Ambiente e ricchezza – Intervista ad Antonio Galdo

Dopo il boom economico degli anni settanta, il consumo ha impennato veementemente rendendo noi consumatori ossessionati, giorno dopo giorno, dall’idea di avere a portata di mano una tessera di plastica rigida che ci può riempire la casa di oggetti, balocchi, cibo… tutto superfluo. Questa vita capitalistica, comoda e monotona ha però celato gli effetti gravosi che ha lo spreco maniacale sulla nostra vita, il quale negli ultimi decenni ha aizzato il fuoco della crisi economica e ambientale.  Sono ancora in pochi a rendere chiara questa gravità. È doveroso, quindi, passare la parola a chi sa cosa comporta avere i frigoriferi stipati di cibo, i bidoni della spazzatura pullulanti di avanzi e la casa piena di oggetti nuovi ma già obsoleti. Antonio Galdo, giornalista e scrittore italiano e progettista del sito www.nonsprecare.it, ha dato risposte abbastanza chiare da capire cosa si può e si deve fare:

Gandhi diceva “nel mondo c’è quanto basta per le necessità dell’uomo, ma non per la sua avidità”. Per troppo tempo abbiamo lasciato che le miniere si svuotassero e le discariche si riempissero, per troppi anni abbiamo deciso che trasgredire i limiti e le regole fosse una moda, per tutta la storia dell’umanità abbiamo dimenticato il vero significato dell’ambiente e l’importanza delle nostre azioni sul mondo. Non pensa che attualmente la nostra società sia animata esclusivamente da desideri materiali, bisogni superflui e capricci infantili che stipano i bidoni della spazzatura?
La Grande Crisi ha fatto suonare la sveglia, per tutti. Non basta consumare sempre di più per essere felici, il PIL non è l’unico parametro per misurare il benessere di un popolo, la ricchezza non si crea distruggendo la natura. Partiamo da qui, per un cambio d’epoca, nella consapevolezza che insieme, e non da soli, usciremo prima e più forti dal tunnel della Grande Crisi.Continua a leggere…

Filosofia della condivisione

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.

L’articolo di oggi è scritto da Fausto De Gregorio, informatico, giornalista freelance e studioso dei nuovi linguaggi open source e di webmarketing. Fabio è alla sua prima collaborazione con Camminando Scalzi. Buona lettura![/stextbox]

Oggi stiamo vivendo una drammatica sfida su quattro fronti: la crisi finanziaria e quella dell’economia reale si innestano in una crisi strutturale più ampia che riguarda la sostenibilità ambientale. Su un piano ancora più profondo, stiamo vivendo una crisi di speranza nel futuro. In poche parole, si tratta di quella mancanza di fiducia tipica di una società che invecchia e nella quale i giovani non trovano ruoli e prospettive.

Zygmunt Bauman

L’impressione è che la vita di noi tutti stia cambiando, e non in meglio. Il sociologo Marco Revelli scrive – nel saggio Poveri, noi – che negli ultimi anni, in Italia, “siamo declinati credendo di crescere. Siamo discesi illudendoci di salire. Viviamo con la testa nel mondo fantasmagorico del consumo opulento; abbiamo aspettative da consumatori ricchi ma poggiamo i piedi, e tutto il corpo, sulla linea di galleggiamento. Abbiamo toccato per pochi, fuggevoli anni, o lustri, un benessere veloce, da “centro commerciale”, ma sappiamo che basta un nulla per riportarci sotto”. È un realismo che inquieta e fa paura, ma la stessa considerazione è stata fatta, a livello internazionale, da uno studioso dei fenomeni sociali come Zygmunt Bauman nel suo recente libro-intervista Vite che non possiamo permetterci, un titolo che dice tutto. In buona sostanza Bauman sostiene che l’epoca nella quale era possibile “godersela adesso e pagare dopo” è alle nostre spalle. Se il mondo industriale era prosperato sullo sfruttamento della manodopera, quello post-industriale, cioè il nostro, è prosperato sullo sfruttamento dei consumatori, opinione peraltro condivisa dall’economista Raj Patel ne I padroni del cibo. Per rispondere alle seduzioni del mercato, ma anche per far girare l’economia, un po’ tutti hanno avuto bisogno di farsi prestare denaro. Alla fine, però, il conto è stato salato.

È un conto salato i cui effetti avvertiamo ogni giorno di più nel nostro quotidiano. L’aggravarsi dell’attuale crisi finanziaria è senza dubbio il segnale di una crisi più profonda, che tocca ogni aspetto etico dell’uomo. In gioco c’è tutto un modo di intendere la vita e i suoi significati. E forse questa crisi rappresenta, come molti esperti ritengono, un avvertimento a cambiare direzione, a dare nuovi significati a ciò che facciamo e alle relazioni che stabiliamo.

C’è chi ritiene che ogni aspetto delle nostre vite non possa fare a meno del denaro e tutto ruoti attorno al profitto e a interessi di ordine commerciale, da cui è impossibile prescindere. Può piacere oppure no, ma – come fosse piovuto dal cielo – questo è il sistema di vita che abbiamo e così ce lo teniamo. Ma c’è anche chi, pur non sottovalutando l’influenza che il mercato sta avendo, pensa che la vita dell’uomo debba aprirsi a una prospettiva più ampia, che l’uomo stia vivendo al di sotto delle sue potenzialità proprio perché non riesce o evita di svincolare ogni suo pensiero e azione dai rigidi schemi di un sistema economico che ha impoverito la vita sotto tutti gli aspetti. Pensiamo solo per un momento al regresso che nell’arco di qualche decennio hanno avuto il mondo del lavoro, il sistema sanitario, quello dell’istruzione o quello pensionistico.

