L'incubo del passato, la paura per il futuro

Per tutta la giornata di sabato si è vissuto un incubo. Venti anni dopo l’orribile ’92, l’ipotesi di un ritorno dell’epoca delle stragi di mafia ha fatto tremare chi ancora non si è arreso all’idea di uno Stato in balia o peggio, complice, della criminalità organizzata.

Per fortuna, paradossalmente, pare che l’esplosione alla scuola di Brindisi sia un attentato terroristico. È assurdo, ma la cosa ha relativamente tranquillizzato tutti. Cinicamente, la graduatoria dell’orrore trova forse una sua logica. Senza intaccare il rispetto per tutte le vittime degli anni di piombo, l’ultima cosa che ci si potrebbe augurare è una matrice mafiosa. La possibilità che dietro quella che poteva essere una tremenda carneficina ci siano le organizzazioni terroristiche “classiche” sembra per il momento accantonata, soprattutto per via dell’assenza di rivendicazioni.

Sembra tuttavia improbabile che una singola mente malata abbia concepito e realizzato il tutto. Si fanno sempre più numerose le voci che ipotizzano un coinvolgimento di più persone. Sarebbe imprudente e inutile lanciarsi alla rincorsa di questa o quella possibilità. Quando le indagini avranno fornito più dettagli, sarà il momento di cominciare a valutare le conseguenze. Ancora peggiore sarebbe adeguarsi ai modi del peggior giornalismo e rotolarsi nel fango del dolore della famiglia della studentessa uccisa.

Per il momento, si può solo riflettere sul clima sociale e politico che in Italia si fa sempre più cupo. La latitanza della politica – quella vera, seria – non determina il vuoto ma il caos. Non serve una particolare intelligenza politica per tracciare un triste parallelo fra l’Italia dell’inizio degli anni ’90 e quella attuale. Sperimentiamo una crisi economica asfissiante che rischia di precipitare verso abissi ancora peggiori; la fiducia del paese nei confronti della classe dirigente, annegata nella corruzione e nel malaffare, ha raggiunto livelli da lancio di monetine. Tuttavia, non si vive mai due volte la stessa epoca. Anche quando la ruota sembra compiere un giro completo, ci si trova comunque sempre su un nuovo piano. E quando in venti anni non si sono compiuti passi in avanti, si è inesorabilmente tornati indietro.

Comodamente omertosi

Se ne sente parlare di rado. Anche a scuola stanno zitti, nessuno osa raccontare quel che hanno fatto Pasquale Zagaria – detto “Bin Laden” – e suo fratello Michele – capoclan dei Casalesi – quando la loro libertà era ancora viva; non vogliono nemmeno ricordare l’omicidio di Aldo MoroPaolo Borsellino e Ilaria Alpi. Nessuno si attenta a parlare di queste crude realtà perché – ne sono certa – quasi tutti trovano comodo vivere nel silenzio dell’omertà. Poi capita di sentire che il vicino è stato minacciato, che il cantiere edile dietro a casa è stato incendiato da un racket che era in conflitto con il clan proprietario della costruzione, che i propri rifiuti hanno una destinazione così misteriosa da indurci a chiedere dove diavolo finiscono. E quando sporadicamente senti questi eventi sconcertanti, ti accorgi che tacere e lasciare scorrere questo luridume sono le opposizioni più sbagliate che i cittadini immacolati possono fare contro l’abominevole problema nazionale: la mafia. Non ti senti colpevole sapendo che l’omertà è la tua reazione primaria davanti a questo remoto dilemma che ha colpito il nostro Stato?

Il cemento avanza, devasta parchi, foreste, campi agricoli. In Italia il terzo millennio funziona così: le mafie vivono di ininterrotte lotte all’ultimo pezzo di terreno per scopi lucrativi e chi più imbratta il suolo di calcestruzzo e mattoni diventa il più potente: attributo che nelle organizzazioni criminali significa molto. Infatti, dai primi anni duemila fino a ora, al nord si è registrato un esponenziale aumento di espansione edilizia: è il decennio in cui il verde vira gradualmente al grigio, in cui gli interessi mafiosi roteano attorno all’appropriazione di terreno edificabile per riciclare il danaro sporco e per scopi speculativi.

Case, capannoni, palazzi: tutti vuoti. Sull’altra sponda parchi, campi agricoli e zone verdi diminuiscono a vista d’occhio, sottolineando il rischio di una totale estinzione di aree naturali e agrarie. È evidente a chiunque che si sta fagocitando terreno a dismisura e si sa che tutto questo aggraverà le condizioni ambientali già sfavorevoli a causa dell’inquinamento atmosferico. Ma le giunte comunali, diversi sindaci e i politici in sé non sembrano nutrire molto interesse per questa questione ambientale che, spesso e volentieri, viene resa una tematica poco rilevante. Il nodo cruciale si trova soprattutto in quest’avida classe dirigente infettata dalle organizzazioni criminali che l’hanno silenziosamente rovinata attraverso la corruzione. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se abbiamo una politica sleale, manipolata da un potente volere criminale, e un sistema ingiusto che il nostro Stato sembra accettare amichevolmente.

