Intervista a Sergio Staino

[stextbox id=”custom” big=”true”]Camminando Scalzi.it intervista Sergio Staino

Erika Farris ha intervistato Sergio Staino, famoso autore di fumetti italiano che attraverso il suo celebre personaggio Bobo da anni racconta sé stesso e le vicissitudini della travagliata storia politica italiana. Nel corso della sua appassionata carriera collabora con quotidiani e riviste, e pubblica svariati libri di strisce e illustrazioni, trovando comunque il tempo per dedicarsi al mondo del cinema, del teatro e della televisione.[/stextbox]

A che età ha deciso che avrebbe voluto fare il fumettista? E quale percorso ha intrapreso per diventare il Sergio Staino che oggi conosciamo?

Ho iniziato tardi. In zona Cesarini: un giocatore di calcio diventato famoso perché faceva goal sempre quando stava per scadere il 90° minuto. E io mi sono sentito un po’ lo stesso. Avevo 39 anni quando ho cominciato a fare fumetti, quindi avevo già fatto tante e tanti lavori prima. Ho cominciato a lavorare a dodici anni in una fabbrica di ceramica, e poi dopo due anni ho ripreso a studiare, su impulso di un professore che mi voleva bene. Successivamente ho fatto l’istituto d’arte, e siccome sono andato particolarmente bene ho deciso di iscrivermi all’università e laurearmi in architettura. Ho anche lavorato al bar per un po’ di anni finché sono entrato nel Movimento dei Marxisti e Leninisti e ho deciso di andare a insegnare in una scuola media per avere più tempo libero per fare la rivoluzione… Nel ’79 mi sono ritrovato con un grande amore per la mia attuale compagna. All’epoca amore adulterino e clandestino perché io ero già sposato con un’altra. Lei peruviana, senza permesso di soggiorno, con una bambina fatta insieme, e quindi una bella felicità, però da un punto di vista della collocazione sociale, nulla.

Avevo solo un posto precario alla scuola. Molto precario perché io insegnavo educazione tecnica e al periodo era in discussione un progetto di legge che prevedeva di dimezzare gli insegnanti, che poi non passò, ma all’epoca sembrava che passasse. E questo mi accadeva con molti errori alle spalle, molte bruciature, ammaccamenti e cose non riuscite, e così ho provato a raccontarle in chiave umoristica, satirica, perché io avevo questa vena di vedere sempre, anche nelle cose non facili, un aspetto comico e buffo. È un’attitudine che abbiamo in molti, noi toscani, e così un giorno, in una riunione sindacale più triste delle altre i miei colleghi mi vedevano fare le mie solite caricature di passatempo e mi dicevano “Avessi io il talento che hai te”… Così tornai a casa e decisi di provarci, e il giorno dopo, il 10 ottobre del ’79 dissi a mia moglie: “faccio una striscia satirica, provo per un anno, e fra un anno vedo a che punto sono arrivato”. Mi sono messo al tavolino a pensare cosa fare e poi ho avuto l’illuminazione. “Fai te stesso – mi disse lei. – Hai un sacco di cose da dire”. Così ho fatto la mia caricatura. Mi son fatto brutto, triste, il naso rosso, già abbastanza pelato, ingrassato, messo dietro una macchina da scrivere e ho cominciato a raccontare le mie disgrazie, in chiave però molto divertente.

Dove sono state pubblicate le sue prime strisce?

Sono entrato dalla porta principale. Gli amici ridevano talmente di queste strisce che dopo una ventina di giorni le ho raccolte in una busta e le ho spedite a Linus, che al tempo era la rivista massima per i fumetti. Insomma, il 10 ottobre del ’79 mi sono messo a disegnare e i primi di dicembre dello stesso anno è uscita la mia prima storia su Linus, a febbraio la prima recensione, e un anno dopo, nell’ottobre dell’80 ero già un famoso disegnatore a fumetti. Mi è cambiata la vita. Sono entrato nel mondo del fumetto creando anche molte invidie e molti dei miei colleghi lì per lì dicevano: “ma chi è questo raccomandato che senza fare gavetta è entrato?”. Questi i più coglioni. Coi più bravi, che sono tanti, abbiamo poi fatto amicizia e oggi ci vogliamo molto bene. Credo sia una delle poche categorie, quella dei disegnatori, sopratutto satirici, dove non c’è una concorrenza così terribile e cattiva come c’è in altre categorie, come nel cinema o nella letteratura.

Lei ha fatto anche il regista cinematografico nei film “Cavalli si nasce” (1989) e “Non chiamarmi Omar” (1992). Come mai ha smesso?

Sì ho provato di tutto, ma il mio vero lavoro è comunque il fumettaro. Ho mollato il cinema sostanzialmente perché non ci vedo più bene e quindi c’è anche un problema tecnico, e ho dovuto abbandonare anche la regia teatrale per le stesse ragioni. Ma effettivamente, l’unico dei linguaggi che controllo e mi rende veramente soddisfatto del mio lavoro, è il fumetto. Cinema, televisione, teatro e letteratura li ho provati tutti alla fine ho sempre detto: “ma che cazzo ho fatto?”, e questa non è bella come domanda, perché vuol dire che non sei ancora padrone di quel linguaggio.

Lei è stato anche ideatore e direttore dell’inserto satirico TANGO, a cui hanno collaborato grandissimi fumettisti da Ellekappa, ad Altan ad Andrea Pazienza. Potrebbe dirmi se è cambiato qualcosa dal modo di fare fumetti satirici in quel periodo a oggi?

Beh diciamo che in quel periodo c’era ancora il Partito Comunista, quindi si parla ormai quasi di preistoria. Era un Partito Comunista che sentiva al suo interno l’inquietudine derivante dalla crisi che si stava avvicinando. Io ho iniziato a fare “Tango” nel 1986 e il Muro di Berlino è crollato tre anni dopo. Nell’86 forse ancora alcuni dirigenti non se ne erano resi conto, ma la maggior parte del partito sentiva che qualcosa stava cambiando e andava cambiata. Credo che Tango abbia portato il sorriso dentro il Partito Comunista, e soprattutto l’autoironia, perché prima il partito percepiva la satira solo come diretta verso l’avversario, mai come introspezione verso sé stesso. Con Tango credo dunque di aver dato al partito un aiutino a non essere distrutto dal crollo del Muro di Berlino, facendo sapere che le intelligenze soggettive e le verità oggettive che comunque erano contenute nei principi marxisti, sopravvivevano a qualunque cosa, e questo è stato l’elemento più importante che abbiamo raccontato con la satira. E non lo sapevamo. Perché le cose belle e le cose profonde nella stragrande maggioranza dei casi arrivano senza che l’autore se ne renda conto. L’importante è che tu sia sincero, che le cose che scrivi siano veramente dettate dal tuo cervello e dalla tua pancia. Se segui questo poi, incredibilmente, senza rendertene conto, trovi dietro spunti, verità, riflessioni, che sono profondamente utili e corrispondono alla realtà.

