Christian Bachini: terremoto italiano a Shanghai!

Inseguite i vostri sogni con tenacia e non arrendetevi mai!” potrebbe oggigiorno sembrare una frase da film un po’ banale, eppure la verità che contiene continua a brillare nonostante tutto. In questa intervista Christian Bachini, la prima “superstar italiana di film d’azione” ci dimostra che nulla è impossibile, a patto di dedicare la propria volontà e il giusto sacrificio.

Incuriositi? Date un’occhiata alle abilità di questo ragazzo!


Christian Bachini nasce a Parma nel 1985, ma a due anni si trasferisce a Prato. All’età di dieci anni vede i film di Jackie Chan e decide che da grande farà l’attore di arti marziali. Comincia quindi a studiarne quante più riesce e, mentre ottiene un diploma scientifico, studia anche recitazione, cominciando alla scuola di cinema Anna Magnani di Prato.

Nel 2008 studia la lingua cinese in vista della realizzazione del suo progetto di vita: andare in Cina, la patria dei film di arti marziali, e cominciare a fare l’attore.

La prima volta che ci siamo conosciuti, circa dieci anni fa, è stato nella palestra Kenshiro Abbe di Prato, al corso di Kung Fu Tradizionale. Adesso io peso 70 chili per 164 centimetri, e tu giri film in Cina in cui tiri i calci sui denti delle persone facendo capriole carpiate a un metro e mezzo dal suolo. Se è evidente dove abbia sbagliato io, che strada hai invece preso tu?

KangBeh, prima di tutto piacere di rivederti. Però devo ammettere che ti ricordavo diverso! Passando alla domanda… Se ricordi bene io iniziai la pratica delle arti marziali proprio perché il mio obiettivo era quello di diventare un giorno una star di film d’azione in oriente. Sin dall’età di dieci anni questo è sempre stato il mio desiderio più grande. Diciamo che ho tenuto duro e ho continuato a inseguire il mio sogno per tutti gli anni successivi. Ho studiato numerose arti marziali, ho studiato a fondo la filmografia orientale onde impararne tutti i trucchi e i segreti e mi sono dedicato allo studio della recitazione. Negli anni ho creato un mio personale stile di coreografia e creato un nuovo mix di arti da combattimento. Ho passato quattordici anni a perfezionare ogni singolo aspetto della mia potenziale carriera. Poi, a maggio del 2009, ho preso la mia grande decisione. Dato che in Italia i film di arti marziali non esistono e il cinema action è morto, ho deciso di tentare la mia fortuna all’estero e cercare di imporre la mia figura come nuova superstar del cinema di arti marziali. Molti mi consigliarono di partire per Hollywood, ma non mi sembrava la scelta giusta: i film di arti marziali sono nati in Oriente… In Cina, a Hong Kong, in Giappone… Ed è li che la sfida per uno come me era più interessante, più ardua. Per un occidentale imporsi come l’erede di star quali Bruce Lee e Jackie Chan, laddove i film di Kung Fu sono nati è cresciuti, penso sia una delle sfide più difficili in assoluto, nessuno ci è veramente mai riuscito. Io però ho sempre avuto molta fiducia nelle mie qualità e così mi sono detto “Perché no!”.

Prima di partire, però, sapevo bene che avrei dovuto avere in mano qualcosa da mostrare laggiù, qualcosa che fosse il mio personale biglietto da visita. Decisi quindi di girare due corti basati su lunghe coreografie di combattimento. In quel modo avrei potuto non solo mettere in mostra le mie abilità atletiche, ma soprattutto portare alla luce il mio personale stile nel girare una sequenza d’azione, nonché le mie capacità in veste di regista e action director. Chiesi aiuto ad alcuni filmakers nella mia città, ma nessuno si rese disponibile. Da tutti ricevevo il classico sguardo da “ma chi pensi di essere, il nuovo Jackie Chan? Illuso!”. La cosa non mi stupì. Allora non ebbi esitazioni: se nessuno voleva aiutarmi decisi che sarebbe stato mio padre a eseguire le riprese sotto la mia direzione. Per la fotografia, sempre con l’aiuto di mio padre, ci auto-costruimmo cinque lampade. Radunai alcuni artisti marziali entusiasti e iniziai le riprese. In quattro giorni girai due sequenze di circa quindici minuti ciascuna. Era la prima volta che mi cimentavo in un’impresa come questa. Essere regista, coreografo, attore, editor… Tutto allo stesso tempo. Il risultato fu assolutamente eccellente, e l’impatto che questi video ebbero in Asia fu la prova finale della qualità del lavoro che avevo svolto. Nessuno dei filmakers che incontravo riusciva a capacitarsi di come un occidentale avesse potuto girare solo con l’aiuto del padre e di combattenti che mai avevano avuto esperienze di cinema scene di combattimento che rispecchiavano alla perfezione lo stile action di Hong Kong! Finito il montaggio allora fui pronto per partire alla volta della Cina.

Lì ho avuto occasione di conoscere le più grandi star del Kung Fu di Hong Kong e lavorare sul set con loro. Ho conosciuto Jackie Chan, ho lavorato come extra nel blockbuster “Ip man 2”, dove ho avuto la possibilità di vedere all’opera leggende come Sammo Hung e Donnie Yen. Ho fatto le scelte giuste e avuto la giusta dose di fortuna, e alla fine mi sono stabilito a Shanghai dove ho conosciuto molti giovani filmakers, entusiasti e veramente pieni di talento. Abbiamo deciso di lavorare insieme e dare vita a una nuova fase nel mondo del cinema di arti marziali. Abbiamo cercato di ottenere la perfetta fusione tra genere action occidentale e orientale. Adesso laggiù sono conosciuto come “la prima superstar italiana delle arti marziali”.

Quali arti marziali hai studiato oltre al Kung Fu Tradizionale?

Questa è una bella domanda. Diciamo che, visto il mio obiettivo, sapevo che la pratica di una singola arte marziale non sarebbe stata sufficiente. Inoltre, la mia idea era quella di creare un nuovo mix di arti marziali che avrei poi potuto mostrare nei miei film. Dopo la pratica del Kung Fu Tradizionale sono passato dalla Capoeira Brasiliana al Tae Kwon Do Koreano; dal Wushu moderno al Jujitsu; e poi Muay Thai, Judo, Aikido fino ad arrivare alle XMA o Tricking. E da ogni arte marziale ho preso ciò che mi serviva per creare questo nuovo stile di arti da combattimento per il cinema. Ho fatto un po’ la stessa cosa che fece Bruce Lee con il suo Jeet Kune Do, con la differenza che il suo obiettivo era creare un’arte marziale reale ed efficace, il mio invece era creare un nuovo e innovativo stile di coreografia per il cinema.

Ce n’è una che preferisci rispetto alle altre?

Io amo le arti marziali in generale: ognuna ha i suoi pregi e i suoi difetti, ognuna è spettacolare a suo modo, ognuna è elegante ma anche letale allo stesso tempo. Comunque io sono nato col Kung Fu Cinese, e questo rimarrà sempre il mio pilastro portante.

A quali attori esperti di arti marziali ti ispiri maggiormente? Quali sono i tuoi film di arti marziali preferiti?

