Il concorso per la Procura dello Stato: sogno di una notte di metà ottobre

Stamattina mi sono svegliato con un gran mal di testa. Deve essere dovuto al fatto che questa notte ho fatto un sogno terribile, ve lo racconto. Ero uno dei ragazzi che hanno partecipato al concorso per Procuratore dello Stato, la cui prova selettiva si sarebbe dovuta svolgere lo scorso 12 giugno presso i locali dell’Ergife Palace Hotel di Roma. Il bando prevedeva l’assunzione di tre candidati per il ruolo di Procuratore dello Stato, le persone che si sono presentate erano novecentosettantacinque.

Ricordo che la procedura si è svolta con modalità assolutamente poco chiare, il che ha dato luogo al verificarsi di circostanze del tutto anomale per un concorso pubblico.Non sono stati effettuati i doverosi controlli volti alla verifica dell’eventuale possesso di dispositivi elettronici, cellulari, libri e appunti personali.

Non c’è stata neanche la consegna della consueta “doppia busta”. Mi spiego. Di solito vengono consegnate due buste a tutela della trasparenza e dell’anonimato dei compiti svolti, una più grande e anonima in cui inserire l’elaborato al termine della prova e una più piccola contenente un cartoncino da compilare con i propri dati anagrafici che, una volta chiusa, va inserita all’interno della busta più grande insieme all’elaborato stesso.
Nonostante poi all’atto della consegna dei codici non fosse stato consentito ai candidati di introdurre nella sede concorsuale alcun dizionario, in aula vi era una moltitudine di candidati che sfogliavano indisturbati romanzi, riviste e quotidiani.
Ma le anomalie più peculiari si sono verificate all’interno del padiglione.
Sono stati fatti alcuni annunci da parte della Commissione esaminatrice: ai candidati è stato richiesto in primo luogo di controllare sui propri banchi se fossero in possesso di codici altrui. Sono stati fatti i nomi di alcuni candidati che non avevano trovato i propri codici sui banchi, che sono stati invitati ad avvicinarsi.Continua a leggere…

Intervista a Mario Fresa, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione (parte 2)

[stextbox id=”custom” big=”true”]Questa è la seconda parte dell’intervista rilasciata da Mario Fresa, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura. Abbiamo approfondito diverse tematiche, dal rapporto tra la magistratura e la politica alla separazione delle carriere, sino ad un’accurata analisi della situazione attuale della giustizia italiana. Trovate qui la prima parte[/stextbox]

Cosa sono le “correnti” all’interno della magistratura?

Per “correnti” della magistratura si intendono le diverse associazioni di magistrati che si riconoscono tutte all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati. L’A.N.M., nata nel lontano 1909, sciolta nel ventennio fascista e ricostituita nel 1945, ai sensi dell’art. 2 dello Statuto, si propone i seguenti scopi: 1) dare opera affinché il carattere, le funzioni e le prerogative del potere giudiziario, rispetto agli altri poteri dello Stato, siano definiti e garantiti secondo le norme costituzionali; 2) propugnare l’attuazione di un Ordinamento Giudiziario che realizzi l’organizzazione autonoma della magistratura in conformità delle esigenze dello Stato di diritto in un regime democratico; 3) tutelare gli interessi morali ed economici dei magistrati, il prestigio e il rispetto della funzione giudiziaria; 4) promuovere il rispetto del principio di parità di genere tra i magistrati in tutte le sedi associative ed in particolare assicurare la presenza equilibrata di donne ed uomini negli organismi dirigenti centrali, distrettuali e sottosezionali dell’Associazione, nonché in tutte le articolazioni del lavoro associativo e nei casi in cui l’Associazione sia chiamata a designazioni di suoi rappresentanti; 5) dare il contributo della scienza ed esperienza della magistratura nella elaborazione delle riforme legislative, con particolare riguardo all’Ordinamento Giudiziario.

Come si vede, l’A.N.M. non può definirsi soltanto come il sindacato dei magistrati, ma è un organo che contribuisce in modo rilevante alla c.d. politica giudiziaria, nell’ottica di un miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia della Giustizia, al servizio dei cittadini. Le c.d. correnti della magistratura non rappresentano altro che le diverse culture esistenti tra i magistrati e i diversi approcci possibili all’esame e alla soluzione dei comuni problemi degli uffici giudiziari. Direi che da questo punto di vista rappresentano la linfa vitale del sistema giudiziario italiano; sono centri di elaborazione di idee e di progetti volti a migliorare il funzionamento della Giustizia e che, attraverso l’A.N.M., interagiscono con il mondo politico, sottoponendo al Governo e al Parlamento il punto di vista per così dire “tecnico” sulle possibili riforme legislative.

Ribadita l’essenzialità delle correnti al fine di tenere qualitativamente alto il dibattito sulla Giustizia e di garantire il pluralismo associativo all’interno dell’A.N.M., devo anche dire che, spesso, le stessi correnti hanno tradito i loro ideali e si sono degradate a centri di interessi corporativi o, peggio, personali. Del resto, proprio per contrastare queste patologie e riportare l’associazionismo dei magistrati ai più alti valori per i quali era nato, Giovanni Falcone e altri valorosi colleghi, nel 1988, fondarono il Movimento per la Giustizia, che si prefiggeva proprio il superamento delle divisioni fondate non su diversi ideali, ma su diversi interessi corporativi, tra l’altro aprendosi anche al contributo di giuristi provenienti dall’esterno della magistratura.

La strada che ci si prefiggeva di percorrere si è poi rivelata irta di ostacoli. Credo però che non si possa seriamente pensare di risolvere il problema della Giustizia italiana ritenendo di abolire le correnti della magistratura, così come non si può pensare di risolvere i problemi della Politica italiana, propugnando la soppressione dei partiti. Ci si deve invece impegnare per evitare il perseguimento di interessi che non collimino con quelli della collettività, così come sintetizzati nella Costituzione, e si deve far questo tanto nella Giustizia quanto nella Politica.

Qual è la sua opinione sulla separazione delle carriere tra organo giudicante e requirente?

Si tratta di un problema che ciclicamente si ripropone con più o meno forza, senz’altro serio ma, forse, sopravvalutato in relazione ad altre riforme che ritengo più urgenti per il sistema Giustizia. Come noto, la separazione delle carriere tra organi giudicanti e organi requirenti è auspicata da chi ritiene che, nell’attuale sistema processual-penalistico, ove il processo segue un rito del tipo accusatorio, il PM sia in tutto e per tutto una parte processuale e che, per le garanzie della difesa, debba essere posto sullo stesso piano delle parti private, con un giudice in posizione di effettiva terzietà, anche ordinamentale oltre che processuale.

