Il concorso per la Procura dello Stato: sogno di una notte di metà ottobre

Stamattina mi sono svegliato con un gran mal di testa. Deve essere dovuto al fatto che questa notte ho fatto un sogno terribile, ve lo racconto. Ero uno dei ragazzi che hanno partecipato al concorso per Procuratore dello Stato, la cui prova selettiva si sarebbe dovuta svolgere lo scorso 12 giugno presso i locali dell’Ergife Palace Hotel di Roma. Il bando prevedeva l’assunzione di tre candidati per il ruolo di Procuratore dello Stato, le persone che si sono presentate erano novecentosettantacinque.

Ricordo che la procedura si è svolta con modalità assolutamente poco chiare, il che ha dato luogo al verificarsi di circostanze del tutto anomale per un concorso pubblico.Non sono stati effettuati i doverosi controlli volti alla verifica dell’eventuale possesso di dispositivi elettronici, cellulari, libri e appunti personali.

Non c’è stata neanche la consegna della consueta “doppia busta”. Mi spiego. Di solito vengono consegnate due buste a tutela della trasparenza e dell’anonimato dei compiti svolti, una più grande e anonima in cui inserire l’elaborato al termine della prova e una più piccola contenente un cartoncino da compilare con i propri dati anagrafici che, una volta chiusa, va inserita all’interno della busta più grande insieme all’elaborato stesso.
Nonostante poi all’atto della consegna dei codici non fosse stato consentito ai candidati di introdurre nella sede concorsuale alcun dizionario, in aula vi era una moltitudine di candidati che sfogliavano indisturbati romanzi, riviste e quotidiani.
Ma le anomalie più peculiari si sono verificate all’interno del padiglione.
Sono stati fatti alcuni annunci da parte della Commissione esaminatrice: ai candidati è stato richiesto in primo luogo di controllare sui propri banchi se fossero in possesso di codici altrui. Sono stati fatti i nomi di alcuni candidati che non avevano trovato i propri codici sui banchi, che sono stati invitati ad avvicinarsi.Continua a leggere…

Il nostro sistema investigativo

“Alla luce degli ultimi delitti avvenuti in Italia, viene spontaneo interrogarsi sull’efficienza del nostro sistema investigativo, per chiederci se non sia il caso di apportare eventuali correttivi, poiché abbiamo appurato che così come è strutturato, non funziona”.

Questa affermazione è di esperti dei lavori di indagine, esponenti di polizia e della magistratura. Esperti dei lavori. Io come cittadina condivido questa tesi, prendondo nota del numero di delitti impuniti, degli “scomparsi” mai ritrovati.
Sicuramente siamo cresciuti tutti sul modello americano, sulla task force mobilitata per la sparizione di un individuo, formata da chimici, profilers, analisti informatici di grande rilievo, anatomopatologi capaci di far parlare i morti e i loro silenzi e, dulcis in fundo, investigatori audaci che in poco tempo consegnano l’assassino alla giustizia.
Ora, sappiamo che anche il nostro sistema investigativo si è modernizzato: abbiamo i RIS, che sono supportati da altri organismi investigativi di grande efficienza, ma forse deve mancare qualcosa a livello di coordinamento delle forze sul campo o in campo investigativo che impedisce la corretta analisi dei fatti, nonché la cattura di chi ha commesso un delitto e lo ha reiterato. Per non parlare dei ritardi con cui viene esaminata l’intera scena del crimine: addirittura si torna sul luogo dopo 2 anni, alla ricerca di un qualcosa a cui non si era pensato subito. Noi sappiamo che se la scena del crimine viene contaminata sarà impossibile trovare indizi relativi al DNA dell’ipotetico assassino, ma i RIS ci tornano e continuano le loro indagini alla ricerca di nuovi elementi, che però poi non convincono quasi mai la magistratura. Viene naturale chiedersi dove sbagliamo quando, dopo anni di ricerche, il sospetto viene catturato non in Italia ma a Londra, dove ha reiterato il crimine. Ci possiamo ritenere fortunati quando i nostri RIS individuano tracce del DNA dell’assassino e consentono la risoluzione del caso. Ma i tempi sono spesso troppo lunghi: il solo elemento scientifico non basta, non può essere sempre attendibile.
Allora forse hanno ragione quanti affermano che anche in Italia dovrebbe nascere un corpo speciale a cui assegnare i casi di “sparizioni” che manifestano una certa preoccupazione. Una task force in grado di intervenire subito, con tutti i rilievi del caso. Un lavoro enorme, quello che deve fare una forza speciale organizzata, ben strutturata e coordinata, perché un lavoro così difficile non può basarsi sull’impiego di volontari, dato che nulla può né deve essere tralasciato o esaminato con superficialità.
Al contrario, i dati devono convergere tutti in un unico sistema e, in questi tipi di indagine, la presenza di troppi individui non organizzati mina la buona riuscita dell’indagine. Credo inoltre che la magistratura dovrebbe dare maggior spazio investigativo e autonomia alle forze di polizia, per metterle nelle condizioni di intervenire prima e meglio. Sarebbe auspicabile che le singole regioni si attivassero per creare una forza di intervento capace di agire con immediatezza – dal momento che il numero degli scomparsi aumenta sempre più – se si vuole davvero interagire nelle prime 24 ore dalla sparizione, ore per le quali le possibilità di ritrovamento in vita sono maggiori.

