Intervista a Vittorio Agnoletto: tra il G8 di Genova e l'eclisse della democrazia… – Parte 1

[stextbox id=”custom” big=”true”]Dopo 10 anni dai tragici fatti del G8 di Genova del 2001, lo scorso anno è stato pubblicato il libro “L’eclisse della democrazia” (Feltrinelli Editore), dove l’allora portavoce del “Genoa social forum” Vittorio Agnoletto e il giornalista Lorenzo Guadagnucci, pestato e arrestato durante il sanguinoso blitz alla scuola Diaz, raccontano una delle pagine più vergognose e controverse della storia italiana, mettendo in evidenza gli innumerevoli tentativi di bloccare le inchieste, condizionare i testimoni, screditare gli inquirenti e indirizzare i processi. Un libro-documentario scritto servendosi del contributo di “voci” interne agli apparati dello Stato e della preziosissima testimonianza di Enrico Zucca, pm al processo sui fatti della Diaz, che per la prima volta svela i retroscena dell’inchiesta.[/stextbox]

 

Di libri sul G8, purtroppo, ne sono stati scritti tanti e tante parole sono state dette. Quali sono gli elementi nuovi che la vostra riflessione apporta all’argomento, soprattutto riguardo a quanto successo alla scuola Diaz e alla morte di Carlo Giuliani?

La caratteristica del nostro libro è che noi non ci limitiamo a raccontare e descrivere quello che è accaduto nelle giornate di Genova, ma cerchiamo innanzitutto di individuare le responsabilità e i responsabili, con nomi e cognomi. Ricostruiamo anche le vicende processuali dei nove anni che vanno dal 2001 alle sentenze di appello dei grandi processi sulla Diaz e su Bolzaneto e raccontiamo con l’aiuto di Enrico Zucca, pubblico ministero nel processo della Diaz, tutti i tentativi, ovviamente illegali e illeciti, che sono stati fatti per cercare di bloccare le inchieste della magistratura e impedire che queste arrivassero a conclusione e alle sentenze. È quindi un libro estremamente documentato, che infatti non ha finora ottenuto né una denuncia né una smentita, perché quello che noi raccontiamo è frutto di una ricerca su migliaia e migliaia di pagine di archivi processuali, di interrogatori e di intercettazioni. Vi sono anche tante dichiarazioni che noi siamo andati a raccogliere dai protagonisti diretti. La verità che noi ricostruiamo è assolutamente incontrovertibile. Delle vicende dei processi, cioè di tutto quello che sta dietro i processi e dei tentativi di bloccarli, non aveva assolutamente mai parlato nessuno.

 

Quando dice che questo libro non ha ricevuto denunce né smentite, sembra quasi dispiaciuto, come se le avesse aspettate…

No, assolutamente non dispiaciuto. Nessuno può smentire quello che noi raccontiamo perché corrisponde alla verità, è tutto assolutamente documentato. Non potendolo smentire, hanno agito in un altro modo, praticando un’assoluta e totale censura. Il giorno in cui il nostro libro è uscito in libreria, ad esempio, i due principali quotidiani italiani, che avevano ricevuto il libro dalla casa editrice Feltrinelli con la richiesta di recensione, sono usciti entrambi facendo un’amplissima recensione di un altro libro che parlava di Genova. È un messaggio molto chiaro all’editore: di Genova (di cui ricorreva il decennale l’anno scorso) se ne può e se ne deve parlare, ma non di quel libro. Lo stesso è accaduto quando abbiamo presentato il libro alla Feltrinelli di Genova con una conferenza stampa di cui erano stati avvisati oltre cento giornalisti, mentre si è presentato solo quello della Radio Svizzera Italiana. Questo dà la dimensione del tentativo di oscurare completamente questo libro. Nessuna trasmissione televisiva delle reti nazionali ci ha invitato, nemmeno quelle dove gli autori dei libri che produce Feltrinelli sono regolarmente presenti. Ripeto, credo che non ci sia un altro libro così documentato su quello che è avvenuto nel 2001 e dal 2001 ai giorni nostri. Per fortuna c’è il web, per fortuna c’è il passaparola e quindi il libro ha esaurito ormai la prima edizione e siamo sulle diecimila copie vendute.

 

So che può sembrare banale, ma a cosa è dovuto lo scarso interesse dei media – quello che lei ha definito censura – nei confronti del vostro libro? Sono pressioni dall’alto o cosa?

Non è scarso interesse. Lei riesce a trovare un altro libro che documenta con precisione le responsabilità del capo dei servizi segreti italiani, allora capo della polizia? Che racconta cosa accadde durante il rito abbreviato per il processo a De Gennaro, uno degli uomini più potenti attualmente in Italia, coordinatore unico dei servizi segreti? Riesce a trovare un altro libro che in modo molto preciso individua anche le responsabilità, le dichiarazioni intercettate dell’attuale capo della polizia? O che fa la lista – nomi e cognomi – dei vertici della polizia che sono stati condannati e che anziché essere rimossi sono rimasti tutti al loro posto? Non stiamo parlando di questioni secondarie. Credo che coloro che hanno quei ruoli siano in grado di esercitare una qualche influenza. Come io racconto nelle prime pagine del libro, in cui riporto un dialogo avvenuto il 10 settembre del 2010 con un personaggio molto in alto degli apparati dello Stato. Mi sono trovato di fronte una persona spaventatissima, che aveva ricevuto pressioni esplicite e molto forti quando si era saputo del suo incontro con me, e che mi ha detto esplicitamente “io al suo posto non lo scriverei questo libro, stia molto, molto attento”. Un messaggio preciso. Così come precise sono state le minacce, gli avvertimenti che ho subìto negli anni, tutte le volte che in televisione o in radio dichiaravo che era necessario risalire alle responsabilità dei mandanti. Sono entrati due volte negli uffici dove stavano i miei collaboratori, sono stati rubati i computer e lasciati sul tavolo carta di credito e soldi, per far capire che non era un furto come altri. È stata mandata una lettera minatoria a chi abitava al piano sopra al mio dicendo che se non la smettevo tutto lo stabile sarebbe stato fatto saltare in aria. Tutte cose documentate e denunciate dall’avvocato Pisapia – che attualmente è sindaco di Milano ma che all’epoca era il mio legale – alla magistratura, tutte inchieste che non sono andate avanti. L’unica cosa che hanno fatto è stata quella di propormi una scorta. Ora, per minacce di questo tipo prendere una scorta della polizia fa quasi sorridere… Insieme a Lorenzo Guadagnucci, una delle vittime della Diaz e coautore del libro, abbiamo per anni continuato a sostenere che non ci si poteva fermare solo ai fatti, ma che era necessario individuare le responsabilità apicali, perché è molto difficile poter credere che più di cento poliziotti, di colpo, all’interno della scuola Diaz, decidano tutti di non rispettare le regole, di non rispettare le leggi e commettano dei reati. È molto difficile pensare che decine tra poliziotti, carabinieri, finanzieri, operatori penitenziari, a Bolzaneto, comincino a torturare e a commettere violenze così, come d’incanto. È evidente che se questo avviene per così tanti rappresentanti delle forze dell’ordine contemporaneamente e in luoghi diversi, o qualcuno l’ha ordinato, o perlomeno qualcuno ha lanciato il messaggio che rimarranno completamente impuniti.

