La vera crisi dell'avvocatura



Libero professionista
: colui che svolge un’attività economica, a favore di terzi, volta alla prestazione di servizi mediante lavoro intellettuale. L’etimologia  deriva da “professare” cioè essere fedele a degli statuti ordinistici o regolamentanti una attività, mentre il termine freelance deriva dal termine medievale britannico usato per un mercenario (free-lance ovvero lancia-indipendente o lancia-libera), cioè, un soldato appunto professionista che non serviva un signore specifico, ma i suoi servigi potevano essere al servizio di chiunque lo pagasse.

Avvocato: dal latino advocatus, sostantivo derivante dal participio passato del verbo advoco = ad-vocatum = chiamato a me, vale a dire “chiamato per difendermi”, cioè “difensore”. Libero professionista che svolge attività di assistenza e consulenza giuridica e/o legale a favore di una parte.

Lavoro subordinato: informalmente detto lavoro dipendente, indica un rapporto nel quale il lavoratore cede il proprio lavoro (tempo ed energie) ad un datore di lavoro in modo continuativo, in cambio di una retribuzione monetaria, di garanzie di continuità e di una parziale copertura previdenziale.Continua a leggere…

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Tirocini retribuiti: un esempio da seguire…

S’intitola “Giovani sì” il progetto avviato nella Regione Toscana per cercare di dare una spinta di miglioramento alle nuove generazioni, oggi schiacciate dalla mancanza di lavoro e di prospettive.

Un totale di oltre 334 milioni di euro stanziati, tra il 2011 e il 2013, per avviare una serie di interventi di sostegno all’occupazione e all’imprenditoria giovanile, con contributi per l’affitto e l’acquisto della casa.

Lo scorso 9 maggio la Giunta della Regione Toscana ha ad esempio approvato una “carta dei tirocini e stage di qualità“, che definisce le linee guida per la stesura di una legge regionale che si pone l’obiettivo di evitare l’abuso di questi “percorsi formativi”: troppo spesso utilizzati dalle aziende col solo scopo di accaparrarsi manodopera capace e competente a costo zero.

Come si legge nel blog del progetto Giovani sì, “la Regione Toscana cofinanzia tirocini e stage presso le imprese, con borse di studio (a titolo di rimborso) di 400 euro mensili. Di questi, 200 sono a carico dell’azienda e 200 della Regione. Sono esclusi stage e tirocini curriculari promossi da università, istituzioni scolastiche, centri di formazione professionale. Il giovane che accede al tirocinio deve essere inoccupato o disoccupato/in mobilità.

Se l’azienda, alla fine del tirocinio, decide poi di assumere il giovane (di età compresa fra i 18 e i 30 anni) con un contratto a tempo indeterminato, la Regione mette a disposizione incentivi pari a 8 mila euro, che saranno elevati a 10 mila euro in caso di tirocinanti appartenenti alle categorie previste dalla legge sul diritto al lavoro dei disabili”.

Nel 2010 in Toscana sono stati attivati circa 15 mila stage, circa 4000 in più rispetto al 2008, e l’esperienza personale mi dice che molti di questi non abbiano realmente coinvolto persone inesperte, alle prese con la prima esperienza lavorativa…

Questa norma servirebbe dunque a garantire una base economica ai giovani stagisti che vivono in questa regione, ma soprattutto a sensibilizzare ed educare le aziende che spesso abusano di questo strumento.

E dopo che la Toscana avrà approvato la sua legge sulla retribuzione degli stage, la speranza sarà quella di assistere a un contagio nazionale di questa politica.

Un primo passo è stato quasi compiuto: sintomo di un problema che finalmente comincia a essere avvertito anche da coloro che non ne sono direttamente coinvolti…

Che qualcosa stia davvero cambiando?

Generazione a pochi euro

Sei volti giovani e combattivi… Sei curricula riempiti da lauree, master, tirocini ed esperienze all’estero.
Sei profili freschi ed energici. Un marasma di progetti in stand by, dove uno stipendio da Servizio civile non concede troppo spazio alle prospettive. Pagano l’affitto con le 433,80 euro che al primo di ogni mese arrivano puntali sul conto corrente, e da tempo hanno smesso di credere lo studio fosse la giusta strada verso il futuro che sognavano di realizzare. Pagano le spese con pomeriggi di baby sitting, volantinaggio e lavoretti occasionali, come un inventario per una grossa catena di abbigliamento spagnola…

Alle 3 del pomeriggio ci ammassiamo insieme ad un accaldato gruppo di persone davanti ad una colorata vetrina del centro di Firenze. Un cartellino attaccato alla maglietta: un nome, un cognome, una data di nascita ambientata negli anni ’80 e una foto tessera malriuscita, avanzata dalla precedente “esperienza lavorativa”. In tasca la copia di un contratto da 72,26 euro lordi che arriveranno chissà quando.
Il gruppo si allunga in un’ordinata fila indiana verso una stretta stanza del magazzino all’interno dell’edificio. Un responsabile prende la parola per spiegare quale sarà l’attività del team per le prossime sette ore: “Poggiate zaini e borse in un angolo e statemi a sentire. Verrete divisi in gruppi e assegnati ad un capo zona che vi spiegherà il lavoro. Non chiacchierate altrimenti non riuscite a concentrarvi e non si conclude in orario”.