Christian con Jackie ChanChi mi ha ispirato maggiormente – oltre a Bruce Lee, che mi sembra ovvio – è stato Jackie Chan. Adoro lo stile che ha nel creare sequenze d’azione, e non parlo solo di coreografare combattimenti. Jackie Chan ha l’azione nel sangue. Nessuno è mai riuscito a eguagliare ciò che ha fatto lui; nessuno ha mai eseguito stunts così folli e pericolosi come Jackie. E il mix unico tra commedia e arti marziali? Solo lui è stato in grado di portarlo sullo schermo. Per questo Jackie Chan, a differenza di molti altri attori di talento e straordinari artisti marziali, è diventato una leggenda ai livelli di Bruce Lee. È stato proprio dopo aver visto un suo film che decisi di intraprendere questa carriera. Se non fosse stato per Jackie, oggi forse sarei uno studente universitario, ahahah!
Per questo tra i miei film di arti marziali preferiti figurano soprattutto i suoi: “Drunken Master” e il suo spettacolare sequel, “Police Story”, “Armour of God”.
In ogni caso amo anche tutta la generazione di attori di Hong Kong, da Gordon Liu ad Alexander Fu Sheng, sino ai moderni Jet Li, Donnie Yen e Wu Jing.

E film non di arti marziali?

Diciamo che resto un fanatico dell’action: la serie di “Arma Letale”, “Die Hard” e tutti i mitici action movie anni ’80 con Stallone, Schwarzenegger, eccetera… Adoro inseguimenti spericolati ed esplosioni a go go. E come per gli action movies provenienti dagli states sono un grande appassionato dei mitici poliziotteschi all’italiana e gli spaghetti western. Peccato che oggi in Italia questi generi siano completamente morti. Se solo fossi nato quarant’anni prima!
E poi sono un grande appassionato di horror. I cult degli anni ’70/’80, si intende.

Hai detto che in Italia il genere action è morto, ma anche nel resto del mondo occidentale non mi sembra se la passi molto bene. Cosa pensi dei film di arti marziali più recenti? Non credi che ci sia stata una certa perdita di interesse, se non proprio di impoverimento qualitativo, relativo al genere? Almeno nell’occidente, dato che dall’oriente continuano a uscire bellissimi film – a mio avviso – come “Fearless” (biopic del maestro Huo Yuan Jia, di Ronny Yu), per dirne uno.

FearlessQuesta è davvero un’ottima domanda. Parto a risponderti dal punto di vista dell’occidente.
La verità è semplice: in occidente non esistono film di arti marziali decenti. Nonostante tutti i mezzi, le tecnologie all’avanguardia, eccetera, la qualità dei combattimenti nei film occidentali è pessima. Per questo molti film prodotti negli states o in Francia, chiedono la consulenza a coreografi veterani del cinema di Hong Kong. Cory Yuen, Yuen Woo Ping… Ci sono loro dietro i successi di film come “Transporter” o “Matrix”.

La cosa che più sta distruggendo i film di arti marziali occidentali è la nuova tendenza all’editing frenetico. È una moda nata a Hollywood e purtroppo oggi è usato in quasi tutti gli action movies. Consiste in un montaggio fatto di tagli veloci e movimenti di camera frenetici. Forse negli states pensano che sia figo vedere due figure sfuocate smanacciare a caso, che buttare a casaccio un paio di salti acrobatici qua e là e un paio di movimenti in slow motion sia sufficiente per creare qualcosa di spettacolare, ma si sbagliano. Se adottano questa tecnica è solo per coprire la scarsa qualità delle coreografie.

Vedere Jackie Chan o Jet Li all’opera è un’esperienza unica perché è possibile vedere in che modo straordinario attori del genere usano i loro corpi. Nelle coreografie di Hong Kong ogni singolo movimento è preciso e pulito. Ogni tecnica è eseguita in modo nitido e chiaro. Per questo i film di Hong Kong rimangono ancora imbattuti quando si parla di combattimenti corpo a corpo.
Purtroppo in occidente nessuno ha ancora capito cosa rende una coreografia unica ed eccitante, e per questo la gente sta perdendo interesse nel genere: chi andrebbe al cinema per vedere un minestrone frenetico causa sicura di un bel mal di testa?

In Asia invece sanno bene come si fanno certe cose, per fortuna. Tu citi il film “Fearless”… Beh, in Italia siamo rimasti un po’ indietro, eheheh!
Negli ultimi anni sono usciti film che sono diventati istantaneamente dei Cult. Molti realizzati dalla coppia Donnie Yen (attore) / Wilson Ip (regista). Parlo di “Saat Po Long” (uscito anche in U.S.A. come “Kill Zone”, ndR), “FlashPoint”, “Ip Man”… Questi film hanno portato una ventata di freschezza nel genere unendo, nel caso dei primi due titoli, le moderne MMA nate negli states con le arti tradizionali cinesi. “Ip man” ha invece riportato allo luce il bellissimo stile di Kung Fu noto come Wing Chun.
Nonostante queste perle però, anche in Asia si registra una crisi nel genere. Tre film l’anno non sono sufficienti per mantenere vivo l’interesse.

E secondo te cosa si potrebbe fare per riportare in auge questo genere, in oriente ma soprattutto in occidente?

Christian con Sammo HungCi sono due grossi problemi che affliggono sia oriente che occidente, al momento.
Il primo è che si fa sempre meno attenzione alla storia. Oggi i film d’azione si reggono su trame stanche che sanno di già visto. Ecco perché mentre un tempo nascevano personaggi cult come John McLane o Rambo, oggi invece non assistiamo più alla nascita di nessuna icona.
La colpa è della scarsa attenzione che i filmakers pongono alla trama. Oggi è diventata la computer grafica a farla da padrone. Tutti possono fare tutto, e molti pensano che realizzare una mega esplosione in CGI o rimpinzare un film di effetti speciali basti a creare un action movie.

Il secondo grande problema è la scelta degli attori. Oggi la tendenza, in questo caso anche più in auge in Asia, è quella di mettere in ruoli d’azione o di combattenti attori che di arti marziali non sanno niente. Oggi si preferiscono usare pop star o idoli dei teenagers per cercare di aumentare l’audience e le relative vendite. Così facendo si perde tutta la magia che solo un vero praticante di arti marziali può trasmettere allo spettatore. Non basta allenare un ragazzetto per sei mesi per poi spacciarlo per il nuovo Bruce Lee o il nuovo Stallone. Un tempo sia in occidente che in oriente i “duri del cinema” erano veri duri, oggi invece la maggior parte sembrano usciti da un’agenzia di modelli, pronti a mettersi a piangere al primo graffio. In occidente solo attori come Jason Statham, Vin Diesel o The Rock (che ora preferisce il suo vero nome, Dwayne Johnson, ndR) rispecchiano l’essenza dell’action actor. Un po’ pochi, mi pare.
E anche in Asia le cose non vanno meglio. Dopo Jackie Chan, Donnie Yen o Sammo Hung non è rimasto nessuno che abbia le qualità per continuare a far vivere il genere di arti marziali.

