi leccarsi le ferite e rimettere insieme un po’ di nomi per ripartire, sapendo di non poter contare su un Capezzone (ci attendiamo la svolta Leghista a minuti), aspettando un Pierferdinando, sempre più lontano dal PD.

Fini

Fini ormai lo vedono girare con la maglietta del Che e i pantaloni a vita bassa. Attualmente è il personaggio più di sinistra che sa far perdere il sonno a Berlusconi (non che ci voglia molto), e da questa situazione potrebbe guadagnarci notevolmente. La quota di AN pre-PdL era dovuta più alla sua immagine che non a quella del Partito, e probabilmente la simpatia nei suoi confronti è aumentata, sopratutto al centro. Corresse da solo, oggi, potrei scommettere che tornerebbe tranquillamente sulle percentuali di AN.

Lega

La lega è un equivoco che ci trasciniamo dietro da decenni. Senza niente di davvero concreto in mano, se non un mucchio di slogan e una marea di uscite a effetto dei suoi leader, è sempre in mezzo, qualsiasi cosa succeda in Itali,a e ora punta a espandersi verso sud, puntando a Bologna.

Nel caos del PdL, forte dei risultati nei sondaggi (ora è attestata al 10%), il senatùr vuole allargarsi, acconsentendo a spostare addirittura il confine leghista oltre il Po.

PD

Il PD non è pronto. Lo dice Veltroni, come se ci fosse bisogno di sottolinearlo, che non è pronto né nel caso di elezioni anticipate, né nel caso di un governo tecnico. In pratica, ciò che vuole il PD, è continuare a fare l’opposizione e lasciare che Berlusconi giochi le sue carte. Un anno, dice. Un anno prima di mettere in campo una formazione per un dialogo civile. Bersani si incazza, alla fine il Segretario è lui, ma Veltroni fotografa, come se ci fosse bisogno di farlo, ciò che è oggi la sinistra.

F1 Gp d'Europa: Safety Caos

Incompetenti. Ridicoli. Patetici. Verrebbe da insultarli così (e non solo) i membri della direzione gara, a causa delle loro scelte insulse. Nella commissione segnaliamo anche la presenza dell’ex pilota Heinz Harald Frentzen. Una presenza inutile. Di fatto gli errori di giudizio hanno tracciato le sorti di questo Gp. La Ferrari, Alonso e Massa hanno le ossa rotte. Il morale è a terra, la “Rossa” con gli step d’evoluzione portati sul circuito di Valencia, ha dimostrato di essere in forma. Consoliamoci che sarà sicura e rinnovata protagonista nei prossimi gp. Il team principal Domenicali trattiene la rabbia a stento, Alonso polemizza parlando di gara “manipolata“, Massa è sconcertato. E la penalità decisa a tavolino di soli 5 secondi attribuita alle vetture che precedevano le Ferrari, è ancora più beffarda. Ma andiamo con cordine.

Lo spettacolare incidente di Webber con Kovalainen segna la linea di spartiacque tra la gara “vera” e la gara “falsata“. Nella fase iniziale, Alonso, terzo, e Massa, quarto, dopo una brillante partenza tallonavano il duo di testa Vettel – Hamilton. La previsione di gara era di una Ferrari (o addirittura due) sul podio, viste le brillanti prestazioni dei due piloti. Con l’incidente di Webber,  tanto terribile quanto per fortuna innocuo per il pilota, si è deciso di mandare in pista la Safety car, a causa della presenza in pista di detriti. Il regolamento precisa che la vettura di sicurezza deve entrare prima possibile e le vetture che sopraggiungono devono obbligatoriamente accodarsi.

Quando la Safety car è entrata in pista, Vettel – leader della gara – già era sfilato; invece Hamilton si è trovato affiancato ad essa all’uscita box e invece di accodarsi, come hanno fatto le due Ferrari, da buon furbetto qual è… l’ha superata! Alonso e Massa si sono accodati, tutti gli altri dietro sono riusciti invece ad entrare ai box per cambiare le gomme morbide con le dure – il cambio di mescola in gara è obbligatorio per regolamento. I due ferraristi si sono potuti fermare soltanto il giro dopo. Alonso rientra decimo, Massa diciottesimo: la gara è compromessa. Hamilton verrà penalizzato “soltanto” dopo 16 giri (!), riuscendo a prendere un vantaggio tale sul terzo che la sua penalità risulterà essere quasi ininfluente: mantiene infatti la sua seconda posizione. L’inglesino può sorridere.