Il mio gruppo viene assegnato ad un’altra stanza del magazzino, verso un altro piano del negozio. La temperatura esterna di 30 gradi appare quasi piacevole rispetto all’afa del luogo, tra finestre chiuse, scaffali colmi d’abiti ed un solo conteso ventilatore al centro dell’angusto spazio. Un piccolo lettore di codice a barre portatile ed un indefinito numero di cartellini da registrare, per un lavoro la cui inconsueta semplicità si alterna all’alienante monotonia. Bip, bip, bip.

Prima di cominciare l’inventario un ragazzo chiede di andare in bagno, “ma ora non puoi proprio andare – risponde la capo zona”. Il calore umano di quell’abbondante dozzina di persone ammassate tra i cunicoli degli scaffali rende l’aria sempre più irrespirabile, mentre rivoli di sudore si rincorrono senza sosta attraversando la pelle già umida.
“Posso andare a prendere l’acqua dal mio zaino al piano di sotto? – chiede una ragazza con sguardo stanco. “Adesso non va bene” – risponde la capo zona, mentre le lamentele generali la convincono del contrario… Si andrà in bagno a gruppi accompagnati da un responsabile e le bottigliette d’acqua le ritirerà un’unica eletta, delegata da tutte le altre.
Bip, bip, bip. Il primo turno da quattro ore si conclude concedendoci una pausa per mangiare e attendere che il negozio chiuda.

Ci ritroviamo alle 20.45 davanti alla solita vetrina nel centro di Firenze. L’inventario prosegue tra gli indumenti sistemati all’interno del negozio. L’aria condizionata e gli ampi spazi fanno apparire il secondo turno addirittura gradevole. Bip bip bip. La mezzanotte è appena passata, accogliendo l’inizio del primo luglio e la fine di questa insolita giornata di lavoro…

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L’interlocutore … legorroico

[stextbox id=”custom” big=”true”]Vincenzo Pascuzzi, ex docente precario, ci ha inviato questa “nota semi-seria” in relazione ai dibattiti politici in tv. A fine articolo trovate l’estratto della trasmissione Annozero del 7 gennaio scorso[/stextbox]

La precaria siciliana Barbara Avola che ha messo ko Castelli ad Annozero.

Forse può essere di qualche utilità introdurre un neologismo: l’aggettivo “legorroico”. Chiaramente è un ibrido ottenuto mediante incrocio fra l’esistente logorroico e il sostantivo Lega (quella di Bossi e della c.d. Padania).

Descriviamone il significato con un esempio unendo l’aggettivo ad un sostantivo. Chi è l’interlocutore legorroico? Appartiene di preferenza alla Lega, ma può appartenere anche agli altri partiti che compongono l’attuale governo.
L’interlocutore legorroico si rivela quando partecipa a dibattiti in tv e si riconosce facilmente dai comportamenti che manifesta nei confronti degli interlocutori che non la pensano come lui, in pratica i suoi avversari politici. Non appena un suo interlocutore parla e comincia ad esporre il proprio punto di vista, il legorroico comincia ad usare abbondantemente il linguaggio non-verbale del corpo, usa in particolare la faccia e il capo -ma anche le mani e le braccia-  per dissentire fortemente poi, appena può, interviene verbalmente e interrompe continuamente, a raffica,  facendo perdere il filo a chi sta parlando, deviando il discorso e polarizzando, in questo modo, l’attenzione su di sé. Inoltre urla o alza la voce senza che sia necessario, si sovrappone, aggredisce con domande non attinenti, a volte insiste petulante e sfacciato per pretendere una risposta (mi risponda, mi risponda!).

Insomma, più che all’interlocutore che ha di fronte, si rivolge direttamente e astutamente  al telespettatore medio (precisamente a quello identificato con le caratteristiche di un ragazzo di 11-12 anni), usa una mimica appropriata,  frasi ed espressioni  verbali molto semplici, non importa se false e rozze, l’importante è che siano facili da “capire” e ricordare. Fa un po’ uno spot pubblicitario per sé stesso e per la sua parte politica. È quasi inutile rimarcare l’infimo livello culturale di certe pubblicità delle tv che però, se vengono trasmesse , devono pur risultare efficaci!

Mi sono convinto che l’interlocutore legorroico, per comportarsi come si comporta,  debba aver prima seguito un corso apposito , un training intensivo ed efficace, sicuramente con esercitazioni pratiche e magari anche simulazioni specifiche immediatamente prima del confronto in tv. Ci deve essere una scuola segreta che provvede con docenti e anche controfigure per allenarsi.

Queste considerazioni, dapprima latenti e vaghe, hanno cominciato a assumere concretezza e forma dopo il confronto tra il viceministro leghista Roberto Castelli e la precaria siciliana Barbara Avola. Era la puntata del  7 gennaio 2010 di Annozero e Barbara Avola, determinata e implacabile, ha però annullato il povero e legorroico Castelli.