Vero è che, nel rito penale vigente, il PM è una parte sui generis, perché tenuto per legge alla ricerca della verità e non alla verifica di una ipotesi di colpevolezza. Tant’è che l’organo requirente è tenuto a cercare ogni prova in vista dell’accertamento della verità e, quindi, anche le prove favorevoli all’indagato. Non può dunque il PM essere posto in tutto e per tutto in posizione speculare a quella della difesa privata, perché gli avvocati degli indagati (come quelli di parte civile) sono tenuti, per apposito mandato, a sostenere le ragioni del proprio cliente e non a ricercare la verità. Detto questo, un PM che fosse separato dall’organo giudicante, con diverso concorso di accesso e con carriera irreversibilmente separata, si porrebbe più lontano dalla giurisdizione per avvicinarsi a funzioni più prettamente investigative, quasi che fosse un superpoliziotto. E se nel sistema vigente il problema è quello di assicurare ad ogni cittadino indagato o imputato le garanzie più ampie di difesa, in un sistema a carriere separate il PM, più vicino alla figura del superpoliziotto che a quella del giudice, offrirebbe sicuramente meno garanzie di quante ne offra attualmente, sia pure con le cadute di professionalità alle quali in vari casi si assiste. Un concorso di accesso comune e percorsi professionali separati solo funzionalmente, e non irreversibilmente, assicurano invece una maggior cultura della giurisdizione dei pubblici ministeri, specie di quelli che, per scelta o per assegnazione iniziale, abbiano effettivamente svolto le funzioni giudicanti. Conseguentemente, garantiscono maggiormente i cittadini ed è per queste ragioni che i vari Paesi ove le carriere sono separate auspicano riforme nella direzione del modello italiano.

Direi di più. Ammesso che si vari una riforma, necessariamente costituzionale, che separi le carriere dei magistrati giudicanti da quelle dei magistrati requirenti (come il disegno di riforma costituzionale presentato dal Governo Berlusconi il 10 marzo 2011, tuttora pendente in Parlamento), ne conseguirebbe un vero e proprio rafforzamento della categoria dei pubblici ministeri che, garantendo meno i cittadini, necessiterebbe di appositi e più incisivi controlli. Insomma, inutile illudersi. Un PM forte e separato dai giudici, con minor cultura giurisdizionale e maggiori poteri investigativi, cadrebbe inevitabilmente sotto il controllo del potere esecutivo. A questo punto, sarebbe in pericolo anche il principio di obbligatorietà dell’azione penale, che è garanzia di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, con il passaggio all’azione discrezionale sotto il controllo del Governo di turno.

Con ciò vedrebbe la sua realizzazione il vecchio e mai sopito desiderio di parte della classe politica e dei poteri forti di abbassare o limitare a determinate categorie di reati l’effettivo controllo di legalità sul territorio del nostro Paese. Forse i più giovani non sanno che questo era uno dei principali obiettivi dell’associazione segreta denominata P2 e del suo indiscusso capo Licio Gelli. Basta leggere i libri di storia per capire che questa organizzazione (alla quale partecipavano diversi politici, imprenditori, affaristi, tuttora in circolazione) non aveva come scopo il bene dell’Italia, ma quello dei propri fratelli massoni.

Quali sono le difficoltà reali e i problemi della giustizia italiana in questo periodo di generale crisi del paese?

Sono convinto che non siano i problemi processuali o quelli di diritto sostanziale a rendere estremamente difficoltosa e inadeguata la Giustizia italiana. Come dicevo, non solo la cultura giuridica italiana è invidiata in tutto il mondo, ma anche i nostri modelli processuali lo sono. Quanto al diritto sostanziale, esso sconta necessariamente i limiti, cui pure accennavo, di una legislazione di gran lunga più lenta di quanto non sia l’evoluzione dei costumi e delle tecnologie della società.

Ma il punto è un altro. Bisogna mettere in grado gli uffici giudiziari italiani di rispondere con maggior qualità e maggior celerità all’enorme mole delle domande di giustizia che piovono quotidianamente da ogni parte del territorio. Viceversa, su un organico previsto per legge di 10151 magistrati ordinari, siamo in servizio solo in 8118 e questo è anche la conseguenza di molti anni trascorsi (soprattutto durante il Ministero Castelli) senza che fossero emanati bandi per il concorso di accesso, sia perché si era in attesa di una riforma ordinamentale (quella del 2006) che poco aveva a che fare con l’esigenza della massima copertura dei posti in organico, sia perché mancavano le risorse economiche, che tuttora mancano.

Per il personale amministrativo la situazione è ancor più disastrosa e, per risolvere il problema dei tanti posti vacanti in organico, si è proceduto a ridurre fortemente il numero degli organici medesimi, con il risultato che da molti anni non si bandiscono più concorsi nell’amministrazione della giustizia. Per non parlare della mancanza di mezzi di ogni tipo. Strutture edilizie da tempo inadeguate e, a volte, non conformi alla normativa riguardante la sicurezza dei lavoratori. Mancanza di stanze per i magistrati e di aule di udienza. Mancanza di scrivanie, sedie, computer, carta… Insomma, il c.d. servizio giustizia in queste condizioni – che tutti possono verificare facendosi un giro per gli uffici giudiziari – è frustrante per i magistrati, poco dignitoso per gli altri dipendenti pubblici e del tutto insoddisfacente per i cittadini.

E’ vero. Oggi si assiste a una generale crisi del Paese, soprattutto economica e finanziaria. Non tutti sanno però che questa crisi è acuita non poco dalle inefficienze della Giustizia che, ad esempio nel settore civile, dove i tempi di definizione dei processi sono davvero biblici, si riflettono in una notevole contrazione degli investimenti degli imprenditori italiani e stranieri, timorosi di non poter recuperare in modo pieno e celere i propri crediti. Al contrario, chi non vuole onorare i propri debiti trova terreno fertile nei ritardi giudiziari. Di qui l’ulteriore considerazione che la crisi della Giustizia non fa che acuire la crisi economica e finanziaria.

 La giustizia italiana di quale tipo riforma o cambiamento radicale avrebbe bisogno?