I sostenitori di questa seconda prospettiva credono che l’uomo, nonostante tutte le difficoltà che incontrerà, riuscirà a superare questa crisi se inizierà finalmente a guardare il mondo con occhi diversi, riconoscendo il potere della cooperazione, dell’unire le forze per il bene comune. Pensano che, oltre a parlare di soldi, si debba cominciare a parlare di stili di vita, non per sottrarre ma per aggiungere qualità e sostenibilità alla vita di tutti.

Vecchie strutture economiche, politiche e di pensiero stanno morendo per lasciare il posto a nuovi modelli di vita e di pensiero. Abbiamo a che fare con una problematica fase di transizione che rappresenta al tempo stesso una grande opportunità per ripensare e ricostruire l’intera società su basi più giuste, abbandonando la competizione in ogni settore delle attività umane e tutte quelle forme di separatismo che avvelenano il cuore.

Perché accettare un sistema in cui si compete con il prossimo quando si può lavorare con lui e per lui, in un continuo scambio reciproco, per permettere a entrambi condizioni di vita più sicure e dignitose?

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Il paese dei dinosauri

L’ultimo rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati è stato presentato a marzo. Sebbene l’anno accademico sia ormai agli sgoccioli, è bene tenere a mente qualche risultato dell’indagine, riguardante principalmente il profilo dei laureati del 2010 e la loro occupazione nel 2011.

Con la crisi, i laureati occupati nelle professioni più qualificate sono diminuiti, contrariamente non solo a quanto avvenuto negli altri paesi occidentali ma soprattutto alla logica. In parole povere: meno posti di lavoro sono disponibili e – paradossalmente – meno contano il titolo di studio e il merito. Di fronte a certi dati il buon senso e la razionalità cedono il passo. Pura miopia da parte di chi dovrebbe assumere o precisa scelta imprenditoriale dettata da una contrazione della spesa a scapito della qualità e dell’efficienza della produzione? Verrebbe da rispondere “entrambe” ma, riflettendo, la seconda è una diretta espressione della prima.

Una seconda conclusione rilevante del rapporto riguarda il numero di laureati, nettamente inferiore rispetto agli altri paesi OCSE (20 laureati su 100 di età compresa tra 25 e 34, contro una media di 37). Questo dato delude ma non stupisce: d’altronde, se la laurea non conta più, perché fare sacrifici per anni, sempre a patto di poterseli permettere?

Cosa fa il nostro paese per valorizzare la laurea e l’istruzione? Sceglie di non finanziare università, cultura, ricerca e sviluppo. Siamo agli ultimi posti nelle graduatorie europee per percentuale di PIL investita in questi settori. Si parla di paese, non di Stato, perché solamente poco più della metà di questi finanziamenti proviene dalle imprese. Questo è un ulteriore indice della miopia con cui il settore privato guarda al futuro e alla sua stessa sopravvivenza.

Aumenta la percentuale di laureati disoccupati a un anno dal conseguimento del titolo, fra gli specialistici ancora più che fra i triennali. Al contempo diminuisce la retribuzione media dei laureati, pari a 1105 euro per i triennali e 1080 euro per gli specialistici. Ennesimo paradosso: chi ha studiato di più ha meno possibilità di trovare un lavoro e per di più guadagna di meno!

La meritocrazia? Un miraggio. Quello che dovrebbe essere il faro di ogni paese, soprattutto di quelli che si autodefiniscono avanzati, si è ridotto a un lumicino di tanto in tanto esibito per attirare le farfalle. Come si fa a parlare di meritocrazia quando, ultimo in ordine di tempo fra i troppi esempi adducibili, si è riusciti a scongiurare un taglio di 200 milioni di euro di finanziamenti all’università, ma non un altro, di 210, a numerosi enti di ricerca? E questi ultimi dovrebbero anche ringraziare, visto che inizialmente si era serenamente pensato di sopprimerli.

Il quadro si completa e si comprende meglio pensando all’età media della classe dirigente italiana, la quale non comprende solo politici (espressione di una società più che “causa dei mali”) ma professori universitari, manager, imprenditori, magistrati e via discorrendo. Famosa è la scena dell’esame universitario ne “La meglio gioventù”: le parole del professore non sono un invito né un auspicio, ovviamente, ma si delineano ogni giorno più chiaramente nella sfera di cristallo dell’Italia.

Economia: la scienza intoccabile.

“L’inflazione che caccia nelle mani dell’individuo in un gesto solo miliardi di marchi lasciandolo più miserabile di prima dimostra punto per punto che il denaro è un’allucinazione collettiva”.

M. Sgalambro, dal brano “23 coppie di cromosomi” di F. Battiato.

 

Anche chi non si è mai occupato di economia si trova costretto, di questi tempi, a ragionare su questa scienza che, nonostante le apparenze, della scienza ormai sembra avere poco. L’economia – da “oikos”, casa e “nomos”, legge, ovvero “le regole della gestione dei beni di casa” – con il tempo sembra aver perso gradualmente il suo carattere pragmatico per assumere sempre maggiori qualità astratte. Nell’ancor più misterioso mondo della finanza, sua propaggine,  il denaro si assottiglia, diventa invisibile, si trasferisce in tempo reale, cambia il proprio valore di giorno in giorno seguendo logiche arcane e mappe illeggibili fatte di grafici e sinusoidi. I sensibili mercati tremano a ogni brezza esprimendosi in una lingua fatta di acronimi. Leggere i dati è complicato come interpretare  gli intricati schemi astrologici atti a determinare il fato di un individuo. L’analisi si assimila alla profezia.