Ottima osservazione quella sugli idol trasformati in star d’azione, un recente esempio palese è “Ninja Assassin”, che ha come protagonista un famoso idol cinese… Il legame tra recitazione e arti marziali credo sia invece ben più profondo di quanto possa sembrare superficialmente. Nel libro/diario di Bruce Lee, “Il Tao del dragone”, il compianto artista (che oltre che attore e grande maestro di arti marziali aveva anche studiato filosofia e psicologia, alla ricerca dell’essenza umana) spende molte pagine parlando di ricerca interiore e autoconoscenza, e sembra spesso concludere che la recitazione e l’arte marziale siano in realtà due modi diversi per raggiungere lo stesso obiettivo, cioè conoscere sé stessi. Quanto è importante per te questo concetto? C’è altro che ti spinge a mettere continuamente alla prova te stesso, sia come artista marziale che come attore?

Bruce LeeLe parole di Bruce Lee sono assolutamente giuste. Essere un attore è molto di più che prestare semplicemente la faccia a un personaggio fittizio. Essere attore significa veramente mettersi alla prova. È una sfida continua. Interpretare personaggi differenti, con storie differenti e caratteri diversi non è sempre semplice. È come entrare nella mente di qualcun altro. E la cosa più ardua è che un attore deve credere che questa mente esista davvero, e sia la sua. Se per cinque mesi sei impegnato a girare un film in cui interpreti un un uomo al quale è stata barbaramente uccisa la figlia… Beh, per quei sette mesi tu sarai questo: un uomo distrutto da questa grave perdita. La tua mente deve accettare che questo fatto sia reale. Solo così potrai sperare di dare una giusta interpretazione del personaggio. Un attore non deve recitare un personaggio, deve ESSERE un personaggio. Grazie a questo mestiere quindi, un attore si vede costretto a confrontarsi con sentimenti e situazioni che magari nella vita reale non avrebbe mai vissuto, e questo sicuramente aiuta a crescere come persona.

Per le arti marziali è un po’ la stessa cosa. Studiando arti marziali provenienti da diverse culture e contesti, che hanno alle spalle filosofie diverse, il praticante è messo a confronto con esse, e da ognuna può apprendere qualcosa. Durante la mia pratica ho avuto modo di conoscere maestri provenienti da tutto il mondo: Argentina, Cina, Brasile, Giappone, Korea… Ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa. Sono proprio tutti questi insegnamenti che, come attore, cercherò di infondere nei miei film.

Quindi, quando un attore è anche artista marziale la cosa diventa ancora più interessante, perché come attore dovrai essere in grado di creare per il tuo personaggio uno stile di combattimento che si adatti alla sua personalità. Ogni volta sei costretto a creare un nuovo ibrido tra sentimenti e azione. Per riprendere l’esempio precedente – del padre la cui figlia è stata uccisa e che cerca vendetta – il suo stile di lotta non sarà acrobatico ed elegante, ma al contrario sarà rozzo e sporco. Per un attore di film di arti marziali questa è una sfida unica e assolutamente interessante, ed è anche ciò che spinge me a cercare di migliorarmi il più possibile. Ogni volta che leggo una sceneggiatura ho il compito di creare un nuovo stile che si adatti al personaggio che interpreto. Significa mettere alla prova tutto ciò che hai studiato; scavare nelle tue conoscenze e venire fuori con qualcosa di nuovo e unico.

A proposito di mettersi alla prova, so che sei partito per la Cina nonostante la rottura del ginocchio. Mi ha ricordato Jackie Chan che si fa dipingere una finta scarpa sul gesso del piede rotto e continua tranquillamente a girare gli stunts di “Terremoto nel Bronx”. Ho capito che è il tuo mito personale, ma non vorrai mica emulare anche la sua lunghissima lista di infortuni sul set?

Beh, quella devo ammettere che è stata una follia. Mi ruppi il crociato anteriore del ginocchio agli inizi del 2009, mentre mi allenavo per una coreografia. La lesione del crociato, specie quello anteriore, rende il ginocchio altamente instabile e soggetto a infortuni molto più gravi. I dottori mi consigliarono di operarmi subito, ma ormai avevo già preso la mia decisione e acquistato il biglietto per Pechino… Così decisi di avere fiducia nelle mie qualità atletiche e partire comunque. I dottori mi presero per pazzo, ma il gioco è valso la candela.
Devo essere sincero: non è stato facile. Girare un intero film d’azione con un crociato rotto non è il massimo. Saltare su macchine in corsa, fare parkour e tirare calci volanti senza LCA non è uno scherzo. Di sicuro Jackie Chan mi è servito come ispirazione, e come puoi vedere alla fine ce l’ho fatta. Ho avuto fiducia in me stesso e ho raggiunto il mio obiettivo. Ho dato vita alla mia personale “leggenda”, se così si può chiamare, e sono diventato la prima “star italiana delle arti marziali”. Nessuno credeva ci sarei riuscito, ma si sbagliavano. E ho anche stabilito un piccolo record mondiale: nessuno ha mai girato un film d’azione dall’inizio alla fine, con un infortunio come questo, senza usare controfigure!

Bambini: non fatelo a casa!

Ovviamente! La prima regola è sempre quella di tenere di conto il proprio corpo. Non prendete esempio dai pazzi come me o Jackie, ahahah!
Comunque adesso è tutto ok. Sono rientrato in Italia la prima settimana di luglio, e il 16 dello stesso mese ho fatto l’operazione al ginocchio. Adesso ho solo quattro mesi per la riabilitazione prima di partire nuovamente per Shanghai e girare il mio secondo film. È un po’ una corsa contro il tempo, ma ormai questa è la storia della mia vita!

E veniamo al tuo lavoro vero e proprio: quanti film hai finora girato, e per quanti sei in ballo al momento?

ShangdownA Shanghai ho lavorato in numerose produzioni, sia ad alto budget che indipendenti. Ho avuto prima la chance di lavorare come extra nel film biografico “Ip man 2”, sequel del blockbuster uscito l’anno precedente; poi in “Shanghai Forever”, una produzione legata all’Expo mondiale 2010, diretta dal regista Hongkonghese Sherwood Hu. Poi ho avuto alcuni ruoli come villain (antagonista, ndR) in produzioni indipendenti, che probabilmente in occidente non vedremo mai. Sono stato anche scritturato come villain in un horror dove avrei dovuto essere anche coordinatore dei combattimenti, ma per divergenze stilistiche col regista me ne sono chiamato fuori.

Tutto questo però è avvenuto in un periodo piuttosto breve, dato che già dagli inizi del 2010 ho cominciato a lavorare ai miei progetti da protagonista, in collaborazione con due registi. Ho girato due corti d’azione: “Deficit: The Silent Revenge” e “Kang: the new legend begins” che è una specie di introduzione alla mia figura di star emergente. Entrambi serviranno come materiale promozionale per il mio secondo lungometraggio, tratto dal primo di questi corti.
Il mio debutto in un film come protagonista è stato “Shangdown”, una produzione indipendente che è anche un omaggio agli spaghetti western italiani, il genere che tanti filmakers – anche Tarantino con “Kill Bill” – hanno cercato di omaggiare, il tutto unito alle arti marziali. Nel film ho avuto il grandissimo onore di lavorare con due degli stunt team cinesi migliori in assoluto, gli stessi stuntman che hanno lavorato in grosse produzioni come “New Police Story” di Jackie Chan, “Red Cliff” di John Woo, “Ip man” e il suo sequel e tanti altri. Addirittura uno degli stuntman che ha lavorato con me è la controfigura ufficiale di Donnie Yen!