Quello che si dovrebbe chiedere al potere legislativo non è tanto la riforma dei quattro codici o della miriade di leggi speciali in vigore, quanto una riforma organica che metta mano finalmente ai veri problemi degli uffici giudiziari, che sono problemi organizzativi, gestionali, informatici, o anche solo culturali. Gli abnormi ritardi dei processi in Italia, specie di quelli civili, come prima evidenziato non sono dovuti a procedure farraginose e lo sono solo in minima parte a causa della lentezza dei magistrati nel deposito dei provvedimenti. Essi sono dovuti principalmente ad una architettura degli uffici giudiziari che (pochi lo sanno) risale ancora al regno sabaudo (ne è una riprova l’esistenza di ben 16 tribunali dislocati, soltanto, nella Regione Piemonte), quando per andare a cavallo o in carrozza da Roma a Civitavecchia ci si impiegava di più di quanto oggi si impiega per andare da Roma a Palermo ed era necessaria una capillarizzazione della presenza dei magistrati sul territorio. Oggi si rende urgente una economizzazione e razionalizzazione delle (poche) risorse a disposizione, anche tenuto conto che, come noto, gli uffici giudiziari in grado di rendere risposte più efficienti ed efficaci alla collettività non sono né quelli di piccole dimensioni (dove si pongono problemi di funzionalità minime e di incompatibilità processuali irrisolvibili), né quelli c.d. metropolitani (dove si pongono problemi di gestione assai difficili da risolvere), ma sono invece gli uffici di medie dimensioni.

Una revisione delle circoscrizioni giudiziarie – invano auspicata con apposita proposta legislativa dal C.S.M. nel luglio 2010 – costituirebbe, quindi, lo strumento indefettibile per realizzare un sistema moderno ed efficiente di amministrazione della giurisdizione, che sia in grado di fornire la dovuta risposta di merito alle istanze di giustizia, nel rispetto di tempi ragionevoli di durata del processo, nella consapevolezza che il ritardo nel giungere alla decisione si risolve in un diniego di giustizia. Si renderebbe possibile in tal modo un’ottimizzazione delle risorse a disposizione del sistema giustizia (personale di magistratura, personale amministrativo, mezzi e strumenti, anche informatici), capace di aumentare sensibilmente la risposta giudiziaria in relazione alla corrispondente domanda di giustizia dei cittadini. Una riforma di tal genere sarebbe più di ogni altra capace di invertire il “trend” giudiziario e di far superare il senso di profonda amarezza che alberga nella coscienza di chi si pronuncia ogni giorno “in nome del popolo italiano” e viene al contempo delegittimato proprio da chi, pure, quel popolo rappresenta.

Una amarezza, certo, che non è nuova se si pensa a quanto affermava Calamandrei nel lontano 1921: “la crisi della giustizia sta nella svalutazione morale della magistratura: ad aggravar la quale hanno dato opera assidua da cinquant’anni a questa parte burocrazia e parlamento. Se lo stato avesse voluto preordinatamente distruggere a colpi di spillo il prestigio della magistratura di fronte al popolo e spegnere a poco a poco in lei stessa ogni fiducia nell’opera propria, avrebbe dovuto comportarsi verso di essa come si è comportato […] Ed ecco: questi magistrati che sono la voce vivente della legge e la incarnata permanente riaffermazione dell’autorità dello Stato, si accorgono che lo Stato agisce talora come se fosse il loro più aperto nemico: sentono che, se vogliono seguitare a render giustizia, devono farlo, più che in nome dello Stato, a dispetto dello Stato, il quale incarnato nel Governo, fa di tutto per neutralizzare, per corrompere, per screditare, per rendere incerta e poco seria l’opera loro”.

 

 

 

 

 

Intervista a Mario Fresa, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione (parte 1)

[stextbox id=”custom” big=”true”]Mario Fresa è un magistrato della Repubblica italiana, nato a Roma il 22 settembre 1961. Entrato in magistratura il 22 dicembre 1987, è stato Pretore civile a Rieti e poi a Roma. Ha svolto poi le funzioni di magistrato addetto alla segreteria del CSM dal dicembre 1995 al giugno 2001, all’ufficio del Massimario e del Ruolo della Corte di Cassazione, dove ha svolto anche l’incarico di referente informatico presso la stessa Corte. Da sempre impegnato nell’Associazione Nazionale Magistrati, ha aderito al Movimento per la Giustizia sin dal 1988 ed ha svolto per diversi anni l’incarico di segretario del distretto romano. Nel 2003 è stato eletto nel Comitato Direttivo Centrale dell’ANM. Dal 2006 al 2010 è stato componente del CSM, ove ha svolto anche le funzioni di giudice della Sezione Disciplinare. E’ autore del libro “La responsabilità disciplinare nelle carriere magistratuali”. Attualmente svolge funzioni requirenti quale Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.[/stextbox]

 Cosa significa per Lei essere un magistrato?

Essere magistrato significa, anzitutto, attuare quotidianamente e con coerenza quei valori ai quali si è giurata fedeltà al momento dell’ingresso in magistratura. Attuare dunque i principi della Costituzione della Repubblica Italiana, che devono essere coniugati – in una dimensione europea da tempo recepita nel nostro ordinamento – con le norme dell’Unione Europea e quelle della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il magistrato contemporaneo, lungi dall’essere semplice “bouche de loi”, deve essere il vero e autentico custode di quei valori per i quali ha giurato fedeltà e, nel contrasto eventuale tra leggi positive e valori costituzionali, convenzionali ed euro-unitari, deve dare la prevalenza a questi ultimi, un po’ come Antigone fece applicando gli “αγραπτα νομιμα”, le consuetudini ritenute di origine divina, e disapplicando il “νομος”, la legge positiva del re Creonte.

Per far questo il magistrato non può astrarsi dalla società in cui vive, ma deve invece calarsi in essa, per essere in grado di interpretare le leggi garantendo la tutela dei diritti di tutti i cittadini, in egual misura, attraverso un continuo, difficile e mutevole raffronto con i diversi principi fondamentali, raffronto che può portare ad una delicata operazione di bilanciamento dei diversi ed a volte contrapposti valori in gioco. Questa operazione può portare, certo, a molteplici, legittime opzioni interpretative tra i diversi giudici dei tribunali e delle Corti d’Appello e tra questi ed i giudici della Corte di Cassazione, ma questa eventualità – se riportata nell’ambito fisiologico, evitando le interpretazioni abnormi e confidando nel buon esercizio della cosiddetta attività di nomofilachia della corte di cassazione (cioè nell’elaborazione di quei principi di diritto autorevoli ed al tempo stesso convincenti, in ciò assicurando una tendenziale unitarietà del diritto) – la considero un bene per la giurisdizione e per la stessa tenuta della democrazia del nostro Paese. Si, perché l’interpretazione delle leggi attraverso il consapevole bilanciamento dei diversi valori in gioco (il principio di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e le pari opportunità, la tutela dei lavoratori e l’iniziativa economica, il diritto alla salute ed alla libertà di autodeterminazione, la libertà di manifestazione di pensiero ed i doveri di riserbo, ecc.) rende il diritto più vicino ai cittadini e limita il distacco tra l’Auctoritas  ed il comune sentire degli uomini, destinato ad evolversi nel tempo e, sicuramente, più velocemente di quanto non facciano le leggi stesse.