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Mimosa nera

Oggi è la festa della donna e io mi chiedo cosa ci sia da festeggiare.

Che senso ha andare nei locali, mangiare una pizza con le amiche, assistere a degli spettacoli più o meno di buon gusto e ballare, ballare con una spensieratezza che non ci possiamo permettere? Non che ci sia qualcosa di male in questo, sono la prima a trovare la cosa divertente, ma non oggi. Mentre tutti sembrano fare a gara per chi è più bravo a rispettare la dignità o il corpo delle donne, solo noi sappiamo che oggi non c’è festa per le donne.

Donne come Gabriella, la precaria della scuola di Salerno costretta a chiedere aiuto per mangiare attraverso una sottoscrizione. Donne violentate, infibulate, perseguitate a casa come in ufficio da padri, mariti, amanti, datori di lavoro che hanno confuso l’amore con il possesso e il certificato di nascita o matrimonio con un contratto di compravendita. Donne dell’Olgettina, Ruby Rubacuori, che usano il proprio corpo come un salvadanaio, e non ci vuole molto a capire qual è la fessura da cui entrano i soldi e il buco da cui escono. Donne che devono lasciare il lavoro (una su due) con la nascita di un figlio per nidi assenti, e nessun supporto da parte dello Stato nella crescita dei figli. Donne giovani che non si sono mai inserite nel mondo del lavoro, e altrettante che per farlo sono costrette a fuggire dall’Italia. Donne a cui lo Stato toglie il lavoro, e con un certo sadico sarcasmo fa notare che non è vero, poiché essendo precarie in realtà non glielo ha mai dato. E questo avviene attraverso il più grande licenziamento di massa nel settore della scuola, dove la presenza femminile e nettamente predominante.

E soprattutto a danno delle donne del sud, quelle economicamente più svantaggiate e con meno possibilità di essere reinserite, che nella migliore delle ipotesi sono costrette a lasciare le famiglie per lavorare a centinaia di chilometri da casa; rappresentate da un ministro donna che ritiene un privilegio la tutela delle lavoratrici madri, che ritiene che abbiamo bisogno dei comunisti che ci fomentano per indignarci e che l’indignazione non è l’undicesimo comandamento. Un ministro che ritiene che la scuola possa “sopportare” un taglio di ulteriori ventimila insegnanti a danno della qualità, del tempo pieno dove presente e dove mai attivato malgrado le richieste delle famiglie che dovrebbero poter scegliere. E continua ad affermare che c’erano posti in più! Giochi di potere di cui conosciamo lo svolgimento, danneggiano sempre più il sud, e l’istruzione nostri figli. Ma non doveva migliorarla la scuola?