La mafia sotterra i rifiuti nei campi agricoli, dai quali poi germogliano cereali e vegetali che finiscono sulle nostre tavole; li esporta e li vende all’estero, in Africa, nell’Europa orientale e in Cina, li usa come cemento per costruire case e come asfalto per stendere nuove strade, li nasconde nei mari. La gestione dei rifiuti invece di essere nelle mani di persone competenti, si trova nelle grinfie di questi criminali che fanno illecitamente tutto quello che vogliono. E noi, donne e uomini immacolati, continuiamo a vivere nel silenzio delittuoso della comoda omertà, lasciando che la gestione dei rifiuti, come tante altre iniziative, rimanga sotto lo stretto controllo delle organizzazioni criminali.

Forza, ammettiamo di essere persone schifosamente omertose! Ammettetelo voi che vendete i vostri scarti industriali alle criminalità organizzate solo perché vi offrono il servizio a un prezzo bassissimo: preferite spendere dieci centesimi (per chilo) per smaltire i vostri rifiuti illegalmente, piuttosto che spenderne sessanta per sbrogliarveli da dosso in modo del tutto legale. Ci sono parecchi politici che desiderano falsamente un’Italia migliore dove non esiste alcuna briciola di illegalità, quando in realtà sono gli ultimi a volersi rimboccare le maniche, a compiere azioni legalmente accettabili, a evitare collaborazioni mafiose. Vogliono una politica sobria, efficiente, sincera, ma non sanno che per fare questo dovrebbero destituirsi, perché sono loro stessi parte integrante della mafia. Dobbiamo cercare di smetterla di cedere alle varie tentazioni che vengono proposte e provare a reagire in modo civile alla lugubre questione sociale protagonista nel nostro Stato. Essere omertosi, comportarsi come tali, è solo una scusaun atto negligente col quale abbiamo deciso di lasciare sporco il sistema italiano che riguarda tutti quanti, perché la paura non è niente se ci si unisce e si lotta tutti assieme!

Sindaci, politici, imprenditori, professori, gente comune, uscite da questo comportamento stereotipato! Il silenzio è lo scudo del vigliacco e dell’impotente, non del risoluto e del prode. Davanti a tale problema molti di noi sono vigliacchi e impotenti, sono comodamente omertosi, ma è arrivata l’ora di uscire da questo conformismo, da quest’assurda complicità silenziosa che troviamo confortevole, dalla paura. Professori, parlate di tutto questo ai ragazzi! Sindaci, ammettete il vero! Imprenditori, siate forti e non cedete alle tentazioni criminali!
Il sistema è sporco e ingiusto; io non lo voglio, né per me né per i miei figli. E come me, moltissimi altri non lo tollerano. Il futuro è certo e a noi non resta altro che combattere fino all’ultimo per dare al Paese un’immagine migliore e restituirgli un po’ di dignità. Questa non è l’Italia di Zagaria, Provenzano e Riina, è l’Italia di Falcone e Borsellino. Quindi, facciamoci coraggio e usiamo la purezza e la giustizia che ci sono rimaste in tavola per vincere questa temibile battaglia!

Per rompere il silenzio dell’omertà

Esiste una leggenda – quella di Osso, Mastrosso e Carcagnosso – che collega questi cavalieri spagnoli alla realtà criminale di oggi. Un’epopea cavalleresca in cui si racconta che questi personaggi, durante il quinto secolo, fuggirono dalla Spagna per finire a Favignana, Sicilia, dove fondarono i codici delle loro società: Osso diede vita a Cosa Nostra in Sicilia, Mastrosso alla ‘ndrangheta in Calabria e l’ultimo, Carcagnosso, alla camorra in Campania. I loro verbi e comportamenti sono gli stessi delle mafie di oggi: vendette sanguinose, disciplina, gerarchie, riti. Particolarità rimaste identiche nel tempo, che ci fanno intuire che questa non sia una leggenda mitologica, ma una realtà sulla quale le criminalità organizzate si basano tuttora.

Molta gente paragona la mafia a una questione estranea, che concerne storie provenienti da posti caldi e lontani o da un’Italia parallela, alternativa, e che quindi la si deve lasciare in mano a quei terroni che sono abituati a viverci insieme. Bisognerebbe invece entrare nella consapevolezza che le criminalità organizzate commettono azioni che ricadono su tutti i cittadini, non solo su alcuni, poiché – nord o sud – la loro potenza permette di infiltrarsi dappertutto. Di fatto, sono capillarmente diffuse su tutto il territorio italiano. Soprattutto dove la terra è fertile.

