Una sentenza, un requiem per la scienza

Il ricordo di quello che è successo a L’Aquila il 6 aprile 2009 fa rabbrividire. Esattamente come la sentenza che adesso condanna i componenti dell’allora Commissione Grandi Rischi per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose. La colpa? Aver rassicurato la popolazione dicendo che non c’erano ragioni sufficienti per scappare, nonostante lo sciame sismico in corso da giorni. L’accusa aveva chiesto quattro anni di reclusione, ma evidentemente non bastavano. Vada per sei. E tanto per non sbagliarsi, interdizione perpetua dai pubblici uffici.

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La morte di Meredith “oltre ogni ragionevole dubbio”

Non bisogna essere esperti di diritto per capire come tra una sentenza di condanna all’ergastolo ed un’ assoluzione vi sia una differenza abissale, soprattutto in termini di privazione della libertà personale per il soggetto nei cui confronti la decisione è rivolta. In realtà, tra una sentenza di condanna ed una sentenza di proscioglimento spesso ci passa davvero poco. Nel nostro sistema giudiziario penale, affinché possa essere emessa una sentenza di condanna nei confronti di un imputato, è necessario che il giudice sia convinto della sua colpevolezza “oltre ogni ragionevole dubbio”. Ciò significa che, ogni qual volta si trovi anche soltanto con il barlume del cruccio circa la responsabilità del soggetto sottoposto a processo penale, il giudice deve essere straconvinto, se non addirittura certo, della verità processuale sulla quale si trova a giudicare. E’ un po’ questo il succo del processo di secondo grado conclusosi il primo ottobre a carico di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, imputati per la morte di Meredith Kercher.  Credo, infatti, che proprio il “ragionevole dubbio” sia nascosto dietro quella che in realtà è stata una vera e propria assoluzione con formula piena. I due imputati sono stati assolti con quella che in gergo è definita una “formula ampia” di assoluzione. Non voglio addentrarmi nel merito della decisione della Corte d’Assise d’Appello di Perugia perché, non avendo tra le mani gli atti del processo, non me la sentirei di dare un giudizio tecnico che risulterebbe approssimativo che mi condurrebbe a trarre conclusioni sommarie.  Vorrei, però, spiegare le tipologie di sentenze che possono essere emesse da un giudice penale in primo e secondo grado. Per la Cassazione, invece, il discorso è diverso essendo espressamente previste dalla legge le motivazioni che possono condurre ad un eventuale ricorso in Cassazione, motivazioni che non possono essere inerenti al “fatto”, ma devono necessariamente concernere questioni di “diritto”, quindi errori procedurali, di valutazione, di applicazione della legge, oppure carenze o vizi relativi alla motivazione della sentenza.

Le sentenze possono essere divise in due grandi gruppi: condanna e proscioglimento. La condanna è una sentenza che viene pronunciata qualora dalle carte processuali emerga oltre ogni ragionevole dubbio, come detto, la colpevolezza dell’imputato. Occorre cioè accertare che l’imputato abbia commesso il fatto, che, a seconda del tipo di reato, lo abbia commesso con dolo o colpa, che non vi siano cause diverse dalla condotta dell’imputato che abbiano determinato il verificarsi dell’evento e che non vi siano cause particolari od ulteriori tali da escludere, in qualunque altro modo, la sua responsabilità penale. Diversamente, le sentenze di proscioglimento si dividono in sentenze di due tipi: assoluzione e proscioglimento. Il proscioglimento, o per meglio dire il “non luogo a procedere”, indica il caso in cui il processo non può proseguire per motivazioni processuali. Ciò significa che il giudice non può spingersi sino ad accertare nel merito i fatti oggetto del processo ma deve, al ricorrere di una causa di estinzione del processo, dichiarare estinto il procedimento. Ad esempio tale circostanza si verifica in caso di intervenuta prescrizione del reato, di morte dell’imputato, amnistia, ed altre cause specificatamente previste dalla legge. In tutte queste ipotesi non potrà mai parlarsi di assoluzione proprio perché il giudice non avrà potuto accertare i fatti e non potrà parlarsi di “innocenza”. Non a caso tali sentenze vengono definite di proscioglimento “nel rito”.