Per quanto riguarda la difficoltà di fare satira oggi, diciamo che è molto difficile quando si parla di fare satira nei giornali, perché oramai tutti i giornali sono diventati giornali satirici. A cominciare da “La Repubblica” in giù, secondo me tutti i giornali cercano il sensazionalismo; forzano i titoli e danno molto spazio ad autori caratterizzati da una matita felice da un punto di vista satirico, come Michele Serra, Curzio Maltese, il Severgnini etc. Alcuni giornali ci fanno proprio concorrenza diretta. Pensate ad alcuni titoli di “Libero” o de “Il Giornale” che in certe situazioni sono apertamente veri titoli da giornale satirico. Usano anche parolacce, parole pesanti, e quindi in questo caos diventa veramente difficile riuscire a far guizzare un’intelligenza satirica in maniera più riflessiva. Tutto vive una giornata, e tutto ha una scadenza limitatissima. Funzionerebbe meglio la satira in televisione, soprattutto perché in tv oggi non c’è spazio per la satira. Perché tanto è provocatorio il mondo della carta stampata tanto è ottuso, stupido e conformista il mondo della televisione. Io in tv ho fatto “Cielito lindo” una trasmissione che non ha fatto fortuna come ascolti, ma a ripensarci oggi tutti la elogiano, perché lì nacque la Littizzetto, Aldo Giovanni e Giacomo, ci fu l’exploit di Claudio Bisio e di tantissimi attori e autori satirici. Purtroppo però la cosa non è potuta andare avanti. Vedete anche quel poco di satira che fa la Dandini che è difeso come una trincea. Si dovrebbe fare molto di più. La speranza oggi è il web. Io ci credo molto. Una grande lezione di dissacrazione satirica ce l’ha data Wikileaks: una forma di provocazione continuata…

Gli autori satirici sono però ancora un po’ impacciati, perché le vignette riprodotte in video non sono la stessa cosa di una vignetta sul giornale. Bisogna pensare a un linguaggio che sia omogeneo, omologo e pensato con gli stessi strumenti telematici e digitali.

Differenze comunicative tra il mezzo visivo del fumetto e l’articolo di giornale. Punti di forza e di debolezza.

I punti di forza sono dati dal tipo di media in cui vai quando fai questa satira. Se vai su un giornale trasversale, che si rivolge a tutta la popolazione come “Il Corriere della Sera”, “La Stampa” o “Il Messaggero” il punto di forza è che puoi raggiungere un pubblico molto vasto. Il punto di debolezza è che il linguaggio di quel giornale ti impedisce forzature particolarmente adatte alle provocazioni. Come un Papa che si manifesta in una situazione di pedofilia. Sarebbe molto difficile inserire questo tipo di satira in uno di questi giornali. Lo puoi invece fare in dei giornali più liberi, sicuramente già ne “L’Unità” la cosa si può fare, ancora meglio nei giornali di satira. C’è il “Mamma!” ad esempio, o “Il Vernacoliere”, dove puoi andare giù sbracato quanto vuoi. Ma qui il limite è che questi si rivolgono a un pubblico che è già preparato, che già vuole sapori forti e quindi la deflagrazione che avviene quando fai una cosa trasgressiva nei confronti di ceti sociali che non se l’aspettano, in queste situazioni non avviene.

Teatro Puccini: come e perché ha deciso di ideare un’associazione come “Quelli del Puccini” e di organizzare questi incontri a un prezzo peraltro così simbolico (2 euro)? E in base a quali criteri avete scelto temi e ospiti?

In effetti da questi incontri non ci guadagna nessuno. Né chi organizza né gli ospiti che vi partecipano, che vengono solo a titolo di amicizia. Diciamo che ho la fortuna che in tanti anni di lavoro ho fatto tante belle amicizie con persone meravigliose e che oggi posso permettermi di invitarle gratuitamente. In genere gli incontri sono peraltro divertenti, intelligenti, e quindi è intelligenza che si semina, e soprattutto si fa conoscere una struttura culturale come quella del Teatro Puccini, che deve sopravvivere. Noi abbiamo diversi problemi di sopravvivenza da un punto di vista economico, di farlo conoscere, di tenerlo all’ordine del giorno nei confronti dei giovani, e c’è un problema di sfratto sul teatro, e quindi tutto quello che si riesce a fare per far crescere questa realtà… ben venga. Io ho una, diciamo, vocazione a innamorarmi di queste cause cittadine che mi sembrano belle. Per aiutare la città. Mi viene un po’ dalla formazione comunista, perché io ho fatto parte di una generazione che diventava comunista non per avere una poltrona da assessore, ma per un’enorme generosità verso il mondo. L’altro motivo è che faccio un mestiere che mi tiene sempre da solo davanti al computer e al tavolo da disegno e l’idea di lavorare con altri e ogni tanto vedere queste situazioni collettive mi allarga un po’ il cuore, perché sono una persona molto estroversa, molto sociale, come dovrebbe essere chiunque di sinistra. Quando uno sfugge, non si fa vedere, ha paura di incontrarsi con gli altri, c’è qualcosa che non va.

Le idee e gli argomenti trattati negli incontri sono sostanzialmente scelti da me, ma sono corroborati da giovani collaboratrici: Antonella, Alice e Francesca, che per me sono ossigeno. Non mi posso vantare di tutto. Ad esempio, il 26 abbiamo qui Roberto Vecchioni, e lui è uno dei miei più vecchi amici. Con lui però c’è Boosta, il tastierista dei Subsonica, e io non mi posso vantare di conoscere anche lui. Ho imparato a conoscerlo perché tre ragazze mi hanno fatto un cervello così a insistere che avrei dovuto chiamare o il cantante o il tastierista. E quindi me l’hanno fatto ascoltare e conoscere. Un grosso aiuto, inoltre, me lo danno alcuni amici intellettuali fiorentini che fanno parte di “Quelli del Puccini” che mi danno il background culturale quando magari bisogna invitare qualcuno che non mi conosce o che è più difficile far venire. Allora gli snocciolo la lista di nomi che ho con me nella mia associazione e loro dicono “vabbè, allora è una roba seria” ed è più facile. Una mallevodoria.

Cosa consiglierebbe a un ragazzo di talento, bravo a disegnare, per farsi largo nel mondo del fumetto?