E ancora donne che per farsi strada devono sgomitare, devo fare gli uomini, e spesso  occupano posizioni di rilievo  solo per una mortificante quota rosa, come fosse una preferenza da handicap, o perché a detta del premier  sono ben vestite e non puzzano. Pur essendo consapevoli di ciò, ci raccontano la favoletta del merito.

Donne gonfiate, urlanti, che fanno gestacci in televisione, grottesche, non riesci a seguire i loro discorsi, perché l’occhio non riesce a scollarsi da quel disarmonico canotto che hanno al posto delle labbra. Donne imbellettate e profumate e vendute come pezzi di carne, come passatempi, da genitori e fidanzati e senza neanche la poesia della Magnani. Donne arrestate per aver rubato 2 magliette e a cui può succedere di essere violentate da tre uomini in divisa che dovevano proteggerle. Ma era una situazione amichevole. Amichevole come il gatto che gioca con il topo!

Giovanissime donne, o perfino  bimbe, che ancora oggi partoriscono prima dei quattordici anni, sono date in sposa, e in 700 metri di strada che portano dalla palestra a casa possono essere trucidate. Bambine che sotto il tetto che dovrebbero proteggerle, possono trovare uno zio o una cugina disposti ad uccidere perché piace loro un ragazzo, o  un padre “per il troppo amore” e per  dispetto contro la ex moglie. E infine donne, le sorelle d’Italia della Omsa, che hanno visto la loro vita buttata alle ortiche perché hanno preferito delle sorelle di altre nazioni che possono pagare con un piatto di riso e non riconoscergli nessun diritto. E come loro le donne di Pomigliano, dell’Alitalia, e tutte le cassaintegrate, disoccupate che lottano e resistono contro la miseria, e la fame che le cerca e le stana, e che al governo del fare chiedono solo di fare… fare qualcosa contro questa emorragia di lavoro che sta uccidendo l’Italia.

Donne che sfamano una famiglia di 4 persone con 100 euro la settimana, che pagano le bollette, che fanno i conti e che non tornano mai, che seguono i figli a scuola, si svegliano presto, cucinano, fanno la spesa, riordinano casa, protestano, scrivono pensieri su Facebook per sentirsi meno sole, per sentirsi più capite, e che, anche quando non si piegano, sentono il peso del loro cervello, delle loro idee e di quella sensibilità tutta femminile. E perfino per tutte quelle altre di cui tutti ignorano il colore degli occhi.

Per tutte loro, per tutte noi, nessun fiore oggi: solo opere di bene.

Perché è bene che alziamo la testa tutti insieme e che oggi doniamo solo mimose nere, perché non si può sostituire la dignità con una festa, e una festa di un giorno non può cancellare le umiliazioni che abbiamo dovuto subire quest’anno.

C’era una volta un bel posto chiamato Italia…e dalle ceneri di questo, dopo il passaggio di Nerone, spero si possa costruire un posto più bello dove uomini e donne possano vivere felici in rispetto, autonomia e dignità.

Se non ora quando?

 

L'8 marzo e l'opportunità di essere donna

Se una donna cammina in modo sensuale o provocatorio, qualche responsabilità nell’evento ce l’ha, perché anche indurre in tentazione è peccato”.

A parlare è Monsignor Bertoldo, vescovo di Foligno. La stessa persona, per intenderci, che nel dibattito a distanza tra Vendola e Berlusconi era intervenuto con un’altra dichiarazione degna di nota, che etichettava il governatore della Regione Puglia come “contro natura”, riferendosi ai suoi orientamenti sessuali. Cito il Monsignor Bertoldo perché, triste coincidenza, dopo qualche giorno dalle sue illuminate parole, è stata diffusa la notizia della denuncia di una giovane donna, vittima di violenza sessuale a Roma.