Cosa si deve intendere al giorno d’oggi, a Suo parere, con l’espressione “ bravo magistrato”?

Un bravo magistrato è colui che riesce a far ciò, in maniera imparziale e indipendente ed al contempo in modo moderno, aperto alle esigenze di efficienza del terzo millennio e della società della globalizzazione, – come ha affermato diversi anni fa un mio collega “prestato” alla politica, Elvio Fassone, in occasione della presentazione di un suo disegno di legge sulle verifiche di professionalità dei magistrati – laborioso, ma non attento soltanto a fare statistica; capace di ascoltare, più che di esprimere subito le sue convinzioni; portatore di opinioni, anche ferme, ma disposto a cambiarle dopo avere ascoltato; osservante del codice deontologico non meno dei quattro codici; prudente nel discostarsi da ciò che è consolidato, ma coraggioso nel sottoporre a verifica ciò che è pacifico; consapevole che ogni fascicolo non è una “pratica”, ma un destino umano; paziente nell’approfondire, indipendente nel giudicare, rispettoso nel trattare.

Un magistrato di tal genere, a mio parere, è un magistrato che, con riferimento alla famosa metafora del Calamandrei, della bilancia che porta in un piatto due grossi volumi e nell’altro una rosa (da un lato le leggi e la dottrina e dall’altro il costume degli uomini che hanno il compito di far funzionare quelle leggi), riesce a far pendere la Giustizia dalla parte della rosa.

Lei ha ricoperto ruoli molto importanti durante la sua carriera di magistrato, a cominciare dall’esser stato eletto membro del Consiglio Superiore della Magistratura fino al recente incarico di Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione. Cosa ha segnato maggiormente e come può sintetizzare, dal punto di vista professionale, la Sua esperienza al CSM?

L’attività giurisdizionale, se rettamente intesa non come esercizio di un potere personale, ma come esercizio di un servizio a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, è una professione capace di fornire immense soddisfazioni. Fare Giustizia, nel senso più autentico del termine, e cioè reintegrare o risarcire nei diritti lesi chi abbia subito una ingiusta violazione di regole e, al contempo, punire o sanzionare chi quelle regole, penali o civili, abbia ingiustamente violato, significa essere compartecipi di ciò che il Costituente ha voluto realizzare nel lontano 1948, all’indomani del ventennio fascista e di una tragica guerra che aveva sparso tanto sangue in terra italiana. Ed il costituente, nel prevedere forti garanzie per l’esercizio autonomo e indipendente del potere giurisdizionale, ha voluto preservarlo – nell’esclusivo interesse dei cittadini a veder assicurato il diritto all’eguaglianza dinanzi alla legge – da possibili attacchi, provenienti non solo dall’esterno e, in particolare, dagli altri poteri dello Stato (legislativo ed esecutivo), ma anche dall’interno della stessa magistratura. E’ per questo che la nostra Costituzione ha previsto che i magistrati si distinguono solo per funzioni, evitando con ciò possibili gerarchie all’interno del corpus magistratuale e possibili interferenze interne all’esercizio delle funzioni giudiziarie.

Oggi, che svolgo le funzioni di sostituto procuratore generale presso la corte di cassazione, non per questo svolgo funzioni sovraordinate rispetto a quelle che svolgevo da giudice-ragazzino e pretore, più di venti anni fa, in una piccola città di provincia. Giovanni Falcone, in una storica relazione tenuta a Milano nel lontano novembre 1988, affermò a ragione che non esiste il mestiere del giudice, ma esistono i mestieri dei giudici e che ciascuna funzione svolta è parimenti delicata perché incide direttamente sulla vita dei cittadini. I cittadini del resto hanno diritto non al miglior giudice possibile, ma ad un giudice (e ovviamente ad un pubblico ministero) attrezzato e attitudinalmente idoneo a risolvere la specifica questione giuridica. Per questo posso dire che tutti i “mestieri” che ho svolto hanno nella stessa misura segnato la mia formazione professionale.

Non posso negare, però, che l’essere stato componente del Consiglio Superiore della Magistratura nel quadriennio 2006/2010, e cioè aver fatto parte dell’organo che la Costituzione ha appositamente previsto per il governo autonomo della magistratura (con ciò intendendo sottrarre l’esercizio del potere giurisdizionale alle influenze della politica e dei partiti), ha segnato fortemente la mia vita professionale.

Il CSM è l’organo preposto ad assicurare alla giurisdizione e ai magistrati che la esercitano autonomia e indipendenza da ogni altro potere. Ma è anche l’organo che deve assicurare ai cittadini il buon funzionamento della giustizia e la professionalità dei magistrati. Quindi il CSM, come ha il dovere di tutelare i magistrati lesi nella loro autonomia e indipendenza di giudizio, ha anche il compito di intervenire nelle situazioni determinate da gravi cadute di professionalità nell’esercizio delle funzioni. La tutela dei magistrati lesi nell’esercizio delle funzioni e l’intervento nei casi in cui la giurisdizione perde credibilità a causa di comportamenti scorretti sono due facce della stessa medaglia.

Nella mia recente esperienza mi sono sempre battuto perché queste prerogative del CSM fossero in egual misura assicurate. Ho ad esempio contributo alla deliberazione di diverse pratiche a tutela della giurisdizione dai continui attacchi e denigrazioni del Presidente del Consiglio, ma ho pure contribuito a sanzionare magistrati, anche famosi, perché si erano resi protagonisti di gravi cadute di professionalità.

Non sempre però molti componenti del CSM hanno avuto la stessa sensibilità sul fronte, per così dire, interno. Ancora oggi, non sono superate vecchie concezioni corporative tese a difendere il collega sempre e comunque, anche quando sbaglia. Salvo, a volte, a prenderne le distanze quando poi le questioni acquistano rilevanza pubblica e mediatica (P3, P4, ecc.). Per non parlare di quando si devono verificare in comparazione più professionalità al fine di conferire importanti incarichi direttivi. Qui, la conoscenza diretta o indiretta del singolo candidato o, a volte, pregiudizi ideologici, giocano ancora un ruolo negativo che determina una grave caduta di immagine dell’organo di governo autonomo. E sono fattori che hanno indotto talvolta persino il Capo dello Stato – che il CSM presiede – ad intervenire stigmatizzando queste patologie.