Una volta c’erano delle riviste che erano molto lette ma che oggi non ci sono più. Oggi si comincia illustrando o pubblicando dei libretti per conto proprio, o illustrando libretti di amici. Io, ad esempio, Pazienza lo conobbi così. Aveva fatto un libretto che si chiamava “La settimana di otto lunedì” quando era ancora un autore sconosciuto. Mi capitò per le mani questo suo lavoro e i suoi meravigliosi disegni, e infatti poco dopo se lo prese Frigidaire e da lì nacque Andrea Pazienza. E la stessa cosa vale per Gipi, che è un grande disegnatore toscano. L’ho conosciuto, gli ho fatto una mostra a Scandicci, Fofi l’ha presentato in altre cose etc… Bisogna fare così. Lavorare, lavorare e se hai l’intuito di sentire delle persone che sono sul tuo feeling mandargli le cose. O mandare le cose anche a Staino, alla mail info@sergiostaino.it, e magari, se la cosa vale, ti comincia ad arrivare la risposta. L’importante è che ci sia la passione dentro, e ricordare che se c’è la passione non ci sono le delusioni che ti fermano, perché diventa un’esigenza. Io disegnavo prima di sfondare e avrei continuato a disegnare anche se non avessi sfondato. La prima cosa è l’esigenza del linguaggio: perché se tu hai qualcosa da dire e hai un linguaggio che ami particolarmente, questa cosa di per sé la fai. E se la fai bene, con sincerità, senza seguire mode ma  impulsi che poi sono tuoi, prima poi viene fuori il talento. Guardate Saviano. Lui aveva scritto dei racconti, li aveva mandati a Fofi e Fofi gli ha detto “ma tu scrivi bene. Perché invece di scrivere cazzate non ti affacci dalla finestra di casa tua e guardi Scampia sotto casa, la tua Napoli.” E così è nato il Saviano che tutti conosciamo. Bisogna sempre raccontare le cose e non fuggire mai per la tangente. Non andare su cose troppo surreali o fantascientifiche. Meglio raccontare sempre le cose che si conoscono e che ti danno emozioni dirette. Indignazione, felicità, qualunque tipo di emozione. Ma deve essere diretta e vissuta. Mai immaginarsi le emozioni di altri. Lo potrai magari fare più tardi, con più esperienza, ma devi sempre partire dalle tue. E poi non è vero che non ci sono storie. Perché anche solo uscendo di casa e andando a scuola, anche solo in una mattinata, se una persona sa vederle, sentirle e percepirle, quelle emozioni sono già materiale per un racconto…

Vi lasciamo con una vignetta disegnata da Staino in esclusiva per Camminando Scalzi!

Il postino – La poesia incontra il cinema…

…E “Il postino” ne è la dimostrazione. Il film, tratto dal romanzo dello scrittore cileno Antonio Skarmeta, racconta la storia del poeta Pablo Neruda, interpretato da Philip Noiret, che nell’estate del 1952 si rifugia sull’isola di Procida.

Qui incontra Mario, alias Massimo Troisi, che non ha nessuna voglia di fare il pescatore  e prende al volo il temporaneo impiego di postino per consegnare il volume di lettere indirizzate al cileno. Giorno dopo giorno i due stringeranno una sincera amicizia.

Mario si affida ai consigli e all’aiuto di Don Pablo, come lo chiama affettuosamente, per corteggiare Beatrice di cui si è innamorato. Neruda farà da testimone alle loro nozze prima di rientrare in patria.

Al ragazzo insoddisfatto e sensibile il legame col poeta apre il mondo ignoto della cultura e della idee comuniste. E trasforma la vita. Gli fornisce il linguaggio dell’amore per la ragazza che sposerà, gli permette di accorgersi della bellezza del suo paese tanto da desiderare di essere lui stesso poeta e militante.

Come a dire che poesia, politica e amore possono essere tutt’uno nella non mutilata passione di vivere; che la poesia può insegnare a parlare e pensare, a riconoscere le emozioni e a esprimerle, a vedere (e sentire) il mondo e a volerlo cambiare.

Come suggerisce Neruda “Quando la spieghi la poesia diventa banale, meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni che può svelare la poesia a un animo predisposto a comprenderla”.

Un film poetico e malinconico, testamento di un Massimo Troisi tanto malato quanto bravo.
La purezza di un cuore ignorante si incontra con la sapienza di un poeta per dare vita a un susseguirsi di eventi che purtroppo metteranno la parola fine anche nella realtà. Troisi lascia i sui personaggi tipicamente ironici, spiazzanti e balbettanti, portando sullo schermo un protagonista sognante, silenzioso e pacato. Voglioso, ma allo stesso tempo timoroso di apprendere ciò che gli è sempre mancato, ovvero la parola tradotta in poesia.

Anni dopo, il poeta e sua moglie torneranno sull’isola e incontreranno Pablito, il figlio di Mario, morto prima che il bambino nascesse. Passeggiando sulla spiaggia il poeta ascolta tutti i suoni dell’isola  che Mario aveva raccolto per lui in una registrazione. Una cassetta che purtroppo Neruda non ha mai ricevuto.

“Numero uno: onde alla cala di sotto… Piccole. Numero due: onde grandi. Numero tre: vento della scogliera. Numero quattro: vento dei cespugli. Numero cinque: reti tristi di mio padre. Numero sei: campane dell’Addolorata, con prete. Numero sette: cielo stellato dell’isola. Bello però, non me n’ero mai accorto che era così bello. Numero otto… Cuore di Pablito”.

Suggestivo e forse inquietante pensare che Il postino sia praticamente il “sacrificio” umano di Massimo. L’attore, regalando il suo ultimo film al pubblico, scompare dopo appena dodici ore la fine delle riprese.

Con gli occhi dello spettatore di oggi, fa un po’ di tenerezza e molta malinconia rivedere e riascoltare questo Massimo “Mario” Troisi postumo: tentennante come sempre, con quel linguaggio tutto intrecciato tra timidezza, dialetto e neologismi, quei gesti trattenuti e, all’improvviso, distesi, quell’aria vagamente imbarazzata di chi chiede scusa.

Un binomio perfettamente riuscito, quello tra poesia e cinema, celebrato dal pubblico e dalla critica.

Dal Washington Times: “Il Postino rappresenta quel trionfo internazionale che Troisi sperava di avere e che non ha fatto in tempo a godersi”. Dal New York Times: “Troisi dà al suo personaggio una verità e una semplicità che significa tutto”.

E dagli amici.

Fu amore a prima vista. Stavamo sempre insieme. Vedendolo nel Postino ho pianto. Era come un volo senza ali, il suo corpo smagrito fluttuava sopra lo schermo, magicamente”.

-Roberto Benigni-

Massimo aveva l’anima sul volto. Il film Capitan Fracassa mi fece conoscere Massimo, lo vidi e subito mi piacque. Poi arrivò Il Postino, dandomi la possibilità di lavorare insieme a lui, in un’esperienza unica. Penso che in tutta la storia del cinema, non ci sia nessun film simile”. I ricordi che ho di Massimo sul set sono ricordi felici, l’aria che si respirava, considerando la difficoltà che Massimo aveva nel girare, data la sua malattia, era comunque un’atmosfera rilassata e mai triste. Una cosa che mi faceva sorridere era la sua maniera di parlare, io recitavo in francese, lui nè in italiano nè in napoletano; recitava come solo lui sapeva fare. La nostra giornata sul set, era organizzata in maniera tale da rendere meno faticoso il lavoro a Massimo, la mattina giravamo per poche ore per non farlo stancare”.

-Philip Noiret-

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Lost in translation: more than this

Il viaggio è un fenomeno antico dettato dalla voglia di cambiare, di conoscere e di scoprire.

Una ricerca che può essere indefinita ma è determinata dal bisogno personale e indiscutibile di condizioni migliori. Probabilmente del sé e della propria identità. “Everyone wants to be found”. Bob e Charlotte possono definirsi due turisti in questo senso: la loro esperienza di viaggio permette il superamento del confine e della prospettiva di origine, abilita al dialogo costruttivo e mette alla prova.