L’idea che nell’Italia settentrionale non ci sia lo stesso tipo di criminalità organizzata del meridione, o che ce ne sia meno, è erronea: pensate un po’, oggi la sede degli affari della ‘ndrangheta si trova in Lombardia, a Milano. Da anni le organizzazioni criminali si sono infiltrate nel tessuto economico di tutto il territorio nordico, dove ora come ora si registra un elevato tasso di investimenti criminali: nel settore della politica, della sanità, dell’edilizia… ovunque ci sia possibilità di lucrare. Io vivo al nord e più passano i giorni più mi sembra che quassù le organizzazioni criminali abbiano trovato un vero tesoro. Case, case e ancora case, vuote. Quasi tutte in mano a imprese edili calabresi, molte delle quali (non tutte, per fortuna) guidate da clan ‘ndranghetisti. Al nord cementificano, innalzano case e palazzi che rimangono vuoti ma che permettono di riciclare il denaro sporco. Speculano, si intromettono negli affari politici. Intimidiscono. Corrompono. E la politica, nonostante tutto, lascia che questo lurido torrente continui a fluire.

Pasquale Zagaria e Aldo Bazzini

Nord o sud, alle organizzazioni criminali non interessa sapere dove si trovano, quando il terreno è fertile. Per capire questo è sufficiente pensare alla potente egemonia sul territorio emiliano di Pasquale Zagaria – l’introvabile, il temibile “Bin Laden” casertano, la mente economica del clan dei casalesi – che venne arrestato nel dicembre 2011. Prima d’allora trascorse gli anni d’oro in Emilia, soprattutto a Parma, dove in collaborazione con Aldo Bazzini – uomo del cemento – riuscì a porre le prime pietre del suo impero. Ma non è per forza necessario entrare nelle indagini per notare l’infiltrazione della mafia al nord; basta pensare semplicemente all’esponenziale crescita edilizia che ha afflitto la maggior parte dei territori nordici, e chi ci vive lo sa: si rovesciano colate di cemento ovunque e ininterrottamente, si costruisce, quindi le zone residenziali aumentano, ma la popolazione rimane stabile. In altre parole, si fagocita il territorio verde per digerire il danaro sporco, per speculare, per ottenere maggior potere. L’Emilia però, che a vista d’occhio sta perdendo il suo colore smeraldino, non è sola. È prevedibile che le mafie a Milano – il paradiso della ‘ndrangheta – fatturino tantissimi soldi illegali all’anno; come risulta da un’inchiesta, citata anche da Roberto Saviano, nella città della moda e della mafia esistono molti appalti infiltrati dalla criminalità calabrese: la stazione Porta Garibaldi, l’agenzia dogane, la tav Milano-Bergamo, l’autostrada Milano-Bergamo, sono solo quattro delle tante attività infettate dalle organizzazioni criminali. Il nord è industrialmente più sviluppato, quindi sia legalmente che illegalmente la possibilità di guadagnare è più elevata. La differenza che c’è tra nord e sud non sta nell’economia o nella politica che apparentemente sono diverse, ma nel fatto che mentre il meridione ammette che le criminalità organizzate ci sono e fanno del male, il settentrione spiega che a casa sua non ci sono e che se ci fossero sarebbero così deboli da risultare facili da vincere. Ebbene, questa falsa convinzione che vige nella parte più fredda d’Italia indebolisce l’economia e la politica interna. E così facendo, si fa un dono alle mafie che vivono per l’appunto di debolezze economiche, politiche e sociali. Vale a dire che più il sistema immunitario del nostro paese è basso, più le organizzazioni criminali riusciranno ad avere la meglio. Più si sta zitti, più riusciranno a passare per inosservate. Più c’è crisi, più fanno soldi.

Spesso ci si chiede cosa si può fare. Penso che la prima cosa da non fare sia chiedere aiuto alla politica, dato che più si va avanti più ci si rende conto che collabora abilmente con la mafia. C’è una significativa frase di R. Hopkins che potrebbe dare risposta a chi non sa cosa fare per risanare questa tragica questione nazionale: “se aspettiamo i governi, sarà troppo poco e troppo tardi. Se agiamo da soli, sarà troppo poco. Ma se lavoriamo alla scala di comunità, può essere abbastanza e appena in tempo. Credo fortemente che combattere la mafia non debba essere l’ambizione di una, due o tre persone, ma di un’intera comunità che, oltre a farlo per il bene proprio, lo faccia per il bene futuro. Non si pretende di scendere in piazza a far del chiasso o di aderire ad associazioni antimafiose. Basterebbe che se ne parlasse maggiormente a scuola, invitando i ragazzi a informarsi, che se ne parlasse nei bar, in chiesa, in stazione, in biblioteca, a casa con la famiglia. Ma questo non lo devono fare due o tre persone, la decisione dev’essere presa da tutti, da tutte quelle persone sobrie che come me sono stanche di vedere questo paese andare a rotoli, di continuare a vivere tra le mura dell’omertà, di nascere e morire nel terrore. Se vogliamo dire basta, facciamolo insieme, perché in questo modo se dovrà morire qualcuno lo farà un paese intero. Il dispetto più forte che possiamo fare alla mafia è parlare, mentre il dono più grande che possiamo farle è stare zitti… Purtroppo questo lo stiamo già facendo da così tanto tempo che sembriamo non aver voglia di smettere.

