Un post senza Gelmini

Facciamo un piccolo salto indietro nel tempo. Non molto indietro. Immaginiamo di ritornare al luglio del 2008. Ritorniamo cioè a prima che venisse messa in atto la strategia della distruzione dell’Università pubblica e di ogni modello di sviluppo delle politiche educative. Ritorniamo a prima che i fondi del finanziamento ordinario venissero ridotti del 20% fino al 2013; a prima che aumentassero le tasse di iscrizione per i fuoricorso; a prima che il turn-over fosse ridotto del 50% fino al 2011, cancellando di fatto ogni speranza di ingresso per i giovani; a prima che i poteri di rettori e Consiglio di Amministrazione fossero intensificati, diminuendo la democrazia all’interno degli atenei; a prima che diventasse possibile per le Università pubbliche diventare fondazioni private. Cerchiamo di ritornare a quel momento in cui il lavoro precario non era ancora l’unica forma di lavoro universitario e, almeno sulla carta, esistevano ancora prospettive di carriera accademica. Ecco, facciamo questo piccolo sforzo di memoria che ci riporta a quando tutti questi e altri eventi non si erano ancora verificati e chiediamoci:

Come funziona l’Università nel Luglio del 2008?

I ranking internazionali non la classificano mai o quasi mai nelle prime 100-200 del mondo, a differenza di molte Università europee. Nonostante il livello di diffusione dei fenomeni non sia chiaro, nepotismo, scandali e corruzione sono all’ordine del giorno, coinvolgendo spesso figure di spicco degli atenei. I meccanismi di reclutamento (i famigerati concorsi) di dottorandi, ricercatori e professori sono il più delle volte (per non dire sempre) falsati. Troppo spesso non premiano i migliori e, dato il clima di sfiducia, non riescono ad attrarre nemmeno i concorrenti più qualificati (la partecipazione di concorrenti stranieri è un miraggio). La famosa fuga dei cervelli (che sarebbe opportuno definire espulsione dei cervelli) è solo la più eclatante delle conseguenze di questo meccanismo: i nostri giovani sono così bravi da poter lavorare nelle Università più prestigiose del mondo ma, per assurdo, non in quelle italiane.

La mentalità diffusa di chi lavora nei nostri atenei è molto spesso provinciale, rassegnata, vecchia e statica. I nuovi assunti accettano le regole del sistema con un servilismo a volte stupefacente, nulla è concesso al  cambiamento, al miglioramento e all’innovazione. Le stabilizzazioni di massa, basate solo su criteri di anzianità, permettono l’ingresso di personaggi che trascorreranno il resto della loro carriera in attesa della pensione, senza alcuna voglia di crescere e migliorarsi.

Il decentramento del potere decisionale dal Ministero verso i singoli atenei (cominciato nel 1989 con la riforma Ruberti) non ha fatto altro che creare un sistema fortemente autoreferenziale, in cui i docenti sono collettivamente responsabili di decisioni che riguardano essi stessi. La mobilità interna tra vari atenei del paese è ridotta quasi a zero e l’incapacità di attrarre studenti, ricercatori e docenti dall’estero è un caso unico nell’Occidente sviluppato. Ci si laurea, ci si dottora, si diventa ricercatori e professori nello stesso Dipartimento, apprendendo sin dall’inizio quali sono le regole del gioco e vendendo per tre soldi la propria dignità morale e professionale.

La produzione scientifica è troppo bassa se rapportata al numero di ricercatori accademici; spesso la lentezza e la superficialità con cui si lavora riescono a cancellare gli entusiasmi di chi ha appena iniziato e ha voglia di fare.

Molti docenti sono poco disponibili nei confronti degli studenti, assumendo comportamenti poco corretti e poco professionali in occasione delle sedute d’esame. Il fatto che il 41% del corpo docente abbia più di 60 anni e solo il 4% meno di 40 non lascia alcuna speranza di cambiamento al riguardo. Il numero di laureati resta basso (anche dopo la riforma del 3+2) rispetto agli altri paesi sviluppati dell’OCSE, con tempi di laurea lunghi e prospettive occupazionali inesistenti. Da parte loro i vari governi tagliano sempre più i finanziamenti, (arrivando a investire l’0.9% del PIL in università e ricerca, contro l’1.5 % della media OCSE) e non mostrano alcuna intenzione di voler varare una riforma radicale del sistema.