La solitudine del protagonista incontra al bar dell’albergo quella di Scarlett Johansson, moglie trascurata di un fotografo in carriera. I due si sbirciano, si raccontano, frequentano le mille luci e qualche karaoke di una città in perenne fibrillazione a perdere. Infine si separano, dicendosi qualcosa di ovvio che pure non sapremo mai. La regista Sofia Coppola racconta il viaggio di Bob e Charlotte su un doppio binario: da un lato dà un affresco realistico dell’ultramoderna società giapponese, che cerca di conciliare la propria cultura con quella occidentale. È anche questo a provocare nei due protagonisti un senso di smarrimento: si ritrovano faccia a faccia con una società che, sulle prime, sembra declinata in eccesso su quella dell’ovest ma che risulta di fatto inaccessibile e misteriosa.

La sapienza registica della Coppola riesce, con classe e profonda sensibilità psicologica, a usare come metafora una società straniante per raccontare il fallimento di due vite sentimentali e della vita di coppia giunta al capolinea. Il film da un certo momento vira, cambia rotta e diventa più privato, si lascia alle spalle tutta l’alienazione provocata da una metropoli soffocante. La regia si rifugia nelle camere di Bob e Charlotte riprendendoli quando si contorcono sul letto non riuscendo a dormire, nelle varie sale dell’hotel dove soggiornano, affetti da quel mal di vivere così simile per entrambi. I dialoghi sorprendentemente calzanti, astratti ma allo stesso tempo profondi, lasciano intuire più che spiegare. Il tutto viene facilitato dall’evidente vitalità del rapporto fra i due personaggi, che interagiscono dando un tono di leggerezza e tenerezza a tutto il film; nei loro sguardi e nei loro silenzi.

È questo il senso del loro viaggio. Lost in translation è un film fatto di attimi, sguardi ed emozioni: è riservato a chi ha provato quel languore irripetibile che attraversa lo stomaco quando ci si innamora di uno sconosciuto. E non importa se è al bar di una città che non si conosce o un giardino pubblico. Toglie il respiro.

L’eccezionalità sta nella vulnerabilità e nella malinconia che traspaiono dietro la maschera umoristica, in sostanza, in quel particolare sentimento definito “il piacere della tristezza”. Dopo “Il giardino delle vergini suicide”, Sofia Coppola si conferma cineasta fatta e finita: scrive (premiata con l’Oscar) e dirige con mano sicura, non confonde sentimento e sentimentalismo, trae prestazioni strepitose dagli attori. È cinema che intriga. Fa viaggiare. E pensare. Come recita la colonna sonora, è dedicato a chi sogna e pretende per sés “more than this”.

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Credere in “La meglio gioventù”

– Vada a studiare all’estero: vada a Londra, Parigi, in America, ma lasci l’Italia. L’Italia è un paese da distruggere; un posto bello, ma inutile, destinato a morire.

– Cioè secondo lei fra poco ci sarà un’apocalisse?

– Magari ci fosse un’apocalisse! Saremmo tutti costretti a ricostruire… Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri.

– E lei professore perché rimane?

– Come perchè? Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere.

Una citazione cinematografica. Ma anche uno scambio di battute tremendamente attuale, che si potrebbe ascoltare tra i corridoi universitari o in ufficio docenti. E non solo. Può suscitare una discussione tra amici che bevono una birra o tra adulti che si interrogano sull’avvenire dei figli.

La domanda è: ci sono prospettive? C’è un futuro in un contesto che descrive l’evoluzione di una società che sembra in apnea?

Con La meglio gioventù, la cinematografia italiana legge la storia senza pregiudizi o isterismi da tifoso, e fornisce l’affresco di un’epoca storica che abbraccia gli ultimi quarant’anni delle tormentate vicende italiane. Sullo sfondo la Torino degli anni ’70, i problemi operai e dell’immigrazione dal Sud. Questo è l’incipit che prosegue fino ai giorni nostri per chiedersi e chiederci che cosa sia cambiato da allora e cosa sia rimasto uguale.
La pellicola, diretta da Marco Tullio Giordana, non è solo una fredda disamina dei fatti che vanno dall’alluvione di Firenze del 1966 fino alle vicende di tangentopoli. Il regista milanese ci racconta della contestazione giovanile del ’68, della nascita del terrorismo e delle sue metastasi, della crisi della Fiat all’inizio degli anni ’80, di Tangentopoli, della protesta fiscale di un Bossi prima maniera, della strage del giudice Falcone e della sua scorta.

E lo fa con la passione e il sentimento dei personaggi che costellano il film, i quali vivono queste vicende ora da protagonisti, ora da inerti osservatori, avendo a che fare con i piccoli e grandi problemi quotidiani. Personaggi che attraversano la storia con il coraggio di chi vuol tentare di cambiare qualcosa, il coraggio di lasciare anche solo un’ombra che possa contribuire a modificare il presente per migliorare il futuro, o vi rimangono ai margini perché troppo impegnati a trovare in sé stessi un senso alla vita che stanno vivendo.

Il film “osa” proporre come chiave di lettura un passaggio generazionale tormentato come quello dagli anni ’60 a oggi: il bisogno di ordine che porta al nichilismo, l’accettazione dell’incompiutezza e della casualità come via all’armonia esistenziale.

È la struttura di La meglio gioventù: il pubblico che s’insinua nel privato, la vicenda personale che si evolve sugli stimoli dell’attualità civile. E i sussulti del presente si riflettono nella vita.

Nella classifica della versione on line della rivista il film sulla famiglia Carati occupa la quinta posizione tra tutti i film prodotti dal 2000 al 2010. Nato come fiction tv “congelato” dalla Rai, il film corale che riflette le scelte, le avventure, le paure, le incertezze e la vita di giovani che diventano adulti. Sentimenti senza tempo in un contesto sociale che appare immutato: problemi di carattere politico, economico e culturale sempre sullo sfondo: si evolvono solo le generazioni. La durata del film ci aiuta a ricordare che la vita è lunga, e ci da il tempo per riflettere, correggerci e reinventare i rapporti. O cambiare radicalmente.

La meglio gioventù è uno di quei film che hanno il potere di costruire un mondo che non vorresti abbandonare mai più. Una positività che si coglie da una frase, pronunciata dal protagonista nel momento per lui più difficile:

– Una volta mi hai scritto una cartolina in cui dicevi “Nella vita tutto è bello!!!”. Ci credi ancora?

– No, toglierei i punti esclamativi.

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On the road: se l’amicizia passa per la fuga

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.it

Vi presentiamo oggi Elena Magro, mantovana di nascita, bolognese per studi, milanese per lavoro. Laureata in Scienze Politiche e specializzata in Sociologia, si diletta come giornalista e web editor per i portali on line di una piccola casa editrice di Milano. Ama il caffè, il tramonto, il profumo delle lenzuola pulite, la pelle abbronzata e il mordersi le labbra. E naturalmente il cinema e i libri. Buona lettura a tutti![/stextbox]

Non ho dubbi quando mi chiedono che film preferisco vedere. Italiano, senza indugi.