Tutte le vetture che hanno preceduto sul traguardo la Ferrari di Alonso – esclusi Vettel,  Hamilton e Kobayashi –  tra le altre cose non hanno rispettato il tempo sul giro imposto in regime di Safety Car (tempo comunicato dalla direzione gara che appare sul display del volante). I piloti sott’inchiesta: Button, Kubica, Barrichello, Sutil, Liuzzi, Hulkenberg, Buemi; una sfilza di nomi talmente lunga che fa sorridere… perchè non penalizzarli in pista subito? Incapaci di giudicare? Si decide per la penalità a fine gara, mossa tardiva e beffarda: penalità per tutti di cinque secondi e Alonso che guadagna una misera posizione ed un misero punto. Chiusura di un triste show di giornata del Circus.

In una Formula 1 altamente tecnologica, nel 2010, ancora non si è in grado di prendere delle decisioni tempestive e soprattuto sulla pista. Una gara falsata a causa di commissari non all’altezza. Allora c’è da domandarsi perchè i membri della commissione gara devono essere diversi per ogni gara e non ci si affidi invece sempre agli stessi. Inoltre il precedente di Hamilton ha mirato seriamente alla credibilità di questo sport, dopo la crisi politica dell’anno scorso. La gara di Valencia ha segnato un passo indietro per la F1: potremo tornare a goderci delle gare spettacolari, come in Canada, senza assistere a questi teatrini? Di sicuro nei prossimi giorni la Ferrari farà la voce grossa, ma evidentemente, mi duole dirlo, questa non è la stagione fortunata per il “Cavallino”.

Le domande senza risposta della fisica moderna

Se andate dall’uomo della strada a chiedergli quale sia la sua concezione di scienziato in generale, con tutta probabilità egli vi risponderà che uno scienziato è colui che cerca e dà risposte. Tuttavia lo scopo della scienza non è tanto quello di dare delle risposte, quanto quello di porsi le domande giuste. Ogni risposta, per quanto dettagliata possa essere, sarà sempre incompleta di fronte a quella che è la natura delle cose. Ogni risposta inevitabilmente aumenta il numero di domande a cui gli scienziati devono lavorare per progredire nella nostra conoscenza delle regole dell’universo, e capita nel mondo attuale che le cose che noi conosciamo siano in realtà una minima parte degli innumerevoli fenomeni cui la natura può dare origine. I grandi interrogativi esistenziali sono appannaggio di filosofia e religioni, ciononostante alcuni degli aspetti più evidenti del nostro universo sono anche quelli che sollevano le questioni più importanti.

MATERIA ED ANTIMATERIA

Uno dei meccanismi che ancora non si sono compresi fino in fondo, riguarda la creazione della materia e dell’antimateria (ne abbiamo già parlato, ricordate?). Appare evidente come la porzione di universo che possiamo osservare sia formata nella sua quasi totalità da materia ordinaria, a scapito dell’antimateria che rimane confinata alle grandi reazioni energetiche nel cosmo o negli acceleratori di particelle. Insomma, se in queste reazioni materia ed antimateria vengono prodotte assieme, com’è possibile che ci sia attualmente un universo composto unicamente da una sola di queste due entità? La spiegazione che gli scienziati si danno sembrerebbe essere corretta ma parziale: in natura esiste una particolare violazione di questa simmetria (detta simmetria CP), che spiega qualitativamente la possibilità che la materia prevalga sull’antimateria. Il problema è che la frequenza con cui la rottura della simmetria si verifica non è sufficiente a spiegare l’enorme sproporzione che vige nel nostro universo. Si spera che con i prossimi esperimenti a LHC, in grado di creare in piccolo le condizioni immediatamente successive al Big Bang, si possano svelare i meccanismi più intimi del mondo microscopico, tra cui eventuali nuove vie per cui la simmetria CP venga violata più frequentemente.

