Anna Karenina: si alza il sipario…

Quando venni a sapere dell’uscita di un nuovo film tratto dal romanzo di Lev Tolstoj “Anna Karenina”, uno dei miei libri preferiti, ne fui molto felice. D’altronde, dopo averne visto, da brava maniaca, diverse versioni (statunitense, russa, italiana) non potevo certo perdermi questo nuovo tentativo di portare sullo schermo uno dei romanzi più famosi della letteratura mondiale.

La storia narra di Anna Karenina, donna di spicco dell’alta società pietroburghese, sposata e con figlio, la cui vita viene stravolta dall’amore per un ufficiale, il conte Vronskij. Altre storie, poi, si intrecceranno attorno a questo filo conduttore narrativo.

Il regista Joe Wright apre il film in modo insolito: ci troviamo infatti sul palcoscenico di un teatro; vi sono fondali dipinti, cambi di scena che avvengono durante la recitazione degli attori, macchine da presa che ruotano in modo vorticoso. L’atmosfera è vivace, quasi da musical. Una vera festa per gli occhi in fatto di colori, costumi e luci (e infatti sono questi gli aspetti che hanno conquistato gli Oscar).

Ebbene, non sono contraria alle interpretazioni personali, tutt’altro, ma mi piace che siano motivate. Non capisco il perché di questo taglio teatrale, di questa finzione ostentata. Una scelta che non aggiunge nulla e che oltretutto non viene neanche portata fino in fondo: il film, infatti, perde pian piano il suo aspetto teatrale e diventa sempre più “realistico”, con visione di esterni e ambienti reali. Insomma, sembra quasi un esercizio di stile fine a sé stesso, un gioco che avrei visto più adatto all’ironia di un Oscar Wilde che a un Tolstoj.

A questo punto non resta che una seconda scialuppa di salvataggio: gli interpreti. Ma anche qui andiamo a fondo.Continua a leggere…

Italia: amarla o lasciarla?

“Italy: love it or leave it”. Un dilemma frequente. Un dubbio che tanti italiani hanno cercato risolvere e su cui Gustav Hofer e Luca Ragazzi hanno realizzato un documentario che oggi sta facendo il giro del mondo.

Una storia che comincia con una lettera di sfratto dall’appartamento romano in cui Luca e Gustav convivono da sei anni. Un trasloco che apre un conflitto nella coppia, combattuta fra radicamenti inconsci e possibilità alternative. Da una parte Luca e il suo desiderio di continuare ad abitare nella città in cui è nato e cresciuto; dall’altra Gustav e il suo progetto di emigrare a Berlino, “dove gli affitti costano un terzo che a Roma”, eguagliando la scelta dei tanti amici che già hanno lasciato quel Paese in cui non riuscivano più a riconoscersi.

Un bivio che decidono di superare a bordo di una 500 che cambia colore, percorrendo la penisola da nord a sud, fra oscenità e luoghi comuni, fra cliché e paesaggi da cartolina, alla ricerca dell’agognata risposta richiamata dal titolo del film. Sei mesi di viaggio in 75 minuti, peregrinando fra le meraviglie e le vergogne del nostro Bel Paese, per mettere in luce le sue eterne contraddizioni e quell’infinità di motivi per cui vale la pena di andare o restare.

Partendo dai grandi marchi, Gustav e Luca cominciano con l’intervista a un’operaia della Fiat di Torino e proseguono con una visita all’ultima fabbrica italiana della moka Bialetti, che nell’aprile 2010 ha messo in mobilità i centoventi dipendenti dello stabilimento di Omegna (Piemonte) per chiudere e spostare l’intera produzione in un Paese dell’est europeo.

Parlando della rinomata cucina italiana l’inquadratura si sposta verso il fondatore di “Slow Food” Carlo Petrini e prosegue il cammino verso la Calabria di Rosarno, per registrare le drammatiche condizioni dei braccianti agricoli che per venticinque euro al giorno lavorano fino a dodici ore, raccogliendo le arance e i pomodori che poi finiscono sulle nostre tavole…

Fra scandali e “Ruby-gate” Luca e Gustav si ritrovano alla manifestazione “In mutande ma vivi”, tenutasi il 12 febbraio 2011 al Teatro Dal Verme di Milano e organizzata dal direttore del Foglio Giuliano Ferrara per ribattere agli attacchi contro l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Poi l’intervista a Lorella Zanardo, autrice del documentario “Il corpo delle donne”, e una piccola visita a Predappio, cittadina emiliana che ha dato ai natali Benito Mussolini e che oggi rappresenta la meta preferita dai vacanzieri fascisti.