Riguardo al futuro, ho già tre sceneggiature pronte che mi aspettano, e altre due sono in fase di scrittura. La pre-produzione del mio prossimo film, “Deficit: The Silent Revenge”, che sarà diretto dal regista sino/americano Richard Chung, inizierà verso fine 2010. Gireremo tra marzo e giugno del prossimo anno, e ci prepareremo per una release a settembre.

Sei stato scritturato sempre come attore, o anche come coordinatore dei combattimenti?

Christian BachiniSono sempre stato chiamato in ruolo di attore, mai solo come coordinatore, e anche se mi avessero chiamato non avrei mai accettato, perché il mio stile di coreografia non si può vendere. È frutto di una mia personale ricerca e solo io sono in grado di portarlo sullo schermo. Ti sei mai chiesto perché Jackie Chan non ha mai coreografato per qualcun altro? Beh, il motivo è lo stesso, ovviamente.

Ma la cosa che più mi ha reso felice del lavorare con i professionisti che ho citato prima è stato il grande apprezzamento che hanno dimostrato nei confronti del mio stile nel coreografare i combattimenti. Molti membri della troupe si aspettavano che gli stuntman avrebbero cominciato a mettermi i bastoni tra le ruote e a darmi consigli sul come e cosa fare, dato che erano abituati a lavorare con i nomi più grandi del cinema di Hong Kong, invece hanno veramente amato lavorare con me, e non scorderò mai il momento in cui al termine di una giornata di riprese il manager di uno degli stunt team si è avvicinato a me, mi ha stretto la mano e ha detto che per lui era un onore lavorare con me e che ero il primo occidentale in grado di coreografare scene d’azione come e anche meglio dei professionisti di Hong Kong. Mi disse anche che ciò che io ero riuscito a girare in sole tre ore, anche in un film ad alto budget con i migliori stuntman avrebbe richiesto almeno tre giorni. Queste sono veramente delle grandi soddisfazioni!

Oltre ai combattimenti, sul set fai anche i tuoi stunts? Qual è la cosa più folle che hai fatto finora?

Sì, ho imparato da Jackie, eheheh! Non mi piace usare controfigure, ho sempre eseguito tutte le stunts da solo, finora. La cosa più folle che ho fatto è stata saltare sul tetto di una macchina in corsa per poi farmi trascinare attaccato alla portiera dell’auto per qualche chilometro, senza alcuna misura di sicurezza, nemmeno una ginocchiera; il tutto vestito da cowboy. Non oso immaginare cosa avrà pensato chi mi vedeva… Probabilmente che ero appena fuggito da un manicomio! Tra l’altro la prima volta che ho provato la scena l’auto andava troppo veloce, sono scivolato e ho rotolato sull’asfalto per alcuni metri.

Mh… Mai pensato di fare domanda a “Jackass”?

Ora che mi ci fai pensare… Perché no! Perché perdere tempo a trovare storie interessanti o a sudare quattro camicie per cercare di essere un buon attore, quando per diventare famoso basta autoinfliggersi le punizioni corporali più assurde! Sarà più doloroso ma sicuramente anche più rapido!
Dai, ora chiamo Johnny Knoxville e sento se mi assume, ahahah!
Potrei anche proporgli di produrre un Jackass Italia. Hey, tu che ne dici, saresti disposto a fare parte del nuovo team?

Come no, da sceneggiatore sarò felicissimo di inventarmi le peggiori torture da sottoporre agli attori!
Dedotto il tuo parere su programmi-spazzatura del genere, torniamo alle cose serie: hai già ricevuto qualche apprezzamento o addirittura qualche proposta importante da qualche nome famoso?

Sai come siamo fatti noi attori, siamo tutti un po’ scaramantici, quindi non ti posso dire nulla. Ti dico solo l’iniziale di un nome: J.

Foto non direttamente connessa con la risposta alla domanda sulle avances
Foto non direttamente connessa con la risposta alla domanda sulle avances.

Qualche avances da qualche bella attrice cinese?

Beh sono italiano, mi sembra non ci sia bisogno di aggiungere altro!

I lavori a cui hai preso parte sono tutte produzioni cinesi?

Shangdown” è stato prodotto dalla casa di produzione del regista Jakob Montrasio, la MK Media Production di Shanghai. “Deficit” sarà una coproduzione tra Cina e states, probabilmente, anche se il mio obiettivo è farla diventare una coproduzione anche italiana. Per questo nei prossimi mesi sarò impegnato nella promozione di “Shangdown” e nel trovare accordi con produttori Italiani interessati. Vorrei davvero che l’Italia avesse una parte nella mia carriera.

Che mi dici della distribuzione? Rimarranno in Asia o li vedremo anche qui da noi?

Shangdown” verrà distribuito in Asia, ovviamente (Cina, Giappone, Korea, Thailandia), parte dell’Europa (Francia, Germania), e abbiamo anche dei contatti in Canada e con gli Stati Uniti.

Spero di riuscire a portarlo nelle sale anche in Italia… Anzi, al momento è la cosa che mi preme di più.
Ciò che ho fatto e ho raggiunto in Asia, non l’ho fatto solo per me, ma anche per il mio paese. L’Italia non ha mai avuto una vera star internazionale del cinema d’azione. Mai. E questa era la cosa che volevo regalare al mio paese. Per questo ogni volta che mi presento a qualcuno a Shanghai uso il mio nome, e per promuovere un film metto sempre bene in chiaro che sono italiano.

Italy’s first martial arts superstar ever”, così mi chiamano laggiù. Come Jackie Chan lo è stato per Hong Kong, Van Damme per il Belgio, Jet Li per La Cina, Tony Jaa per la Thailandia, io spero di esserlo per l’italia. Ho portato in alto il nome del mio paese, spero adesso che l’Italia si faccia portatrice del mio nome, e che aiuti la promozione della mia figura di star del cinema d’azione. Voglio che il mio nome cresca in parallelo col cinema italiano. Sto per portare una ventata di aria fresca qui e sono in grado di dar vita a nuove coproduzioni che daranno nuova linfa al cinema italiano. Sarebbe veramente triste se agli occhi del mondo non ricevessi nessun supporto dal mio paese d’origine. Spero che ciò non avvenga. Comunque l’aiuto parte anche dalle persone: se qui il pubblico mi supporterà allora potrò dire di avercela fatta.

A tal proposito, sto lavorando da anni alla scrittura di un film d’azione. Quando l’avrò finito ti potrò chiamare o hai già cominciato a tirartela come una stella di Hollywood?

Una delle mie idee è proprio quella di creare un nuovo team di talenti italiani per ridare vita a generi che hanno fatto la storia del nostro cinema. Negli anni ’70 eravamo famosi per il genere action almeno quanto gli states, poi tutto è misteriosamente morto. Voglio riportare in vita quel genere, quindi se tu hai una buona idea basta che mi chiami. Ho sempre promesso a me stesso che qualora avessi raggiunto il successo sarei comunque rimasto me stesso, non ho intenzione di cominciare a comportarmi da star viziata, tranquillo! Allora… Aspetto la bozza della sceneggiatura, ok?

Per concludere, hai qualche messaggio da mandare ai giovani aspiranti attori – di arti marziali o meno – là fuori?