Veniamo al secondo gruppo di sentenze, quelle di proscioglimento “nel merito”. L’innocenza dell’imputato è riconducibile esclusivamente a tale tipologia di provvedimenti. Le sentenze di assoluzione possono avere diverse “formule”: “Il fatto non sussite”, “il fatto non costituisce reato”, “il fatto non è previsto dalla legge come reato”, “l’imputato non lo ha commesso”, “l’imputato non è punibile o non è imputabile”. Tale decisione deve risultare il frutto di un’attenta e approfondita analisi dei fatti eseguita dal giudice il quale, alla luce dell’esito dell’istruttoria dibattimentale (luogo in cui avviene la formazione della prova), reputi l’imputato innocente. Ognuna di tali formule assolutorie ha un significato ben preciso. Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono stati assolti con la formula “il fatto non sussiste”. In tale formula rientrano tutti i casi in cui dal processo emerge che manchino elementi per ritenere che quella specifica condotta sia stata tenuta dall’imputato. Ciò significa che non è stata provata la responsabilità penale in riferimento al fatto a loro contestato. I giudici della Corte d’Assise d’Appello hanno ritenuto che il comportamento dei due non abbia potuto determinare l’evento, cioè la morte di Meredith. Al contrario delle sentenze di condanna, per le sentenze di assoluzione non esiste il limite del ragionevole dubbio, proprio perchè in caso di dubbio il giudice è sempre tenuto ad assolvere l’imputato. Ciò non toglie che su alcune sentenze, come quella in commento, si possa rimanere un po’ incerti, un po’ perplessi o, per meglio dire, con un “ragionevole dubbio”.

Processo Mills… A due passi dalla prescrizione

In questi giorni l’attenzione mediatica relativa ai fatti giudiziari del premier Silvio Berlusconi è tutta concentrata sul “processo Mills”, che vede il Presidente del Consiglio imputato del reato di corruzione in atti giudiziari. E’ prevista per domani, infatti, la ripresa delle udienze nel procedimento a suo carico, del quale ripercorriamo, brevissimamente, la travagliata storia.

L’avvocato Mills era consulente della Fininvest per la finanza estera inglese, ed è stato condannato in primo e secondo grado per corruzione  in atti giudiziari e falsa testimonianza in favore di Silvio Berlusconi.

Il processo era nato proprio da una lettera dello stesso avvocato Mills, al suo commercialista, Bob Drennan, dove Mills  dichiarava che Berlusconi aveva versato in nero sul suo conto in Svizzera 600.000 dollari. Il versamento sarebbe stato dovuto alle testimonianze reticenti rese dinanzi al tribunale di Milano dove, nel processo per corruzione alla Guardia di Finanza e nel processo dei fondi neri di  All Iberian, Mills non disse tutto quello che sapeva, per tenere indenne Berlusconi. Mills disse testualmente al suo commercialista “Ho tenuto fuori Mr B. da un mare di guai”. A Londra, il commercialista, una volta  letta quella lettera, denunciò il suo cliente al fisco inglese per corruzione ed evasione fiscale.

Dalle motivazioni della sentenza della Cassazione dello scorso anno emerge come risultò provata la corruzione in atti giudiziari a seguito delle testimonianze, ritenute false e reticenti, rese nell’intento di favorire Silvio Berlusconi. Il prezzo? “600mila dollari e la promessa di tale compenso nell’autunno 1999”.

Un anno fa, come sappiamo,  la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna per “intervenuta prescrizione del reato”, ma riconoscendo colpevole Mills di danno all’ immagine dello Stato. Nella stessa sentenza, la Corte riconosce che il reato è stato commesso e che Silvio Berlusconi ha corrotto David Mills.