Noi che non siamo economisti non possiamo comprenderne le dinamiche. Servono degli intermediari che ci spieghino come stanno le cose. Che ci dicano cosa è giusto e cosa non è giusto fare. Che ribadiscano come, in un mondo globalizzato, la strada intrapresa sia l’unica possibile.

Il fatto è che, a quanto pare, esistono diverse teorie e sistemi economici. Non vi è un solo modo di amministrare i beni di un paese. Ma oramai viviamo in un’Europa dove l’unica voce ammessa è quella della UE. Scritti che dicono altro divengono apocrifi, chi produce un pensiero diverso è un eretico. Nei talk show le teorie avverse vengono descritte come rischiose, se non pericolose o utopiche. Dal punto di vista di chi crede nell’attuale modus operandi, si tratta di  teorie che hanno perso la loro battaglia per concorrere alla guida dei mercati e sono ormai relegate nell’ambito dei saperi strampalati, come tante cose a questo mondo. Da tempo la palma della vittoria è in mano al “neoliberismo”, un sistema che è alla base del nostro attuale assetto economico e che non ammette, a quanto pare, concorrenti.

Nessun riscontro reale sembra chiamare questi difensori del sogno europeo a considerare un aggiustamento di rotta, un adattamento o qualcosa che esca dai binari di ciò che loro credono, con o senza malizia, essere la via.

È come se ormai la pratica non sia più la base per stabilire la bontà di una teoria, bensì l’inverso: la teoria viene per prima e la sua applicazione serve per confermarla. E se ciò produce contraddizioni e problemi, pazienza. Impossibile tornare indietro. Non si può gettare al vento ciò per cui si è tanto lavorato e studiato. E non vogliamo essere screditati né messi da parte. Dopotutto è divertente non essere l’oggetto delle reali conseguenze di scelte astratte.

A mio parere noi, comuni cittadini, stiamo tentando di spiegarci attraverso calcoli qualcosa che non ricade del tutto nella matematica. Trattare la questione attraverso la scienza dei numeri non è sufficiente. Forse sarebbe più soddisfacente guardare al tutto come a qualsiasi opera umana, prendendo in considerazione elementi meno “aritmetici” come l’avidità, il tornaconto personale, il cinismo, il bigottismo e secoli di storia.

Basti pensare che questi intermediari europei vengono chiamati a sedare una creatura di cui loro stessi, o i loro mentori, sono stati creatori. Sempre che sia loro interesse porre rimedio.  Mi chiedo se questa per cui stanno combattendo sia anche la mia visione del futuro. O la tua, la nostra. Beh, comunque sia non ha importanza, poiché né tu né io abbiamo voce in capitolo.

È sotto gli occhi di tutti infatti che se non siamo ricchi, laureati in una qualche prestigiosa università, magari statunitense, e non abbiamo le conoscenze giuste, non decidiamo nulla per quanto riguarda le politiche europee. Nessuno ci ha chiesto un parere sulla firma dei trattati. E se abbiamo risposto di no ci hanno posto la domanda una seconda volta, perché probabilmente eravamo distratti. In generale, comunque, non sono cose che ci riguardano. Che scocciatura, il popolo!

Chi non accetta questa situazione (perché c’è anche chi la accetta, bontà sua), non dovrebbe farsi prendere dallo scoramento. Servono idee, immaginazione e sistemi capaci di creare una maggiore equità e serenità. Come mille volte è stato detto, l’ideogramma cinese per “crisi” nasconde la parola “punto cruciale” (più che “opportunità”, come spesso viene detto). Significa che si aprono diverse strade. Può darsi che siano necessari grandi sforzi. Può darsi che il castello diventi pericolante e basti un nostro soffio. Il futuro ci darà il suo responso (credo molto presto, visto il ritmo precipitoso a cui cambiano oggi le cose). E chissà che questo nostro affanno non serva a produrre un domani migliore.

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Generazione sfigata

In questi giorni non si fa altro che parlare di lavoro, mobilità, precariato e di come sistemare questa terribile crisi che sta imperversando in tutto il mondo. Continuano a propinarci la solita manfrina trita e ritrita, come per convincerci che il lavoro è una cosa “passeggera”, che ci dobbiamo muovere, che – perdio! – siamo giovani, dobbiamo essere pronti a tutto. E mentre il politicante di turno o suo figlio super-raccomandato ci regalano simpatiche dichiarazioni su quanto sia sfigato il posto fisso, la laurea dopo i ventotto anni, abitare vicino a mamma e papà e così via, viene da chiedersi per quale ragione certe persone diano fiato alla bocca. Sì, d’accordo, le frasi non vanno estrapolate dal contesto, e su questo possiamo pure essere d’accordo. Il governo Monti si era tanto impegnato nei suoi primi giorni a mantenere una certa sobrietà dopo tanti anni di baracconate dei governi precedenti, ma ecco che i suoi esponenti (forse irretiti dalla ribalta, chi lo sa) si lanciano in simpatiche dichiarazioni che riescono a fare “incazzare” ancora di più quell’enorme fetta di popolazione che a oggi si barcamena tra uno stage non retribuito, un lavoro al call center di qualche mese e una speranza pari a zero sul proprio futuro. Era davvero necessario?