Il motivo? Lasciarmi trasportare dalla descrizione tutta provinciale e così realistica della commedia o del dramma d’autore.

Tra le ultime (re)visioni Amici Miei e Marrakech Express. Uguali e diversi ma indubbiamente due spaccati sociologici precisi. Il tema unificante e magico è quello del viaggio, inteso come percorso di vita. Il primo film è la storia di quattro amici vitelloni cinquantenni, che poi diventano cinque, che coltivano l’antico gusto toscano delle burle ora estrose, ora crudeli. Li tiene insieme la voglia di giocare e di non prendere nulla sul serio, nemmeno sé stessi. Un nobilastro, un primario, un barista, un architetto e un giornalista, ingannano la vita, ma soprattutto la morte (a volte fallendo), ideando “supercazzole e zingarate”: scherzacci bischeri ai danni del prossimo e della reciproca quiete famigliare. Regia di Mario Monicelli.

Il secondo racconta la storia di un gruppo di amici che, pur non vedendosi ormai da quasi dieci anni, decide di compiere un viaggio che li porterà in Marocco allo scopo di liberare un altro membro della vecchia compagnia incarcerato per possesso di droga. La vicenda darà modo ai protagonisti di ritrovare rapporti che negli anni si erano appannati. In Marrakech Express il calcetto nel deserto celebra il potere universale di una partita e del clima da spogliatoio. Regia di Gabriele Salvatores.

Chi consolida l’amicizia nel tempo e chi la ritrova. Perché a volte si ha solo bisogno di partire, per esplodere in un “erano aaanni che non mi divertivo così”. Offre il pretesto per peripezie spesso comiche, a volte tragiche, in qualche momento persino epiche. L’amicizia e l’avventura permettono la fuga verso l’utopia, conditi dal gusto di parole a volte sussurrate e spesso gridate, di sguardi d’intesa e complicità tipicamente e dannatamente maschili. Il road movie non perde il fascino del racconto di rievocazione ed evoluzione. Un bene culturale, un omaggio alla memoria collettiva. Queste pellicole made in Italy trasportano il corpo e la mente. Si vaga tra ricordi suggestivi e in una dimensione che concilia locale e globale. Ecco perché, in un vecchio cinema o sul comodo divano di casa, questi film mantengono generazione dopo generazione lo stesso messaggio: l’amicizia passa per la fuga.

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[stextbox id=”alert” caption=”Siti amici”]Ricordiamo a tutti l’esistenza del “Cinesemaforo”, un blog di recensioni superveloci (solo tre colori -i semafori- e tre righe per film), che vi tornerà molto utile quando vorrete scegliere un film da prendere in videoteca o vederlo al cinema. Non sapete cosa scegliere? Vi aiuta il Cinesemaforo![/stextbox]

Una protesta dedicata al maestro Monicelli

In molti lo ricorderanno per quella puntata di Rai per una notte in cui parlò di “rivoluzione”, quella che l’Italia non aveva mai avuto e che forse sarebbe stata l’unica speranza di riscatto di questo bistrattato Paese. Sarà ricordato per la sua ironica genialità, capace di strapparti una risata anche davanti alle situazioni più tristi e drammatiche, come la morte del suo personaggio Perozzi, interpretato da Philippe Noiret nel terzo episodio del celebre “Amici miei”.

Il 29 novembre 2010 è morto Mario Monicelli, dopo un volo di cinque piani dall’ospedale San Giovanni di Roma. L’ultimo volo di un gabbiano… Quel simbolico gabbiano omaggiato in una celebre canzone di Giorgio Gaber. Quel metaforico gabbiano che nella forza di Mario Monicelli ha trovato il coraggio di spiccare il volo fino ai 95 anni d’età.

Ci ha lasciati con la stessa shoccante spettacolarità che caratterizzava i suoi film, senza spazio per il finale travagliato e spossante di un vecchio uomo in attesa di una fine dettata da una malattia terminale. Pare quasi di vederlo mentre riesce a beffare medici ed infermieri e si allontana verso quell’ultima estrema manifestazione della sua tragicomica imprevedibilità. Un volta disse “vorrei morire un giorno in cui i giornali non sanno cosa scrivere”, e forse così è stato.

E’ andato via ma è rimasto, con le parole e le immagini dei suoi film e con le preziose lezioni di vita che ha voluto regalarci. E’ morto fra i peggiori deliri della politica, gli scandali di WikiLeaks e le strepitose proteste di piazza di precari e studenti, che da oltre una settimana vanno avanti, alla ricerca di quella rivoluzione che “l’Italia non ha mai avuto”…

L’hanno dedicata anche a lui, il maestro, quell’ultima giornata di manifestazioni del 30 novembre, prima della scellerata votazione della Camera. “Caro Mario, la faremo ‘sta rivoluzione”, si leggeva in testa al corteo degli universitari di Napoli: un messaggio comune a tante strade italiane.

Una mobilitazione che è partita con l’occupazione dei monumenti: il simbolo di quel diritto alla cultura che questa generazione ha deciso di non farsi portare via. Poi l‘invasione di aeroporti, strade e stazioni, come simbolo del disagio che da troppo tempo opprime questo Paese, schiacciato dalla mancanza di prospettive future e dalla paura di vedersi levare persino il diritto allo studio. Treni cancellati o posticipati, con migliaia di viaggiatori in attesa, senza la possibilità di programmarsi una serata… Aspirazioni cancellate o posticipate, con migliaia di persone in attesa, senza la possibilità di programmarsi… una vita.

Una protesta che continua, nonostante tutto. Da Milano a Palermo, persino con l’appoggio degli erasmus all’estero: da Siviglia a Lisbona, e da Montpellier ad Amburgo.

E poco importa se la combriccola di tristi politicanti che oggi ci governa non riesce a capire il senso di questa contestazione, perché non essere compresi da persone di simile levatura ci rende solo più orgogliosi…

[stextbox id=”custom” big=”true”]L’articolo di oggi è accompagnato da un omaggio del fumettista Segolas al maestro Monicelli[/stextbox]


The Social Network – Recensione

Dopo le critiche positivissime raccolte in giro per il mondo tra i vari festival e non solo, l’ultimo lavoro di David Fincher (Fight Club, Seven, Alien3) è approdato anche sulle rive italiane.

Diciamolo subito: The Social Network è un gran bel film. Ma come, il film di Facebook un gran bel film? Beh, precisiamo subito che The Social Network non è un film “di Facebook”, ma un film “su Facebook”. Come è nato il social network più famoso di sempre? E’ questa la domanda che ci viene posta intrinsecamente all’inizio del film, ed è probabilmente quella che rimarrà allo spettatore alla fine della visione dello stesso.