D’altronde la “prescrizione” non significa che sia stata accertata l’innocenza dell’imputato, ma è un proscioglimento tecnico per motivi esclusivamente procedurali. La prescrizione, infatti, non è altro che l’estinzione di un reato a seguito del trascorrere di un determinato periodo di tempo. La sua finalità è quella di evitare di punire fatti dopo che sia passato molto tempo dalla loro verificazione, perché proprio il passare del tempo fa venir meno l’interesse dello Stato a punirne la relativa condotta.

La prescrizione, quindi, non ha nulla a che vedere con la assoluzione.

E proprio a seguito dell’applicazione della prescrizione l ‘avvocato inglese David Mills è sì colpevole di essersi fatto corrompere con 600 mila dollari per favorire l’imputato Berlusconi in due processi (tangenti alla Guardia di Finanza; fondi neri Fininvest – All Iberian), ma non può più essere punito, perché ha incassato la tangente più di dieci anni fa.

Della condanna di primo grado, che era stata confermata anche in appello, resta valido solo il risarcimento del danno morale (che non cade in prescrizione): Mills dovrà versare 250 mila euro allo Stato italiano, che per legge, paradossalmente, è rappresentato nel processo dalla presidenza del Consiglio dei Ministri. Quindi Mills, il corrotto, deve risarcire la presidenza del Consiglio, presieduta da Berlusconi, il corruttore, che fantastico paradosso!. Il filosofo Zenone non sarebbe stato in grado di coltivarne uno migliore.

La cassazione, sostanzialmente, ha dovuto risolvere un problema di date: quando fu commessa quella corruzione? La Corte ha deciso che Mills si era impadronito di quei soldi già tre mesi prima, e cioè quando fornì le istruzioni per far entrare quella tangente in un precedente contenitore (il fondo Giano Capital), dove i soldi dell’avvocato inglese erano mescolati con quelli di altri suoi clienti. Da questa seconda data, a differenza che dalla prima, sono ormai passati più di dieci anni, per cui la corruzione è stata dichiarata prescritta.

Ovviamente se c’è stato un corrotto è evidente che ci sia stato anche un corruttore. Non è un’ eresia allora credere che, come Mills sia stato ritenuto colpevole per essere stato corrotto da Berlusconi, il premier dovrebbe essere ritenuto colpevole per aver corrotto l’avvocato inglese.

La domanda che ci poniamo, quindi, è la seguente: cosa si prevede che accadrà nei confronti di Berlusconi, la cui posizione nel processo ancora non è definita?

La risposta è estremamente semplice. I PM ritengono che, per il medesimo fatto per il quale è stata definita la prescrizione del reato nei confronti di Mills, trattandosi dello stesso fatto incriminato, il Tribunale dovrà dichiarare la prescrizione anche nei confronti del Premier. Questo dovrebbe accadere probabilmente (settimana più o settimana meno) nel novembre prossimo.

Pertanto il processo potrà continuare, ma sarà difficile arrivare a una sentenza di primo grado, e ancora più arduo sarà chiudere in tempo anche l’appello e la Cassazione. Berlusconi, in questo processo, originariamente era imputato insieme a Mills, ma la sua posizione venne separato per effetto del lodo Alfano, in seguito dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale per violazione del principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Si fa presto a far tornare i conti, se solo si considera che il rinvio alla data di domani nei confronti di Berlusconi (con circa un anno di ritardo rispetto alla conclusione del processo nei confronti di Mills) è dovuto proprio alla legge del Ministro Alfano che, per sospendere il processo, sospese tutti i termini pendenti nei suoi confronti.

La prescrizione, che non fa rima con assoluzione, per Berlusconi è davvero vicina, anzi, a due passi.

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La “presunzione” d’innocenza del Senatore Marcello Dell’Utri

[stextbox id=”custom” big=”true”] L’articolo di oggi è scritto da Richpoly, laureato in giurisprudenza in attesa di sostenere il concorso in magistratura. Lo spunto per questo articolo è nato da una precisa domanda: “Perchè il senatore Dell’Utri nonostante una condanna a sette anni non è attualmente in carcere ?” . Scopriamolo nel post di oggi.[/stextbox]

L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Questo è il così detto principio della “presunzione d’innocenza” sancito all’art. 27 della Costituzione Italiana.