 

Lei ha accennato al ruolo di De Gennaro, che è stato assolto. La Corte di Cassazione ha inoltre confermato la sentenza a quattro anni di reclusione per i poliziotti che erano accusati di aver materialmente arrestato gli studenti spagnoli. Qual è il suo commento su queste due sentenze, tenendo anche conto di tutti i nomi ai vertici delle forze di sicurezza che sono stati accusati ma che si sono sempre rifiutati di dimettersi, anche dopo condanne di secondo grado?

Vittorio Agnoletto

Sulla sentenza della Cassazione su De Gennaro io mi limito a dire che c’è un aspetto abbastanza incredibile. La sentenza della Cassazione cancella la sentenza d’appello ma non ordina un nuovo processo. Si rifà alla sentenza di primo grado, con cui era stato assolto. In genere la Cassazione interviene su questioni di metodo e non di merito. Se annulli una sentenza occorre che si rifaccia un processo. Così non è. Lorenzo e io abbiamo subito detto che gli equilibri costituzionali erano stati manomessi. Immagini di essere uno dei giudici della Cassazione che si trova a giudicare quello che era il capo della polizia, messo sotto inchiesta, condannato in appello e che nel frattempo veniva continuamente promosso e protetto da tutto il mondo politico in modo bipartisan. Allora c’è un’interferenza del potere politico rispetto al percorso giudiziario. Mi limito a questo: credo che la situazione in cui si sono trovati i giudici di Cassazione non sia stata semplice. Detto questo, sono assolutamente convinto che una sentenza non può riscrivere la storia. I fatti sono accertati. Che poi una corte dia un’interpretazione diversa rispetto al reato non modifica comunque i fatti. I fatti ci sono e nessuno è stato in grado di contraddirli. Altre sentenze, che però coinvolgevano persone meno in alto nella scala gerarchica, sono arrivate a essere definitive; c’è già un pronunciamento della Cassazione. Altre ancora molto importanti, come quelle relative ai fatti della Diaz e di Bolzaneto, rischiano di arrivare in prescrizione. C’è un allarme, lanciato anche da Magistratura Democratica, secondo cui rischia di andare in prescrizione tutto il processo sulla Diaz. Rimarrà in piedi la parte civilistica, cioè la questione relativa ai risarcimenti, ma la parte penale rischia di concludersi assolutamente nel nulla. Questa non è giustizia, credo che su questo si possa essere tutti d’accordo. Per quanto riguarda il fatto che tutti i vertici della polizia presenti a Genova e condannati, anziché essere sospesi o rimossi, sono stati tutti promossi, questo è uno scandalo italiano enorme. Non soltanto i condannati non hanno sentito la dignità di doversi dimettere, ma la politica non ha sentito il dovere di farli dimettere e li ha, anzi, promossi. Qui nasce una domanda che noi poniamo nel libro, una domanda che, se vogliamo, è molto angosciante: di che cosa ha paura la politica? Come mai la politica non ha preso dei provvedimenti e, quindi, ha rinunciato al suo ruolo? Io mi limito a dire che in un paese dove è previsto che l’incarico del Capo dello Stato duri sette anni, non è una cosa sana lasciare per diciannove anni, forse di più, le stesse persone ai vertici di diverse importanti istituzioni, come l’antimafia, la polizia e i servizi segreti.

 

Lei dice che la politica non ha adempiuto al suo ruolo. Allora qual è stato il ruolo della politica prima, durante e dopo il G8?

Il G8 è stato preparato dai governi di centrosinistra che hanno preceduto il governo Berlusconi, quindi dal governo D’Alema e dal governo Amato. Berlusconi vince le elezioni nel maggio del 2001 e il suo governo si insedia appena un mese prima dell’inizio del G8. La quasi totalità dei preparativi dipende dai governi precedenti, di centrosinistra. Addirittura la scelta di Genova dipende dal governo precedente, così come gli istruttori fatti venire da Los Angeles per preparare i reparti di polizia che devono essere schierati. Il settimo nucleo del primo reparto di Roma, che poi sarà il nucleo che entra per primo alla Diaz e quindi maggiormente responsabile delle violenze che si sono consumate in quella scuola, viene costituito proprio per l’occasione di Genova dal governo di centrosinistra. Fra le scelte operate dal centrosinistra, c’è addirittura l’uso dei micidiali tonfa. Quando inizia il G8 c’è il governo di centrodestra, presieduto da Berlusconi, Scajola è il ministro degli interni, Fini è vicepremier. Non c’è ombra di dubbio che la gestione del G8, di quelle giornate, porti la responsabilità politica del governo in carica. Quando i magistrati cominciano l’inchiesta e individuano le responsabilità della truppa di polizia che ha praticato violenze inaudite e illegali all’interno della scuola Diaz, è la destra che si scatena in difesa dei poliziotti e dei carabinieri coinvolti nelle vicende dell’assalto alla scuola e nelle torture a Bolzaneto, a prescindere da quello che hanno compiuto. Basta vedere le dichiarazioni di Gianfranco Fini già dalla sera del 20 luglio. Quando questi incominciano a risalire ai vertici della polizia, cioè indagano anche i ruoli apicali, la situazione si complica. Il centrosinistra, che prima chiedeva una commissione d’inchiesta, si spacca e la stragrande maggioranza, tranne Rifondazione Comunista, non la vuole più. Il motivo è molto semplice. I vertici della polizia messi sotto accusa dai magistrati non sono persone che hanno una storia o una cultura di estrema destra. È molto triste quello che dico, ma nessuno può pensare che in tutti questi ultimi vent’anni le frequentazioni di De Gennaro siano state con Fini. Chi si muove in favore di De Gennaro sui media si chiama Luciano Violante, Giuliano Amato. Quindi, semplificando, per difendere da una parte le truppe della polizia e dei carabinieri, dall’altro i vertici della polizia, c’è un’operazione bipartisan per bloccare la commissione d’inchiesta. Qualunque richiesta di verità e giustizia non troverà nessuna sponda all’interno del Parlamento. Questo spiega anche, in parte, il perché del disinteresse dei media, anche di centrosinistra, verso il nostro libro.