La spedizione continua a Napoli, fra spazzatura e panorami da sogno, e poco dopo in Sicilia, tra la mafia descritta dalle commoventi parole di Ignazio Cutrò (imprenditore sotto protezione) e la cultura argomentata dalle forti sentenze di Andrea Camilleri, secondo cui “lasciare il proprio Paese per scelta equivale a disertare”.

Si procede con i dodici ecomostri di Giarre e l’ingegnoso progetto dell’Incompiuto Siciliano, per poi riattraversare il mare verso la Puglia di Vendola e di Padre Fedele, che delinea i pregi e i difetti dell’Italia attraverso la metafora: “Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”…

Una traversata attraverso i vizi e le virtù degli Italiani, con statistiche e immagini da sconforto, ma sempre accompagnate da straordinarie parole ed esperienze in grado di far tornare il sorriso anche sulla bocca dei più scettici pessimisti.

Si può guardare il documentario cliccando qui: http://tv.wired.it/entertainment/2012/05/09/emigrare-o-resistere-scoprilo-nel-documentario-italy-love-it-or-leave-it.html

 

Terraferma – Recensione

“Terraferma” è il nuovo film del regista di origini siciliane Emanuele Crialese, in concorso alla sessantottesima Mostra internazionale del cinema di Venezia, che si è appena conclusa. Il film ha ottenuto un ottimo riscontro, e gli è stato attribuito il Premio della giuria. Il mare può separare e isolare mondi e persone, ma anche unirli e trasformarli: è questo il tema principale del suo lavoro; torna ad ispirare Crialese, il mare, dopo “Respiro” e “Nuovo mondo”, altri due film molto applauditi.

La prima inquadratura di Terraferma è proprio dedicata al mare, scandagliato nelle sue profondità, di cui sembra di sentire il respiro. Altre ne seguiranno ancora, nel prosieguo del film, a scandire le fasi del racconto. La storia attinge dalla cronaca degli ultimi anni: su una piccola isola siciliana, che ricorda Lampedusa ma in realtà si tratta di Linosa, sbarcano le precarie imbarcazioni dei migranti. Gli abitanti, lacerati dalle contraddizioni della modernità, devono affrontare questa nuova realtà. C’è chi continua ad obbedire, come ha sempre fatto, alla legge del mare, quella che impone di aiutare chiunque sia in pericolo e di riportarlo a terra; sono perlopiù gli anziani pescatori, fedeli alla loro identità, anche se vivono in maniera sempre più difficile la modernità e non riescono più a vivere del loro lavoro. Altri temono che gli sbarchi possano compromettere l’immagine dell’isola, affacciatasi ad un prospero futuro di sfruttamento turistico, nel quale intravedono l’unica possibilità di guadagni consistenti.

Lo Stato impone la sua presenza vietando agli abitanti di aiutare i migranti, sequestra le barche dei pescatori che li hanno presi a bordo; proprio la rappresentazione del ruolo delle forze armate e quindi dello Stato, in questo film, è l’elemento che ha suscitato alcune perplessità; molti hanno rilevato una eccessiva accentuazione dello scontro tra “buoni e cattivi”, e una lettura troppo “politicamente corretta” delle drammatiche vicende legate all’emigrazione. Forse la presenza dei rappresentanti dello Stato costituisce quasi una necessità narrativa all’interno della storia, perché mette in moto la vicenda. D’altronde il regista ha dichiarato di non aver voluto fare un film “a tesi”, e di aver scelto come pubblico ideale “un bambino di sette anni”. Dunque se di film politico si può parlare, è a proposito delle riflessioni etiche che induce nello spettatore, aprendo uno sguardo profondo su temi quali la convivenza, la contaminazione e condivisione. Esemplare a tal proposito la scena notturna dell’”assalto” dei poveri migranti sfiniti all’imbarcazione di Filippo, il giovane protagonista. Una scena che difficilmente, a mio avviso, gli spettatori potranno dimenticare.

Nel film, incentrato sulle vicende di una piccola famiglia, è molto importante, tra i protagonisti, proprio il ruolo di Filippo, un ragazzo di vent’anni che ha perso il padre, scomparso in mare. Filippo è molto legato al nonno Ernesto, con cui lavora sul peschereccio di famiglia; è lui a vivere in prima persona le problematiche connesse all’accoglienza degli stranieri che vengono dal mare, e si rivela da subito come un eroe positivo, anche se non riuscirà sempre a salvare tutti gli uomini alla deriva. Altro personaggio chiave del film è Giulietta, la mamma di Filippo, divisa tra l’attaccamento alle radici e le esigenze di cambiamento e di trasformazione. Il suo personaggio si muove tra un’iniziale ostilità nei confronti della famiglia di migranti salvata dal nonno e una graduale apertura nei loro confronti. Di fronte allo sguardo di Timnit, la donna etiope che qui recita raccontando la sua storia vera di migrante, Giulietta scioglie i nodi della paura e della chiusura.  Queste due donne che si guardano negli occhi ed aprono il loro cuore sono un segno di speranza, e tracciano la via di un’”umanità” nuova.