No, non lo era. Perché questo sistema politico-economico ha affossato e distrutto i sogni di un’intera generazione di ragazzi tra i venti e i trent’anni che non riescono in alcun modo a vedere la luce fuori dal tunnel. È un sistema che ha fallito sotto ogni aspetto, è servito soltanto ad arricchire di più i ricchi, e a devastare intere popolazioni (vedi la povera Grecia, dove ci sono situazioni da terzo mondo a causa del crack economico).

E allora tutti partono, scappano, emigrano. Altro che vicini a mamma e papà. Chi decide di restarci lo fa perché altrimenti dovrebbe dormire sotto un ponte, visto e considerato il costo di una casa, il mutuo che non ti danno senza un “monotono” posto fisso o l’affitto da moderni ladroni che troviamo nelle grandi e piccole città. Siamo una generazione affranta, senza speranze, senza sogni. Ed è questo il più grande fallimento di quest’epoca. Non il lavoro che manca, non la crisi economica. Vedere la faccia di una ragazza di ventisei anni, delusa e sconfitta, che ha due lauree e un master e lavora in un call center per mantenersi, facendo uno stage non retribuito che, chissà, un giorno potrebbe trasformarsi in lavoro, o gli occhi malinconici di un trentunenne che ha dovuto mollare gli studi, facendo tre lavori per aiutare il padre che ha perso il lavoro, lascia senza parole. E ogni giorno ci viene propinata la solita serie di ipotetici provvedimenti che dovrebbero migliorare le nostre condizioni di vita. E allora via il posto fisso (che noia!), ma il mutuo come lo faccio? Mobilità, che passione, ma se il lavoro dura tre mesi e per cercarlo ce ne vogliono dieci? Andiamo a vivere lontano da mamma e papà, siamo grandi dai, ma se gli affitti di un posto letto arrivano anche a cinquecento euro? E così via…

Sarebbe intelligente e saggio che tutti questi personaggi smettessero di dare aria alla bocca, che ritenessero le loro posizioni come degli immensi privilegi che si sono costruiti sulle spalle dei cittadini, e che imparino a stare quantomeno in silenzio. Se proprio non volete aiutare i sogni e le aspirazioni di questa generazione sfigata, se proprio non riuscite in nessun modo a darci un minimo di futuro in cui credere, almeno non prendeteci pure per il culo. È chiedere tanto?

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La democrazia è morta!

Anche oggi i telegiornali sparano parole al vento. Non so se sia giusto continuare a fidarsi, dato che non fanno altro che passarci informazioni superflue e spaventarci; a dir il vero, ultimamente mi sono lasciata prendere da altro, così da perdere le ultime della politica. Sarà perché Monti non fa altro che elencare i duri colpi che accetteremo, sarà perché i partiti stanno facendo i pagliacci in Parlamento – come loro consuetudine – sarà perché non voglio credere a niente di ciò che sta accadendo. Insomma, tutto m’annoia. Ma la cosa che più mi irrita tra tutte è sapere e vedere che i mercati finanziari, da tempo gibbosi, sono il tedio della vita di noi che viviamo sotto l’uggia dei monarchi. Mi spiego meglio. Noi (cittadini onesti) siamo stati letteralmente schiavizzati da cifre. Cifre inesistenti! Rendiamoci conto dell’assurdità del problema! Com’è possibile che nel 2011 non si riescano a fronteggiare problemi finanziari originati da negligenze antecedenti e da false promesse accumulate nel tempo? Mi sento frustrata. E persa. Ci sono giorni in cui sui giornali non troviamo altro che titoli lugubri: “rischio default”, “fallimento dello Stato”… In TV compaiono dal nulla uomini e donne che con gli occhi lucidi annunciano vendetta, che inveiscono contro gli alti muri dell’imperialismo vorace, che lanciano fumogeni e creano subbugli affinché tutto vada come dovrebbe andare. È durante questi giorni di estrema agonia che vorrei che niente fosse vero. Vorrei che le immagini che mi si creano in testa quando leggo i valori dello spread fossero solo tristi fantasie passeggere, che i giornali dicessero bugie e che i video riprodotti dalla TV fossero girati da un ottimo regista e recitati da bravi attori. Ma purtroppo non è così.
Le bestie di Monti, quelle in giacca e cravatta, e Monti stesso, ci stanno imponendo con la forza di essere più gentili con lo Stato, di digerire i sacrifici che presto ci ficcheranno in bocca e che solo a noi precari faranno ingoiare. C’hanno detto che se faremo ciò che dicono loro, tra qualche anno verremo fuori dal vortice chiamato “crisi”, che riprenderà l’economia, e che quindi l’Italia comincerà a giovarne; s’alzerà il PIL, aumenterà il tenore di vita e la felicità nazionale! Ciò che più mi dilania è che tutto questo avverrà esclusivamente grazie ai leggeri portafogli di chi ha sempre pagato, e ora non ha un centesimo da mettere in tavola. Come faranno allora a sovvenzionare coloro che sono stremati dalla lunga e pressante vita che l’Italia ha fatto condurre loro? Quelli in giacca e cravatta essendo molto miopi rispondono in questo modo: “chi se ne frega, tanto io ho l’indennità e il mio stipendio non lo tocca nessuno”. La fanno facile, tanto non sono loro a rimetterci la pelle.
L’articolo 54 della Costituzione Italiana dice che tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi; ma nessuno ha scritto che, nel caso in cui il Paese si comporti slealmente nei confronti dei cittadini, il popolo ha il dovere di dissociarsi da esso. Difatti, negli ultimi anni l’Italia (sarebbe più corretto dire “il governo”) s’è comportata da Giuda nei confronti degli italiani onesti. In questo particolare periodo lo Stato non può auto-ritenersi “il popolo”, in quanto le riforme attuate da Monti – i sacrifici e compagnia bella – non sono state assentite e regolate dai cittadini. Dunque la democrazia è morta, sepolta ma non risuscitata. L’articolo 54 della Costituzione italiana non esiste al momento, è stato cancellato dalla tirannia dei potenti e dei vigliacchi. E se qualcuno mi obbligasse con la forza a obbedire a quello stupido articolo, io non mi prostrerei. Nemmeno se mi pagassero.
Mi dispiace caro Paese, presto non potrai più rivolgerti a me quando sarai a corto di soldi. Va’ pure da chi ne ha ma ignobilmente non te li dà! Dovresti essere sleale con lui, non con me!