La parola è l’arma invincibile di colui che decide di versare il suo sangue sul mondo. Meglio di una pistola, è capace di creare una tempesta in un luogo apparentemente tranquillo, di far trasalire dalle torbide acque dei mari le realtà intenzionalmente mai annunciate, di rendere il problema di una sola persona, di una sola comunità, di un solo stato, un problema di tutti. E addirittura di mettere in crisi le persone, persino le organizzazioni criminali. Prendendo per fede ciò che dice Tolstoj – che sostiene che non si può combattere il male con il male – io e voi, persone oneste, combatteremo questa grande ingiustizia nazionale – chiamata Mafia – con qualcosa che porta solo il bene: la parola.

Siete con me?

Processo Mills… A due passi dalla prescrizione

In questi giorni l’attenzione mediatica relativa ai fatti giudiziari del premier Silvio Berlusconi è tutta concentrata sul “processo Mills”, che vede il Presidente del Consiglio imputato del reato di corruzione in atti giudiziari. E’ prevista per domani, infatti, la ripresa delle udienze nel procedimento a suo carico, del quale ripercorriamo, brevissimamente, la travagliata storia.

L’avvocato Mills era consulente della Fininvest per la finanza estera inglese, ed è stato condannato in primo e secondo grado per corruzione  in atti giudiziari e falsa testimonianza in favore di Silvio Berlusconi.

Il processo era nato proprio da una lettera dello stesso avvocato Mills, al suo commercialista, Bob Drennan, dove Mills  dichiarava che Berlusconi aveva versato in nero sul suo conto in Svizzera 600.000 dollari. Il versamento sarebbe stato dovuto alle testimonianze reticenti rese dinanzi al tribunale di Milano dove, nel processo per corruzione alla Guardia di Finanza e nel processo dei fondi neri di  All Iberian, Mills non disse tutto quello che sapeva, per tenere indenne Berlusconi. Mills disse testualmente al suo commercialista “Ho tenuto fuori Mr B. da un mare di guai”. A Londra, il commercialista, una volta  letta quella lettera, denunciò il suo cliente al fisco inglese per corruzione ed evasione fiscale.

Dalle motivazioni della sentenza della Cassazione dello scorso anno emerge come risultò provata la corruzione in atti giudiziari a seguito delle testimonianze, ritenute false e reticenti, rese nell’intento di favorire Silvio Berlusconi. Il prezzo? “600mila dollari e la promessa di tale compenso nell’autunno 1999”.

Un anno fa, come sappiamo,  la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna per “intervenuta prescrizione del reato”, ma riconoscendo colpevole Mills di danno all’ immagine dello Stato. Nella stessa sentenza, la Corte riconosce che il reato è stato commesso e che Silvio Berlusconi ha corrotto David Mills.

D’altronde la “prescrizione” non significa che sia stata accertata l’innocenza dell’imputato, ma è un proscioglimento tecnico per motivi esclusivamente procedurali. La prescrizione, infatti, non è altro che l’estinzione di un reato a seguito del trascorrere di un determinato periodo di tempo. La sua finalità è quella di evitare di punire fatti dopo che sia passato molto tempo dalla loro verificazione, perché proprio il passare del tempo fa venir meno l’interesse dello Stato a punirne la relativa condotta.

La prescrizione, quindi, non ha nulla a che vedere con la assoluzione.

E proprio a seguito dell’applicazione della prescrizione l ‘avvocato inglese David Mills è sì colpevole di essersi fatto corrompere con 600 mila dollari per favorire l’imputato Berlusconi in due processi (tangenti alla Guardia di Finanza; fondi neri Fininvest – All Iberian), ma non può più essere punito, perché ha incassato la tangente più di dieci anni fa.