Vitrum e la formula "co-producers"

Il mondo del cinema è un mondo duro: difficile entrarci, difficile rimanerci, difficile tirarci fuori la pagnotta. Le stelle di Hollywood, le major e la notte degli Oscar hanno costruito negli anni un immaginario collettivo piuttosto lontano dalla realtà comune di chi lavora nel campo. Un’analisi molto più cruda e veritiera la si può riscontrare nel serial (e recentemente film, recensito dalla nostra Erika Farris) Boris, che infatti è molto apprezzato dagli addetti ai lavori.
Se un autore, dopo anni di gavetta e rospi ingoiati, cerca di realizzare il suo primo progetto importante, si trova davanti a porte chiuse in faccia, promesse di telefonate mai mantenute, “graduatorie” soffiategli dal figlio del produttore, per non parlare di cose più losche, che tralascio per non divagare.

Marco Cei e Andrea Bruno Savelli
Marco Cei e Andrea Bruno Savelli

Questo mondo lo conosce bene Marco Cei, che lavora nel campo della produzione cinematografica dal 2000, è docente della scuola di cinema Anna Magnani di Prato, ed è anche scrittore, sceneggiatore, attore, regista e produttore.
Dopo aver lavorato sul progetto per anni, Marco va a bussare alle porte delle grandi case di produzione italiane, inutilmente.

Un autore che si ritrova in questa situazione, solitamente ha solo due alternative: trovare i soldi in qualche modo – autoproducendosi se è ricco, raccattando qualcosa qua, qualcosa là se non lo è – oppure rinunciare e tornare alle agenzie di lavoro interinale.
Marco invece pensa a una terza alternativa: il sistema “the coproducers“.

Riassumendo, con questo sistema tutta la troupe e il cast lavorano inizialmente in modo gratuito, ma viene loro riconosciuta una percentuale di proprietà del film, stabilita secondo diversi parametri. A film finito, tutto l’incasso viene suddiviso tra i membri con le relative percentuali. Una sorta di cooperativa cinematografica, insomma.

Villa Caruso
Villa Caruso

La differenza con la “macchina” cinematografica classica, ovunque nel mondo, è che il produttore paga un tot gli attori, un tot la troupe, e il contratto è risolto. Se poi il film incassa una quantità spropositata di denaro, tutto il surplus rimane nelle casse della produzione. L’esempio che cito sempre è quello di Star Wars, il film che ha fatto la fortuna di George Lucas: se fosse stato fatto con il sistema co-producers, Lucas non sarebbe l’unico miliardario oggi, bensì tutto il cast e la troupe del film, perché ogni volta che il film avesse guadagnato dei soldi, sia pure in concorsi o a distanza di trent’anni, quei soldi sarebbero stati sempre suddivisi secondo le percentuali stabilite.
Naturalmente, ci sono i lati – non negativi – ma rischiosi. Si tratta comunque di una scommessa: il successo di un film non è sempre prevedibile. Ma senz’altro questa formula carica responsabilità su tutti coloro che ci lavorano, spronandoli a fare un lavoro al meglio delle loro possibilità, in quanto questo si ripercuoterà direttamente sul loro guadagno.

Questo sistema è sempre più utilizzato, proprio perché le grandi produzioni cinematografiche sono circoli estremamente chiusi ed elitari. Il contratto di coproduzione o sue varianti sono quelli più utilizzati dalle produzioni indipendenti, e non solo in Italia: parlando con Christian Bachini (ve lo ricordate? Lo abbiamo intervistato tempo fa), star dei film d’azione tutta italiana, in ascesa in Cina, ho scoperto che anche lì questo è il sistema che va per la maggiore, perché è quello che permette di far partire la produzione praticamente subito e senza troppe preoccupazioni.

Carlo Monni
Carlo Monni

Il film di Marco Cei si chiama Vitrum – riverberi nello specchio, e vede un cast di talentuosi attori – purtroppo poco noti al pubblico (per ora, eheheh…) – affiancati da una vera star del cinema toscano: Carlo Monni.
Le spese vive del film sono state coperte dallo stesso regista e dalla casa di produzione indipendente Diogene, di cui uno dei membri, Andrea Bruno Savelli, è anche uno dei protagonisti del film.
Vitrum è un thriller con venature horror, ambientato quasi completamente in una suggestiva e antica villa, appartenuta per anni al famoso tenore Enrico Caruso.