Noi Italiani, quelli con la “i” maiuscola, siamo il capro espiatorio di chi ha creato questo grande guaio: noi svuotiamo i portafogli facendo salti mortali, loro stanno a guardare agiatamente come vanno le cose. Divertente per loro, ma per noi?

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Il silenzio dei conniventi e l’ambiguità del signor Bersani

C’è un piccolo feudo in Italia che nessun cittadino ha mai raggiunto, un regno lontano localizzato probabilmente nel Lazio ma che nessun abitante della penisola è ancora riuscito a vedere.  I cortigiani non amano essere disturbati mentre si concedono qualche pisolino oppure criticano i prezzi della mensa, troppo alti in questo periodo. Soprattutto non vogliono essere disturbati dal volgo villano, sempre ad avanzare pretese spudorate, come l’ici sui beni della chiesa, la vendita dei cacciabombardieri, una più elevata tassazione dei capitali scudati, la sovranità monetaria. Che follia, se si liberassero dei loro aerei e dei missili, come farebbero i cortigiani ad esportare la democrazia? Se tassassero la chiesa cosa accadrebbe al consenso? La lotta agli evasori, dite? Non scherzate, suvvia.

I signori della corte hanno imparato che per ammansire il popolo imbizzarrito è sufficiente osservare alcune semplici regole. Basta dividersi in squadre, convincere i cittadini che c’è un cortigiano di destra e uno di sinistra, uno egualitarista e l’altro liberale, stuzzicare il loro senso di appartenenza a un gruppo, il loro bisogno di protezione, associare all’immagine dello stato quella di un genitore benigno proteso alla cura dei propri figli, alimentare il loro patriottismo con una retorica sobria ricca di metafore inquietanti, catapultando i plebei da uno stato d’animo all’altro, rassicurandoli nel momento in cui sono convinti di essere prossimi alla catastrofe. A quel punto il popolo sarà ben fiero di credere che ci sono due schieramenti che si affannano per tutelarlo e sceglierà di pagare la crisi, lo considererà quasi un piccolo intervento a tutela dei bravi signori che gli garantiscono piccoli servizi come una sanità scadente, una giustizia scevra di mezzi  e un’istruzione pubblica mediocre, ottima, tra l’altro, per formare gli schiavi del domani.

I signori dispongono anche di vari ambasciatori, i quali offrono spesso al feudatario e ai suoi funzionari un’occasione per esporsi al pubblico. Ovviamente costoro non devono porre domande scomode ma risultare accomodanti, aiutando il signore della corte a promuovere la propria immagine presso i ceti bassi.

Avete capito di quale corte stiamo parlando?
La corte della politica, proprio così.

Un universo isolato, sempre precluso in qualche modo ai comuni cittadini, all’esterno del quale, tuttavia, trapelavano fino a pochi mesi fa alcune informazioni dovute a due fondamentali ragioni. L’intervento dei giornalisti e il presunto dissidio epocale tra destra e sinistra. Così, quando c’era da denunciare le intese fraudolente dei politici di sinistra intervenivano quelli di destra e viceversa. A volte si poteva addirittura leggere queste notizie sui giornali (ma non sempre, eh? Non dimentichiamo che secondo un rapporto della Freedom House del 2010 l’Italia rientra tra le nazioni “parzialmente” libere). Cos’è accaduto allora? Perché non dovremmo essere più sicuri della nostra “parziale” libertà? Semplice, la risposta è il governo Monti, il governo di larghe intese, di concordia nazionale, il governo riuscito nella titanica impresa di portare Bersani alla maggioranza.