– fine prima parte –
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a cura di Erika Farris e Salvo Mangiafico

 

Intercettazioni: Il Governo ci riprova, Wikipedia protesta

Cara lettrice, caro lettore, in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando“.

Esordisce così il comunicato con il quale la versione italiana della più grande e cliccata enciclopedia del web si mette il bavaglio e chiude temporaneamente.

Si tratta di un atto di protesta nei confronti del ddl intercettazioni in discussione al Parlamento che, con il già contestato comma 29, obbligherebbe tutti i siti web a pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, la rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine. Tale giudizio di merito, non è affidato alla magistratura o a un soggetto terzo, ma allo stesso richiedente.

“L’obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29, senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza”, continua il comunicato. “Tale limitazione snatura i principi alla base dell’Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l’abbiamo conosciuta fino a oggi”.

La protesta dell’Enciclopedia on line non ha alcun precedente noto e rappresenta, per il nostro paese, l’ennesima figura pietosa davanti gli occhi del mondo.

La Wikimedia Foundation, che gestisce e coordina le versioni nazionali di Wikipedia ha già annunciato che darà tutto il suo supporto alla versione italiana dell’enciclopedia. L’auspicio di Jimbo Wales, fondatore del progetto Wiki, è che la legge “idiota”(così l’ha definita Wales) venga modificata per far riprendere l’attività a Wikipedia Italia.

Le reazioni a questo inconsueto “sciopero” sono state le più varie.

Se dai banchi di sinistra son fioccate le critiche, le accuse di liberticidio e di voler mettere un bavaglio alla Rete, alcuni giornali di destra stamani (5 ottobre) esultavano per la chiusura dell’enciclopedia e ridimensionavano la portata delle proteste e del valore effettivo della scelta di Wikipedia.

Ma l’effettiva portata del famigerato comma 29 è molto più vasta di quanto si possa pensare.

Il rischio è che la blogosfera e le tante voci che sul web trovano modo di esprimere le loro opinioni possano spegnersi.

Dato che chiunque potrà chiedere la rettifica di qualunque contenuto, indipendentemente dalla sua veridicità, blogger, giornalisti e addirittura i semplici utenti della rete, italiani, sarebbero, non costretti, ma incoraggiati ad occuparsi di argomenti poco scabrosi per non avere problemi e per non incorrere in provvedimenti penali.

Secondo Stefano Rodotà, ex presidente dell’autorità per la privacy, “Dietro questo Ddl ci sono due elementi principali: aggressività e ignoranza. Chi ha scritto l’articolo dedicato ai siti informatici non ha chiaramente idea di cosa stia parlando. Prevedere quelle modalità di rettifica, quei tempi e quelle sanzioni significa ignorare del tutto come funzioni la rete”.

Ma il vero paradosso di questa legge è che vuole circoscrivere e limitare un qualcosa che limiti non ha.

La rete, per definizione è un entità che ignora i confini dei singoli stati, che si estende praticamente in tutto il mondo e che, salvo alcuni casi ben noti, garantisce la libera circolazione di contenuti, immagini e notizie.

Una legge che ostacola o limita l’accesso alle informazioni e la loro libera diffusione e che fa della rettifica indiscriminata e della minaccia penale i suoi strumenti, non è degna di un paese civile e democratico.

Il ddl intercettazioni, in esame alla Camera, ci allontana dalle grandi democrazie occidentali e ci avvicina a nazioni come la Cina o la Corea del Nord, paesi ove la parola democrazia esiste solo nel nome.

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Libertà di informazione, bye bye…

Il disegno di legge n. 1611, dai più conosciuto come “legge bavaglio” contro le intercettazioni, mette in gravissimo pericolo la libertà di informazione sul web e l’esistenza di tutti i blog e i siti che in Italia cercano di fare un’informazione alternativa.

Per i siti informatici, ivi

compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le
rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto
ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilita` della notizia
cui si riferiscono."

Nel simpatico disegno che vuol porre fine alle intercettazioni (chissà come mai i politici ne hanno così tanta paura, eh?), al comma 29 dell’articolo 1, appare una norma che è destinata a distruggere gli ultimi scampoli di libertà che ci rimangono in rete. In pratica, se dovesse essere approvato (ma vista la fretta dell’esecutivo di pararsi il didietro, questo accadrà), obbligherà ogni blogger, autore o semplice utente a rettificare il contenuto pubblicato semplicemente dietro una segnalazione del diretto interessato.

Se già in passato lo strumento della querela (abusato e stra-abusato) teneva i bloggers con il fiato sospeso e il terrore di finire in tribunale (causa penale, ricordiamolo) per aver espresso una semplice opinione (con nessun “rischio” per la parte in causa, che quindi poteva querelare quanto voleva), adesso non servirà neanche tutta la trafila. O arriva la rettifica in 48 ore, oppure multe salatissime fino a 12.000 euro. Capirete che è nient’altro che un bavaglio, una censura assoluta che mette in pericolo qualsiasi contenuto online. Fermo restando che è sacrosanto il diritto di sentirsi diffamati e di ricorrere agli organi per difendersi da dichiarazioni false, sbagliate o offensive, ed è giusto che le persone siano tutelate in qualche modo, è sconvolgente l’idea che basterà segnalare qualsiasi contenuto per farlo rimuovere-rettificare in tempi rapidissimi, e senza discussioni.