Il giardino interno
Il giardino interno

Le riprese del film cominceranno il 5 settembre, e sono previste cinque settimane di riprese.
Vi invito a seguire il blog ufficiale del film e la pagina fan su facebook, dove potete già trovare l’elenco del cast e della troupe, e dove potrete seguire in tempo reale la produzione del film, con foto e commenti postati (possibilmente) ogni giorno. Diffondete!

PS: l’autore dell’articolo, oltre a essere il revisore malvagio pagato in carne umana di Camminando Scalzi, incidentalmente è anche l’aiuto regista di Vitrum. Se noterete più refusi del normale sulle pagine di CS, nel prossimo mese e mezzo, saprete perché. 😀 (grazie per la fiducia ndGriso)

Il calore di Dieci Inverni

L’amore è:

– tu, che l’hai conosciuto/a per caso;
– lui/lei, che pensi sia il tuo Lui, la tua Lei;
– tu, che quando lo/la pensi sorridi o piangi;
– lui/lei, che vorresti chiamare quando sei triste o felice;
– tu, che vivi nella speranza di vederlo/la;
– lui/lei, che non è sostituibile;
– tu, che hai paura di soffrire, ma già soffri da morire;
– lui/lei, perché se ti guarda non puoi respirare e il suo sorriso ti taglia le gambe
– tu, che desideri sentire la sua voce, ma hai paura di quello che potrebbe dirti;
– lui/lei, che è appassionato e appassionante;
– tu, che ti chiedi perchè;
– lui/lei, che è lontano e sai che ti dimenticherà;
– tu, che aspetti il momento in cui lo dimenticherai.

Gli amori non sono tutti uguali: qualcuno è normale e qualcuno è speciale; ci sono amori fragili e amori contorti, amori in cui soffri solamente tu e quelli che non si realizzano mai.

Dieci inverni, il prologo di un amore lungo dieci anni, difficili, tormentati, incompresi, lontani, ad alimentare una passione che rimane intensa e intatta proprio perchè non si realizza. Comincia così una strana storia d’amore, anzi il prologo di una strana storia d’amore, tenace ma astratto, che richiederà dieci anni per concretizzarsi pienamente; dieci anni, anzi dieci lunghi e freddi inverni, durante i quali si conoscono e si frequentano, si perdono e si ritrovano, vivono altre vicende ed altri amori, correndo sempre in direzioni opposte, senza mai voltarsi indietro ad aspettare l’altro. Li lega un forte senso di appartenenza che è amore mascherato da amicizia, l’attitudine di vedere la vita allo stesso modo e, soprattutto, la capacità di capire gli errori dell’altro.

Eppure dovranno trascorrere dieci lunghi inverni, passati a rincorrersi tra la nebbia di Venezia e il gelo di Mosca  prima di scoprire in se stessi la consapevolezza che l’attrazione che li unisce è amore.

1999, Due studenti Camilla (Isabella Ragonese) e Silvestro (Michele Riondino) in quel di Venezia incrociano i loro sguardi su di un vaporetto,  lei timida e graziosa, lui all’apparenza molto sicuro di sè, una volta rotto il ghiaccio lui decide di seguirla passando con lei una rivelatoria e castissima notte che trascorre tra parole non dette e sguardi sin troppo eloquenti. Inizierà cosi una lunga storia d’amore come cantava Gino Paoli, ma a distanza perchè la vita, o se preferite il destino, li porterà sempre ad un passo l’uno dall’altra, rendendoli consapevoli, ma non troppo del loro sentimento che invece di spegnersi, sembra rafforzarsi. Così attraverso dieci anni e dieci inverni i loro cuori terranno bene al caldo un sentimento solo all’apparenza fugace, ma pronto invece a superare qualsiasi difficoltà perchè allevato con costanza e accompagnato verso una primavera metaforicamente liberatoria, in cui potrà sbocciare e diventare anche altro.

Il  regista esordiente Valerio Mieli, che ci regala un film dotato di  un garbo davvero gratificante per chi assiste alle sue poetiche transizioni attraverso acquerelli invernali ricchi di consistenza e popolati da due protagonisti credibili e intensi. Avventura sentimentale che, tra liti e riappacificazioni, segue la crescita dei due protagonisti, segnati dall’ingresso nell’età adulta e che si trovano ad essere nemici, amici, conoscenti, innamorati, vicini e distanti, mentre vivono altri rapporti di coppia e condividono la stessa casetta sulla laguna. I due protagonisti si muovono  fuori coordinate. Ognuno per sé e in disfunzione dell’altro, con un comun denominatore che finisce sempre con l’essere ingannato. Un gioco schematico con pochi schematismi e con qualche pausa: dieci inverni son tanti e non tutte le annate conservano la stessa intensità, la medesima urgenza espressiva. E alcune tonalità rischiano di perdersi in sottotrame risapute. Il finale è facilmente immaginabile, ma non intacca un’unione amorosa che sa emozionare. E lascia qualche domanda aperta: Camilla e Silvestro hanno sprecato troppi minuti di non-amore oppure la densità sentimentale ha richiesto tempo per realizzarsi completamente?