La storia prende il via con Mark Zuckerberg (interpretato da un bravissimo Jesse Eisenberg), che in una notte d’ubriachezza e depressione al college (lasciato da una ragazza, si racconta nel film) decide di entrare di soppiatto nei database di Harvard per creare una sorta di sondaggio-gara tra le studentesse più belle del campus, Facemash. La scintilla di Facebook è scattata, il giovane e indisponente (ma anche tanto solo) Mark finisce sulla bocca di tutti, e viene notato dai gemelli Winklewoss, che hanno in mente un nuovo sito-club esclusivo per gli studenti di Harvard. Da lì la proposta di lavorare insieme, con Zuckerberg che nel frattempo, insieme al suo migliore amico Eduardo Severin, comincia a sviluppare TheFacebook, trovandolo un’idea molto più interessante e con maggiori sbocchi futuri. Questo l’incipit.

Da quel momento in poi la storia si dipana, con una sceneggiatura veramente ben riuscita, attraverso la vicenda giudiziaria che ha visto coinvolti i vari protagonisti di quest’avventura, che raccontano tutti gli aspetti della tribolata nascita di Facebook con flashback che si intrecciano attraverso battute sagaci, un ritmo sempre ben gestito, che tiene lo spettatore attaccato allo schermo e con un Fincher che costruisce il film in punta di piedi, senza esagerare con tecnicismi o sperimentazioni, ma regalandoci una regia oltremodo godibile e sicuramente ad altissimi livelli.

Il claim del film recita “Non ti fai 500 milioni di amici senza farti qualche nemico”, ed è proprio lì che si piazza tutta la riflessione dietro questa vicenda. Le amicizie che si incrinano di pari passo con l’aumento dei soldi in ballo (perché in fondo di quello si parla, del più giovane miliardario del pianeta), l’ingresso di nuovi speculatori (Sean Parker, gotha di Napster, interpretato da Justin Timberlake), e al centro della vicenda uno Zuckerberg che sembra spesso in balìa degli eventi, salvo poi scoprire che la sua intraprendenza e la sua faccia tosta lo porteranno a capo di un impero multimiliardario.

Ed è paradossale come un film che parli di Social Network, di contatti tra persone, di richieste d’amicizia, rappresenti invece un perfetto affresco di quest’era informatica 2.0, così piena di solitudini mitigate da un tag in una foto, dall’incursione nelle vite degli altri, alla ricerca di uno spunto in più per vivere la propria. Emblematica la scena finale del film, che ci spinge a riflettere e lascia quell’amaro in bocca che assaporiamo nel corso di tutta la pellicola.

In conclusione un cast riuscitissimo e indovinato, una storia interessante, ben raccontata attraverso una sceneggiatura nella pratica perfetta e un bravissimo Fincher a dirigere il tutto. Cos’altro dirvi se non consigliarvi assolutamente la visione di questo The Social Network?

Vi lasciamo con il Trailer del film, che rimane un piccolo capolavoro nel capolavoro.

Ricordiamo inoltre un nostro vecchio articolo, da leggere (o ri-leggere) in appendice al film, per completare la riflessione sull’argomento: L’identità su Internet – da supereroi mascherati a protagonisti del Grande Fratello.

[stextbox id=”alert” caption=”Piccolo sponsor per un blog amico”]Ricordo a tutti l’esistenza del “Cinesemaforo”, un blog di recensioni superveloci (solo tre colori -i semafori- e tre righe per film), che vi tornerà molto utile quando vorrete scegliere un film da prendere in videoteca o vederlo al cinema. Non sapete cosa scegliere? Vi aiuta il Cinesemaforo![/stextbox]

Il Cinesemaforo, qualcosa che non avevate mai visto.

I had a dream.

La homeSì, feci un sogno, e sognai il layout grafico di quello che sarebbe poi diventato il Cinesemaforo: la locandina di un film e un semaforo. Tutto qui.
La funzione del Cinesemaforo sarebbe stata quella dei normali semafori stradali, che fanno passare, avvertono di fermarsi o fermano gli automobilisti, solo che si sarebbe applicato al pubblico dei cinema e del videonoleggio.

VERDE: Visione consigliata a tutti, senza controindicazioni. Potrebbe essere un buon film o un capolavoro, ma non si accettano reclami: i gusti d’altronde non si discutono.

GIALLO: Attenzione! Consigliato un approfondimento! Non indica affatto che il film è “abbastanza buono”, anzi: potrebbe piuttosto essere un bellissimo film non adatto a tutti gli spettatori, o anche un film bocciato con riserve! Leggete la recensione sul Cinesemaforo e, se non vi basta per decidere, qualche recensione più corposa in giro per internet!

ROSSO: Il semaforo più semplice. Il film è brutto: non andate a vederlo.

Con un’unica, gigantesca premessa:

I SEMAFORI NON SONO VOTI.
All’idea originale, effettivamente un po’ scarna e probabilmente spiazzante per gli ignari di questa logica, si aggiunse poi una recensione, ma in linea con il blog, quindi estremamente breve – massimo tre righe, senza eccezioni – ottima per essere copiata su un SMS da spedire agli amici, o sul proprio social network preferito.
Scopo del Cinesemaforo è dare un consiglio valido per la maggior parte del pubblico; un riscontro immediato e velocissimo per aiutare a decidere se andare o meno a vedere l’ultimo film uscito al cinema, o il blockbuster esposto con un’imponente scenografia nella vetrina del videonoleggio. O anche quel polpettone di tre ore e mezzo che stanno per dare su Sky o La7, perché no.

Un semaforo
Un semaforo

È importante capire che i semafori non sono voti perché altrimenti potreste trovarvi a inveire contro gli autori – chiamati giustamente “semaforizzatori” – perché hanno assegnato un giallo al vostro film del cuore, o un verde all’ennesimo, scialbo film Disney senza idee. Insomma, non siamo pazzi: diamo giallo ai film d’autore proprio perché sono d’autore e di conseguenza non sempre adatti al grandissimo pubblico, non perché “sono da 6”. Rosso non è 4 e verde non è 8.
Nei casi in cui nemmeno i semaforizzatori riescano a trovarsi d’accordo – ahimé – si ricorre al semaforo conteso, ovvero un giallo che contiene però tutte le recensioni in contrasto, con il relativo semaforo. In questi – fortunatamente rari – casi il Cinesemaforo perde un po’ di utilità, ma quanto meno saprete che il film in questione sarà un ottimo argomento di conversazione per la birra post-cinema!
Nel blog è presente anche una paginetta con brevi biografie dei semaforizzatori principali, allo scopo di far luce su eventuali incongruenze del colore del semaforo. Ognuno d’altronde ha i propri gusti personali (che nessuno mette in discussione), e non è mai facile rimanere obiettivi al 100%, per quanto ci si sforzi.