Della condanna di primo grado, che era stata confermata anche in appello, resta valido solo il risarcimento del danno morale (che non cade in prescrizione): Mills dovrà versare 250 mila euro allo Stato italiano, che per legge, paradossalmente, è rappresentato nel processo dalla presidenza del Consiglio dei Ministri. Quindi Mills, il corrotto, deve risarcire la presidenza del Consiglio, presieduta da Berlusconi, il corruttore, che fantastico paradosso!. Il filosofo Zenone non sarebbe stato in grado di coltivarne uno migliore.

La cassazione, sostanzialmente, ha dovuto risolvere un problema di date: quando fu commessa quella corruzione? La Corte ha deciso che Mills si era impadronito di quei soldi già tre mesi prima, e cioè quando fornì le istruzioni per far entrare quella tangente in un precedente contenitore (il fondo Giano Capital), dove i soldi dell’avvocato inglese erano mescolati con quelli di altri suoi clienti. Da questa seconda data, a differenza che dalla prima, sono ormai passati più di dieci anni, per cui la corruzione è stata dichiarata prescritta.

Ovviamente se c’è stato un corrotto è evidente che ci sia stato anche un corruttore. Non è un’ eresia allora credere che, come Mills sia stato ritenuto colpevole per essere stato corrotto da Berlusconi, il premier dovrebbe essere ritenuto colpevole per aver corrotto l’avvocato inglese.

La domanda che ci poniamo, quindi, è la seguente: cosa si prevede che accadrà nei confronti di Berlusconi, la cui posizione nel processo ancora non è definita?

La risposta è estremamente semplice. I PM ritengono che, per il medesimo fatto per il quale è stata definita la prescrizione del reato nei confronti di Mills, trattandosi dello stesso fatto incriminato, il Tribunale dovrà dichiarare la prescrizione anche nei confronti del Premier. Questo dovrebbe accadere probabilmente (settimana più o settimana meno) nel novembre prossimo.

Pertanto il processo potrà continuare, ma sarà difficile arrivare a una sentenza di primo grado, e ancora più arduo sarà chiudere in tempo anche l’appello e la Cassazione. Berlusconi, in questo processo, originariamente era imputato insieme a Mills, ma la sua posizione venne separato per effetto del lodo Alfano, in seguito dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale per violazione del principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Si fa presto a far tornare i conti, se solo si considera che il rinvio alla data di domani nei confronti di Berlusconi (con circa un anno di ritardo rispetto alla conclusione del processo nei confronti di Mills) è dovuto proprio alla legge del Ministro Alfano che, per sospendere il processo, sospese tutti i termini pendenti nei suoi confronti.

La prescrizione, che non fa rima con assoluzione, per Berlusconi è davvero vicina, anzi, a due passi.

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

 

Non c'è P2 senza P3…

“Salta la legge Falcone che consentiva una corsia più rapida per le investigazioni sulle associazioni criminali – scrive Liana Milella su La Repubblica online del 23 luglio 2010. – Per un gruppo come quello sotto inchiesta in questi giorni i magistrati avranno bisogno di “gravi indizi” di reato per far scattare gli ascolti”. La “cricca” di cui si parla nell’articolo è, ovviamente la famigerata new entry del panorama politico italiano: la P3... Nel frattempo l’irrefrenabile entourage di Mr. Silvio si impegna scrupolosamente per complicare la vita dei pm e agevolarla ai loro compari. Altro che fratelli Cohen… Questo è un paese per vecchi, possibilmente affiliati ad associazioni a delinquere che si macchiano di reati come corruzione, concussione, peculato, truffa, bancarotta e usura. “Per mettere sotto controllo i telefoni degli adepti al gruppo non basteranno i “sufficienti indizi di reato” – prosegue l’articolo di La Repubblica – come per la mafia e il terrorismo, ma ci vorranno i “gravi indizi” e tutti i numerosi paletti imposti dalla riforma”, quella stessa che cancella l’articolo 13 della Legge Falcone del 1991.

Persino Napolitano è rimasto allarmato e indignato per “l’emergere dei fatti di corruzione e trame inquinanti da parte di squallide consorterie”…
Al centro della rete di complotti e relazioni troviamo, guarda caso, il povero bistrattato Marcello Dell’Utri, che continua a negare l’evidenza persino dopo una condanna a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa… Ma anche l’ex sottosegretario all’economia Nicola Cosentino, che il 14 luglio è stato persino costretto a dimettersi, cosa che di questi tempi, in Italia, non è da considerarsi troppo scontata. Ciononostante la super votata maggioranza parlamentare non ha autorizzato l’arresto del loro caro amico, che infondo è solo accusato di complicità con la Camorra… Che sarà mai??