ShangdownCiò che mi sento di dire è questo: inseguite i vostri sogni con tenacia e non arrendetevi mai!
Prima di partite per la Cina incontravo continuamente persone che non facevano che ripetermi che ero un folle, che di certo laggiù non aspettavano uno straniero per fare la superstar né tanto meno che si sarebbero “fatti prendere a calci” da un italiano. Tutti pensavano che avrei miseramente fallito e che io fossi un illuso. Invece si sbagliavano. Sono partito da solo, senza soldi e senza alcun contatto. Ho costruito la mia carriera mattone dopo mattone e alla fine ce l’ho fatta. Ho girato il “mio” film di arti marziali e come ho già detto nei prossimi anni ho già altri cinque progetti in sviluppo.
E la cosa che più mi dà soddisfazione è che non ho fatto nemmeno la gavetta! Tutti, anche i primi tempi in Cina, mi assicuravano che avrei dovuto lavorare per anni al servizio di nomi grossi come stuntman, prima di avere una chance di realizzare qualcosa per conto mio. Tutti mi dicevano che avrei dovuto partire dalla melma e piano piano uscire allo scoperto… Invece, grazie alla mia tenacia e anche alla fortuna, perché no, ho completamente saltato questa fase. In soli nove mesi sono passato da essere nessuno a essere un attore di film d’azione.

Quindi, a tutti coloro che inseguono un sogno, che sia simile al mio o meno, voglio solo dire: non date retta a chi cerca di sminuire i vostri obiettivi o a chi non ha fiducia in voi. Se siete convinti di avere il talento necessario e la costanza adatta, allora inseguite il vostro sogno fino in fondo! Se ce la farete avrete dimostrato a tutti quanto valete, se fallirete avrete comunque la soddisfazione di poter dire “io ci ho provato, ho avuto il coraggio che voi non avete mai avuto!”. E ricordatevi che “impossibile” è solo un vocabolo. Niente è impossibile se credete in voi stessi!


Per seguire le gesta di questo giovane astro nascente del cinema d’azione, potete iscrivervi alla sua pagina professionale su facebook, oppure visitare il sito web del suo film (al momento un teaser, il sito completo aprirà a settembre) o il suo ufficiale, attualmente in fase di costruzione.

Infine ecco a voi il teaser di “Shangdown”, il suo primo lungometraggio (anche in HD).

Tim Burton cade nella tana del bianconiglio

“Mah…”

Mia Wasikowska

Così ho concluso la mia visione di “Alice in Wonderland”. Il nuovo capolavoro di Tim Burton, infatti, così tanto capolavoro non è… Ma vediamo di analizzarlo per bene.
Si parte con Alice, ancora piccola e piena di incubi che non passano, incubi sul paese delle meraviglie che la accompagnano per tutta la sua vita. La bellissima Mia Wasikowska aderisce perfettamente nei panni di Alice, alienata nel mondo in cui vive e considerata strana. All’età di diciassette anni viene portata ad una festa dove dovrà fidanzarsi con un ricco e spocchioso nobile con qualche problema digestivo, e questo è il vero inizio del film. Alla festa inizierà ad avere visioni di un “coniglio col panciotto” fino a seguirlo nel famoso buco, scappando letteralmente dalla proposta di fidanzamento. Ma qua iniziano anche i problemi: nel mondo delle meraviglie incontrerà quasi tutti i personaggi presi dai famosi libri di Lewis Carrol, dal bianconiglio ai gemelli Pinco e Panco, dal brucaliffo al cappellaio matto, interpretato egregiamente da Johnny Depp.

Insomma i propositi per un altro capolavoro c’erano tutti, personaggi fantastici interpretati da attori altrettanto fantastici (il cappellaio matto, con il suo comportamento quasi schizofrenico reggerebbe da solo l’intero film) come Helena Bonham Carter, che riesce a rendere la regina rossa la vera protagonista del film, alienata nel mondo in cui vive, odiata da tutti senza che riesca a farsi amare come la sorella, la regina bianca (Anne Hathaway). Il mondo in cui Alice viene catapultata è un altro piccolo capolavoro, quasi tutto fatto in computer grafica, pieno di piccole meraviglie e raffinatezze.

Cosa rende allora questo film un mancato successo? La sceneggiatura!
Linda Woolverton ha scritto una sceneggiatura scontata e banale, in cui è chiaro fin dall’inizio del film come andrà a finire: l’eroe di turno arriva nel paese misterioso e a lui “quasi sconosciuto”, uccide il drago e salva il regno; non vedrete niente di più di questo. Viene persa quella concezione di caotico che era presente nei due libri (“Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie” e “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”) e che rendeva il viaggio della piccola protagonista un viaggio quasi onirico, in cui per uscirne bisognava sempre di più addentrarsi nel disordine e nel non-senso.

Insomma Tim Burton stavolta (non per colpa sua) non ha sfornato un altro dei capolavori a cui ci aveva abituato; è partito dalla Disney e qua è tornato ma ha abbandonato il suo mondo (al limite di un freak show) oscuro e pieno di follia di film come Nightmare Before Christmas, Frankweenie, Edward mani di forbice ecc… Se vi si aggiunge che il 3d è stato aggiunto in post-produzione e che è quasi inesistente (sono pochissime le scene in cui servono davvero gli occhiali) il film non vale la pena di essere visto al cinema. Quello che consiglio è di affittarlo appena possibile però, perché anche se la sceneggiatura appiattisce quasi completamente le follie di Carrol e Burton il film rimane una piccola perla per gli occhi, capace di trascinarvi in un mondo fantastico, degno di essere vissuto.

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Dal “na’vi” al “klingon”: le lingue immaginarie nel cinema

Kaltxì!

Per molti questa parola non avrà molto senso, ma alcuni appassionati la riconosceranno come un saluto. Si tratta della traduzione per “salve” in lingua na’vi, una lingua che fino a poco tempo fa non esisteva. È stata infatti creata dal linguista Paul Frommer, ingaggiato dal regista James Cameron per il film Avatar.
Aldilà del gradimento o meno per il film, non si può non rimanere affascinati dall’ascolto di una lingua che, pur non avendo più di qualche centinaia di termini, è una creazione artificiale e allo stesso tempo presenta elementi reali di lingue native americane, maori e africane. La curiosità ha spinto molte persone a volerne sapere di più, a voler “parlare na’vi”. Fatto sta che sul sito ufficiale (www.learnnavi.org) è possibile scaricare in PDF un ottimo documento contenente fonetica, grammatica, sintassi e fraseologia, per chiunque voglia avventurarsi nello studio di questa lingua.
Non è la prima volta che accade. Pochi anni fa attorno alle lingue elfiche de “Il Signore degli Anelli”, sul web è scoppiata una vera e propria mania: mailing list, forum, siti e discussioni sono stati dedicati all’argomento. In questi spazi web, ringraziarsi con un hannon le, risultava una cosa del tutto normale. Certo, la struttura che sta alla base delle lingue elfiche, frutto di anni di lavoro del filologo J.R.R.Tolkien, non è comparabile a quella della neo-nata lingua na’vi, ma il principio è lo stesso: creare una lingua per porre le basi di una cultura immaginaria. Perché la lingua, possiamo dirlo, è alla base di qualunque civiltà, reale o meno.
Un altro precedente è costituito dal klingon, la lingua dei “nemici” di Star Trek. Il klingon fu creato dallo studioso Marc Okrand e, a detta di coloro che hanno voluto tentarne lo studio, è una lingua un po’ complicata ma non priva di fascino, poiché, come ogni lingua che si rispetti, si compone anche di proverbi e motti. Lo stesso Marc Okrand è l’inventore dell’atlantiano, lingua utilizzata per il film “Atlantis” della Walt Disney.
Come non citare poi Guerre Stellari! Un droide parla sei milioni di lingue, e questo la dice lunga sulla varietà linguistica presente nel mondo creato da George Lucas. La lingua più parlata, è bene chiarirlo, è il galattico comune, che però è tradotto in inglese e quindi viene completamente “perso” nella traduzione! Ma abbiamo anche la lingua degli Ewok (ricordate il buffo popolo di piccoli esseri pelosi?). L’Ewok avrebbe come base il filippino e il tibetano, più un tocco di inglese e persino di svedese modificato. L’huttese, invece, di cui si ascoltano grandi stralci soprattutto nei prequel, è la lingua che nel film viene parlata a Tatooine, pianeta natale di Luke Skywalker e di suo padre, e che presenterebbe degli influssi di lingua quechua (la lingua delle popolazioni andine: Perù, Bolivia, Ecuador, ndR).
Un altro esempio di lingua immaginaria parlata sul grande schermo, meno famoso ma altrettanto affascinante,  è il go’auld. Il go’auld è, per intenderci, la lingua parlata dal malvagio Ra e dagli Abidosyani del film Stargate, di Roland Emmerich, e che in seguito è stata utilizzata anche nella omonima serie tv. Il go’auld dovrebbe, nell’ambito della storia, ricordare la lingua degli antichi egizi.