Indimenticabile e amabile Vinicio Capossela che regala la colonna sonora al film, e con un’intensa Parla Piano racconta con garbo il rapporto che vuole esplodere nella sua purezza. Delicato e struggente. E ricorda che “Quando ami qualcuno meglio amarlo davvero e del tutto o non prenderlo affatto”.

Chi scrive crede che, se avesse utilizzato dieci anni di vita per rincorrere il suo Silvestro, il tempo non sarebbe stato del tutto sprecato.  Ma come detto prima certi amori non si realizzano mai.

E altri sì.

httpv://www.youtube.com/watch?v=yDyRCUqRnng

Stand by Me: i ricordi che tengono caldo

“Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, ma chi li ha?”

Quanti secoli fa abbiamo avuto dodici anni? Chi si ricorda più di quell’età preistorica, quando ancora le ragazze (e i ragazzi!) non erano la cosa più importante, eppure in qualche modo già ci si stava misurando con il mondo? Stand by me di Rob Reiner è un viaggio a ritroso verso quell’età, la memoria di una lunga, avventurosa camminata di quattro dodicenni, altrettanti Huckleberry Finn, per due giorni di fine estate del 1959.

Gordie, Chris, Vern e Teddy vogliono trovare il cadavere di un ragazzo travolto da un treno da qualche parte lungo un fiume, e lo vogliono fare anticipando la polizia.

L’avventura di quella estate lontana è narrata in terza persona proprio da uno di loro, Gordie Lachance, ormai adulto e scrittore affermato (Richard Dreyfuss). Proprio la notizia, letta su un quotidiano, della tragica morte di Chris (R. Phoenix), suo amico d’infanzia, lo riporta al ricordo di quella vacanza estiva che segnò la fine della fanciullezza per entrambi.

Ognuno dei quattro ragazzi ha problemi familiari più o meno gravi, e vive le dolorose contraddizioni dell’età con atteggiamenti anticonformisti simili a quelli del giovane Holden di Salinger. Per ognuno di loro è vitale trovare un nuovo punto di riferimento, che non sia più solo la famiglia. Tra loro nasce quella complicità eccezionale, costruita sulla sincerità spietata, cinica fino alla crudeltà. Forse il solo momento nella vita in cui si è veramente liberi di essere sé stessi, nel contempo schiavi dell’impellente bisogno di ricercare e sviluppare una propria identità consapevole e capace di interagire con la realtà esterna.

Il viaggio del film risulta un vero e proprio rito d’iniziazione, costituito appunto da prove da superare per crescere: la sfida del mostro (il cane Chopper) per scoprire la differenza tra mito e realtà; il rischio della morte e il brivido della sfida (il treno sul ponte); la paura del buio (la notte accampati nel bosco); il rapporto con il proprio corpo e la resistenza al dolore fisico (le sanguisughe); il coraggio di affrontare ragazzi più grandi, la banda di Asso (K. Sutherland), bulletti solo arroganza e niente cervello.

I quattro amici condividono ogni difficoltà e ogni scoperta del loro breve viaggio, affrontando i problemi di ognuno con intensi momenti di confidenza reciproca. E superano gli ostacoli uniti dalla convinzione che il pericolo, e le sfide, devono essere affrontate. È l’amicizia a essere continuamente focalizzata, perché a quell’età, come dice l’autore, è un sentimento totale e puro.

Una delle scene memorabili è il magico incontro all’alba tra Gordie e il cerbiatto, momento poeticamente incantevole che il ragazzo conserverà segreto nel suo cuore. Non lo racconterà agli amici perché: “Le cose più importanti sono le più difficili da dire“.

Perché ognuno ha un ricordo, e chi è fortunato più d’uno, che conserverà sempre: che siano le partite a nascondino intorno al quartiere, i pattini rossi su cui vi spingevano, o i giri in bici sotto il bollente sole d’agosto. Chissà cosa daremmo per rivivere uno di quei pomeriggi che sembravano infiniti.

Da un romanzo del re dell’orrore, Stephen King, un film fine e delicato, ricco di acute osservazioni psicologiche sull’amicizia e le incomprensioni familiari,  capace di riportare il difficile addio all’adolescenza.