Nel frattempo il piccolo Cappellacci e la sua “cricca” sono riusciti a trascinare nella melma persino un investimento importante e intelligente come quello sull’energia eolica.
Gli imprenditori Flavio Carboni e Arcangelo Martino, l’ex dirigente democristiano Pasquale Lombardi e il coordinatore nazionale del PDL Denis Verdini. “Non c’era livello della magistratura a cui la “banda” non potesse arrivare – scrive Emilio Randacio su La Repubblica online del 23 luglio. – Promuovere magistrati, fermare processi, condizionare i giudici, tutto pur di raggiungere i propri scopi. E, quando Carboni e i suoi complici decidono di far salire Nicola Cosentino sullo scranno più alto della Regione Campania, gli appoggi vengono attivati”.

Sembra che assieme al tappo della BP nel Golfo del Messico sia partito pure quello che da tempo tratteneva, tra una perdita e l’altra, la fuoriuscita di questa oscura fiumana di scandali…
Nel frattempo l’uomo più perseguitato della storia continua a puntare il dito contro la magistratura rossa e l’opposizione comunista, affermando di voler “restare fuori dalle artificiose burrasche scatenate dalla vecchia politica politicante e da quanti, in maniera irresponsabile, giocano una partita personale a svantaggio dell’interesse di tutti. Il clima giacobino e giustizialista nel quale alcuni stanno cercando di far ripiombare il nostro paese non è certo d’aiuto”.

Da Milano1 a Milano2 e poi dalla P2 alla P3… Perché le uniche cose in cui l’Italia riesce ad andare avanti sembrano essere le cifre delle vergogne che continuano a coinvolgerla…

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

Meridiano Zero – "Draquila – L'Italia che trema"

Ore 3:32 del 6 Aprile 2009. L’Italia trema. Una parte di essa, ferita mortalmente, cade. Dalla fine della scossa, pochi secondi forse, poi le urla, le sirene. E Draquila. Draquila non è Silvio Berlusconi. Nel film della Guzzanti, Berlusconi non è l’antagonista, quello che ti aspetteresti da un documentario della Guzzanti, ne fa parte, ma non è lui. Draquila è “la macchina”. Quella macchina, alimentata a corruzione, collusioni e connivenze, guidata da pochi (amici e amici di amici) che si mette in moto subito, pochi minuti dopo, assetata, inarrestabile. Ce lo dicono le intercettazioni, i documenti. Una marea di soldi sotto forma di macerie, tragedie, vite spezzate, famiglie distrutte, sangue e lacrime, da depredare, da stillare dal collo dello Stato. 93 minuti di documentario, implacabile, che silenzioso si muove tra le macerie, che dà voce a quella parte d’Italia inascoltata, quella che rimane lontana dai riflettori berlusconiani della consegna delle case comprate con i soldi della Croce Rossa e che urla, disperata, tutto il suo malcontento, la sua tristezza, tutte le incongruenze e i limiti di una gestione mediocre. Il lavoro della Guzzanti è martellante e meticoloso, si espande inesorabile in ogni direzione, Napoli, La Maddalena, Roma, alternando dati a fatti (alcuni noti, altri meno noti) a considerazioni e ragionamenti precisi e pertinenti (a volte più, a volte meno: la gestione di un campo non è stata inventata da Bertolaso).
La Guzzanti già con “Viva Zapatero!” ci aveva mostrato tutto il suo disagio verso i confini del documentario nel senso stretto del termine, e anche qui si allarga, svaria, si pone come : abiti normali, gente normale, fatti. Niente green screen, niente effetti speciali, niente 3d, solo la realtà, cruda. Questo è il grande pregio e il grande difetto del film: Draquila è di parte e non nasconde di esserlo e per questo rischia di parlare a chi già la pensa allo stesso modo senza suscitare il minimo interesse dall’altra parte, al di là dei Bondi, Cannes & Co. Ha il merito di evidenziare il peso del PD in tutta la faccenda, ovvero nullo. L’opposizione è assente, connivente con il Draquila assetato di sangue e l’immagine del tendone, chiuso di giorno come di notte, d’estate come d’inverno, dà perfettamente l’idea di come opposizione, nell’immaginario collettivo, faccia ormai rima con desolazione.

Vi lasciamo al trailer…

TG1: Mills assolto?

Partiamo prima di tutto da due definizioni:

Assoluzione: dichiarazione del giudice che riconosce innocente l’imputato. (via | Worldreference)

Prescrizione: La prescrizione nell’ordinamento penale italiano indica l’estinzione di un reato a seguito del trascorrere di un determinato periodo di tempo. (via | Wikipedia)

Sono due termini che non hanno, come si può ben vedere, nulla a che fare l’uno con l’altro. Dove il primo si riferisce ad una riconoscenza della diretta innocenza da parte del giudice riguardo l’imputato, il secondo sancisce la decadenza dei termini processuali, ma non cambia lo status della sentenza. In soldoni, chi viene condannato oltre una certa decorrenza dei termini (che variano in base ai vari reati), non è obbligato a scontarne la pena. Ma non c’è alcuna traccia di dichiarazione di non colpevolezza da parte del giudice.