Mons.Bertoldo

Potrei fermarmi qui perché quando una donna subisce violenza, non importa chi sia, come era vestita, se aveva la minigonna o i pantaloni, dove stava andando o se era sposata.  Parliamo di una donna, ferita nella sua intimità, indifesa e tradita, derubata di qualcosa che le apparteneva e che la rendeva un essere unico, la libertà di decidere e di esprimersi in quanto donna e in quanto essere umano. Allo stesso modo di nessuna importanza è sapere chi siano gli uomini denunciati – quattro per la precisione – colpevoli di così basso crimine. Né in quanti abbiano fisicamente compiuto l’atto mentre gli altri erano lì a guardare, a tenere a bada la preda o ad accertarsi che nessuno li scoprisse. Inutile dettaglio la loro nazionalità, il loro lavoro o le loro tendenze sessuali. Conta solo la loro ferocia nel compiere una violenza che va ben oltre l’atto sessuale, perché capace di segnare una donna così profondamente da lasciarne i segni per una vita intera.

Potrei fermarmi qui e nulla cambierebbe nella triste cronaca di quest’ennesimo atto crudele. Ma vado avanti. Vado avanti perché il quadro completo della situazione è talmente avvilente e drammatico da non poter essere omesso. Il fatto è avvenuto a Roma nella notte fra il 23 e il 24 febbraio,  nella Caserma al Quadraro, dove la donna era detenuta dopo un arresto in flagranza per furto. Aveva rubato due magliette all’Oviesse. Certo, comunque si tratta di un crimine, ma compiuto da una ragazza di 32 anni, senza lavoro e con una bimba da mantenere. Un colpo di testa, una follia fatta senza pensarci, spinta dalla disperazione. Gli aggressori sono tre Carabinieri e un Vigile Urbano, tutti indagati per violenza sessuale, anche se con ruoli diversi. Non si sa in quanti abbiano fisicamente abusato della donna, ma rimangono in ogni caso tutti coinvolti. Dunque personale in servizio delle Forze dell’Ordine; per essere chiari, proprio chi dovrebbe difenderci da questi reati, invece di commetterli.

Ma neanche questa ricostruzione rende bene ciò che è realmente accaduto quella notte terribile. Il caso necessita di maggiore precisione.
La giovane ladruncola, una volta scoperta, è stata affidata ai Carabinieri, che l’hanno trasportata alla Caserma di Cinecittà. Dovendola trattenere per quella notte e non essendoci posti liberi, i Carabinieri hanno chiesto ospitalità alla caserma al Quadraro, dove la ragazza avrebbe dovuto passare la notte in una cella di sicurezza. A un certo punto, racconta la vittima, la porta si è aperta, è stata prelevata e portata in sala mensa dove, sui tavoli, dopo essere stata costretta a bere del whisky, è stata violentata ripetutamente, a turno, da diversi uomini, stando a quello che la sua mente annebbiata dall’alcol ricorda.

Ma la parte ancora più assurda di tutta la vicenda deve ancora arrivare. Sconvolta e sotto shock, la giovane, dopo quella notte di violenza, racconta di aver avuto grandi difficoltà a sporgere denucia ai Carabinieri, perché si apprestava a puntare il dito contro loro  colleghi. Alla fine si è recata in ospedale accompagnata dal suo fidanzato e da lì l’uomo è riuscito finalmente a denunciare l’accaduto alla Polizia.

Ma dato che non c’è limite al peggio, come ciliegina sulla torta, ecco che arrivano le prime dichiarazioni a caldo dei colleghi della Caserma di via In Selci, gli stessi che stanno conducendo le indagini insieme alla procura di Roma… Quella donna li ha di certo istigati.

Dichiarazioni che vanno di pari passo con le parole degli indagati, che poi sono le parole di tutti gli indagati di sempre per violenza sessuale: lei era consenziente.