Leggere il Cinesemaforo
In Home page troviamo il riquadro con le novità, sia al cinema che in DVD. Qui vengono messi in evidenza gli ultimi 5 film semaforizzati di entrambe le categorie, con tra parentesi il nome del semaforizzatore e il link al semaforo. Per approfondire o essere sempre aggiornati sulle nuove uscite, trovate degli utili link nella colonna di destra, sotto i commenti recenti.
Nella stessa colonnina, in alto, troviamo il pulsantone per leggere un semaforo a caso, ottimo escamotage per scegliere un film quando non si ha un’idea precisa di quello che si vuole vedere. Se si vogliono evitare i rossi e i gialli, però, perché non si ha voglia di litigare con il resto della compagnia, c’è anche la possibilità di selezionare l‘elenco di tutti i semafori divisi per colore.
Per chi ha le idee chiare e per chi vuole avere un riscontro di quello che ha già visto, invece, nel menù a tendina c’è l’elenco di tutti i film (con nome originale e nome in italiano), di tutti i semaforizzatori e di tutti i colori.
Infine, sotto ogni semaforo, trovate i tasti rapidi di condivisione sui principali social network e, soprattutto, i “semafori utente” che potete utilizzare per dire la vostra e dare contro o supportare il povero semaforizzatore di turno.

I numeri del Cinesemaforo
Il Cinesemaforo è attivo solo da maggio, ma ha già sfornato quasi 300 titoli, di ogni genere, epoca e qualità. Riusciamo a coprire quasi la totalità delle nuove uscite al cinema e recuperiamo i vecchi titoli pubblicando spesso speciali tematici su registi, attori o generi; non temiamo nemmeno di stimolare il lettore con speciali atipici (un nostro semaforizzatore sta preparando uno speciale sui film muti!). Ogni giorno un semaforo e, quando c’è la possibilità, pubblichiamo anche anteprime (ultimo esempio “Machete”, di Robert Rodriguez, visto al festival di Venezia) o film d’importazione ancora non tradotti in italiano (“Kickass”).

Cinesemaforizzate anche voi!
Il Cinesemaforo nasce aperto e cerca l’interazione con il pubblico. Commentate, votate, condividete! Rendete vivo il Cinesemaforo e aiutateci a migliorarlo!
Avete trovato – o scritto voi stessi – una recensione di un film semaforizzato? Segnalatela, così sarà inserita nel semaforo stesso!
Siete cinefili con ottime capacità di sintesi e volete provare a cimentarvi con il Cinesemaforo? Mandate la vostra candidatura qui: email cinesemaforo, con oggetto “Candidatura Cinesemaforo” e tre recensioni di prova: un rosso, un giallo e un verde.
In questo momento cerchiamo in particolare qualcuno che segua più assiduamente di noi il cinema italiano e i film sentimentali.

A presto, sul Cinesemaforo!

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Inception – Recensione

Christopher Nolan è uno di quei registi dell’era moderna che non sbaglia un colpo. Sono veramente pochi quelli che sono riusciti ad inanellare una serie di produzioni cinematografiche così belle e contemporaneamente di grande successo di pubblico.

E’ accaduto anche questa volta con Inception, uscito ieri sera nelle sale italiane, già pluriosannato nel resto del mondo, che conferma il totale stato di grazia del regista inglese. Puntuale l’accoppiata vincente alla scrittura con il fratello, dopo il successo planetario del suo Cavaliere Oscuro, Nolan ritorna ad affrontare il tema del sonno e del sogno, così come aveva fatto in Insomnia del 2002. Questa volta però non è la mancanza di sonno il tema portante del film, in Inception i protagonisti dormono molto, e sognano molto.

Leonardo Di Caprio è Cobb, abile manipolatore di sogni, che con il suo gruppo di ladri di idee e informazioni riesce ad entrare nelle menti degli altri e, attraverso i loro sogni, carpire i loro più nascosti segreti. Cobb ha un passato triste però (di cui non vi svelerò molto, per non rovinarvi la trama) con cui dovrà fare i conti, e l’ultimo lavoro che accetta ha come moneta di cambio il suo più grande desiderio: ritornare a casa dai suoi figli, negli Stati Uniti, dove è ricercato per un crimine che forse non ha commesso.

Inception è basato sul più classico sistema delle scatole cinesi. Il regista ci porta man mano, esattamente come fanno i suoi protagonisti, sempre più in profondità all’interno della storia, livello per livello, lasciandoci scoprire poco a poco il senso di tutto il film. Il tema del sogno è affrontato in maniera brillante, con sogni e meta-sogni che si concatenano, si incastrano, dipendono gli uni dagli altri, e proprio come i personaggi, ad un certo punto diventerà sempre più complicato distinguere la realtà da quello che accade nei sogni.

Cast d’eccezione, rivediamo alcuni attori che hanno già lavorato con Nolan, come l’immancabile Michael Caine (presente in praticamente tutti gli ultimi film del regista), Cillian Murphy (era Scarecrow nei due Batman), Ken Watanabe (Batman Begins), una più matura Ellen Page (famosa per aver interpretato l’incinta ragazzina Juno), e la bellissima Marion Cotillard (Nine), oltre al già citato super-protagonista Di Caprio. Senza dubbio una scelta di personaggi principali e comprimari senza sbavature.

Tecnicamente il film si mantiene sugli altissimi livelli a cui ci ha abituato l’estetica Nolaniana, con il suo stile quasi “freddo” e quasi distaccato, una vera e propria firma che rappresenta la discriminante di tutti i suoi film. Quando guardate un film di Nolan, lo capite subito, basta vederne due scene. Il che non è un male in un’epoca in cui la “spersonalizzazione” sembra farla da padrone. Unica nota leggermente stonata sono forse le scene d’azione, sempre troppo caotiche e “americane”. Bellissimi gli effetti speciali, un punto cardine in una storia in cui la libertà e la fantasia dei sogni sono al centro dell’azione. Ma dimenticatevi i paesaggi onirici alla Gilliam, qui anche i sogni mantengono molta coerenza con la realtà (almeno come rappresentazione del reale). Insomma, non ci saranno elefanti rosa con le ali, ma realtà “aumentate”, costruite di volta in volta dall’architetto scelto per ingannare la vittima. Labrinti, paradossi, città ripiegate su sé stesse. Questo è quello che vi aspetta nel mondo dei sogni di Nolan.

Insomma, ennesimo colpaccio del regista inglese, che sembra proprio non sbagliarne una. Assolutamente consigliato. Inception è però un film che va seguito con attenzione, con una partecipazione attiva per seguire tutti gli incastri della trama (che alla fine è anche abbastanza semplice) sapientemente miscelati in fase di sceneggiatura. E’ un tema già precedentemente trattato nel cinema di fantascienza quello della realtà nella realtà (Matrix, il troppo sottovalutato Existenz di Cronenberg), ma forse la prova di Nolan è quella più convincente di tutte.

Insomma, una visione obbligata per tutti. Vi lasciamo al trailer.

[stextbox id=”alert” caption=”Piccolo sponsor per un blog amico”]Ricordo a tutti l’esistenza del “Cinesemaforo”, un blog di recensioni superveloci (solo tre colori -i semafori- e tre righe per film), che vi tornerà molto utile quando vorrete scegliere un film da prendere in videoteca o vederlo al cinema. Non sapete cosa scegliere? Vi aiuta il Cinesemaforo![/stextbox]

Un anno insieme: buon compleanno Camminando Scalzi!