Il quadro che emerge è agghiacciante, con un’Università pubblica vecchia, provinciale e chiusa in sé stessa; senza alcuna prospettiva di miglioramento, diventa una terra di nessuno in cui tutti sono innocenti e l’unico responsabile è il ministro di turno. Nessuno spazio per riflessioni sul proprio ruolo sociale, sulle proprie responsabilità e doveri, su quanto si potrebbe fare, e fare molto bene. I casi di eccellenza (sparsi a macchia di leopardo nelle penisola) non bastano a giustificare una mentalità, nel suo complesso, distorta e malata. Chi ha voglia di emergere, di crescere o semplicemente chi è consapevole dei propri doveri nei confronti dello stato viene schiacciato in una morsa micidiale che annulla ogni entusiasmo. I più bravi vanno via, spaventati dalle frustrazioni di chi prova tutti i giorni a cambiare il sistema; gli sciacalli che comandano fanno di tutto per succhiare all’università pubblica tutto il suo sangue, senza preoccuparsi minimamente delle  terribili conseguenze per il paese. Sembra che l’Università sia un condannato a morte in attesa dell’esecuzione.

Stop! Fermiamoci e ritorniamo ad Aprile 2011. Un boia stupido e inconsapevole, l’On. Maria Stella Gelmini, ha compiuto l’esecuzione. L’Università pubblica è morta. Ma quanti ne hanno decretato la sua condanna?

 

(pre)Cari Amici #4 – Ricercatori alla corte di sua Maestà

 

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Alessandro Fregoso, che sta sostenendo un dottorato di ricerca in fisica, ha intervistato due nostri conterranei che stanno facendo i ricercatori in Inghilterra. Un interessante spaccato della vita dei cosiddetti “cervelli in fuga” è il protagonista di questa quarta puntata di (pre)Cari Amici. Raccontateci la vostra storia, e noi la pubblicheremo. Farlo è semplicissimo, basta cliccare su “Contattaci” o sul banner qua di lato.

La Redazione di Camminando Scalzi.

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Un tavolino, un caffè, magari un muffin (che in Gran Bretagna ‘o sanno fa) ed è pronta un’ottima scusa per chiaccherare un po’, specialmente se si tratta di prendersi una pausa dai fogli, dallo schermo, dai conti, dai grafici, insomma dall’odi et amo quotidiano. Essendo quindi ben consapevole che non avrebbero potuto resistere a una proposta così allettante, sono riuscito a incontrarmi con la dott.ssa Stefania Maccalli e il dott. ing. Ruggero Poletto, due dottorandi presso la University of Manchester, in Inghilterra, e a porre loro qualche domanda sulla loro esperienza nel variopinto calderone della ricerca scientifica.

Chiariamoci subito: voi non siete veri dottori, giusto?

Facce basite, mezzi sorrisi, un silenzio imbarazzato che grida, letteralmente, “ma che sta addì”. Urge precisazione.

Nelle conversazione più normali, “dottore” è quasi sempre sinonimo di “medico” e so, per esperienza personale e non, che può capitare di avere l’impressione che il proprio titolo di studio non venga considerato come ci si aspetterebbe perché non corrisponde a una professione tradizionalmente “rispettabile”. Avete anche voi qualche esperienza a riguardo?

Stefania: Una volta, parlando con una persona appena conosciuta, ci si diceva cosa si fa nella vita, e io raccontai che ero laureata in fisica. Al che mi fu ribattuto “ah sì, avrei proprio un po’ di pancetta da buttar giù, non è che potresti consigliarmi cosa fare in palestra?”. È vero, il nome è simile, ma l’educazione fisica è decisamente un altro ambito della conoscenza…

Ruggero: In realtà il titolo di ingegnere rientrerebbe anche tra quelli “rispettabili”, ma appena m’hanno dato in mano la laurea mi hanno detto: “tu sei dottore in ingegneria ma non sei ancora ingegnere perché ti manca l’esame di stato”, per cui mi sento sempre come qualcuno a cui manca qualcosa per essere qualcos’altro.

Raccontatemi un po’ della vostra formazione.

R.: Ho fatto il liceo scientifico in una piccola scuola di paese dove ci conosciamo tutti, poi sono andato a Padova a fare la laurea triennale e specialistica in ingegneria aerospaziale, dopodiché ho provato a trovare un’occupazione in Italia, non ho trovato niente che mi piacesse in maniera sostanziale, e soprattutto che mi permettesse di mettere in pratica quel che avevo imparato, per non parlare dell’aspetto economico, il più delle volte in uno stato desolante. Allora ho preso armi e bagagli, e ho deciso di approfondire i miei studi con un dottorato, e ho trovato il più adatto a me qui in Inghilterra.

S.: Alle elementari ho avuto la maestra unica, una seconda mamma che è stata capace di insegnarmi a ragionare, a imparare. Poi il periodo buio delle medie, il liceo scientifico con indirizzo informatico, che però non m’ha dato niente di diverso da un normale liceo; Università Cattolica di Brescia per tre anni a studiare fisica, spesso in corsi con più professori che studenti, quindi seguiti molto da vicino, fantastico. Tentativo di laurea specialistica fallito per varie incompatibilità di piano di studi, dopodiché sono venuta a sapere da amici di amici di amici che qua si poteva fare il dottorato anche solo con la laurea triennale e ho fatto subito le valigie.