Ecco, a mio parere il CSM potrebbe fare molto di più su questo aspetto. Non si può essere credibili quando si interviene a tutela dei magistrati lesi nell’indipendenza se al contempo non si è rigorosi e scrupolosi nel valutare la loro professionalità, tanto ai fini del conferimento di importanti incarichi, quanto ai fini di eventuali sanzioni disciplinari.

Quando era in carica al CSM Lei era membro della sezione disciplinare, sede deputata all’applicazione delle sanzioni nei confronti dei magistrati. Quali sono le sanzioni in cui possono incorrere i magistrati in caso di fatti commessi durante l’esercizio della propria funzione?

La riforma legislativa del 2006, che ha tipizzato le singole fattispecie di illecito disciplinare per fatti commessi sia nell’esercizio delle funzioni sia al di fuori dell’esercizio delle funzioni, prevede ora le seguenti sanzioni per il magistrato che viola i suoi doveri: 1) l’ammonimento, che è la sanzione più lieve e si risolve in un semplice richiamo all’osservanza, da parte del magistrato, dei suoi doveri, in rapporto all’illecito commesso; 2) la censura, che è una dichiarazione formale di biasimo; 3) la perdita di anzianità nel ruolo, prevista da un minimo di due mesi ad un massimo di due anni, che si riflette in un ritardo nella progressione economica e di carriera del magistrato; 4) la temporanea incapacità ad esercitare un incarico direttivo o semidirettivo, per un periodo che può andare da sei mesi a due anni; 5) la sospensione dalle funzioni, che consiste nell’allontanamento dalle funzioni esercitate, con la sospensione dello stipendio entro limiti dipendenti dalla classe economica in cui è collocato il magistrato per effetto della sua anzianità; 6) la rimozione, che è la sanzione più grave e determina la cessazione del rapporto di servizio.

E qual è il rapporto tra gli illeciti penali e quelli disciplinari commessi da un magistrato?

Il magistrato, come ogni altro cittadino, può rendersi responsabile di reati, commessi sia nell’esercizio delle funzioni, sia al di fuori delle funzioni. Anche un atto o un provvedimento giurisdizionale, dunque, possono essere strumenti di commissione di reati (abuso d’ufficio, interesse privato in atto d’ufficio, corruzione, ecc.). In questi casi il magistrato utilizza la giurisdizione a fini propri, privati e diversi da quelli istituzionali, di tutela della collettività o, comunque, dei diritti soggettivi delle parti in causa e la responsabilità penale concorre con quella disciplinare.

Si pongono quindi complicati problemi di rapporti tra le diverse tipologie di illeciti, che si riflettono, ad esempio, sulla possibile sospensione del procedimento disciplinare ogni qualvolta sia esercitata l’azione penale per lo stesso fatto, sino all’esito del giudicato penale. Paradossalmente, l’efficacia della giustizia disciplinare che si sta dimostrando agile strumento di repressione di gravi cadute di professionalità può essere vanificata, nei casi più gravi, proprio dal concorrente ed a volte pregiudiziale procedimento penale, che può giungere dopo anni alla definitiva conclusione. In questi casi, o si assiste ad una possibile “fuga” dalla giurisdizione, mediante le dimissioni del magistrato o, in mancanza dei presupposti per l’adozione della misura cautelare della sospensione dalle funzioni, si espone per anni la collettività all’esercizio della giurisdizione da parte di un magistrato-imputato, con perdita della credibilità del magistrato stesso e con grave discredito dell’istituzione giudiziaria.

Parlando in termini pratici qual è oggi il rapporto tra la politica e la magistratura?

In un Paese “normale” il rapporto tra politica e magistratura dovrebbe essere la conseguenza del noto principio della ripartizione di attribuzioni tra i diversi poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario). Vorrei chiarire che si fa confusione quando si nega l’esistenza, nel nostro ordinamento, del potere giudiziario. Se la magistratura, nel suo complesso, non è un potere, ma – per dettato costituzionale – un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, ogni singolo magistrato, nel momento in cui rende giustizia in nome del popolo italiano, esercita un potere dello Stato.

I problemi sorgono, per un verso, quando una buona parte della politica – da sempre non incline a subire un efficace controllo di legalità – si rende intollerante verso le decisioni giurisdizionali non gradite e denigra, delegittima dinanzi all’opinione pubblica i magistrati che si sono resi responsabili di decisioni non gradite, o la magistratura nel suo complesso; per altro verso, quando alcuni magistrati protagonisti violano i doveri di riserbo o correttezza, utilizzando il potere giudiziario a scopo di notorietà, propaganda o altro.

Pur quando non si giunga ai veri e propri conflitti di attribuzioni tra poteri dello Stato, che vengono decisi dalla Corte Costituzionale e che rappresentano, per fortuna, un numero limitato di casi, oggi il rapporto tra politica e magistratura è particolarmente inquinato e si caratterizza spesso per la “personalizzazione” delle vicende giudiziarie che porta, a volte, il potere esecutivo ed il potere legislativo ad emettere veri e propri provvedimenti legislativi “ad personam”, onde evitare non solo il ripetersi in futuro di scomode inchieste giudiziarie, ma addirittura la paralisi dei processi in corso.

E’ questa una anomalia tutta italiana, che in Europa ed in altre parti del mondo viene biasimata e condannata. I principi del rispetto reciproco dei diversi ruoli e dell’equilibrato bilanciamento tra poteri dello Stato, e tra questi e le cosiddette Istituzioni di garanzia (il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura, ecc.) è infatti il pilastro imprescindibile di ogni moderna democrazia.

I magistrati sono effettivamente autonomi e indipendenti, come d’altronde prescrive la nostra Costituzione, oppure esiste una qualche interferenza inevitabile con il Governo o con il Parlamento?

L’autonomia e indipendenza di ciascun magistrato dipende, ovviamente, dalla coscienza e dalla sensibilità del singolo nell’esercizio delle funzioni. Come detto precedentemente, un magistrato che si riveli in concreto non indipendente può rendersi responsabile di reati penali od illeciti disciplinari, in relazione ai quali sono auspicabili severe sanzioni.

Sul piano disciplinare, sembra opportuno richiamare le norme che, a presidio dell’indipendenza e imparzialità del magistrato, prevedono: a) il divieto di partecipazione ad associazioni segrete o i cui vincoli sono oggettivamente incompatibili con l’esercizio delle funzioni; b) il divieto di coinvolgimento nelle attività di soggetti operanti nel settore economico o finanziario che possono compromettere anche solo l’immagine del magistrato; c) il divieto di iscrizione o partecipazione sistematica e continuativa a partiti politici.