Tale disposizione, oggi più attuale che mai alla luce delle diverse vicende che hanno visto il senatore Dell’Utri al centro di acceso dibattito dal profilo giuridico ed istituzionale, afferma che l’ imputato è innocente fino a prova contraria e va letta in combinato disposto con un altro principio alla base del nostro ordinamento, quello per cui l’imputato, per essere condannato, deve essere ritenuto colpevole “oltre ogni ragionevole dubbio”. L’onere della prova, cioè la dimostrazione della colpevolezza dell’imputato, spetta alla pubblica accusa, rappresentata nel processo penale dal pubblico ministero. Non è quindi l’imputato a dover dimostrare la sua innocenza ma, al contrario, è compito degli accusatori dimostrarne la colpa. L’inciso costituzionale spiega  che  l’imputato è innocente fino ad una sentenza di condanna che sia passata in giudicato. La sentenza passa in giudicato quando sono esperiti tutti e tre i gradi di giudizio: il primo dinanzi al Tribunale (nei casi di crimini più efferati la Corte d’Assise), il secondo dinanzi la Corte di Appello (Corte d’Assise d’Appello nei casi di competenza della Corte d’Assise), e l’ultimo in Cassazione.

Logica conseguenza della presunzione d’innocenza è l’affermazione per cui, prima della definizione del processo in sede di Cassazione, non è possibile sottoporre l’imputato alla pena detentiva della reclusione. Questo ci permette di capire il motivo per cui Dell’Utri, nonostante abbia ricevuto due condanne, in altrettanti gradi di giudizio (Tribunale e Corte di Appello), non stia scontando in carcere la pena inflittagli. D’altronde, sarebbe contraddittorio affermare come presunzione assoluta (juris et de jure) l’innocenza di un soggetto e, contemporaneamente, sottoporlo ad una pena detentiva che lo privi della libertà personale.

Questo è il motivo per cui una sentenza di condanna emessa in primo o secondo grado non è idonea a sottoporre il condannato alla pena in concreto stabilita dal giudice competente. Come detto, soltanto al momento della definitività della sentenza di condanna la pena verrà effettivamente scontata dal condannato.

Sarà, dunque, ben possibile, come accaduto nel caso del Senatore dell’Utri, che un giudice di primo grado condanni a 9 anni di reclusione, che, poi, il giudice di appello riduca (ed in determinati casi aumenti) a 7, e che alla fine la Cassazione modifichi ulteriormente la pena in concreto da irrogare all’imputato.

In particolare, la Corte di Appello di Palermo ha ritenuto colpevole per concorso esterno in associazione mafiosa, e cioè ha ritenuto provato che Dell’Utri intrattenne stretti rapporti con la vecchia mafia di Stefano Bontade e poi, dopo il 1980, con gli uomini di Totò Riina e Bernardo Provenzano, almeno fino alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino nel 1992. Il senatore di Forza Italia è stato anche condannato all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

I giudici sono rimasti in camera di consiglio per sei giorni. Il procuratore generale Nino Gatto aveva chiesto la condanna a 11 anni. La Corte ha invece assolto Dell’Utri limitatamente alle condotte contestate come commesse in epoca successiva al 1992 perché «il fatto non sussiste», riducendo così la pena da nove a sette anni di reclusione.

Il nome di Marcello Dell’Utri fu fatto per la prima volta nel 1994 dal pentito Salvatore Cancemi, il quale lo indicò come un vero e proprio anello di congiunzione tra il dorato mondo dell’alta finanza lombarda, e i più loschi ambienti malavitosi di Palermo, città in cui è nato l’11 settembre 1941. Secondo il pentito, seguito successivamente a ruota da altri collaboratori di giustizia, Marcello Dell’Utri sarebbe stato una longa manus di Cosa Nostra, interessata ad entrare nei grandi affari edilizi lombardi come la costruzione di Milano 2 e, successivamente, il tramite per consentire alla criminalità organizzata di dettare le linee di un progetto politico in embrione già dall’autunno del ’93: Forza Italia.