È rimasto qualcosa in noi di quei bambini? C’è traccia di quel bambino sperduto? C’è traccia di quel fanciullino che avrebbe dato la mano per proteggere l’amico?

Stand by me” centra l’obiettivo, raccontandoci una storia commovente in un crescendo emozionale che, a tratti, sfiora la poesia. Un miracoloso equilibrio della memoria tra sentimento e avventura. Sarebbe piaciuto a Truffaut.

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Boris: un flop da segno dei tempi?

Una serie televisiva ambientata nel “dietro le quinte” del frivolo set de Gli occhi del cuore: una fiction come tante, tra sceneggiature insignificanti, interpreti incapaci e professionisti disillusi. Una meta-serie originale e ironica, con colonna sonora di Elio e le storie tese, un cast d’eccezione e un’incredibile lista di guest star d’eccezione: da Corrado Guzzanti a Paolo Sorrentino e da Laura Morante a Filippo Timi.

Nel 2011 la serie tv si sposta sui grandi schermi delle sale italiane nella versione di un film ambientato nel set de La casta: l’interpretazione cinematografica del noto libro-inchiesta dei giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Boris comincia con un Renè Ferretti (Francesco Pannofino) all’opera con le riprese del film Il giovane Ratzinger, che decide di abbandonare a causa delle continue intromissioni di una Rete che gli impedisce di lavorare liberamente.

Incappato a guardare l’ennesimo cinepattone al cinema, Renè decide di rimettersi a lavoro, stavolta mirando a realizzare una pellicola impegnata… La storia prosegue intrecciando una trama sarcastica e avvincente con la rappresentazione acuta e sarcastica di una fotografia dell’Italia odierna.

Boris è ambientato in un Paese in cui le fiction beneficiano di circa 300 milioni all’anno e il cinema di appena 40 milioni. In un Paese in cui i cine-panettoni totalizzano il record di incassi con il beneplacito di case cinematografiche che puntano al profitto e mai alla qualità.

Boris è inserito in un luogo in cui i teatri si riempiono di risate per gli spettacoli di un noto Martellone e dei suoi insulsi tormentoni, tra “Bucio de culo” e “Sti cazzi”. In un contesto in cui la più capricciosa e incapace delle attrici è candidata a Strasburgo.

Boris è girato nella patria di giovani talenti sfruttati da ricchi sceneggiatori che fanno la bella vita speculando sulle loro ambizioni, e dove la passione e la genialità soccombono sotto il peso di un sistema che non trova spazio per loro.

Boris è perfettamente impiantato all’interno del contesto italiano, dove le sale vuote davanti alla proiezione del film sembrano dare un’ulteriore dimostrazione di quanto il flop di una pellicola possa rispecchiare i tanti flop di questo Paese.

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Santa Maradona: la sregolatezza pura mi esalta

Torino. Andrea, Bart, Lucia e Dolores: giovani, carini e disoccupati. Basterebbero queste tre parole per riassumere in breve il senso e la trama di questo lavoro, uno scorcio di vita in una città non più tetra e satanica – come la tradizione vuole – ma che, anche se solare e pulita, respinge in ogni modo i suoi figli. Andrea è quello che le prova tutte per avere un posto di lavoro degno della sua laurea in lettere ma senza fortuna; Bart invece, è sempre davanti alla televisione al limite dello stress; i due sono amici e dividono lo stesso appartamento, in costante gara fra loro a chi racconta cazzate sempre più stupide e inutili. Lucia, indiana, è a un esame dalla laurea mentre Dolores è il compromesso lavorativo della quale Andrea s’innamora. Il lavoro come nuova maledizione che si abbatte su questa città, la Juventus come squadra vincente, il compromesso come tradimento. Saltando da un colloquio di lavoro all’altro, Andrea si innamora perdutamente di Dolores contro la quale sbatte un pomeriggio mentre si precipita correndo a un appuntamento con l’ennesimo direttore del personale. Una storia d’amore improvvisa e appassionata che paradossalmente sarà d’aiuto a tutti i protagonisti, spingendoli a ritentare il salto: inventarsi un nuovo futuro e cambiare tutto ciò che non piace.

Cosa significa il titolo ce lo spiega il regista : “Santa Maradona è una canzone di Manu Chao del 1994, che – compresa la tournée ancora in corso – il cantante franco-spagnolo utilizza per chiudere i suoi concerti. In questa canzone si mescolano cori da stadio, telecronache, musica punk: un modo di rendere epico il mondo del pallone. Maradona diventa un santo protettore che vegliava sugli italiani e che ora non c’è più. Gli hanno aggiunto Santa come per metterlo sul calendario. Nel film c’è questa stessa commistione di elementi: commedia, azione, dramma, cartoni animati, musica, e naturalmente calcio. E un’analoga voglia di rendere epico il quotidiano: due persone che parlano, il volto di una persona che si ama, le chiacchiere quotidiane.”