IL DESTINO DELL’UNIVERSO

Oggi sappiamo con certezza che il nostro universo continua ad espandersi in seguito all’iniziale esplosione del Big Bang. L’astrofisico Edwin Hubble nel 1929 enunciò una legge tanto importante quanto semplice: la velocità di allontanamento delle galassie da noi è tanto grande quanto è maggiore la distanza che ci separa da esse. Le teorie del Big Bang ricevettero così una notevole conferma sperimentale, e oramai il concetto inerente la nascita dell’universo come un’immane esplosione è ben presente nell’immaginario collettivo. Quel che ancora non si è capito bene, è la fine che farà il nostro universo. Appurato che la situazione in cui ci troviamo non è statica, ma dinamica, si aprono di fronte a noi due possibilità, che prendono il nome di universo aperto e universo chiuso. In un universo aperto l’espansione continuerà all’infinito, iniziando a rallentare sempre più ma senza mai fermarsi, e aumentando il famoso “grado di entropia”, cioè la quantità di caos. Dato che energia e materia non si creano, ma tutt’al più possono essere trasformate l’una nell’altra, ne consegue che la somma di queste due entità rimane costante nel tempo. Per cui in un universo in espansione farà sempre più freddo, essendoci sempre più spazio a disposizione, fino a che le ultime stelle finiranno di bruciare e non ci sarà una densità di energia o materia sufficiente a innescare la formazione di nuovi astri.
La teoria dell’universo chiuso invece prevede che a un certo punto l’espansione si fermi sotto l’influsso dell’attrazione gravitazionale operata dalla materia, e inizi una fase di contrazione che porterebbe infine ad un Big Crunch: così come il Big Bang è stata un esplosione partita da un singolo punto geometrico nello spazio, il Big Crunch rappresenterebbe il fenomeno opposto, con la materia che finisce per concentrarsi in un’unica singolarità sotto l’effetto della propria attrazione. L’effetto sarebbe quello di creare un secondo Big Bang e così via, con l’universo che continua a pulsare nel tempo tra incredibili esplosioni ed altrettanto sbalorditive implosioni.

MATERIA ED ENERGIA OSCURA

“È una situazione alquanto imbarazzante dover ammettere che non riusciamo a trovare il 90 per cento della materia dell’Universo.” così si espresse l’astrofisico Bruce Margon in un articolo pubblicato sul New York Times qualche anno fa. La situazione, detta in parole povere, è questa: per quel che noi vediamo e percepiamo attraverso i nostri strumenti, il cosmo non dovrebbe esistere così come lo vediamo. Le galassie non dovrebbero stare assieme, la loro velocità di rotazione dovrebbe essere differente, e dovrebbero essere a uno stadio di vita molto più acerbo rispetto alla loro attuale età cosmologica. Insomma, là fuori ci dev’essere per forza qualcosa che noi non riusciamo a vedere, percepire, identificare. L’idea che energia e materia siano trasformabili l’una nell’altra risale alla famosa formula della relatività di Einstein E = mc^2. Facendo i dovuti calcoli, le masse di materia oscura e ordinaria rappresentano rispettivamente l’80% e il 20 % del totale dell’universo, che tradotte in energia significa il 23% e il 4,6% circa. Ora capite bene che 23 + 4,6 non fa di certo 100, per cui così come alla materia ordinaria si accompagnano i quanti di energia che tutti noi conosciamo con il nome di fotoni, analogamente per la materia oscura dovrà esserci un altrettanto oscura energia che bilanci il totale dell’equazione. La presenza della dark energy appare quanto mai necessaria, dato che dalle ultime osservazioni effettuate, l’espansione dell’universo sembra stia accelerando, ad un ritmo tale da risultare insostenibile per l’energia ordinaria. Da che cosa siano formate queste due entità è tutt’ora un mistero, sebbene ci siano molte teorie sulla loro natura, molte delle quali tirano in ballo la teoria delle stringhe supersimmetrica e derivati (compresa una teoria ai limiti della fantascienza, che comprende la gravitazione di invisibili mondi paralleli, ndObi). La situazione della ricerca è in realtà molto meno anomala di quanto si possa credere: praticamente tutta la fisica sub atomica risulta a conti fatti inosservabile direttamente, e quando qualcuno dice di aver trovato una nuova particella, in realtà vi sta dicendo che ha osservato le prove della sua esistenza. Nessuno ha mai visto un neutrone, un protone o un elettrone direttamente (non avrebbe nemmeno troppo senso affermarlo, visto che le particelle hanno dimensioni molto minori rispetto alla lunghezza d’onda della luce), tuttavia nessuno scienziato degno di questo nome si sognerebbe mai di dirvi che non esistono. L’unica certezza che abbiamo è che, come in molti altri campi, i misteri da risolvere sono ancora moltissimi e che, mai come oggi, the truth is out there!

L’overload informativo nell’era di Internet

Una decina di anni fa qualcuno ha definito internet “l’unione di tutte le biblioteche del mondo, dove però qualcuno si è divertito a buttare giù tutti i libri dagli scaffali*”. Oggi l’affermazione è più che mai attuale con un trend di crescita esponenziale della quantità di nuovi contenuti generati, amplificato dalla continua nascita di nuovi canali di distribuzione – blog, social network, microblogging solo per citare i più diffusi – che spingono anche i più pigri a condividere le proprie conoscenze. Se da un lato l’abbondanza di fonti e dunque di punti di vista è un bene, sappiamo tutti che in genere quantità e qualità non vanno d’accordo: diventa quindi di crescente importanza l’essere in grado di trovare, in questo oceano di dati digitali, quello che possa davvero esserci utile.