Dunque, il magistrato non può occuparsi in modo attivo e continuativo di politica. La presenza di magistrati fuori ruolo per mandato parlamentare o per altri incarichi che comunque rivestono responsabilità politiche sembra dunque una contraddizione in termini. Eppure è una realtà. Una realtà che, vorrei sottolineare, riguarda ogni orientamento politico. Non esistono toghe rosse o toghe nere. Esistono toghe che si vestono e si svestono con troppa disinvoltura. Da tempo, l’ANM chiede ai politici una legge che impedisca la commistione tra politica e magistratura, limitando al tempo stesso le interferenze tra le ragioni della politica e le ragioni della giustizia. A mio parere, sul punto, sarebbe sufficiente la previsione secondo la quale un magistrato che entri in politica, una volta cessato il mandato, non possa più rientrare nel ruolo della magistratura. Infatti, il punto dolente non mi pare quello di limitare i diritti politici del magistrato che, come ogni altro cittadino, può anche compiere la scelta di passare a svolgere attività politica. Mi pare piuttosto quello di garantire che questa scelta, una volta effettuata, sia irreversibile e segni una scissione definitiva, sincronica e diacronica, tra attività giurisdizionale e attività politica. Perché scarse garanzie di imparzialità possono avere coloro i quali, dopo aver svolto attivamente e continuativamente attività politica, tornino poi alla giurisdizione.

Concorso in magistratura: poche consegne per tanti supereroi

Mercoledì 15 giugno, esattamente le ore 06:44 del mattino. Ho aperto gli occhi e mi sono accorto che la sveglia sarebbe suonata esattamente un minuto dopo il mio risveglio. Una doccia, una colazione veloce, giusto il tempo di un caffè, un bicchiere d’acqua e poi via di corsa verso la Nuova Fiera di Roma. Lunedì 13 e martedì 14 giugno erano stati i giorni della consegna dei codici e fino a quel momento, in fin dei conti, le emozioni ancora erano latitanti. In realtà il mio umore saltellava su e giù come un grillo e l’ansia saliva precipitosamente da giorni. Ma quella mattina mi sono accorto subito che era diverso, quella mattina era il giorno della prima prova del concorso in magistratura.

Si sono presentate circa 4.200 persone delle ventimila che si erano iscritte. Arrivo all’immenso parcheggio che giganteggia dinanzi l’ingresso nord della Nuova Fiera e mi trovo davanti un mare umano. Ciascuno dotato di una propria busta (tutte buste della spesa trasparenti) dove venivano custoditi gelosamente viveri, penne, documenti e poco altro, insomma il necessario per passare il tempo dalle otto del mattino sino alle sette della sera. Dopo circa un’ora e qualcosa di fila finalmente ognuno arriva al proprio padiglione. Eravamo divisi in quattro immenso blocchi, solitamente atti ad accogliere eventi fieristici, ma questa volta adibiti a enormi sale dove vi erano infinite file di banchi, ognuno con un nome, una data e una matricola.

Arrivo al mio posto, con non poca adrenalina nel sangue e, agitatissimo, mi siedo. Mi guardo intorno e vedo gente di ogni età. Gente alla sua prima volta, ma anche veterani alle terza, altri anche alla quarta. La legge consente tre consegne nell’arco di una vita; la quarta consegna è consentita in via eccezionale per coloro i quali si siano iscritti al bando di concorso prima dell’uscita dei risultati del concorso precedente. Sostanzialmente tutti hanno diritto a quattro consegne, tranne casi estremamente rari. È molto difficile, infatti, che escano i risultati del concorso precedente prima dell’uscita del bando del concorso successivo, dato che per le correzioni occorrono spesso molti mesi.

La commissione, seduta in cima alla sala su un’immensa cattedra, il primo dei tre giorni ha optato per il tema in materia di diritto amministrativo. Non vi nascondo che si è trattata di una vera e propria strage. In circa cinquecento si sono alzati allo scadere della quarta ora, limite minimo per potersi alzare e abbandonare la gara. I 3.700 candidati rimasti seduti hanno dovuto confrontarsi con una traccia estremamente complessa su un argomento tanto inaspettato quanto angusto. Alla fine della prima giornata non hanno consegnato più di 3.300 persone. Del resto, il giorno dopo è stato estratto il tema di diritto civile e la carneficina è proseguita incalzante. L’ultimo giorno, infine, la traccia di penale ha dato il colpo di grazia a un concorso che, a dire dei più, non era così difficile da anni. Le consegne effettive dovrebbero aggirarsi intorno alle duemila persone. Ricordo che il concorso era stato bandito per un numero pari a 360 posti, che verosimilmente non verranno integralmente coperti, come al solito. Tracce strane, imprevedibili, ma soprattutto dai titoli fuorvianti, a dire di molti finalizzate a testare la lucidità, più che la preparazione, dei candidati.

Facendo un calcolo approssimativo, e tenendo conto del fatto che delle ventimila iscrizioni siamo rimasti in meno di duemila, la percentuale di possibilità di essere promossi alle prove scritte si aggira attorno al 18%, più o meno uno su cinque verosimilmente ce la farà. Una percentuale altissima considerando che ci si attendeva quasi il doppio delle consegne, e quindi la metà della percentuale. Tirando le somme di questa tre giorni posso dire che, prima di tutto, è stata una grande esperienza di vita, nonché una dura prova di nervi, lucidità e ragionamento. È stata davvero dura soprattutto per chi, come me, era seduto lì per la prima volta.

D’altra parte è stata anche una prova di enorme crescita personale. Niente a che vedere con l’esame di abilitazione alla professione di avvocato, tutta un’altra musica, tutta un’altra aria e soprattutto tutta un’altra tensione. I risultati, a questo punto e dato il numero esiguo di consegne, sono previsti non più tardi dell’inizio del prossimo inverno; diciamo che, se tutto dovesse filare liscio, entro la fine di gennaio saranno esaurite le correzioni. Nell’articolo che scrissi prima del concorso avevo parlato di supereroi. Oggi più che mai mi sembra ampiamente azzeccata questa definizione; adatta non soltanto a chi avrà avuto la bravura e la fortuna di passare, ma anche a chi pur non risultando idoneo avrà avuto il coraggio di consegnare tutte e tre le prove, e a coloro che non se la sono sentita nemmeno di consegnare, e giorno dopo giorno hanno abbandonato il campo. Concludo questo articolo come conclusi il precedente: in bocca al lupo a tutti, supereroi e non.