Rimane ancora l’equiparazione tra blog e prodotti editoriali classici, che è forse a monte il primo problema da risolvere. Da un lato media che hanno dietro finanziamenti, protezioni sindacali, copertura legale, dall’altro i semplici cittadini (spesso giovani) che esprimono le loro opinioni, che raccontano delle storie, sprovvisti di alcun tipo di tutela. Capirete anche voi che “minacciare” velatamente un blog è semplice. Mentre un quotidiano, ad esempio, alla querela/richiesta di rettifica si mette lì e analizza, decide, si tutela, il blogger di turno è già attualmente costretto a battere in ritirata se non si vuole trovare a spendere denaro e tempo appresso ad una causa.

Se questo disegno di legge dovesse passare, oltre ai tremendi lati negativi della limitazione delle intercettazioni (di quanti casi non saremmo a conoscenza, oggi?), il blogger non potrà neanche più riflettere concretamente sulla possibilità di difendere le proprie idee. Devi rimuovere il contenuto entro due giorni, oppure ti becchi la multa. E chi decide se c’è vera diffamazione? Nessuno. Il passaggio è automatico: segnalazione – obbligo di rettifica. Sconvolgente. 

Questo potrebbe significare la morte totale della libertà di opinione sul web. Senza esagerare con gli allarmismi, appare molto concreta la possibilità che un blog o un sito, che dà fastidio a qualcuno semplicemente perché dice le cose con una voce fuori dal coro, possa essere tartassato di segnalazioni, articolo su articolo, e alla fine sarebbe costretto a chiudere. La Cina con il suo controllo totale della rete non è poi così lontana, pensateci.

Una classe politica vecchia, rimasta nella preistoria, con decine di scheletri nell’armadio, si protegge togliendo giorno per giorno ogni libertà ai cittadini. Si sono resi conto molto bene che la rete non ha scudi, non ha specchietti per le allodole, non è, in poche parole, controllabile. Non è come la TV, dove sei obbligato a vedere quello che dicono loro. Non è come i giornali, dove sei obbligato a leggere quello che dicono loro. No. La rete dà la parola alle persone, ai semplici cittadini, a chi vota quella gente e a chi li manda a governare (spesso male) e a fargli ottenere le loro pensioni d’oro e le loro poltrone. E questo evidentemente non è più tollerabile.

Non resta che la sensazione di schifo di fronte a idee così arretrate, fuori dal tempo, che ci costringeranno a vivere in un Paese sempre meno libero. Sono curioso di sapere voi lettori cosa ne pensate a riguardo. Io sono ormai senza parole.

La legge bavaglio e la rivolta dei post-it

BavaglioLegge bavaglio: così è noto ormai ai più il decreto sulle intercettazioni proposto dal Pdl.  Secondo questo decreto  “l’autorizzazione [alle intercettazioni] è data con decreto, motivato contestualmente e non successivamente modificabile o sostituibile, quando vi sono evidenti indizi di colpevolezza“. Questa situazione renderebbe le intercettazioni ormai inutili poiché,  se si hanno elementi per riscontrare “gravi indizi”, vuol dire che se ne hanno abbastanza per richiedere il rinvio a giudizio.

Il decreto prevede inoltre multe e carcere per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni o  gli atti delle inchieste: per loro è prevista una multa da 5 mila euro per i verbali, 10 mila per le intercettazioni e fino a un mese di reclusione . Queste pene sono state, anzi,  “drasticamente” ridotte, poiché la proposta iniziale prevedeva carcere fino a 2 mesi e multe superiori del 100%.

Migliaia i cittadini che hanno firmato vari appelli o fanno parte di gruppi di protesta: tra il sito nobavaglio.it e il gruppo facebook “libertà e partecipazione”  sono state raccolte, in totale, più di 160.000 adesioni.

Le testate giornalistiche che si schierano contro la legge, stavolta, non hanno colore politico: le proteste arrivano dal Tg5, da Studio Aperto, addirittura dal Giornale di Vittorio Feltri che critica severamente il provvedimento: “Si tratta di un attentato alla libertà di stampa e non potrà passare al vaglio della corte costituzionale. Supplichiamo Berlusconi: non ci somministri l’estrema unzione. Non ci trasformi da cani da guardia in barboncini scodinzolanti”. E se lo dice pure lui… Stavolta c’è davvero di che preoccuparsi!

Le proteste si susseguono, con iniziative originali sia sul web che su strada. Oltre ai già citati gruppi, sit-in a Montecitorio e la rivolta dei post-it sul web: giovani che mandano le loro foto a Repubblica.it con un post it sulla bocca e una frase su un cartello: “meno informazione=più corruzione”, “con la censura casta più sicura”, “no alla legge bavaglio”.

Per una volta possiamo dare onore e merito a Berlusconi: è riuscito a mettere d’accordo tutti.

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La par condicio al tempo di Berlusconi e la multa dell'Agcom al Tg1 e al Tg5

La par condicio al tempo di BerlusconiChi tra di voi segue abitualmente la politica e l’attualità in genere si aspettava sicuramente da noi un post su quest’argomento e  non potevamo certo deludervi, cari lettori di Camminandoscalzi. Ecco quindi a voi un bel post di approfondimento (della serie: “tutto quello che c’è da sapere su…”) sulla par condicio e sulla multa dell’Agcom ai maggiori tg italiani (tg1 e tg5)  per il mancato equilibrio nell’informazione politica.

Chi fra di voi non sia ciò che  è denominato da Berlusconi un comunista (cioè chiunque non la pensi come lui, a prescindere dalla scelta che facciate alle urne) penserà di me che sono la solita comunista che si sente perseguitata. Bè, per difendermi metto subito sul banco delle prove i fatti.

Il Cda della Rai – a maggioranza – ha deciso, i primi giorni di marzo, di bloccare tutti i talk show politici. Il motivo reale per cui ciò è stato fatto non si dice (ma si pensa) ma quello ufficiale è quello di  garantire appieno la par condicio, per non sfavorire o favorire nessun partito. Già non ci crede nessuno a questa cosa, già puzza di fascismo e di censura… Ma abbiamo cercato di farcene una ragione, alla fin fine.