Bene, questo più o meno lo sanno tutti. Più o meno.

Il 26 Febbraio scorso, il TG1 dichiara per ben due volte che David Mills è stato assolto, e non prescritto. Ecco il video che lo testimonia:

L’avvocato Mills, nei primi due gradi di giudizio, si era visto infliggere una pena di quattro anni e mezzo per il reato di corruzione. La Corte di Cassazione ha però deciso per l’estinzione del reato causa prescrizione, in quanto il suddetto procedimento era andato oltre la decorrenza dei termini (il passaggio di denaro, secondo il processo, è avvenuto nel novembre del 1999, e i termini scadevano più di tre mesi fa, quindi). Tantopiù che la Cassazione ha confermato la pena pecuniaria di 250 mila euro da pagare alla presidenza del Consiglio, costituitasi parte civile ai tempi del governo Prodi. Quindi, ironia della sorte, le pene accessorie (la parte pecuniaria) devono essere  comunque scontate, mentre la condanna alla reclusione, come già detto, non viene eseguita in quanto sono passati dieci anni dal reato.

Questi sono i Fatti.

Procediamo con un’altra definizione: “Il giornalismo è la professione di chi, operando nel mondo dell’editoria, è specializzato nella raccolta, nell’elaborazione e nella trasmissione di notizie.” (via | Wikipedia)

In questi tempi in cui l’informazione appare in una crisi profonda, soprattutto quella dei media tradizionali (giornali e televisioni), si viene a riproporre un tema sempre attuale, quello della “realtà imposta”. Il TG1 è probabilmente il telegiornale più importante e seguito della televisione italiana, è il telegiornale della prima rete nazionale della Televisione di Stato. La Rai è finanziata dalle tasse pagate dai cittadini (ricordiamo, l’abbonamento Rai non è facoltativo, è una tassa sul possesso dell’apparecchio ricevente), è un servizio statale, è qualcosa che dovrebbe avere un rispetto infinito per l’informazione e le notizie.

Questa volta, invece, c’è stata una totale deformazione della realtà, anzi, diciamo pure che è stata data una notizia che nella pratica è assolutamente falsa. L’etica dei giornalisti dovrebbe stare davanti a qualsiasi altro tipo di interesse personale. Così come i medici non devono fare nulla -per etica- che danneggi il paziente, così il giornalista non dovrebbe dare mai una notizia falsa. Per un giornalista dichiarare il falso, farlo in un telegiornale nazionale, farlo nel più importante telegiornale nazionale della tv di Stato, è la summa dell’errore etico. È una manipolazione palese delle masse, è un inquinamento totale e assoluto dell’istituto del “dare una notizia”. Può esserci una linea editoriale, possono essere scelte le notizie, può essere seguita una linea politica (penso ai giornali), e ognuno può esprimere una sua opinione, questo è poco ma sicuro; ma nessun giornalista deve dare mai una notizia falsa, una notizia che fa venire a tutti il sospetto di una propaganda, di un’informazione manipolata, di un dire alla gente quello che non è vero, di nascondere la verità. Un errore (perché noi vogliamo sperare che di errore si tratti, lo vogliamo sperare perché altrimenti c’è da preoccuparsi seriamente) imperdonabile, un errore a cui ancora non è stato posto rimedio.

Intanto però alla rete non sfugge niente. L’ultimo luogo rimasto di informazione pulita, libera, senza vincoli dei poterucoli, si è immediatamente mobilitata contro questo totale abuso. Su Facebook (avete notato quanto stia diventando importante questa piattaforma per quanto riguarda l’attivismo dei cittadini?) è nata una raccolta firme, firme che verranno inviate domani o dopodomani all’ordine dei giornalisti e alla Rai. È bello sapere che la gente sa ancora indignarsi, e che è rimasto qualcuno che crede ancora fermamente nell’Informazione Libera, base di ogni democrazia (peccato poi pensare che ora tutti i programmi di approfondimento verranno sospesi per il periodo elettorale… Ma di questo ne riparleremo.)

