La società dello spreco

Quale sarà la fine di questa società consumistica? È per caso questa eterna e pressante crisi economica a simboleggiare il suo imminente termine? Si stima che attualmente nel mondo occidentale lo spreco alimentare si aggiri su più di un miliardo di tonnellate all’anno, così come racconta De Shutter. Gli occhi però non devono cascare esclusivamente sull’America – regina del consumo – ma anche sull’Europa: ad esempio sull’Italia, dove si getta via un terzo del cibo prodotto. Un terzo che equivale a trentasette miliardi di euro, ossia il 3% del PIL. Generalizzando, in Europa e in Nord America ogni persona getta via dai novantacinque ai centoquindici chili di cibo all’anno: non si tratta però solamente di rifiuti e cibo immangiabile, ma di alimenti ancora imballati e commestibili. Anche in Gran Bretagna gli sprechi alimentari toccano le stelle; difatti i “figli della regina”, tra alimenti e bevande, producono più di otto milioni di tonnellate di rifiuti all’anno: spreco altamente evitabile, dal momento che gli alimenti gettati via sono più che commestibili!

Non vi disgusta sapere che su questo pianeta, ormai mutato in un enorme bidone della spazzatura, vengano sprecate milioni e milioni di tonnellate di cibo? E non vi fa rabbrividire la consapevolezza che tra quelle mostruose cifre ci sono anche i vostri scarti e i vostri capricci? Come emerge da un articolo de “il fatto quotidiano”, con i trentasette miliardi di euro derivanti dagli sprechi alimentari italiani si potrebbe sfamare un’intera nazione di milioni di persone. Invece finiscono nella spazzatura.

Mentre un’enorme fetta del globo vive su montagne di scarti e cibi commestibili ancora imballati, l’altra invoca qualche spirito divino affinché dal cielo caschi qualcosa da mangiare. Dal 2009 la FAO riporta che oltre un miliardo di persone soffre la fame. L’Africa è l’epicentro, poi l’epidemia si spinge a est toccando l’India e alcune zone dell’estremo oriente. Conoscendo questa triste e squallida verità, dovremmo imparare a rispondere contrariamente alla pubblicità, che ci persuade a comprare sempre più di quanto necessitiamo; dovremmo entrare nella logica che non è una vita prevalentemente consumistica a renderci persone più importanti. Davanti ai cartelli “offerta del giorno: compra tre, paghi due” dovremmo pensare a chi è costretto a comprare zero, e a pagare per la vita.

In gioco non ci sono solo questioni ambientali, ma anche la schifosa idea che la TV e le multinazionali ci hanno ficcato in testa: una sciocca moda che prevede il continuo acquisto di quello che ci viene fatto vedere, di cose che vanno al di là delle nostre necessità. Non siamo affatto costretti a vivere per il resto della nostra vita sotto le loro ipnosi, perché si sa che i capricci umani si possono controllare. Quindi, perché non limitarsi a comprare l’essenziale, a vivere con ciò che conta di più, a eliminare perciò ogni cosa che diluisce la nostra vita, a guardare il mondo con una vista più panoramica?

Com’è possibile vivere la vita in modo tranquillo quando si sa che oltre un miliardo di persone soffrono la fame?

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Un'Italiana a Bruxelles: stupidi spunti di nostalgia patriottica

L’Italia ha tanti problemi. La seconda prima Repubblica, i soliti condoni, i soliti evasori fiscali, le solite collusioni con la mafia, il solito debito pubblico e i soliti “tanto funziona così”. Pagine di giornale che si ripetono giorno dopo giorno spingendoti oltre i confini nazionali, proprio laddove, inaspettatamente, riemerge quell’inventario di meraviglie che te la fanno ricordare come uno dei Paesi più belli.

Senza troppa ironia, inizierei dal bidet. Quel meraviglioso oggetto dimenticato dagli stati nordici e ingiustamente rimpiazzato da insulse salviettine umidificate. Quell’ingegnoso sanitario senza il quale la doccia non rappresenta più un piacere da fine giornata quanto un bisogno da prima mattina.

Continuerei col cibo, ripensando alle distese di frutta e verdura a chilometro zero, mentre faccio la spesa scegliendo fra prodotti di colore e forma diversa accomunati dallo stesso insapore, arrivati a destinazione chissà da dove, chissà da quando.

Proseguirei ancora con la strana organizzazione della raccolta differenziata, nella capitale europea da cui s’impongono le percentuali minime di rifiuti necessariamente recuperabili. Una Bruxelles in cui si separa il vetro colorato da quello bianco ma l’organico finisce nel sacchetto dell’indifferenziato insieme a svariati tipi di plastiche che in Italia si riciclano ormai da tempo.

Procederei con l’idea di organizzare il letto con due lenzuola e una coperta invece che ridurre la seconda a semplice “fodera per piumone”, decisamente poco adattabile alle mezze stagioni e incomprensibile per chi ama coprirsi anche ad alte temperature. E andrei avanti con la mancanza di avvolgibili o tapparelle, che impongono doppie tende alle finestre per cercare il buio nelle meritate notti di sonno.

Concluderei infine con la banale nostalgia per quella colorata luminosità che caratterizza il rinomato “Bel Paese”, contrapposta a quel pesante grigiore che impregna l’architettura bruxellese, anche quando il sole concede una visita alla città.

Piccoli particolari che ti condizionano la vita, ricordandoti l’originalità di certe abitudini che un tempo davi per scontate. Un’esperienza da capire e una città da amare anche per questa sua contraddittoria opportunità: fra la curiosa scoperta di una realtà inesplorata e un’imprevista rivisitazione delle tue origini.

 

Cibo spazzatura

Sabato 27 novembre si terrà la 14° edizione della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, organizzata dalla Fondazione Banco Alimentare. Oltre ottomila supermercati aderiranno all’iniziativa con più di centomila volontari per invitare le persone a comprare un po’ di cibo a lunga conservazione e donarlo a comunità per minori, mense per poveri e centri d’accoglienza.

Un piccolo gesto d’altruismo poco dispendioso, oltre che una manifestazione d’intelligenza in una società dove troppo spesso il cibo viene sprecato, andandosi ad accumulare in quelle cataste di immondizia che ogni anno contribuiscono a creare una montagna di ottanta milioni di tonnellate di rifiuti alimentari. “Con quello che buttiamo via ogni anno – spiega Marta Serafini sul giornale Sette – (equivalenti al 3% del nostro PIL), potremmo sfamare 44 milioni di Italiani”.

Secondo l’inchiesta di Sette ogni famiglia butta nella spazzatura una media di ventisette chili di cibo ogni anno, che si traducono in 515 euro di soldi sprecati. Il 20% delle responsabilità vanno poi alla grande distribuzione. Nei supermercati vengono buttati ogni giorno 250 chili di cibo “solo per motivi estetici”, per una “mole di alimenti che potrebbe sfamare ogni anno 636.000 persone per un valore di oltre 928 milioni”.

L’idea che simili quantità di cibo finiscano in discarica fa venire i brividi, ed è evidente che ciascuno di noi potrebbe contribuire a ridurre le cifre di questa drammatica questione. Pensiamoci…