Peccato che Berlusconi, come è stato più volte dimostrato da lui stesso e come crede di essere, sia e stia oltre ogni Partito, ogni oltre legge, ogni oltre regola, dentro ogni eccezione. Berlusconi, giusto per rispettare la par condicio, da quando sono stati bloccati i talk show non ha fatto altro che chiamare trasmissioni compiacenti e monologare per minuti interi senza nessun contraddittorio: così è stato per il programma gestito dal tg1  “Uno mattina” (Rai 1) e per il tg5. A “Uno Mattina” il Premier ha avuto modo di fare un vero e proprio comizio: “Il partito delle procure è entrato pesantemente nella campagna elettorale. Dopo il voto metteremo mano alla giustizia“. E ancora: “C’è un partito dei giudici che interviene nella politica con il fine di cambiare i governi voluti e votati dagli elettori. Abbiamo una vera malattia della democrazia, una vera e propria patologia” (fonte: Il fatto quotidiano del 24 marzo 2010).

Nessuno che si indigna. Per il Pd è tutto normale, ridono, loro. A loro basta che Bersani ridacchi con aria da sufficienza in qualche tg per un paio di minuti per farsi andar bene i monologhi del Sultano su tutte le reti. Chi se ne frega dei partiti minori, chi se ne frega della vera par condicio. L’importante è che si spartiscano  i minuti tra Berlusconi e Bersani ( e comunque se Bersani stesse zitto e fermo in un angolo non si accorgerebbe nessuno della sua assenza).Violazione Par Condicio

Solo l’Anm (Associazione Nazionale  Magistrati) si fa sentire, attraverso la voce di Luca Palmara, difendendosi dalle ingiuste accuse. E il Pdl si indigna: tra gli altri, è Bondi a parlare (e allora ci indignamo noi): “una parte della magistratura si sente in diritto e in dovere di intervenire in campagna elettorale, quasi dando vita a comizi di chiusura contro il Presidente Berlusconi. E’ evidente che siamo dinnanzi ad una gravissima anomalia“. Sì – dico io – l’anomalia è di avere gente come lui al governo. E vabbè.

Comunque evidentemente Berlusconi non era in diritto di fare ciò che ha fatto perché, finalmente, è arrivata una risposta a tutto questo schifo: Agcom multa il tg1 e il tg5 per uno squilibrio informativo a favore del Pdl (si parla del Pdl dal 30% al 65% del totale del tempo riservato alla politica) e inoltre apre un’istruttoria sulla sospensione dei talk show rai.

Le multe per entrambe le redazioni sono di 100.000 euro. La decisione è stata presa all’unanimità.

Immagino che Berlusconi abbia motivo di sentirsi perseguitato, poverino. Rimandando a quella che lui ha denominato la sua “libertà violata” mi sento quasi di dargli ragione: ma dico io: un Premier, sotto elezioni, non è libero di esprimere liberamente le proprie opinioni – senza nessun contraddittorio?

E, difatti, gli darei ragione, se non fosse che ho una malattia: sono comunista (cioè non sopporto sentirlo parlare e tanto basta per essere comunisti).

In attesa di guarirne (spero mai), mi limito a dargli torto.

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Censura, ormai una realtà

[stextbox id=”custom” big=”true”] L’articolo di oggi ci arriva da Novalgina2Fast, già autore per Camminando Scalzi.it del post dedicato all’iniziativa “Internet for Peace” [/stextbox]

Italy has one of the lowest levels of press freedom in Europe. A 2009 report by Freedom House classified Italy as “partly free”, one of only two country in western Europe (the second being Turkey), also ranking it behind most former communist states of eastern Europe. Censorship is applied in television such as in press for several reasons.”

Trad:

La mappa sulla libertà di stampa nel mondo (2009) Click per ingrandire

“L’Italia ha uno dei livelli più bassi per la libertà di stampa in Europa. Un rapporto del 2009 di Freedom House ha classificato l’Italia come “parzialmente libera“, uno degli unici due paesi in Europa occidentale (il secondo è la Turchia), dietro anche la maggior parte degli Stati ex-comunisti dell’Europa orientale. La censura è applicata in televisione come nella stampa per diverse ragioni.”

fonte | Wikipedia

Ebbene sì, abbiamo un articolo su Wikipedia dedicato alla censura nel nostro paese.

Ma adesso ricapitoliamo i vari passi che hanno portato alla censura di Internet in Italia. Sono stati poco pubblicizzati e poche testate giornalistiche se ne sono davvero occupate; il problema è che il governo attraverso alcune riforme ha progressivamente censurato il web.

  1. Inizia tutto con la legge del 7 marzo 2001 per l’editoria. Secondo questa legge si assimilano i siti web a testate giornalistiche, infatti chiunque pubblichi informazioni periodiche deve registrare il sito presso il tribunale, pena fino a due anni di reclusione.
  2. Legge del  15 aprile 2004, presentata da Giuliano Urbani, decreta che tutti i siti web italiani debbano presentare una copia elettronica del sito presso le biblioteche centrali di Roma e Firenze.
  3. La legge del 27 luglio 2005 per combattere il terrorismo, invece, impone ai provider di tenere traccia di tutto il traffico generato dagli utenti per un periodo di 6 mesi. Praticamente vengono salvate le e-mail, i siti visitati, cosa avete scaricato in p2p (emule, LimeWire e compagnia bella).
  4. I decreti dell’AMMS che nel 2006 e 2007 hanno bloccato tutti i siti di scommesse estere che ormai arrivano a quota 2073, infatti il gioco d’azzardo è Monopolio di Stato e quindi solo l’AMMS può gestirlo, inoltre per la nostra protezione sono stati oscurati anche tutti i siti di pedopornografia.
  5. Vi è anche il progetto di legge dell’ On. Carlucci secondo cui ogni video postato su Youtube, ogni commento su qualsiasi blog o sito internet e qualsiasi operazione effettuata online non può essere anonima, ovvero l’utente dovrebbe identificarsi. Per fortuna questa legge, così com’è stata presentata, non potrebbe essere applicata in quanto, come ha sottolineato l’avvocato Guido Scorza, internet non dà gli strumenti per farlo: ”scrivere il proprio nome e cognome sopra ogni commento o video non è una valida identificazione”.
  6. Infine il decreto Romani, sul quale non mi dilungo in quanto ne ha già parlato in un ottimo articolo Erika Farris qui su Camminando Scalzi.