Lingue immaginarie, lingue artistiche. Linguaggi che abbondano ancor di più nel mondo della letteratura, specie quella fantasy e fantascientifica. Sono indice della grande forza evocativa delle parole: basta infatti creare particolari suoni e collegarli fra loro in un modo nuovo, e subito ci sembra di essere trascinati in un’altra realtà.
I linguaggi artistici sono pura estetica, stimolano l’immaginazione; solo ad un livello superficiale se ne può sancire l’inutilità. È vero, il na’vi, il klingon, o l’huttese non aiutano a trovare un lavoro, ma avvicinarsi ad esse allena la mente, la fantasia e la capacità di sognare. In un mondo dove le parole vengono consumate, banalizzate e bistrattate nella scatola televisiva, ritornare alla purezza del linguaggio non può che essere qualcosa di buono, qualcosa che ci rinnova e che veste di nuovo le parole della loro dignità e della loro bellezza.

A proposito… Eywa ngahu!

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Codice Genesi – il bel film che non ti aspetti.

Locandina di Codice GenesiDai, sinceramente: cosa avete pensato quando avete visto il trailer di “Codice Genesi” (riportato a fondo articolo)? Avete pensato: “ancora film post-apocalittici?”, avete pensato “bah, l’ennesimo filmetto d’azione”, avete pensato “Tsè, Denzel Washington ormai non azzecca più un film da anni”, avete pensato “i fratelli Hughes?! Quelli di From Hell?! Per carità!” (ok, questo forse non l’avete pensato. So che From Hell è piaciuto a tanta gente ma, da fanatico lettore di Alan Moore, per me rimane un film orribile).
Ed è più o meno con lo stesso vostro scetticismo che sono entrato in sala. Scetticismo mitigato solamente da una sottile speranza nata dalla locandina, dove Denzel sembra un personaggio preso di peso dal videogioco-capolavoro “Fallout” (e infatti il film sembra attingere a piene mani da questo gioco, chi lo conosce se ne accorgerà, gli altri diano un’occhiata a questa immagine). Che volete farci, non c’è nessuna maniera per farmi venire a noia l’ambientazione apocalittica post-nucleare.
La trama è presto detta: 30 anni prima dell’epoca del film, a causa delle guerre e dell’inquinamento, “nel cielo si aprì un buco e ne scaturì una pioggia di fuoco”… Eli (Denzel Washington) non si dilunga molto e spiega ancora meno… Buco nell’ozono? Distruzione mutua assicurata? Apocalisse divina? Fatto sta che ci ritroviamo in un mondo desertificato dove l’acqua costa quanto un calciatore odierno e i cannibali sono distinguibili da tipici tremori; un mondo dove arrivare vivo  alla fine della giornata è un miracolo e se vai in giro disarmato sei considerato uno sprovveduto (nonché un uomo morto che cammina). Nulla di dissimile insomma da quell’ambientazione a cui decine e decine di altri film, libri, fumetti e videogiochi ci hanno abituati, prima fra tutti la mai dimenticata e mai troppo amata serie di Mad Max (in Italia: Interceptor, Il guerriero della strada, Mad Max: oltre la sfera del tuono), di George Miller con l’esordiente Mel Gibson, 1979.

the book of Eli

Codice Genesi rimane sulla falsariga di Mad Max anche registicamente: inquadrature lente e ampie, lunghe panoramiche sul territorio brullo e il cielo grigio; il film si prende i suoi tempi, e senza fretta segue il passo lento del buon Eli, in viaggio verso Ovest per una missione sconosciuta che comprende la consegna di un particolare libro, capace forse di cambiare le sorti dell’umanità. I fratelli Hughes cominciano a distaccarsi da Miller con la prima scena d’azione: inquadratura fissa a campo largo, in silouhette. Una cosa che non ricordo di aver mai visto prima, semplicemente bellissima. Non è l’unica scena originale del film; molte altre soluzioni creative (piani sequenza arditi, riprese circolari, eccetera…) mi hanno ricordato un altro film, anch’esso post-apocalittico ma molto diverso quando a background: quel “I figli degli uomini” di Alfonso Cuaròn del 2006 che non mi stancherei mai di rivedere.

Ma le ispirazioni non si fermano qui: uno dei personaggi del film fischietta più volte il motivetto di uno degli immortali western di Sergio Leone, e l’idea stessa di un personaggio che cerca di portare in salvo l’ultima copia di un libro importantissimo per l’umanità rimanda immediatamente alla trama di quel caposaldo della fantascienza letteraria: Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (di cui fece una riduzione cinematografica niente meno che François Truffaut, nel ’66), in particolare con il concetto degli uomini-libro.

Rimandi immediati che non fanno che confermare la teoria che porto avanti da quando studio cinema: non importa che quello che racconti sia per forza originale e nuovo, conta come lo racconti. Tutti copiano, fa parte del lavoro di scrittura, ma Codice Genesi mette insieme tanti elementi diversi con un’eleganza e una capacità che sinceramente sembravano completamente trasparenti (diciamo pure assenti) in From Hell.

La sceneggiatura di Gary Whitta (all’esordio) è buona e robusta: pochi dialoghi ben dosati, che non vanno mai sopra le righe e dicono esattamente quello che c’è da dire; personaggi ben caratterizzati e accadimenti ben piazzati che non fanno pesare la particolare calma della regia. Gli Hughes perdono un po’ di eleganza sul finale, risultando un po’ ridondanti, forse per la preoccupazione – non fondata – di non aver spiegato abbastanza. Ho trovato particolarmente rozza la chiusura del film, la classica “americanata” che si spiega male e di cui si poteva fare a meno, ma considerando le aspettative con cui ero andato al cinema, è grasso che cola.