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(pre)Cari Amici #3 – 110 e lode: Italia, il paese della meritocrazia

[stextbox id=”custom” big=”true”]Oggi il vostro contributo per (pre)Cari Amici è redatto da Betty Bradshaw, che ci racconta le difficoltà di cui è irto il percorso della carriera medica. Impegno, studio, magari il massimo dei voti, ma la più grossa difficoltà è scontrarsi con la casta e il sistema dell’antimeritocrazia. Raccontateci anche la vostra storia, vi aspettiamo.

La redazione di Camminando Scalzi[/stextbox]

Questa storia delle prodigiose “signorine 110 e lode” non mi va proprio giù.

Resta sul gozzo come un boccone amaro e indigesto. Italo Bocchino, in vari talk show, ripete le cifre da capogiro che questa “sorprendente” igienista dentale andrà ad accumulare nei suoi conti in banca per meriti tutti da verificare, a fronte di giovani militanti che, pur prodigandosi per la causa sin dalla culla, vengono surclassati da persone come la Minetti. Gli si contrappongono Berlusconi (e, in secundis, Formigoni) che sostiene l’avvenente consigliera regionale, la cui strabiliante carriera accademica prova che questa ragazza prodigio merita di stare dov’è.

Ecco, mi voglio soffermare su quel “merita”.

Se c’è un verbo che nel nostro paese decadente non dovrebbe più essere utilizzato è proprio “meritare”. Per rispetto verso chi, sull’inconsistenza del merito, si è logorato anima e corpo. Prendo ad esempio la classe medica, perché, volente o nolente, ne faccio parte. In particolare coloro che hanno avuto la triste idea (in modo del tutto presuntuoso!) di tuffarsi nella piscina (vuota) della ricerca scientifica italiana. Immaginiamo un giovane neo-maturato che passi l’estate a studiare (invece che partire per un’isola della Grecia) per superare il devastante barrage del numero chiuso. Immaginiamo che, solo tre giorni prima della prova, venga a sapere che il 70% delle domande verteranno su “cultura generale”. Immaginiamo dunque le bestemmie che naturalmente avrà proferito mentre gettava benzina sui libri di chimica, fisica, biologia…

Il giovane passa l’esame alla grande: gioia, tripudio… Sino al discorso d’ingresso (attenzione: NON di benvenuto) alle matricole. In un’aula spettrale vengono radunati giovani tremanti di felicità e di paura; dietro un ligneo altare su scranni fastosi… La casta! Figure in penombra dalle fattezze di cariatidi provvedono immediatamente a puntare estintori contro l’entusiasmo. Parlano in percentuale: il 30% dei presenti verrà ELIMINATO al primo semestre, un altro 30% entro il primo anno, del restante 40% qualcuno si laureerà, ma sicuramente non passerà l’esame per entrare in specializzazione… Ma cos’è, un lager? L’isola dei famosi? X-factor?

Ragazzi, stanno investendo sei, ben sei anni delle loro vite! Non sono mica qui a pettinare bambole! Una piccola pacca sulla spalla no?!

I sei anni scorrono lentamente, penosamente, faticosamente, tra professoroni bastardi, medici che non hanno voglia di insegnare in corsia, leccapiedi che cominciano a spiccare sin dal terzo anno nella penombra generale di giovani stanchi e delusi. Arriva la laurea, dopo insulti, offese, tentativi di manomissione psicologica… Evviva! Centodieci e lode! Poi l’abilitazione e quindi… L’esame per la specializzazione. La tomba di tutti i neo-laureati non paraculati. Ma immaginiamo che quel giovane, rimboccandosi le maniche (anche se molti non hanno dovuto rimboccare esattamente quelle), ce la faccia. Evviva!

Cinque anni di specializzazione: i più brutti della sua vita. Baroni, portaborse, malcostume, progetti rubati, telefonini che squillano nel cuore della notte per chiedere dov’è il lavoro X, guardie non assistite e non assicurate, promozioni di carriera del tutto ingiustificate, viaggi all’estero convertiti ad altri con il proprio progetto di ricerca, corse in aeroporto per “accompagnare” il capo a un congresso oltreoceano. All’inizio il giovane cerca di ribellarsi, di trovare una coesione di classe: ma i più tacciono – peggio – osteggiano. Il caldo della sedia che hanno sotto il sedere gli basta. Queste sono le regole, questo è il SISTEMA, è tutto normale. Se c’è qualcosa di anormale, è chi pensa che le cose possano andare diversamente. È cosa buona e giusta stare sotto il tavolo, leccare i piedi, prendere calci e mangiare briciole, puntando a un posto a tavola. Questo è il vero merito.

Finisce la specializzazione, a pieni voti! Evviva… E adesso?

Il giovane vede coetanei consenzienti e mediocri sfrecciare sull’onda del Professor Antani, avere il dottorato di ricerca grazie all’illustre Cavalier Lup-Man, partecipare a concorsi il cui bando, nella gazzetta ufficiale, l’avevano visto solo quelli del team dell’Ingegner Tapioca. Ma il giovane (che ormai è vecchio) continua a viaggiare sull’autostrada dell’Antimeritocrazia, tra progetti di ricerca e contratti a tempo determinatissimo, su una Panda comprata con summa cum laude in contanti e assegni di olio di gomito, vedendo sfrecciare automobili di lusso, SUV grandi come mammut, ferrarini superpotenti.

Onore al merito… Soprattutto a chi non ne ha.

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Dalla facoltà di giurisprudenza alla magistratura, una strada infinita

La Magistratura costituisce un ordine autonomoindipendente da ogni altro potere. È un organo costituzionale, secondo quanto sancito dall’art. 104 della Costituzione della Repubblica Italiana. In sostanza la magistratura è un complesso di organi con funzioni giurisdizionali in campo civile, penale, costituzionale e amministrativo, che si personificano nella figura del “Magistrato. I magistrati, quindi, sono titolari della funzione giurisdizionale, che amministrano in nome del popolo.