Non siamo tanto diversi dalla Cina, dove Google ha rifiutato di mettere i filtri richiesti dal governo e minaccia di non fornire più i propri servizi; dalla Turchia, dove il governo ha praticamente bloccato l’uso di Internet alla popolazione, o da qualsiasi paese in cui vige una dittatura, o uno stato di polizia. Non possiamo esprimerci liberamente, l’informazione che riceviamo è filtrata dal governo, ed ogni notizia trasmessa alla televisione lascia spazio a molti dubbi.

Insomma, la censura in Italia è già diffusa e Berlusconi controlla già tutti i mezzi di informazione cartacei e televisivi: non può controllare anche l’informazione libera del web, ma la può censurare con “piccole riforme” rilasciate di anno in anno, che lentamente logorano il diritto di ognuno di esprimersi liberamente.

A questo punto vi chiedo una cosa: pensando a tutte le riforme, alla situazione del nostro paese, al nostro governo, in Italia, siamo davvero liberi di esprimerci?

E soprattutto, credete davvero a tutto quello che viene detto dai mezzi di informazione?

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Internet, il più grande strumento di pace

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una decina di giorni fa tramite Twitter abbiamo invitato i lettori del mensile Wired a scrivere un articolo sull’iniziativa “Internet for Peace“. All’appello ha risposto Novalgina2Fast, ventenne laureando in design della comunicazione al Politecnico di Milano. Benvenuto su Camminando Scalzi.it[/stextbox]

Ed eccoci qui, a parlare di internet su internet! L’umanità ha affrontato moltissime rivoluzioni nel corso degli anni, ma l’unica ad aver collegato miliardi di persone è stata la rivoluzione digitale, più precisamente quella che ha visto la comparsa di internet. La rete che oggi collega tutto il mondo in pochi (nano) secondi nasce infatti nel 1969, quando la DARPA (Agenzia per i Progetti di ricerca di Difesa Avanzata americana) affidò alla BBN la creazione dell’ arpanet, una rete di collegamento tra l’Università della California di Los Angeles, l’SRI di Stanford, l’Università della California di Santa Barbara, e l’Università dello Utah.

Questa breve introduzione mi sembrava doverosa e necessaria, in quanto il motivo per cui oggi si vuole candidare internet al Nobel per la pace è senza dubbio la sua capacità di diffondere notizie per il mondo, senza impedimenti da parte della lingua o razza, ma partiamo dall’inizio.

Shirin Ebadi

Shirin Ebadi è la donna che ha reso possibile “internet for peace”,una “lista” di persone che riconoscono internet come mezzo per evitare la censura e che per questo lo vogliono riconosciuto come mezzo di pace; Ebadi nel 1969 è stata la prima donna giudice iraniana, nel 1994 fu una dei fondatori della “Society for Protecting the Child’s Rights” un’associazione che si occupa di promuovere e far rispettare i diritti dei bambini, nel 2003 ha vinto il Nobel per la pace ed è ora portavoce del manifesto proposto da Wired per candidare internet al Nobel. Ma perché?

Internet può essere usata anche per favorire guerra e terrorismo, come dimostra l’opera di proselitismo dei talebani”. Sono queste le sue parole rilasciate ad un’intervista per Wired di dicembre, ma non bisogna dimenticare che durante la sollevazione di Teheran, quando un milione di persone ha manifestato per denunciare il presidente Ahmadinejad di brogli e chiedere nuove elezioni presidenziali, la repressione è stata documentata e mostrata al mondo tramite tweet, difatti Shirin continua “senza la Rete non sarebbe stato possibile. Non è un caso che ai primi processi contro i dimostranti il procuratore generale abbia accusato Google, Facebook e Twitter di complottare contro l’ordine costituito”. Ma questo è solo un caso: internet ha il merito di aver diffuso la voce di moltissimi blogger spesso censurati dal proprio governo, come Shiyu Zhou, cinese, e Georgy Jakhaia, georgiano, costretti a fuggire dal proprio paese per poter continuare a diffondere la propria voce online. Il sito Threatened Voices conta nel mondo 202 blogger arrestati o perseguitati, più della metà in Cina, Egitto, Iran, Tunisia, Siria, Vietnam.

La campagna a favore della rete promossa da Wired conta ora 5357 iscritti, e grazie al premio Nobel Shirin Ebadi ha tutte le carte in regola per essere candidata; ricordo infatti che una lista di firme serve solo a nominare qualcuno per un Nobel, ma per essere candidato, e quindi preso in considerazione, serve anche l’approvazione di un ex premio Nobel.

Internet è solo un mezzo, sta a noi decidere come usarlo, e sta a tutti voi decidere se supportare la campagna o meno, ma in un’epoca in cui la repressione e la censura sono all’ordine del giorno (in Italia dovremmo saperlo bene) internet è l’unico mezzo che può diffondere così tante informazioni dal rendere impossibile il censurarle tutte, o far ricordare al mondo quelle brevi ma numerose notizie su Teheran; insomma, se usato correttamente può essere davvero il più grande strumento di pace mai esistito.

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Crisi economica: capitolo cinese

Chi segue Camminando Scalzi si ricorderà che tempo fa ho parlato delle conseguenze della crisi finanziaria sull’economia degli Stati Uniti. Ciò che non ho detto è che l’attuale crisi affonda le sue radici in un fattore del quale i più non parlano: la sovrapproduzione. Si è raggiunto un punto critico di produzione per il quale i redditi disponibili non sono più sufficienti a garantire il consumo dei beni e servizi prodotti, meccanismo che ha portato all’uso/abuso del debito. Questo discorso vale in primo luogo per il Paesi occidentali ma può essere esteso anche ai Paesi in via di sviluppo. Mentre il super consumatore occidentale è allo stremo e usa le poche energie residue per trovare il modo di ripagare i propri debiti, la nascente classe media dei Paesi emergenti non ha le possibilità economiche per sostituirlo e quindi garantire il continuum nella catena produzione-consumo.