Il processo di primo grado, iniziato nel 1997, si concluse l’11 dicembre del 2004, dopo 257 udienze, e con una condanna a 9 anni di reclusione. In quella sentenza il senatore del Pdl veniva indicato come “cerniera fra potere mafioso, politico ed economico“: il punto di partenza, insomma, da cui è iniziato il processo d’appello cominciato quattro anni fa, e in cui la pubblica accusa ha chiesto una condanna ad 11 anni di reclusione. Un processo lungo quello a Dell’Utri, infatti, quando ormai il dibattimento era ad un passo, i giudici, presieduti da Claudio Dall’Acqua, hanno acconsentito all’audizione in aula del pentito Gaspare Spatuzza, tra i principali accusatori di Dell’Utri, e dei fratelli Graviano, ex capimafia di Brancaccio, che secondo l’accusa avrebbero avuto legami con il senatore.

Tornando al nostro ordinamento, questo può senza dubbio considerarsi attento alle vicissitudini di una società dalla moralità precaria, mutevole e violenta, pone a tale principio un’unica, ma rilevantissima, eccezione. E’ prevista, infatti, la possibilità di irrogare la misura cautelare della custodia cautelare in carcere, ovviamente qualora ricorrano determinati e rigorosi requisiti espressamente previsti dal codice penale. Tale misura cautelare può essere disposta ai danni dell’indagato (così è chiamato il soggetto nei confronti del quale sono svolte le indagini, soggetto che assume l’appellativo di “imputato” soltanto al momento in cui il pubblico ministero formula l’imputazione nei suoi confronti, al termine delle indagini) già durante la fase delle indagini preliminari, fase che costituisce il momento iniziale del procedimento penale, secondo soltanto alla notizia di reato che consiste nella acquisizione del fatto – reato da parte della polizia giudiziaria o dal pubblico ministero. La misura cautelare, quindi, può perdurare per tutta la durata del processo, purché non ne vengano travalicati i limiti temporali stabiliti espressamente dalle singole norme del codice penale, termini che, comunque e in nessun caso (neanche nei casi di crimini più crudeli) può superare i 6 anni.

Da ciò si evince come, in un sistema processuale come quello italiano in cui i processi durano in media più di 6 anni (per usare un eufemismo considerato il fatto che spesso superano ampiamente tale termine), sia praticamente impossibile immaginare che un soggetto possa subire la pena detentiva dall’inizio del processo sino alla sua definizione in sede di Cassazione.

Sostanziali sono le differenze tra la misura cautelare e la pena detentiva. Per citare la distinzione più evidente basta sottolineare come la misura cautelare viene applicata in una fase in cui non è stata aperta la fase istruttoria (quando cioè vengono introdotte le prove nel processo), al contrario della pena detentiva che viene inflitta proprio in seguito alla fase in questione. Essendo l’adempimento dell’attività probatoria non un onere dell’imputato bensì un suo diritto, non possono esser nei suoi confronti rivolti effetti eccessivamente afflittivi trovandoci in una fase antecedente a quella entro la quale dovrà essere dall’accusa dimostrata la sua penale responsabilità. La pena detentiva, al contrario, viene applicata ad un soggetto nei cui confronti è già stata accertata la responsabilità in ordine ai fatti contestatigli. Viene da sé, quindi, che un imputato, anche se in custodia cautelare, non può essere trattato alla stregua di un normale condannato e che i limiti temporali previsti per l’applicazione delle misure in questione sono ampiamente giustificati in un’ottica costituzionale e garantista.

Il lettore attento ora si chiederà perché il senatore Dell’Utri non abbia scontato o non stia scontando la misura cautelare della custodia in carcere. La risposta è più semplice del previsto. Infatti, ammesso e non concesso che il Pubblico Ministero abbia chiesto a suo tempo la custodia in carcere di Dell’Utri, i Giudici non hanno ritenuto che vi fosse la prova che lo stesso non potesse né fuggire né reiterare il reato (presupposti espressamente richiesti dalla legge per applicare la misura cautelare, oltre ai c.d. gravi indizi di colpevolezza). Si tenga anche presente che Dell’Utri è senatore dal 2001 e quindi per essere arrestato e sottoposto a misura cautelare, per qualsiasi motivo, ad esclusione di una sentenza di condanna definitiva, ci vorrebbe comunque l’autorizzazione del Senato ai sensi dell’art. 69 della Costituzione.