Proprio pochi giorni fa è stata finalmente presentata la manovra che dovrebbe condurre l’Italia fuori dalla crisi (In realtà sappiamo benissimo che finché non torneremo sovrani della nostra moneta non faremo altro che indebitarci anno dopo anno fino all’implosione dell’euro). Una soluzione ritenuta talmente deludente che per alcuni politici tacere si è rivelato impossibile, soprattutto per non incorrere nella furia degli elettori. Si è infatti presentato subito un piccolo problema:  la manovra non convince, o meglio, convince solo istituti di credito e proprietari di yacht club. Al di là della totale assenza di quei provvedimenti chiesti a gran voce da quel ceto medio ormai ridotto all’osso, vanno infatti segnalate una ridicola tassazione dei capitali scudati dell’1,5% (la riscossione, tra l’altro, secondo il Servizio studi del dipartimento Bilancio alla camera, potrebbe non trovare applicazione qualora il patrimonio del contribuente scudato sia stato investito in altre attività [fonte]) e un provvedimento che riduce il limite per la tracciabilità dei pagamenti a 1000 euro, contrastando l’uso del contante. Un’analisi attenta della misura alimenta, tuttavia, non pochi dubbi, anche perché sembra che vada a nuocere più al dottore che non rilascia la fattura che alle grandi società per azioni con i conti alle Cayman. I maligni potrebbero pensare che la decisione rientri in un quadro generale di eliminazione del contante, atto sia a diffondere l’utilizzo della moneta elettronica (per consentire alle banche di risparmiare persino sulla stampa di quelle banconote), il cui valore intrinseco è pari a quello della carta igienica, ma che vengono addebitate allo stato al loro valore nominale, sia a semplificare un’operazione di commercializzazione di determinati prodotti in seguito a un’analisi delle operazioni di acquisto dei consumatori. Ogni operazione eseguita per via telematica infatti, può sempre essere memorizzata, salvata e utilizzata per formulare, ad esempio, statistiche su tendenze d’acquisto dei cittadini.

In ogni caso non è tanto la manovra che si intende criticare in questo articolo, quanto l’atteggiamento dei politici in merito alle profonde critiche di cui la stessa è stata oggetto. Ancora una volta le ex-opposizioni hanno manifestato un dissenso dai toni pacati, puramente fittizio. Se, infatti, i sindacati stanno già pianificando una risposta decisa a tutela dei pensionati e delle altre categorie sociali, non è ben chiaro il ruolo che intenda assumere il partito democratico, da sempre presentato come medicina al virus “Berlusconi” (come se non fosse solo un sintomo di ben altro problema), e dalla nomina del governo tecnico in evidente stato confusionale. Non si spiegherebbero in altri modi le controverse affermazioni degli ultimi giorni del segretario Pierluigi Bersani.

Ci riferiamo a quelle sul governo, come:
Non bisogna condizionare il governo sulla tutela dei poteri forti, andremo nei guai” (fonte) del 30 Novembre 2011.

E a quelle sulla manovra:

Potrete ben sapere che dal mio punto di vista si poteva fare qualcosina in piu, Però bisogna anche dire che qualche passo significativo si è fatto” (fonte)

“Condividiamo la filosofia della riforma del piano pensionistico. Però l’approccio a questa riforma deve essere meno duro” (fonte)

“Confermiamo che siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità, ma abbiamo detto anche con nettezza che cosa faremmo noi e che cosa chiediamo che si faccia ancora” (fonte)

“Confermiamo! Però…”

“Condividiamo! Però…”

Insomma, al PD questa manovra non piace ma la voterà per senso di responsabilità.  E potremmo fermarci qui nonostante questa linea d’azione assuma le connotazioni di una lieve paraculata. Il problema è che qualcuno dei dubbi in merito all’argomento vuole sollevarli. Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, ufficiosamente costretto a far parte di questo governo, ha infatti avanzato, come molti altri cittadini, delle proposte differenti, evidenziando il vuoto di equità rappresentato da questo ennesimo schiaffo agli italiani meno abbienti.

Non si capisce quindi come mai il segretario del PD, a sua volta titubante, abbia deciso di minacciare quello che ufficialmente è ancora un alleato, addirittura accusandolo di voler “vincere sulle macerie del paese”. Che Bersani stia pensando ad altro? Che questo governo-pasticcio abbia risvegliato antiche passioni PD-UDC?
Le statistiche darebbero vincente una coalizione PD-IDV-SEL ma davanti a un così palese tradimento come reagiranno gli elettori del PD? Dobbiamo prepararci al quinto governo Berlusconi? Al secondo governo Monti? Per ora sappiamo solo che l’Italia in questo esatto momento ha tre problemi:

1) la sovranità monetaria, ancora in mano alle banche;

2) una dipendenza dai mercati e dalle borse che dovrebbe ispirare qualche domanda seria sul concetto di democrazia nei paesi dell’Unione Europea;

3) la spaventosa promiscuità politica alla base di questa nuova tecnocrazia sobria, le cui “nuove” alleanze potrebbero costare ai cittadini l’approvazione di qualsiasi legge promossa come anti-crisi.

A costo di esser tacciati di qualunquismo, bisogna dire che mai come in questo periodo i nostri politici-cortigiani sono sembrati vassalli dei banchieri; soprattutto, mai Bersani è stato più “responsabile” di uno Scilipoti.

Questo è un articolo impopolare.

Questo è un articolo impopolare, perché non sarà l’ennesima invettiva contro Berlusconi o, tanto per cambiare, un’apologia del criptico Monti. Non sarà un bilancio di diciassette anni di berlusconismo, culminante in una drammatica presa di coscienza del degrado delle istituzioni e dello squallore degli scandali passati. Certo, non si può archiviare un intero arco storico come se nulla fosse accaduto e potrebbe rivelarsi anche interessante sedersi e discutere davanti a un caffè di come il decoro dei vertici dello stato possa influire sul prestigio internazionale dello stesso e sui mercati.