La Cina ha reagito meglio alla crisi rispetto all’Occidente e questo in virtù di fattori quali la velocità decisionale, i conti pubblici in salute, impressionanti riserve valutarie accumulate attraverso l’esportazione dei suoi prodotti, piani di sviluppo incentrati sul lungo periodo, arretratezza e forte controllo da parte del governo dei mercati finanziari. Approfondiamo questi punti.

Quando gli occidentali sentono parlare del partito unico cinese storcono il naso. Ciò può essere comprensibile, eppure in una situazione di crisi come quella odierna il sistema politico cinese si è rivelato più efficace ed efficiente rispetto ai governi democratici. Questo è dovuto principalmente al fatto che le decisioni sono state prese in tempi ridotti consentendo di affrontare con tempestività i problemi. Essere in democrazia, invece, significa dover intermediare una pluralità di interessi differenti e tale processo necessita di tempi lunghi e reazioni lente.

Grazie al basso debito pubblico e alle riserve di liquidità, il governo cinese ha potuto varare piani di sviluppo economici sia di breve che di lungo termine (la cifra iniziale stanziata per i suddetti piani si aggirava intorno ai 500 miliardi di dollari). Quelli a breve servono a tappare le falle causate dalla crisi ma il vero valore aggiunto della politica economica cinese sta nell’aver pensato al lungo periodo, mossa fondamentale per gettare le basi di un’economia sana e prospera. Mentre il governo USA stanziava più di 700 miliardi di dollari per salvare banche e industrie “too big to fail” occupandosi solo dei problemi correnti e non delle necessità future, la Cina ha investito in infrastrutture, ricerca scientifica, istruzione, produzione ad alto contenuto tecnologico. Si può dire che mentre il governo americano si guardava la punta del naso quello cinese scrutava l’orizzonte.

I 500 miliardi di dollari spesi per le misure anti crisi non hanno rappresentato per il partito unico un drammatico problema. Basta sapere che le riserve valutarie estere della Cina sono le più ampie del mondo e ammontano a circa 2.270 miliardi di dollari (fonte Sole24ore). Non solo Pechino ha potuto varare le misure interne necessarie senza erodere la solidità delle casse statali, ma è anche corsa in aiuto degli Stati Uniti continuando a finanziare il debito americano attraverso l’acquisto dei  bonds del tesoro emessi da Washington, nonostante i suddetti titoli, in particolare quelli con scadenza a breve, siano ormai considerati dai più spazzatura. Si è così ulteriormente consolidata la posizione di prima creditrice mondiale che la Cina da tempo ha nei confronti degli USA.

La Cina nell’ultimo decennio si è trasformata nella fabbrica del pianeta e i suoi prodotti hanno invaso ogni angolo del globo. Mentre le potenze occidentali si lasciavano sedurre dai soldi facili – e spesso ingannevoli – della finanza, l’impero di mezzo ha costruito un apparato produttivo senza eguali che poggia le sue solide basi sulle industrie pesanti e manifatturiere ma che sta facendo progressi formidabili anche nelle produzioni ad alta tecnologia. Non smetterò mai di ripetere, ma questa è la mia opinione, che nel mondo di oggi una Nazione può vantare una economia forte solo se ha un settore secondario ben sviluppato e capace di vendere all’estero ciò che produce internamente.

Comunque sia non è tutto oro ciò che luccica. La Cina è una Nazione immensa sia per territorio che per popolazione e i problemi non mancano mai. Non voglio soffermarmi sulle difficoltà interne del Paese, reali o potenziali che siano, bensì su quelle derivanti dalla crisi, soprattutto su una in particolare: ora che l’economia mondiale è in fase stagnante come farà la Cina a mantenere l’impressionante tasso di crescita degli ultimi anni, e dunque consolidare lo status quo di potenza?

La Cina non è ancora pronta ad assumere il ruolo di leader mondiale, questo perché rimane comunque un Paese in via di sviluppo ma soprattutto perché il mondo di domani non sarà come quello che ci lasciamo alle spalle. Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi gli USA sono stati la super potenza dominante – alcuni preferiscono usare il termine “impero” – ma in molti sono convinti che in futuro gli equilibri di potere si sposteranno da una dimensione unilaterale a una multilaterale. Già oggi si vocifera di una possibile leadership globale detenuta da un G2 – USA e Cina – o da un G3 – USA, Cina, Unione Europea -. La Cina non è in grado di “correre da sola” e probabilmente non lo sarà ancora per molto tempo, soprattutto ora che i consumi mondiali sono fermi e il principale partner commerciale, gli USA, è in difficoltà. Chi sosterrà la bilancia commerciale cinese comprando l’impressionante quantità di merci che produce  ed evitando così un dannoso calo delle esportazioni? Il partito unico vorrebbe potenziare il mercato interno ma anche facendo così i consumatori cinesi non potrebbero mai sostituire quelli d’oltreoceano.

Insomma la Cina è sempre più una super potenza eppure ha bisogno più che mai di alleati forti e in buona salute.

Il sole sorge a est eppure la Cina guarda ancora a ovest.

[stextbox id=”custom” caption=”Web-comics”]Ospitiamo oggi il famoso vignettista PV. Vi invitiamo a seguire il suo blog, aggiornato quotidianamente, ricco di “originali” personaggi e tanta, tanta satira! [/stextbox]

Il decretino Romani

Si chiama Paolo Romani, è vice-ministro allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni, e porta il nome del recente decreto riguardante la normativa di recepimento della direttiva europea sui media audiovisivi (2007/65/CE). Emanato dal Governo come regalo natalizio durante il mese di dicembre, il provvedimento attende ora il parere delle commissioni competenti della Camera, tra attacchi e polemiche.

Le male lingue che parlano dell’ennesimo provvedimento “ad personam” puntano il dito contro un decreto che appare cucito su misura per avvantaggiare l’azienda dell’attuale Presidente del Consiglio. A discapito di Sky, la principale concorrente di Mediaset, il decreto prevede infatti la limitazione degli affollamenti pubblicitari per tutti i canali a pagamento, sia satellitari che terrestri: una quota che dal 20% scenderebbe al 16% nel 2010, al 14% nel 2011, e al 12% dal 2012. Da parte sua il vice-ministro Romani difende il decreto spiegando che è “pienamente conforme con la disciplina comunitaria” e che la riduzione degli spazi pubblicitari servirebbe a tutelare il consumatore-utente della pay tv, il quale già paga per la fruizione di quel contenuto e non dovrebbe quindi subire l’onere delle frequenti interruzioni pubblicitarie. Un principio indiscutibile, se non fosse per il fatto che l’attuale capo di Governo è anche il principale proprietario dell’azienda che ricaverà i maggiori profitti da questa modifica. La grossa quota di introiti pubblicitari a cui il magnate Murdoch dovrà rinunciare, infatti, andrà con molta probabilità a riversarsi sulle “free tv”, e quindi principalmente su Mediaset.