Tutto è iniziato all’incirca nove anni fa. Mi ero appena diplomato al liceo classico e senza la più pallida idea di cosa volessi fare nella vita. Anzi, a dire il vero un’idea ce l’avevo: volevo fare il giornalista e sognavo di diventare uno scrittore. Probabilmente sull’onda del fatto che al liceo una coraggiosa casa editrice pubblicò un mio libricino di poesie, oppure più semplicemente perché trovavo nello scrivere un gusto particolare, in fondo era l’unica cosa che, allo stesso tempo, mi faceva divertire e mi dava infinita soddisfazione. Arrivato il famigerato giorno della decisione in merito alla facoltà da scegliere ero totalmente nel pallone. Passai una settimana a gironzolare tra le facoltà dell’Università La Sapienza di Roma, da ingegneria a quella di scienze delle comunicazioni (sì, le mie idee non erano molto chiare) per poi approdare, ahimè, alla facoltà di giurisprudenza. Ovviamente senza pensare neanche lontanamente alle implicazioni della mia scelta. Tra me e me dicevo “giurisprudenza ti permette di fare qualunque cosa”, “è una laurea che ti apre più strade”, ma in fin dei conti in cuor mio già sapevo che una volta varcata quella soglia non avrei voluto fare altro che il magistrato. Senza ammorbare il lettore con la narrazione dei miei cinque (meravigliosi) anni di università, un bel giorno, in un’aula dove campeggiava la scritta “la legge è uguale per tutti” mi sono laureato (con la votazione di 110 SENZA lode), ed è stata proprio quell’indimenticabile ricorrenza che ha segnato l’inizio della fine.

Avevo ventitre anni, e mi accorsi per la prima volta dell’utilità di aver fatto la primina. Quando andavo alle elementari questa storia della primina proprio non mi andava giù, anzi era davvero insopportabile e frustrante l’idea di essere sempre il più piccolo di tutti. Oggi se vuoi diventare magistrato devi affrontare una lunga sfida, piena di difficoltà, ostacoli e soprattutto devi essere disposto a mettere in gioco il fisico e i nervi. Due sono le parole d’ordine: pazienza e costanzaPazienza, perché appena esci con la tua laurea “linda e pinta” dalla facoltà di giurisprudenza devi essere conscio che per almeno altri quattro anni non potrai nemmeno sederti tra i concorrenti dell’ambìto e agognato concorso. Ascoltate bene. Innanzitutto il laureato vive una immensa illusione, infatti la legge, beffarda e satirica, ti consente di partecipare al concorso in magistratura seguendo due diversi iter. Questa possibilità di scelta ti illude di essere  padrone del tuo destino, ma in realtà è lo strumento per farti desistere e per trasformarti in un numero. Solo i veri duri non mollano e persistono nella volontà di raggiungere la propria vocazione!

La prima strada percorribile è quella di ottenere il titolo di “Avvocato”, la seconda quella di conseguire il diploma della scuola di specializzazione per le professioni legali. Entrambe le scelte implicano un tragitto che, se percorso senza intoppi, dura non meno di tre anni.

Per iscriversi alla scuola di specializzazione, innanzitutto, devi laurearti entro un determinato mese dell’anno – nel mio caso era il mese di ottobre -. Ciò significa che se il bando scade il 10 ottobre e  per discrezionali decisioni della facoltà, sconosciute a te provetto laureando, ti laurei il giorno dopo, allora hai già perso un anno. Io, e non nascondo un pizzico di sarcasmo nelle mie parole, ovviamente mi sono laureato una settimana dopo la chiusura delle iscrizioni, vanificando il mio percorso di studi durato quattro anni e mezzo. Se ti laurei entro quella specifica data potrai attendere “soltanto” tre anni per sostenere il concorso in magistratura, altrimenti gli anni sono almeno quattro.

Nell’attesa dell’uscita del bando per l’iscrizione dell’anno successivo, allora, mi sono iscritto alla pratica forense. E qui veniamo alla seconda delle due strade percorribili. Ti iscrivi per due anni alla pratica forense e, dopo code interminabili, giornate perse dietro ad avvocati che ti sfruttano e spremono come un limone, dopo settimane, mesi e stagioni non pagate né rimborsate del lavoro svolto all’interno dello studio legale, arrivi a sostenere l’esame di avvocato. L’esame è cinico. Tre prove in tre giorni, i risultati non prima di sette mesi. Se sei promosso allo scritto dovrai sostenere la prova orale dopo un periodo variabile dai tre ai dodici mesi dall’uscita dei risultati. Ricapitolando, seguendo la strada del titolo di avvocato, se passi l’esame al primo tentativo (il 15% dei laureati ci riesce), avrai impiegato dai tre ai quattro anni dalla laurea, a seconda della velocità nello svolgimento delle correzioni dei compiti, e finalmente potrai iscriverti al famigerato concorso.

Il concorso in magistratura impone anche un’infinita “costanza”, che non è il nome della mia splendida fidanzata (assorta come me dall’obiettivo della magistratura, motivo di infinito ausilio nel raggiungimento dell’obiettivo e conosciuta proprio a un corso di preparazione al concorso in magistratura), ma una virtù che significa regolarità, concentrazione, determinazione, perseveranza e tenacia nello studio e nel voler raggiungere la meta.

Ma, ahimè,  costanza vuol dire anche continuità nel devolvere migliaia di euro in libri, codici e manuali che, il più delle volte, un mese dopo il loro acquisto sono già vecchi, per non parlare degli altrettanti soldi da spendere in corsi specifici che ti preparino adeguatamente alla prova.

Per il prossimo concorso in magistratura risultano iscritte circa ventimila persone, probabilmente se ne presenteranno meno di cinquemila. Le prove riguarderanno tutto lo scibile in materia di diritto Civile, Penale e Amministrativo e si svilupperanno sulla base di tre temi. I risultati usciranno dopo circa dieci mesi e gli ammessi all’orale dovranno sostenere una prova che praticamente include tutte le possibili materie dell’ordinamento giuridico, venti, materia più, materia meno. I probi concorsisti idonei non saranno più di 360, essendo questo il numero di posti messi a bando dal Ministero della Giustizia ma, come del resto accade ogni anno, ne verrà ammesso un numero sicuramente inferiore. Su ventimila domande passeranno il concorso circa 300 persone.

Io sono uno di quei ventimila perché finalmente oggi, a quattro anni dalla laurea, potrò sedermi in quei banchi provando  a raccogliere i frutti della pazienza e della costanza. Nell’eventualità in cui dovessi superare l’esame, e quindi diventare magistrato al primo tentativo, allora saranno passati cinque anni dalla laurea, dieci considerando i cinque anni di università. La cosa bella, e anche un po’ triste, è che qualora riuscissi nell’impresa, alla luce della descritta situazione legislativa, sarei tra i più giovani e solerti a passare il concorso.

Per chiudere queste poche righe mi viene in mente una frase che Borsellino disse dopo la morte di Falcone: “Devo fare in fretta, perché adesso tocca a me”.

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