Mila Kunis

Il cast è di tutto rispetto: oltre  a Denzel Washington – che, sì, forse ha sbagliato parecchi copioni negli ultimi anni, ma rimane un grande attore, altamente espressivo – nella parte della nemesi di turno abbiamo il grande Gary Oldman, istrionico come sempre; la spalla femminile è affidata alla bellissima e bravissima Mila Kunis (forse sono un po’ di parte, dato che ne sono follemente innamorato), voce originale di Meg Griffin, anche lei un mistero, dato che sceglie pochissimi copioni, ma non sempre di qualità (“Max Payne” l’avete visto? Spero di no per voi); infine, apprezzatissime comparsate di Tom Waits (visto recentemente nella fantastica parte del Diavolo in “Parnassus” di Terry Gilliam) e di Malcolm McDowell.

Ad avvolgere e sottolineare l’atmosfera di abbandono e solitudine, una bellissima colonna sonora originale di Atticus e Leopold Ross e Claudia Sarne, compositori che avevano già lavorato con gli Hughes ma che qui danno il meglio di loro confezionando musiche d’atmosfera minimaliste ed essenziali, eppure emotivamente coinvolgenti.

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Hachiko, il valore della fedeltà

Hachiko è il classico film che ti riconcilia con il cinema.
Lontano dalle nuove prospettive 3d, Hachiko è un piccolo film che narra una grande storia (vera), quella del rapporto specialissimo tra un cane e il suo padrone.
Differentemente da altri lavori che hanno affrontato il rapposto uomo-animale, questo vede un perfetto equilibrio tra i due protagonisti: lo splendido cane razza Akita Inu e un Richard Gere che emana ancora tutta la grazia che lo ha reso divo incontrastato di Hollywood per più di trent’anni.
Quando si ha davanti un mostro sacro del calibro di Gere, si percepisce un’aurea di fiducia provenire dallo schermo, come se un suo sguardo bastasse a farci capire che abbiamo fatto bene a comprare il biglietto e sederci in sala. In questo caso mai fiducia fu tanto verificata.
La trama del film è piuttosto semplice: una sera, il professor Parker (lavoratore pendolare) trova un cucciolo perduto alla stazione dei treni e, pur con qualche riluttanza, riesce a portarlo a casa e a convincere la moglie a tenerlo.
Il rapporto che si instaura tra il padrone e Hachi è il cuore del film. Un passo avanti l’amicizia e uno indietro l’amore.

Un legame incredibile che porta ad un evento impensabile: ogni giorno il cane Hachi accompagna Parker ai treni e 5 minuti prima delle 17 (l’ora in cui il professore rientra) torna alla stazione per dargli il bentornato.

Come Hachi sembra essere il cane più buono, intelligente, fiero che esista, allo stesso modo non ci si può non affezionare anche al professor Parker, sempre disponibile con tutti: a lavoro, per strada, in famiglia, e ovviamente con Hachi. Così quando il professor Parker viene colto da un attacco di cuore e muore a lavoro, Hachi aspetta inutilmente il rientro del suo grande amico.

La sofferenza del cane Hachi diventa sofferenza del pubblico intero. La perdita di un personaggio dal grande cuore si aggiunge alla tristezza espressa dal cane.

Il legame tra i due è di quelli indissolubili anche dopo la morte. Hachi continua a fare quello che deve fare, aspettare il suo amico. Ogni giorno.

Sotto la pioggia e la neve Hachi rimane lì ogni giorno, sfamato dagli assidui frequentatori della stazione.

Spera di rivedere il suo grande amico Parker, l’uomo per il quale è vissuto e per il quale morirà, dopo aver aspettato 11 anni davanti la stazione, il suo ritorno.

“Non ho mai conosciuto mio nonno. È morto quando ero piccolissimo.

Ma, quando mi parlavano di lui e di Hachi, io sento di conoscerli.

Loro mi hanno insegnato il valore della fedeltà.

Ora so che non bisogna mai dimenticare chi si è amato.

È per questo che Hachi sarà per sempre il mio eroe.”

The Millionaire e la “dimensione India” tra Moravia e Pasolini

the-millionaireCosa non si fa per amore? Lanciarsi senza paracadute o ripetere il sogno di Orfeo sono niente paragonato a ciò che affronta il giovane Jamal: rischiare di vincere 20 milioni di rubli a “Chi vuol essere Milionario”.

È la ricerca spasmodica della donna amata infatti che spinge il protagonista a partecipare all’edizione nazionale del famoso quiz televisivo, nessuna ricerca di fama, gloria o denaro.

Ma come può un ragazzo orfano, disadattato, cresciuto all’ombra del fratello sbandato, conoscere le risposte che medici, avvocati e intellettuali prima di lui non hanno saputo? Questo si chiede l’egocentrico presentatore, il capo ispettore della polizia e l’India intera.

La domanda è posta direttamente dal regista stesso ad inizio film agli spettatori, e ovviamente alla fine avremo anche noi la fatidica risposta.

Lo schema del racconto è ricopiato pari passo dal meccanismo a tappe del gioco televisivo, ad ogni domanda infatti (eccetto l’ultima) emerge un flashback sulla vita di Jamal che spiega perché conosce la risposta. Il destino infatti ha voluto che le domande fossero tutte collegate alla sua vita trascorsa fino ad allora, da quando era ladruncolo al suo ultimo lavoro in un call center come ragazzo del thè.

Boyle ci racconta una storia del divenire, incentrata sui motivi che hanno portato Jamal ad essere milionario, attuando quasi una mappa storico-biografica delle sue conoscenze. Il primo flashback ad esempio racconta di come da piccolo il protagonista, per farsi autografare la foto del suo idolo, si getta in una latrina, e ricoperto di feci riesce a farsi varco tra la folla, ed esaudire il suo desiderio.

La scena oltre ad essere una naturale autocitazione di Trainspotting (la famosa scena della toilet peggiore della Scozia), è probabilmente anche una delle più intense del film.

Il regista, sorretto da un ottima sceneggiatura tratta dal romanzo di Swarup, dirige in maniera veloce e movimentata (con particolari inquadrature asimmetriche), regalando momenti di tensione ed intensità specialmente ad inizio film (ad esempio la scena della tortura).

La scelta dei protagonisti (tutti selezionati in India eccetto il protagonista) non è però delle più azzeccate, il maturo Jamal, interpretato da Dev Patel, non è generoso di espressioni, privando il personaggio di una maggiore personalità che sicuramente avrebbe giovato al film.

il-treno-per-il-darjeelingGirato nella regione Dharavi, Boyle riprende la parte più povera del paese, e pur non raggiungendo i magnifici effetti visivi di Wes Anderson ne “Il treno per Darjeeling”, in “The Millionaire” i colori dell’India regalano vivacità alla pellicola.

Tornando al motivo principale che spinge Jamal ad andare in televisione, possiamo evincere  come la vita viene metaforicamente paragonata ad una scalata a premi con un obiettivo finale, il più difficile ma il più ambito: l’amore. La vita che si intreccia tra gioco e destino (ricordando solo lateralmente Il Settimo Sigillo) trova il suo unico senso nella ricerca dell’amore, quello che Schlegel definiva: “sorgente e anima di tutte le emozioni”.

Adeguandosi all’epoca attuale, Jamal sceglie la televisione come mezzo di comunicazione dei propri sentimenti. La scenata che Benjamin Braddock (Dustin Hoffman) realizzò durante la  sequenza finale de “Il Laureato” è infatti impossibile oggi, dove la televisione e i media sono il nuovo veicolo delle emozioni private.