A rimarcare ulteriormente il già discusso conflitto d’interessi del Premier si prodiga Alessandro Gilioli nel suo spazio sull’ “Espresso blog”, aggiungendo che: “siccome Mediaset si sta buttando sull’Iptv [Internet protocol television, per la diffusione di contenuti audiovisivi attraverso il Web] ispirandosi ad Hulu, occorre ridurre il numero di video circolanti in Rete e prodotti dal basso, che possono costituire potenzialmente una significativa concorrenza alla Iptv di Mediaset”. Da qui una serie di norme ampiamente criticate, che sembrano avanzare un subdolo tentativo di controllo della Rete. Come infatti spiega il quotidiano on-line dell’associazione Articolo 21, “il decreto include la fornitura delle immagini via internet tra le attività che necessitano di un’autorizzazione del Governo, e poi estende la rigida disciplina del diritto d’autore ai fornitori di servizi via internet”.

Si dimostra molto scettico anche il dirigente di Google Italia, Marco Pancini, il quale afferma che “alcune norme del decreto Romani mettono in crisi il funzionamento dei siti web che forniscono servizi tipo You Tube”, giacché si equiparano i canali tv tradizionali ad un sito internet che permette di caricare contenuti audiovisivi.
Rimane da chiedersi se un sito che ospita contenuti generati da terzi possa essere accomunato ad un qualunque canale tv, che sceglie cosa trasmettere… “Sarebbe come ritenere l’azienda che si occupa della manutenzione delle autostrade responsabile per quello che fanno coloro che guidano le automobili” spiega in un’intervista de La Repubblica il segretario generale dell’Associazione italiana Internet Provider, Dario Denni.

Tra sanzioni per chi vìola il diritto d’autore e l’obbligo di registrare le testate giornalistiche, sembra dunque che anche internet rischi di perdere la sua tanto celebrata rappresentazione di LIBERO SPAZIO per LIBERI CITTADINI…

Ipocrisia 2.0

Si chiama Massimo Tartaglia e, ad oggi, è uno degli uomini più famosi del mondo… Altro che “Grande Fratello”! Tra odio e amore, il suo nome ha fatto il giro del pianeta, pubblicato da giornali, pagine web e programmi televisivi di ogni sorta. Lui col suo souvenir del Duomo di Milano, troppo pacchiano per abbinarsi alla cassettiera del soggiorno, ma abbastanza appuntito per poter essere delegato ad un secondo scopo. Un aggressore con diversi anni di cure psichiatriche alle spalle e un aggredito con 15 anni di trascorso politico e molti altri di “vissuto giudiziario”.

maroni
Roberto Maroni

Tutti hanno espresso un parere sulla vicenda: dalle scontate condanne a qualunque forma di violenza, sino alle più ciniche dichiarazioni di coloro che avrebbero preferito una 11 mm al posto dei gotici spuntoni del monumento milanese. Ma è la strumentalizzazione politica che ha preso il sopravvento: ciascuno dei politicanti di turno si è messo in coda davanti alle telecamere per lanciare il suo spot promozionale sul tema. Una gara a chi la spara più grossa.

Fra i tanti, si aggiudica la medaglia d’oro Roberto Maroni, sfoderando le dichiarazioni più impressionanti e smisurate del caso: estendere le norme contro la violenza negli stadi alle manifestazioni pubbliche e valutare l’oscuramento di siti internet che istigano a delinquere.

Proprio lui! Quello stesso Roberto Maroni esponente della Lega Nord: il partito che sull’istigazione all’odio e alla violenza ci ha costruito la campagna elettorale…

lega nordQuello stesso Maroni che nel 1998 è stato condannato in primo grado per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, per un suo tentato morso alla caviglia di un poliziotto. Quello stesso Maroni che ha dichiarato che “contro gli immigrati clandestini bisogna essere cattivi”. Quello stesso Maroni collega di partito di un certo Giancarlo Gentilini: due volte sindaco di Treviso e attualmente vice-sindaco, recentemente condannato in primo grado per il reato di “istigazione all’odio razziale”. Quello stesso Maroni che al raduno leghista di Venezia, il 14 settembre del 2008, non ha battuto ciglio mentre il suo socio di partito, dal palco, inneggiava alla “rivoluzione contro gli extracomunitari” vantandosi di voler “eliminare tutti i bambini DEI zingari”, in un clamore di ignoranza che non trova spazio neppure per le regole grammaticali della lingua italiana. Quello stesso Maroni che non si è mai permesso di contestare il suo leader Umberto Bossi, mentre preparava il suo elettorato alla possibilità di “imbracciare il fucile e di andare a prendere queste carogne… la canaglia centralista romana”. Quello stesso Maroni che non si sogna di polemizzare contro le moderate parole di un Mario Borghezio, mentre da Tele-Padania parla di “cornuti islamici di merda”, peraltro condannato dalla Cassazione nel 2005 come responsabile di un incendio scoppiato presso i giacigli di alcuni immigrati, a Torino. Quello stesso Maroni delle ronde e delle impronte digitali ai rom…

Profilo_imbavagliatoLo stesso Roberto Maroni che dovrebbe accorgersi che nel suo partito non vi è “un caso isolato” di uno psicolabile che commette un reato, e che l’istigazione all’odio fomentata da un partito politico che rappresenta i cittadini di un Parlamento ha una rilevanza pubblica nettamente più forte di un social network e di qualunque stronzata possa esserci pubblicata al suo interno…

La stessa ipocrisia di chi crede di poter censurare la rete senza rendersi conto di rappresentare un “cattivo maestro” di un Paese di alunni, che dalla politica sta solo imparando il peggio di ciò che il genere umano è riuscito a concepire…