La cosa più triste che salta agli occhi leggendo i numerosi articoli comparsi nei giorni scorsi su tutte le testate giornalistiche è che, piuttosto che parlare di quanto sia terribile subire una violenza sessuale, di come ancora oggi nel 2011 ci troviamo troppo spesso di fronte a comportamenti tanto bassi e vergognosi,  invece di cercare soluzioni al problema, si spendono fiumi di parole sulla delicatezza della questione, sulle misure prese nei confronti degli agenti coinvolti, immediatamente trasferiti e sottoposti a indagini interne oltre a quelle condotte dalla procura di Roma, sulla paura che l’accaduto getti fango sull’Arma dei Carabinieri, sulla preoccupazione che sia intaccata la credibilità dell’Arma agli occhi dei cittadini italiani. Persino il sindaco di Roma Alemanno si dice certo che l’Arma isolerà eventuali mele marce prendendo i giusti provvedimenti, capaci di non annebbiare la fiducia che tutti i romani devono continuare a nutrire nei confronti dei Carabinieri. Perché un crimine come questo non faccia perdere di vista tutto il bene che l’Arma dei Carabinieri fa in Italia e nelle sue missioni all’estero.

Mi chiedo il perché di tanta ipocrisia. Perché spostare l’attenzione su stupide questioni di facciata, quando moltissime donne sono lasciate sole a combattere col proprio dolore. Donne umiliate, ferite, violentate nel corpo e nell’anima da quegli stessi mostri che si difendono dietro l’alibi della provocazione femminile. Donne che ci mettono una vita intera a rimettersi in piedi e ad andare avanti.

Mi chiedo come sia possibile che ancora oggi di fronte a notizie di questo genere pare sia lecito l’insinuarsi del dubbio che le donne violentate siano state consenzienti o, al limite, abbiano provocato in qualche modo l’accaduto.

Mi chiedo come si possa considerare una violenza sessuale come atto inevitabile in certe condizioni, di nuovo create dalle donne, continuando a giustificare uomini incapaci di tenere a bada i propri impulsi sessuali e a condannare donne che hanno l’unica colpa di esprimere la propria femminilità, nel modo in cui credono sia giusto.

Mi chiedo, ancora, come possano esponenti del Vaticano sostenere che anche l’istigazione al peccato è peccato. Dando ovviamente per scontato che ogni donna istighi. Come se l’essere donna fosse una macchia indelebile, un peccato originale, qualcosa da cui doversi redimere. Sembra di essere tornati nel Medioevo.

La verità è che viviamo in una società maschilista, nella forma più bieca e subdola, perché ci si nasconde dietro l’emancipazione femminile per esaltare la cultura dell’uomo sopra ogni cosa. Fino al paradosso di giustificare un terribile atto di violenza, costringendo quelle povere vittime a difendersi per il resto della loro vita dagli sguardi di chi, in fondo in fondo, le considera responsabili in qualche modo.

Oggi è l’8 marzo, la festa della donna. Il sentire ancora il bisogno di ricordare in questo giorno i diritti conquistati e l’emancipazione raggiunta da parte dell’universo femminile è indicativo del fatto che, in realtà, la situazione non è cambiata poi molto da quel lontano 8 marzo 1908, quando un gruppo di operaie americane decise di scioperare per far valere i propri diritti, dando il via a un dilagante movimento di liberazione ed emancipazione della condizione femminile che si è diffuso a macchia d’olio in molte parti del mondo. Io credo che non dovrebbe più esistere una ricorrenza come l’8 marzo. Non dovrebbe esistere perché non c’è niente da festeggiare in quel giorno. Non c’è più niente da sbandierare, niente da dimostrare, niente da gridare al mondo.

Siamo donne, punto. Persone che hanno il diritto di vivere liberamente la propria femminilità e la propria vita, di scegliere per il proprio futuro e di lottare per realizzare i propri sogni. Esseri umani con desideri, talenti, limiti e ambizioni, proprio come ogni uomo. Mamme che rinunciano a tutto per crescere i propri figli, mogli al servizio del proprio uomo, pronte a sostenerlo sempre e comunque. Finché sarà necessario ricordare al mondo tutto ciò vorrà dire che siamo ancora lontani dalla tanto sbandierata uguaglianza tra sessi.