Come al solito, il problema è la carenza di domande. Gli italiani, da tempo abituati ad una politica incurante ma carnevalesca e quindi, di per sé, auto-delegittimante hanno perso il fiuto per  i taciti imbrogli. Quelli architettati a “porte chiuse”, che neanche i giornalisti antiregime più esperti possono, o vogliono, denunciare. Gli italiani non si chiedono dopotutto chi sia Monti, lanciano le monetine a Berlusconi ma forse il tintinnio stesso di quelle monetine ostacola la formulazione di altri pensieri.

Il popolo di Internet è impietoso, sulla pagine di informazione più frequentate dagli amanti delle notizie si leggono le timide ma decise polemiche di coloro che sono stufi del “disfattismo” , del “qualunquismo” o semplicemente del classico “complottismo”. Nell’eterogeneo universo virtuale c’è ancora chi, sicuro della soluzione adottata dal Presidente della Repubblica,  vorrebbe, al massimo, criticare ancora Berlusconi, farsi qualche altra risata sui condizionali della Gelmini o, perché no, sull’inglese di La Russa, quasi ci fosse una sorta di sindrome di Stoccolma che preclude ai cittadini l’opportunità di ricominciare a vivere.


A un certo giornalismo questo piace. Piace perché ridere del passato, quanto meno, distoglie l’attenzione dal presente, piace perché questo Monti, in giacca e cravatta, ha un suo fascino retrò. Ce lo si immagina a giocare a golf, portare a spasso il cane, discutere con l’amico Napolitano.  Ah sì, c’è anche lui, Napolitano, ringraziato da tutti e osannato per la scelta di invitare il premier a fare un passo indietro.

Come lui c’è da ringraziare Bersani, oppositore incallito che è probabilmente convinto di aver persuaso, con le sue continue richieste di dimissioni, Berlusconi. “L’abbiamo preso per sfinimento”, avrà gongolato tra sé e sé la sera della conferenza. Oppure potremmo semplicemente ringraziare il gruppo Bilderberg (del cui comitato direttivo Monti è membro), la commissione trilaterale (di cui è presidente europeo), Goldman Sachs (di cui è international advisor), il rischio default, il debito pubblico e le banche, sempre presenti (anche nel governo Monti, eh? Passera, nuovo ministro ad interim dello sviluppo economico ha lasciato il posto di consigliere delegato di Intesa Sanpaolo per l’incarico), che hanno dato uno scossone notevole alle istituzioni.

E il paradosso di questa nuova realtà è che il panorama dei (pochi) dissidenti si è arricchito di quei violinisti che ancora suonavano mentre la nave berlusconiana affondava. Capita di sentire, per esempio, il 16/11/2011 Giuliano Ferrara tuonare contro il governo tecnico, a sostegno della democrazia (fonte). Poco importa quali siano le motivazioni che lo spingono, le vie della verità sono infinite. L’elefantino cita il New York Times  e la sua descrizione di una certa operazione politica non appare una totale sciocchezza. Lo sostiene anche l’Herald Tribune, versione internazionale del New York Times, in un articolo intitolato “Il capo della banca rifiuta le richieste d’aiuto dell’Eurozona” (fonte):

If the collapse of the euro seemed imminent, the central bank would become lender of last resort to countries like Italy, many analysts say. But the bank seems to be far from that point and instead is insisting that countries take steps to cut budget deficits and improve their economic performance

Che tradotto significa:

Molti analisti sostengono che se il collasso dell’euro sembrasse imminente la banca centrale diventerebbe prestatore di ultima istanza per stati come l’Italia. Ma la banca sembra molto lontana da quel punto e sta insistendo, invece, affinché quelle nazioni prendano provvedimenti per tagliare i deficit del budget e migliorino le proprie prestazioni economiche”

Cos’è un prestatore di ultima istanza? È sufficiente una breve ricerca su Google. Il primo link che appare ci collega a una pagina di wikipedia. Leggendo:

Un prestatore di ultima istanza è una istituzione disposta a concedere credito quando nessun altro lo fa. In origine il termine si riferiva a un’istituzione finanziaria di riserva che si faceva garante in ultima istanza per banche o altre istituzioni definite; nella maggior parte dei casi si trattava della banca centrale di un paese. Lo scopo del finanziamento e del finanziatore è prevenire il collasso delle istituzioni che stanno attraversando difficoltà finanziarie, spesso vicine al tracollo.

E ancora:

“Negli Stati Uniti la Federal Reserve ha la funzione di prestatore di ultima istanza per quelle istituzioni che non riescono ad ottenere credito altrimenti e il cui collasso avrebbe serie implicazioni per l’economia. Nel Regno Unito e in Nuova Zelanda, il ruolo di prestatore di ultima istanza è ricoperto dalle rispettive banche centrali nazionali, la Banca d’Inghilterra e la Reserve Bank of New Zealand.

Questi argomenti validi, purtroppo, perdono credibilità nel momento in cui a pronunciarli sono quelle stesse persone, che erano fermamente convinte che Ruby fosse la nipote dell’ex capo di stato Egiziano Hosni Mubarak. Bisognerebbe, però, imparare ad andare oltre l’interlocutore, a soffermarsi sul discorso per giudicarlo in quanto tale.