Albert Einstein sosteneva che ogni scienziato dovrebbe essere in grado di spiegare di cosa si occupa alla propria nonna. Di cosa vi occupate, cari nipotini?

R.: Per risolvere problemi come ad esempio progettare un’ala o studiare il rumore prodotto da una turbina, spesso si usano simulazioni al computer. Per farle ci sono principalmente due metodi: uno veloce ma molto approssimativo e uno lento ma più accurato. Io sto cercando di creare un sistema ibrido che riesca a mettere insieme i vantaggi degli altri due.

S.: Mi occupo di ottica, cioè di ciò che riguarda la luce (e non di occhiali!). Recentemente sono state scoperte nuove proprietà dei fotoni, che sono le particelle di cui è fatta la luce, ed è possibile sfruttarle per capire di più delle stelle da cui la luce arriva fin qua. Io sto pensando agli strumenti che ci permetteranno di ottenere queste informazioni.

Scegliere di fare ricerca scientifica non vuol dire mai intraprendere una strada comoda, in nessun periodo storico. Come mai avete preso questa direzione?

S.: La botta in testa vocazionale risale al periodo delle elementari, appena ho potuto cominciare a leggere i libri di Asimov di mio papà. Dalla fantascienza è nato poi l’amore per l’astrofisica, che dura tutt’ora.

R.: Ci sono tante ragioni, ma credo che la più importante sia quella che dovrebbe esser valida per ogni scelta, e cioè la passione per quello che si sta facendo. Non sono mai stato attratto dall’idea dell’ingegnere che gestisce l’azienda, che fa il manager; mi interessano molto di più le sfide che si affrontano nella progettazione e nella ricerca.

Il caffè che non è ancora stato bevuto si sta raffreddando, il sole ormai basso fa capolino tra gli alberi immergendo il locale in un tepore che sa già di ritorno a casa per cena. È il momento ideale per una marzullata.

Scienziati si nasce o si diventa?

S.: Direi che si nasce, perlomeno in certi casi eclatanti. Ma se incontri le persone giuste, puoi anche imparare ad apprezzare l’ambiente e ad appassionartene col tempo. Ci sono persone che si innamorano con un colpo di fulmine, e altre che ci mettono di più a rendersene conto.

R.: Probabilmente nasci con la passione, poi sta a te far diventare questa passione una scelta di vita. È come il calcio, nasci con la dote giusta, ma se non ti alleni è inutile, non diventerai mai un calciatore.

Cosa vuol dire per te fare scienza, qui e ora?

S.: Per me innanzitutto è vivere un sogno che non speravo più di riuscire a realizzare. Poi è qualcosa che è soltanto per la conoscenza, la soddisfazione di aggiungerci il proprio pezzettino, anche se non dovesse comportare gratificazioni né sociali né economiche. Il bello è anche potersi confrontare con tante altre persone da tutto il mondo che condividono i tuoi stessi metodi e le tue stesse motivazioni.

R.: A me pare che la storia sia stata fatta e sia fatta tutt’ora da dei piccoli esserini come te e me, che cercano di risolvere i loro problemi, piccoli o grandi che siano. C’era il problema del trasporto, e qualcuno s’è detto “bè, quasi quasi mi invento la ruota”, e questo è fare scienza: cercare di risolvere i nostri piccoli problemi e migliorarci un po’ la vita.

Uno dei padri della fisica moderna, Niels Bohr, asseriva che fare previsioni è molto difficile, specialmente del futuro. Ciononostante, vi chiedo di provare a dare un’occhiata nei prossimi anni: quali sono le vostre speranze e che cosa vi aspettate?

R.: Innanzitutto spero di finire il dottorato in tempo, e dopo mi piacerebbe tornare in Italia ad applicare quello che ho imparato. Il resto lo scopriremo solo vivendo, d’altronde se m’avessi fatto la stessa domanda qualche anno fa, mai t’avrei detto che mi sarei ritrovato a Manchester, men che meno a farmi fare un’intervista!

S.: Come primo obbiettivo, finire il dottorato, mettere la mia bandierina sulla cima della montagna, magari nel frattempo avendo realizzato qualcosa di utile anche per altra ricerca. Se poi potessi continuare a far ricerca, non importa dove, sarebbe il massimo. E anche farsi una famiglia…

Chiudiamo in bellezza: un consiglio per chi sta muovendo i primi passi verso una vita dedicata alla scienza.

R.: Lasciate perdere, ho già abbastanza concorrenza!

S.: Fatevi curare!

 

Che dite, questi scienziati ci stanno già diventando troppo british? Tanti saluti ai continentali!