“Qualche anno fa, con un gruppo di amici decidemmo di mettere su una blog-zine, spinti dalla semplice passione di scrivere…”

Con queste parole si apriva il primissimo articolo di Camminando Scalzi, una presentazione, una dichiarazione di intenti di un esperimento più volte rimandato, che era diventato finalmente realtà. Nessuno di noi ancora sapeva che saremmo riusciti a fare quello che abbiamo fatto, la redazione era composta da pochissime persone, e si cominciò con una recensione, quella dell’album dei Muse. Eravamo ai tempi ospitati dalla wordpress.com, avevamo tantissime idee, tanto entusiasmo, e la voglia di fare informazione tutta nostra, un’informazione che fosse libera, che venisse dal basso, che fosse disponibile per tutti.

Mentre la redazione cominciava ad allargarsi, si decise di dare a tutti la possibilità di dire la propria, e si cominciarono ad affrontare i temi di attualità più importanti, dalla politica al lavoro, dall’ambiente alla cultura, qualsiasi cosa noi (e voi) ritenessimo interessante trovava posto sulla nostra blogzine libera. Le difficoltà non erano poche, ma i collaboratori erano tutti molto entusiasti e validi, e cominciamo dapprima a migliorare la grafica, poi ad aggiungere un sacco di feature, e alla fine passammo ad un dominio tutto nostro (quello attuale) e sbarcammo anche sui social network.

Di quei mesi ricordiamo con piacere le interviste importantissime che vi abbiamo proposto (Neil Blevins di Pixar, la Repubblica degli stagisti), il tema del lavoro, con un occhio di riguardo alla crisi e ai precari della scuola. Si parlava anche di musica, con gli interessanti approfondimenti di Listening, le recensioni cinematografiche e tanto altro. La redazione cresceva, tante persone cominciavano a seguirci, e tante altre a voler collaborare con noi. Anche l’area tecnica dei nostri collaboratori migliorava sempre di più l’interfaccia del blog, e le possibilità di interazione da parte dei nostri lettori.

L’attualità e la politica sono stati altri due fiori all’occhiello di Camminando Scalzi, e abbiamo seguito per voi e con voi il primo No B-Day del Popolo Viola, con la cronaca in diretta e la trasmissione in streaming. E siamo stati sempre in prima fila per la lotta della libertà di informare, basti ricordare che abbiamo dedicato un articolo al Fatto Quotidiano poco dopo la sua nascita, e vi abbiamo trasmesso Raiperunanotte, evento unico della stagione passata.

Non bisogna dimenticare anche i temi legati alla tecnologia e l’Informatica, con gli ormai mitici “Sistemista Disperato”, e i tantissimi articoli scritti riguardanti la scienza e la tecnologia, sbocciati oggi in una rubrica scientifica che vi offre la possibilità di scoprire tantissime cose interessanti che forse ignoravate. E l’ambiente, l’economia, il cinema con le sue recensioni, la musica che è diventata via via sempre più ricca (con il Jazz, la musica classica dei Classics). Per non parlare dello sport, con la puntualissima rubrica dedicata al calcio, che vi ha raccontato la scorsa stagione di Serie A, e tutti i mondiali, e contemporaneamente abbiamo seguito la Formula 1, con i suoi scandali e le sue gare. E le  vignette che hanno fatto per noi i migliori vignettisti del web (le trovate tutte qua, e sulla nostra fanpage di Facebook).

Insomma, un elenco sterminato di argomenti, di articoli, di idee e di informazioni che ci hanno e vi hanno tenuto compagnia per trecentosessanticinque giorni. E’ davvero difficile elencarli tutti, ma la blogzine è qua, consultabile quando volete. Fa un certo effetto guardarsi indietro e vedere tutti i passi che abbiamo fatto. Oggi siamo orgogliosi delle quasi 125.000 visite, dei più di 1.100 fan su Facebook, dei 2018 commenti ai post del blog, e delle tantissime condivisioni su Twitter. Insomma, Camminando Scalzi è entrata nei cuori di molte persone, è seguita, e noi della redazione vogliamo ringraziare soprattutto voi lettori, senza i quali questa fantastica esperienza non sarebbe potuta continuare nel tempo con questa forza e questa brillantezza. Immaginate la nostra passione come il motore che guida questa grande macchina, un motore che ha bisogno di un carburante speciale, e questo carburante siete voi, con la vostra partecipazione a tutti i livelli (articoli, commenti, facebook e tutto il resto), la vostra interazione, il vostro confrontarvi con noi. Grazie a voi, di cuore.

E infine, come è giusto che sia, dopo questo primo anno e dopo aver tratto dei bilanci e avervi raccontato un po’ la nostra storia, vorrei ringraziare personalmente tutti i collaboratori che hanno lavorato per Camminando Scalzi in questi mesi, uno a uno. Penso sia il minimo.

Quindi GRAZIE A:

Carlo Valente, che si è occupato dei contatti con l’esterno e del reclutamento dei nuovi collaboratori. Andrea Rizzo, che ci ha dato una mano infinita con la pubblicità e per far conoscere il blog. Francesco Stefanacci, al secolo Obi-Fran Kenobi, che ci da una mano enorme con la revisione degli articoli. E poi tutti i nostri redattori e collaboratori che hanno scritto per noi in questo anno (in rigoroso ordine sparso), dal primo giorno a oggi (in grassetto i redattori fissi attuali e passati):  Alessandro Laraspata, Arianna Galati (Ari), Camilla Rotunno, Carlo Ruberto, Ciro Trocciola, Franco Cappuccio (MobyJones), Daniel Monetti, Dino Moio, Martino Nannoni (Do Urden), Enrico Renna, Erika Farris, Eugenio Romano, Eva Danese, Fabiana Mordenti, Fabio Siniscalco, Jacopo Giove, Francesco Fumarola, Giada Demurtas, Giuseppe Pirò, Giuseppe Pontoriere, Mattia Mangiavacchi (Greenwich), Jack D’Amico, Iacopo Iorio (Krop), Mauro Fava (linuxedintorni.org), Luca Manes, Luigi Sambataro, Marco Moccia, Marco Vercesi, Ina Macina (Marina), Mauro Rubin, Alessandra Ambra (millecose), Novalgina2fast, Paolo Ratto, Pier Mario Demurtas, Pietro Ilardi, Riccardo Sarta (richpoly), Roberto Pirani, Rosalinda Gianguzzi, Samanta Di Persio, Sergio Baffoni, Francesco Mazzocchi (Steppenwolf), VEERU, Vincenzo Pascuzzi.

Un grazie speciale ai nostri collaboratori dell’area tecnica, senza di loro tutta l’infrastruttura di Camminando Scalzi non esisterebbe: Luca “Jacen” Iorio per la programmazione e Andrés Roberto Miraglia (rgb) per la grafica.

Infine, l’ultimo grazie, il GRAZIE più grande, lo voglio dedicare a voi lettori:

Cercate sempre l’Informazione Libera, cercate di farla, di condividerla, di leggerla. In questi tempi in cui è sempre più difficile dire la propria opinione, noi siamo con voi. E ci auguriamo che questa lista di ringraziamenti diventi ancora più lunga l’anno prossimo.

Liberi, come ci si sente CAMMINANDO SCALZI….