Ma l’avventura dei quattro avanza rapidamente tra battute salaci e divertenti, fino alla discussione urlata tra Andrea e Bart, che si vomitano addosso verità dure e drammaticamente dolorose.

Questo dialogo serrato è uno scatto ben preciso delle paure, delle insicurezze, dell’insoddisfazione che ci spinge a cercare qualcosa di meglio. Per quelli che dell’aperitivo in centro alle sei, della passeggiata al parco e del cinema la domenica pomeriggio si sono rotti i coglioni. Perché a volte siamo tormentati dal desiderio perenne di cose lontane, dalla ricerca di un altrove che non conosciamo, dalla volontà di fare qualcosa convinti che si possa cambiare e fare meglio.

Perché spesso ci troviamo risucchiati da un vortice, da quel movimento continuo da cui non riusciamo a uscire. E ci rende insoddisfatti, scalpitanti e desiderosi di abbandonare il vecchio per la ricerca di un altrove. Sullo sfondo, una Torino che è sinonimo di sicurezza, continuità e impegno garantiti dalla fabbrica. Con il rischio di perdere la percezione di sé, delle proprie idee e della propria personalità. Perché diciamolo: molti di noi hanno giurato “Non farò mai la fine dei miei genitori”.

Non perché disprezziamo le loro scelte ma pensiamo di volere altro con tempi, modi, ritmi diversi. Cosa sia poi questo altro è da definire.

Ma spesso ci lasciamo travolgere da meccanismi in cui non ci riconosciamo e viviamo come se fossimo distaccati da noi stessi, per inerzia o abitudine. Università, lavoro, amici di sempre, partite di calcetto e magari il grande amore. Accontentarsi? O forse è la normalità la vera rivoluzione?

L’uomo in più: questo sconosciuto

L’uomo in più.

Un film che è un capolavoro assoluto.

Un film che chi lo ha visto lo ha amato.

Un film che è troppo sconosciuto.

Non si può non rendere onore a Sorrentino per questo film.

Questa non è una recensione, è un osanna a questo lungometraggio.

Due personaggi, stesso nome, caratteristiche e caratteri opposti.

Due modi diversi di affrontare il successo e il declino, due persone fondamentalmente deboli, insicure, come la maggior parte di noi, che affrontano la vita come meglio sanno fare. La vita ci pone davanti a delle scelte e delle situazioni che affrontiamo quotidianamente e cerchiamo di farlo alla nostra maniera, pensando che sia quella migliore.

Con i nostri stessi occhi è difficile guardare i nostri errori e ancora di più ammetterli.

Con i nostri stessi occhi è difficile capire chi è la persona di cui ci possiamo fidare, e ancora più difficile comportarsi sempre in modo che lei si possa fidare di noi.

Ma quando poi ci rendiamo conto di alcune cose, la reazione può essere inaspettata.

Nel film i due personaggi sono interpretati benissimo da Toni Servillo e Andrea Renzi; gesti, abitudini, movimenti ma soprattutto parole e modo di parlare ci fanno entrare in una realtà parallela, dove abbiamo a che fare con uomini veri e non con attori. Tutti i personaggi che girano intorno ai protagonisti sono vicini a noi: li incontriamo nei bar, per strada, in ufficio. Ci sono personaggi viscidi, mediocri e personaggi semplici, forse pure un po’ all’antica, che forse sono la parte più sana della società descritta. La critica spietata al mondo del calcio e dello spettacolo si fonde, senza dover trovare colpi di scena eclatanti, nella descrizione dei momenti di vita quotidiana dei protagonisti, che si ritrovano spesso in completa solitudine. La timidezza e la sobrietà di Antonio Pisapia viene congelata in due parole, quando in televisione riceve i complimenti per un goal in rovesciata lui ribadisce: “mezza rovesciata”. La strafottenza e la spavalderia di Tony Pisapia viene espressa magistralmente nel lungo monologo finale, ma bastano anche qui tre parole, che vengono ripetute varie volte nel corso del film: “mi sono svegliato tardi”, quando motiva alla figlia la sua assenza al funerale del padre.

Il film è un cult per i fan di Sorrentino, ma in generale per i cacciatori di citazioni… Non c’è frase che rimanga dimenticata, non c’è espressione che non diventi icona; l’ambientazione napoletana, inoltre, facilita l’immaginazione (per chi è della zona) nella costruzione della connessione fra i due, punto che fino alla fine lascia in bilico lo spettatore.