Se ci sarà la condanna anche in Cassazione, invece, Dell’Utri dovrà scontare in carcere la pena inflittagli. L’unica immaginabile alternativa è che la Cassazione annulli la condanna senza rinvio a nuovo Giudice, oppure che il Governo elimini il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, cosa piuttosto assurda, ma non del tutto inimmaginabile.

Concludo questi pochi cenni di un mondo, tanto interminabile quanto affascinante, quale è  l’ordinamento processuale penale con una riflessione politico sociale che prende spunto dalla necessità di ricordare come la Costituzione sia il fondamento della Repubblica. La commissione di reati da parte di uomini che ricoprono cariche rappresentative ed istituzionali è sintomatica dell’estraneità dello Stato rispetto al popolo, dell’esistenza di una classe barricata a difesa dei propri privilegi, dei propri statuti, del proliferare di corporazioni schiave della criminalità organizzata e governate da leggi proprie, sconosciute al “popolo sovrano”. Qualora la Carta Costituzionale cada dal cuore degli italiani o qualora non venga rispettata dalle più alte cariche politiche, allora verranno meno le fondamenta sulle quali sono ancorate le nostre libertà e costruiti i nostri sogni.

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De Gennaro e la condanna che ispira fiducia

De GennaroColpevole di istigazione alla falsa testimonianza durante il processo per il sanguinario blitz alla scuola Diaz, durante il G8 del 2001.

Questa è l’accusa che è costata al prefetto De Gennaro un anno e 4 mesi di condanna, emessa da parte della Corte d’appello del tribunale di Genova. Il governo però, sempre dalla parte dei più forti e pronto a sostenere la presunta innocenza dei suoi cari fino all’ultima condanna in Cassazione, si schiera al suo fianco. In particolare,  i ministri Maroni e Alfano dichiarano la loro totale fiducia poiché “La sua innocenza, fino a condanna definitiva, è sancita dalla Costituzione”.  Mi chiedo come mai si parli positivamente di Costituzione  solo quando conviene a loro e si parli di cambiarla solo quando la Costituzione diventa scomoda.

De Gennaro, oggi al vertice del Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza e nove anni fa capo della polizia, era stato assolto in primo grado per mancanza di prove ma la Corte d’appello, presieduta da Maria Rosaria D’Angelo, ha ribaltato la decisione. Il prefetto, secondo la corte, sarebbe colpevole di istigazione alla falsa testimonianza e con lui anche Spartaco Mortola (ai tempi capo della Digos genovese), condannato a un anno e 2 mesi con la stessa motivazione. Mortola, inoltre, è stato condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione anche per l’assalto a 93 no-global della scuola, massacrati di botte ed arrestati illegalmente.

Le sentenze di secondo grado per i fatti avvenuti durante il G8 si sono concluse tutte con pesanti condanne nei confronti della polizia.  I 44 imputati (funzionari, agenti, ufficiali dell’Arma, generali e guardie carcerarie, militari, medici) sono stati dichiarati tutti colpevoli per i soprusi e le torture nella caserma di Bolzaneto, dove transitarono centinaia di no-global fermati durante gli scontri di piazza.

Lasciando perdere la presunzione di innocenza, che – lo riconosco – è un diritto di tutti, si può lasciar fare per una volta al buon senso? Si può lasciare l’immutata e la sempreverde fiducia nel cassetto, per una volta? Si può cercare di non difendere a tutti i costi, a prescindere da chi sta dalla parte del bene e chi dalla parte del male?

Evidentemente le condanne ispirano fiducia. D’altronde, basta vedere chi ci governa per rendercene conto.

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