Il pregio di The Millionaire (premiato con 8 premi oscar e 4 Golden Globe), è sicuramente quello di avere un ritmo avvincente e sostenuto, e nonostante un finale non proprio sorprendente riesce anche a commuovere senza dover ricorrere ad artifici hollywoodiani.

Può il destino accontentarti qualche volta? Sì, se si crede nell’amore. È la legge di Boyle, è la legge di “The Millionaire”.

La dimensione India

Durante i titoli di coda avviene il diretto omaggio del regista a Bollywood, meta cinematografica ormai prediletta da molti registi americani ed europei (Spielberg, il già citato Wes Anderson, lo stesso Boyle). Un successo raggiunto non solo grazie a motivi economici (è l’impero cinematografico più ricco del mondo) ma anche scenografici-scenici.

Se infatti per un regista come Anderson, girare un film in India comporta una cura dell’immagine pro filmica quasi maniacale, con una durata delle singole riprese maggiorata e quasi tendente all’iperbole, Boyle preferisce sfruttare il dualismo tra miseria e ricchezza diffuso nella nazione.

Mentre Anderson nel suo film effettua quasi un’esposizione artistica dei paesaggi esotici, degli odori e dei colori dell’ India, Boyle a sua volta dipinge un ritratto di una nazione martoriata dalla malavita e dalla povertà diffusa nei villaggi-baracche.

I due diversi modi di approcciarsi artisticamente all’India e ai suoi misteri ricorda quello che i due letterati italiani Moravia e Pasolini hanno avuto durante il loro viaggio comune in India.

Se Anderson, con la sua scelta verso le sensazioni e l’estetica visiva, è accostabile alla voglia di Pasolini di respirare l’aria indiana non appena arrivato a Bombay, Boyle è invece il più lucido e freddo osservatore alla Moravia: “E’ si che in India molte sono le cose, alcune delle quali bellissime, che possono fermare l’attenzione del viaggiatore. Ma la povertà, almeno oggi, è veramente il motivo dominante”[1].

12307488_galMoravia e Pasolini, decenni prima rispetto ai moderni registi, erano riusciti ad intravedere le infinite possibilità artistiche offerte dall’ India nonostante le sue contraddizioni. “Un idea dell’India” di Moravia e “L’odore dell’India” di Pasolini rimangono oggi due pietre miliari della letteratura di viaggio, dove il viaggio non è un mero spostamento spaziale, bensì espressione dell’animo estremamente sensibile ma profondamente diverso dei due grandi autori italiani.


[1] A. Moravia, Un idea dell’India, Bompiani, 2001, p.75.

Baarìa, il ritorno del kolossal italiano

11 anni dopo “La leggenda del pianista sull’oceano”, e 3 anni dopo il suo ultimo film “La sconosciuta”, Tornatore torna al grande cinema con un opera gigante sia come budget e sia come intenti.
Baarìa punta ad essere oggi un ossimoro del cinema moderno: il kolossal italiano, e nonostante tutto, riesce ad esserlo.
Escludendo infatto qualche raro caso, il cinema italiano ha avuto sempre difficoltà enormi a dare vita (artisticamente e economicamente) a produzioni simil-americane chiudendosi spesso in un antipatico snobbismo culturale.
Oggi gli spettatori si trovano di fronte ad un film che è “il cinema” nella sua accezione più antica: arte ed intrattenimento, dove il profilmico non prende vita, ma lo è già, attraverso quasi una firma tra gli attori e Bagheria di patti Lateranensi, tesi ad elevare la qualità dell’opera intera.
Il regista siciliano, con la sua regia (che stilisticamente ricorda il cinema americano anni 70), riesce a farci sentire parte di un popolo e di un epoca, attraverso salti temporali che fanno leva sui ricordi primordiali Junghiani del pubblico italiano.
Attraverso la storia del paese siciliano così, è tutta la nazione che si ricorda ciò che è stato e soprattutto come lo è diventato.
I mini episodi in cui è scandito il film, ondeggiano, da un punto di vista qualitativo, da momenti di puro lirismo (la scena della fuitina domestica, o quella di Guttuso con il polpo) a momenti meno incisivi ma pur sempre di qualità.
Baarìa è un film che punta in alto, e come qualunque Icaro ogni tanto perde di quota, ma arriva comunque a testa alta al traguardo dove avviene quello “scarto del reale”: una corsa, un giro di trottola e la macchina da presa (invisibile qui) che segue, rincorre e unisce Peppino e suo figlio, tra la Bagheria del passato e quella moderna. In fondo, in un opera cinematografica che fa del cinema il cinema, avvelersi di qualunque mezzo per aggiungere arte all’opera è giustificata.
E se qualcuno si lamenta per la durata del film (2 ore e mezza), ricordate che prima di mangiare il pane, deve lievitare per bene.
Certo, potete sempre usare il microonde.

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Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Presentiamo un nuovo autore qui su Camminando Scalzi, Andrea Rizzo, che ci propone un interessante commento-recensione all’ultimo film di Giuseppe Tornatore. Ci piacerebbe conoscere anche le vostre impressioni sul film, non dimenticate di commentare. Buona lettura.

La redazione di CamminandoScalzi.it

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Undici anni dopo “La leggenda del pianista sull’oceano”, e 3 anni dopo il suo ultimo film “La sconosciuta”, Giuseppe Tornatore torna al grande cinema con un opera gigante sia come budget e sia come intenti.

Baarìa punta ad essere oggi un ossimoro del cinema moderno: il kolossal italiano, e nonostante tutto, riesce ad esserlo.

Escludendo infatti qualche raro caso, il cinema italiano ha avuto sempre difficoltà enormi a dare vita (artisticamente e economicamente) a produzioni simil-americane chiudendosi spesso in un antipatico snobbismo culturale.

Oggi gli spettatori si trovano di fronte ad un film che è “il cinema” nella sua accezione più antica: arte ed intrattenimento, dove il profilmico non prende vita, ma lo è già, attraverso quasi una firma tra gli attori e Bagheria di patti Lateranensi, tesi ad elevare la qualità dell’opera intera.
Il regista siciliano, con la sua regia (che stilisticamente ricorda il cinema americano anni 70), riesce a farci sentire parte di un popolo e di un epoca, attraverso salti temporali che fanno leva sui ricordi primordiali Junghiani del pubblico italiano.
Attraverso la storia del paese siciliano così, è tutta la nazione che si ricorda ciò che è stato e soprattutto come lo è diventato.

I mini episodi in cui è scandito il film, ondeggiano, da un punto di vista qualitativo, da momenti di puro lirismo (la scena della fuitina domestica, o quella di Guttuso con il polpo) a momenti meno incisivi ma pur sempre di qualità.

Baarìa è un film che punta in alto, e come qualunque Icaro ogni tanto perde di quota, ma arriva comunque a testa alta al traguardo dove avviene quello “scarto del reale”: una corsa, un giro di trottola e la macchina da presa (invisibile qui) che segue, rincorre e unisce Peppino e suo figlio, tra la Bagheria del passato e quella moderna. In fondo, in un opera cinematografica che fa del cinema il cinema, avvelersi di qualunque mezzo per aggiungere arte all’opera è giustificata.

E se qualcuno si lamenta per la durata del film (due ore e mezza), ricordate che prima di mangiare, il pane, deve lievitare per bene.

Certo, potete sempre usare il microonde.