Insomma, iniziamo con la meritocrazia: questo è un filmone!

Il molosso

Gli articoli della rubrica sono disponibili anche su www.polsodipuma.blogspot.com

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Oh mio capitano: quando il prof è un mentore

Chi ha avuto la fortuna di incontrare un insegnante appassionato e appassionante sorriderà ripensando a quel prof. che non leggeva il manuale e non ripeteva meccanicamente nozioni; a quella figura che raccontava una storia coinvolgendo totalmente gli studenti. Una lezione di letteratura o di storia che era anche lezione di vita.

Lo stesso fanno Robin Williams nell’”Attimo Fuggente” e Sean Connery in “Scoprendo Forrester“.

I contesti non potrebbero essere più diversi, ma l’essenza dell’insegnamento è la stessa. Il primo insegnante per vocazione, il secondo educatore suo malgrado, ma entrambi riescono a proiettare la potenza di uno scritto, della parola, del pensiero autentico, e della necessità di esprimersi – se non per farsi ascoltare – almeno per sé stessi.

L’attimo fuggente è ambientato in Vermont, 1959. Nell’austera accademia maschile di Welton dove le regole severe e la disciplina ferrea sono all’ordine del giorno, piomba l’estroverso professore di letteratura John Keating (Robin Williams), che come un fulmine a ciel sereno ribalta le regole della scuola e l’approccio al programma e all’insegnamento, incoraggiando il lato creativo ed anticonformista dei suoi studenti.

In un ambiente così rigorosamente conservatore il nuovo ed eccentrico professore d’inglese non è visto di buon occhio. I suoi metodi bizzarri, la sua avversione verso chi ingloba in schemi e diagrammi la materia che insegna, la sua ambizione d’instillare nei ragazzi il desiderio di “trovare la propria voce”, la propria unica e vitale espressione d’individui, ne farà sì un osservato speciale da parte del corpo insegnante, ma anche un vero e proprio idolo per i giovani studenti.

Come ricorda il professor Keating, il capitano: “Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo”.

Una di quelle pellicole che non possono lasciare indifferenti perchè contengono spirito, pensiero, amore, emozione. Uno di quei lungometraggi che rimangono impressi nel tempo, ineguagliabili nella storia e indelebili nella mente di coloro che lo guardano. Il regista Peter Weir riesce a miscelare spessore, poesia, racconto di formazione. Il resto è un grandissimo e intenso Robin Williams e un gruppo di talentuosi ragazzi che tengono la scena con un godibile mix di acerbo talento ed entusiasmo che non potrà non coinvolgere. Perché l’educazione e la formazione sono tali se scavalcano il perimetro delle aule scolastiche, e solo i buoni insegnanti invitano gli studenti a guardare l’infinito che si trova oltre la siepe.

Nell’altra pellicola, Scoprendo Forrester, il rapporto tra professore e alunno sarà, se possibile, ancora meno convenzionale.
Il film è ambientato nel Bronx. Da un lato uno scrittore avanti negli anni, vincitore di un Premio Pulitzer per l’unico libro pubblicato, è recluso volontariamente nel suo appartamento. Dall’altro un giovane sedicenne di colore di grande talento desidera segretamente diventare uno scrittore. Il primo non vuole incontrare più il mondo, mentre il secondo pur essendone immerso vorrebbe uscirne per riuscire a esprimere liberamente ciò che sente dentro. L’anziano e irascibile William Forrester, interpretato da un intensissimo Sean Connery, diventa il mentore del giovane Jamal, istruendo e addestrando la sua scrittura. “Prima scrivi col cuore e poi rivedi con la testa. Il primo concetto è scrivere, non pensare”. Nel corso dei loro incontri cresce l’affetto e la stima, un rapporto che cambia la vita a entrambi. Lo scrittore riesce a far emergere tutta l’intelligenza del ragazzo, e Jamal ha il merito di far ritornare l’anziano letterato alla vita, lasciando per sempre dietro di sé il desiderio di isolamento. Nell’ambiente silenzioso, quasi fuori dal mondo dell’appartamento di Forrester, affollato di pile polverose di classici della letteratura, animato solo dal ticchettio della macchina da scrivere, Jamal fa i primi passi nel mondo della scrittura, scendendo nel profondo di sé, rimestando fra sogni, desideri, passioni, gioie e dolori.

Il legame tra i due uomini di età, classe sociale, cultura, etnie diverse, uniti soltanto dall’amore per l’arte di scrivere, si approfondisce: diventa anche un’amicizia reciprocamente protettiva e pedagogica.

Morale? I mentori spingono a farsi domande da minestra. Perché “molti uomini hanno vita di quieta disperazione: non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno. Osate cambiare, cercate nuove strade.”