Concludo con un estratto dalla lettera della raccolta firme del suddetto gruppo, un brano di Michele Serra che è più che pregnante sulla questione:

“Certo che per dire in un tigì, o scrivere su un giornale, che “Mills è stato assolto”, spacciando la prescrizione di un reato accertato per “assoluzione”, bisogna essere dei bei mascalzoni. Non dico faziosi, o manipolatori, o servi, dico proprio mascalzoni perché per un giornalista manomettere la verità è un crimine, tal quale per un fornaio sputare nel pane che vende. Qui non si tratta di opinioni, di interpretazioni, di passione politica. È proprio una frode, una lurida frode che non descrive più l’aspra dialettica di un paese spaccato, descrive qualcosa di molto peggiore: l’impunità conclamata di chi mente con dolo, con metodo, con intenzione, sicuro di non doverne rispondere ad alcuno (all’Ordine dei giornalisti? È più realistico sperare che intervenga Batman).
Per altro in un Paese di impuniti, perché proprio i giornalisti dovrebbero essere esentati dal privilegio di poter sparare bugie e ingannare la pubblica opinione senza conseguenze? Molti dei loro padroni e dei loro referenti politici negli ultimi vent’anni hanno perseguito con ogni mezzo, e ampiamente sperimentato, il piacere dell’impunità. Se ne sentono partecipi anche i loro impiegati”

Michele Serra

L'illusione della ricostruzione

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi.it Samanta Di Persio, cittadina aquilana autrice del libro “Ju Tarramutu“, che ci ha presentato in questo articolo. Samanta torna a scrivere della sua città, per raccontarci da due differenti punti di vista come fu vissuto quel tragico 6 aprile 2009[/stextbox]

ore 3.32 più di centomila aquilani (città e paesi) devono evacuare le abitazioni. Alcuni vengono colpiti, seppelliti dalle macerie: feriti e morti. Subito lacrime, dolore, dispersi, distruzione.

ore 3.32 alcuni costruttori si sfregano le mani: “Un terremoto non capita tutti i giorni!” si pensa alla colata di cemento e alle tasche gonfie.

Nel primo pomeriggio i vigili del fuoco scavano fra le macerie per trovare persone vive e corpi. I familiari aspettano fra lacrime, dolore e speranza.

Nel primo pomeriggio il presidente del consiglio Silvio Berlusconi arriva a L’Aquila. Nella conferenza stampa presso la scuola per sottoufficiali della Guardia di finanza dichiara l’intenzione di fare una new town.

Ormai è sera le speranze di poter trovare gente ancora viva si affievoliscono. Il terremoto ha ucciso molte famiglie, molti bambini e giovani. Si sono fidati delle rassicurazioni delle istituzioni. Per sei mesi uno sciame sismico ha tenuto in allerta la popolazione, meno in allerta le istituzioni che fino all’ultimo hanno rassicurato per non diffondere il panico. Fra coloro che hanno detto “Non c’è pericolo!”: Protezione civile, il presidente dell’INGV Boschi, la Commissione grandi rischi.

Ormai è sera; il Presidente del Consiglio e scorta se ne sono tornati a casa. Ha nominato commissario straordinario Guido Bertolaso. Per la prima volta viene nominato commissario una persona che non è del posto.

Dal martedì si cominciano a predisporre i campi di accoglienza. Non bastano per tutti gli sfollati. Metà popolazione viene spostata negli alberghi della costa abruzzese.

Dal martedì un via vai di imprenditori per capire l’entità del danno e capire chi è il referente, per partecipare alla fetta della new town.

Il sindaco Cialente assente fra i cittadini. È nella scuola della Guardia di finanza per fare gli onori di casa, non per dare solidarietà agli aquilani. Nessuna visita nei campi, nessuna divergenza con le scelte di Governo e Protezione civile. Ormai la popolazione è stata divisa, un modo per sedare le polemiche e il dissenso.
Gli sfollati nelle tende prima al freddo e poi al caldo, mentre le intercettazioni telefoniche che emergono a dieci mesi narrano di incontri per accaparrarsi gli appalti sottraendoli ad imprese abruzzesi che sono rimaste senza lavoro. La gara si svolge in pochi giorni, non importa il prezzo più vantaggioso… Ditte che fanno i ribassi minori vengono scartate. Quelli delle intercettazioni vincono (o gli viene confermato) l’appalto.

Ma l’appalto di cosa?

Il Presidente del consiglio quando parla de L’Aquila in televisione descrive una città ricostruita, dove tutti hanno un tetto. Il tetto di nuove costruzioni -nulla è stato riparato- costate 700milioni di euro di soldi pubblici. Non più una new town, ma 20 new town. In deroga a tutte le regole: espropri, terreni non edificabili, colata di cemento ovunque. L’Aquila è il più grande cantiere a cielo aperto, tutto fatto di fretta. Un’arma vincente per la campagna elettorale. Le abitazioni con danni leggeri ed i loro proprietari, non rilevanti ai fini elettorali, lasciati in balia degli eventi. Molto rilevante in termini economici. Gli sfollati con danni leggeri sono ancora al mare, costano 55 euro al giorno. Centinaia di milioni di euro dopo dieci mesi. Le casette di legno avevano un costo di 600/700 euro al mq, vivibili e confortevoli. Le case delle new town hanno un costo di 2.700 euro al mq.

Il 6 aprile non si è deciso come ricostruire una città distrutta, ma come speculare.