Jakob Nielsen, noto in rete per i suoi articoli sul tema dell’usability, in un’intervista si lamenta dello spam, delle informazioni dannose e inutili che si trovano sul web e di quello che, in generale, ha definito “inquinamento dell’informazione”. La presenza di cattive fonti in rete è nota a tutti, quello che spesso non è chiaro è la diffusione del fenomeno: si calcola che oltre i due terzi delle email inviate ogni giorno soltanto in Italia siano di spam; non si contano il numero di siti di phishing e contenenti virus, spesso destinati a creare enormi botnet che contribuiscono ulteriormente ad aumentare l’entropia della rete.

Peraltro, si stima che attualmente i motori di ricerca riescano a censire non più di un terzo delle pagine web dei normali siti internet; oltre a queste, rimane nascosto agli occhi dei search engine gran parte dell’immenso patrimonio di materiale memorizzato in centinaia di banche dati on-line che a suo tempo si stimò essere pari a 500 volte i documenti censiti dai motori di ricerca. L’information overload è qualcosa che riguarda praticamente chiunque, e rende necessario non solo imparare a gestire questa mole crescente di contenuti, ma anche sviluppare la capacità di accedere alle fonti giuste e scovare le informazioni pertinenti, facendolo altresì velocemente perché la società moderna continua ad accelerare i suoi ritmi ed il tempo diventa una risorsa sempre più scarsa e preziosa.

Sul blog [mini]marketing si parla del rapporto tra “sapere le cose” e “sapere come trovarle”:

“Ora, in cui il network (non solo tecnologico) è ubiquo e strabordante di informazioni, il vantaggio competitivo non è più nel conoscere ma nell’essere più efficienti ed efficaci nel sapere come e dove procurarsi l’informazione.”

L’attuale dinamica della conoscenza (pesantemente influenzata dalla condivisione in rete) porta a rendere obsolete in breve tempo le informazioni; questo spinge molti a tentare di tenersi aggiornati, finendo però con lo sbattere contro il muro dell’eccessiva quantità di informazioni, e spesso trovandosi nel dubbio se le fonti consultate siano o meno affidabili. Le competenze per districarsi in questa mole di dati non le insegna nessuno e sono lasciate all’istinto, al buon senso e all’intuizione dei singoli. L’esperienza conta poco, anzi, le maggiori difficoltà lamentate dai meno giovani nascono semplicemente dalla maggior quantità di cose che sono costretti a “disimparare”.

Un ulteriore problema è dato dalla frammentazione. Il professore Giovanni Degli Antoni, in un articolo su Epolis, ci svela quale sia una delle competenze indispensabili per sopravvivere alla complessità del mondo d’oggi: “Capire i nessi fra i frammenti che ci pervengono. La conoscenza sui nessi ci aiuterà a deframmentare ciò che i media frammentano.” Data la molteplicità di fonti appartenenti a loro volta a molteplici canali di distribuzione, diventa spesso difficile comprendere i nessi presenti tra informazioni apparentemente slegate tra loro. Inoltre per sua stessa natura Internet si presta – a differenza dei media tradizionali come la televisione – ad essere fruita in modo non continuativo, aggiungendo la frammentazione temporale a quella informativa.

Si ha l’impressione che queste difficoltà non siano percepite se non da una ristretta cerchia del popolo di Internet. L’unico modo per gestire il problema dell’immediato ma anche e sopratutto del futuro – cioè l’overload di informazioni, che è destinato ad aumentare esponenzialmente nei prossimi anni – è una mirata attività di formazione che possa fornire a tutti i cittadini la capacità di apprendere in maniera autonoma, cercare le informazioni in rete ed essere in grado di integrarle ed usarle nei contesti di interesse. Come scritto in un precedente articolo, questa attività di formazione dovrebbe essere guidata dalle istituzioni, ma visto il totale disinteresse di queste ultime per l’argomento informatico in generale, viene demandata ai singoli, spesso incapaci per motivi culturali ed economici a farvi fronte. Quali problemi potrà creare questa situazione alle future generazioni digitali? Soltanto il tempo potrà svelarlo.

* Forse una libera traduzione di “Doing research on the Web is like using a library assembled piecemeal by pack rats and vandalized nightly”, pronunciata da Roger Ebert. NdR.