Uguaglianza che, a dirla tutta, non dovrebbe obbligare ogni donna a trasformarsi  in un uomo e a immergersi nei rigidi meccanismi di una società di modello maschile, quale è la società attuale, ma semplicemente dovrebbe lasciarle ogni giorno l’opportunità di essere donna, con tutto quello che questa complessa affermazione comporta.

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Una giornata particolare

È il titolo del film di Ettore Scola del 1977, interpretato da Mastroianni e la Loren. Il film racconta l’incontro tra due persone che vivono in mondi diversi.
È una narrazione intima, un incontro umano e sociale, due umanità che vivono ciascuna la propria  quotidianità, conosciuta dall’altro in maniera superficiale e sommaria. Per ognuno, l’altro ha una vita di cui non conosce i risvolti, né gli effetti che essa ha potuto provocare nel corso del tempo su ciascuno, né quello che è lo scontro con l’esterno per ognuno dei due protagonisti. Lei non sa i disagi, né le difficoltà , e non capisce perché lui possa essere così dissacrante, così cinico e non avere più la voglia di stupirsi. Lui non ne comprende il candore, né coglie, fino in fondo, perché lei abbia ancora, sebbene con una vita difficile, la capacità di provare emozioni anche per piccole cose.

Ho ricordato questo film non per l’argomento che tratta in sé, ma per la descrizione che dà di realtà diverse che s’incontrano, e come può viverla ciascuno. Mi è capitato recentemente di vivere una giornata particolare e un’esperienza analoga, ossia entrare in un mondo a me semisconosciuto. Vivere la giornata di un tutore delle forze dell’ordine, durante la quale coordinava una di quelle azioni che si leggono sui giornali, che molti applaudono, ma che per altri possono essere anche ignorate e, come diceva Saviano a “Vieni via con me“, avallano poi il proliferare delle associazioni malavitose, diventando correi. L’azione non era forse delle più eclatanti in quel momento, anche se importante perché prodromo di altre, infatti erano coinvolte più Procure. Era un’azione che tutelava il nostro ordine pubblico e le nostre Istituzioni. La sensazioni che può  ricevere chi è lontano da questo mondo, vivendo un’esperienza del genere sono molteplici. Noti una calma apparente in chi opera, si scorge in pieno una tensione sottile, quel coraggio che Falcone chiamava “la consapevolezza della paura“, e il doverci convivere. Vedi che tutto ciò, alla fine, cambia la persona che ha questi compiti, la rende più cinica, sarcastica, perché tutrice di un sistema che li rifiuta, sebbene ne facciano parte integrante; e perché vivere esperienze forti sicuramente ti rende più distante, purtroppo anche nella propria quotidianità. Tutto ciò perché l’etica è crollata, quindi queste persone rappresentano uno Stato che non c’è o che svilisce continuamente la loro opera. Vivono un forte disagio. Basti pensare a quei carabinieri che erano stanchi di fare la scorta a delle escort, o alle dichiarazioni del ministro Matteoli a Genova nei confronti della Guardia di Finanza, che aveva sequestrato gli yatches di alcuni intoccabili come Briatore, perché evasori, facendo entrare nel pubblico Erario una considerevole somma. Vivere una  quotidianità che ti fa stare a contatto con quelle realtà che devi combattere, dove regnano sovrane la ferocia, l’omertà e le connivenze, il malaffare, credo ti faccia cambiarem rendendoti più duro e inflessibile. Avere avuto un’esperienza del genere mi ha arricchita. Come cittadina e come persona, capire i disagi di una categoria che forse ai più è lontana, mi è servito molto. Sono sempre più convinta che dobbiamo avere una maggiore presa di coscienza di quanto è avvenuto e avviene intorno a noi. In questi ultimi anni,  il Governo ha svilito e svilisce le Istituzioni che rappresenta, ha usato il potere, invece di esercitarlo.

È necessario cercare di avere una visione complessiva anche di ciò che ci può sembrare normale, perché non viviamo in un Paese normale.

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