Facciamo un altro esempio. Quando Alfonso Luigi Marra fa sfilare showgirl nude per promuovere i suoi libri sullo strategismo sentimentale ci viene da ridere. Perché si tratta di una situazione assurda, paradossale. Le starlette  che con il seno scoperto discutono di tecnicismi macroeconomici rappresentano davvero il colmo. Se però, anziché lasciare esaurire quell’ilarità in una risata vuota, cercassimo di capire esattamente che cosa sia questo fantomatico signoraggio, magari con la solita, banale ricerca su Internet, verremmo probabilmente a sapere che l’Italia NON ha una banca nazionale, pubblica, preposta all’emissione di moneta per conto del ministero dell’economia, ma una BANCA CENTRALE, una società per azioni, che aderisce al sistema europeo delle banche centrali,  le cui quote sono detenute da altre banche private, che stampa denaro e LO PRESTA allo stato, in cambio dei cosiddetti titoli di stato, sui quali vanno pagati gli interessi.

E a quel punto il cittadino potrebbe domandarsi chi sia il reale proprietario del denaro. Anche perché è palese che esso non nasca di proprietà dello stato ma di alcuni privati.

Lo disse anche Tremonti, in un momento di onesta lucidità
httpv://www.youtube.com/watch?v=HVVa–bZIa0

Gli stati spesso rinunciano alla sovranità monetaria e consentono che al fianco della moneta buona, quella sovrana, nasca una moneta privata, commerciale, parallela, fondata su nulla. È quello che ha causato la crisi. Ha ragione il presidente americano, quello che va fatto, quello che farei è … più stato, più decisamente”

Il problema esiste. Non lo si può semplicemente considerare come l’ennesimo espediente dei berluscones per riesumare il patriarca. Soprattutto non si può celebrare la figura di Monti e soffocare nel livore tutte le prese di posizione di una certa stampa, che per quanto deludente sia stata finora, potrebbe comunque rivelarsi funzionale agli interessi dei cittadini, magari denunciando inconsapevolmente dei meccanismi a lungo taciuti. Ovviamente sarebbe sbagliato riporre cieca fiducia in quegli organi pro-regime che, per usare un’espressione di Marco Travaglio, “ci pisciano addosso e ci dicono che piove”, ma magari guardare con occhio critico ai presunti idoli, domandandosi sempre il perché di determinate scelte, del silenzio che copre certi temi. Senza dare nulla per scontato.

Il debito pubblico è sanabile?
È possibile che l’emissione del denaro sia un business?

Prima di stendere il tappeto rosso ai tecnici, potremmo cominciare da qui.

L'incubo è finito

Alcuni avvenimenti hanno la capacità di scandire il corso degli eventi e segnare il passaggio da una fase storica a un’altra. Sabato abbiamo indiscutibilmente assistito alla fine di un’epoca non solamente politica. La fine del quarto governo Berlusconi sancisce anche il termine del controllo diretto dell’uomo Silvio Berlusconi sulla vita del paese.
Faber est suae quisque fortunae dicevano i latini. Questa formula è quantomai vera per l’uomo di Arcore, asceso al potere dopo una vita da imprenditore a tinte fosche e burattinaio della scena istituzionale italiana, cavalcata con metodi e finalità del tutto personali. Non è un caso se le scene di giubilo per le strade somigliavano a quelle classiche per le vittorie calcistiche. Erano lo sfogo della gioia di una parte della nazione che per anni ha subito una politica sempre più lontana non solo dal bene collettivo ma dalle logiche democratiche.
Alcuni analisti concedono l’onore delle armi a Berlusconi, elogiando la sua capacità di cambiare la terminologia e la prassi istituzionale e di resistere a gravi e numerosi scossoni politici e non. Occorrerebbe, tuttavia, riflettere sul costo sociale ed economico di tale resistenza per l’Italia. Vero è che moltissime altre figure politiche avrebbero mollato la presa ben prima, travolti dall’indignazione popolare e dal fallimento dei loro provvedimenti, ma da quando ciò rappresenta una vergogna? In realtà non è l’orgoglio ad aver spinto Berlusconi a resistere all’assedio, ma lo stesso motivo che lo ha indotto all’impegno politico: la difesa dei suoi interessi personali, quasi sempre antitetici a quelli del paese. Senza le numerose leggi ad personam, il destino dell’ex Presidente del Consiglio sarebbe stato ben diverso. La volontà, però, nulla può senza condizioni favorevoli. E infatti egli ha sempre contato sul consenso di una parte consistente del paese, sotto il comprensibile sguardo attonito del resto del mondo, come ben sa qualunque italiano che abbia risieduto all’estero negli ultimi diciassette anni. A dire il vero, molti sono i fattori che hanno giocato a favore di Berlusconi. Nel 1994 approfittò del crollo dei vecchi partiti in seguito a Tangentopoli, inserendosi nel quadro di rinnovamento delle forze politiche innescato dal crollo del muro di Berlino. Nel 2001 riuscì a ripetere il miracolo sfruttando la limitata durata del suo precedente governo e ripresentandosi come l’incarnazione del rinnovamento dopo l’esperienza al potere del centrosinistra. Il resto è storia recente, con la vittoria del 2008 su un centrosinistra suicida.
Tanti e vari sono gli episodi spiacevoli che hanno caratterizzato ogni permanenza del cavaliere a Palazzo Chigi. Eppure nessuno ha fatto scattare un moto di indignazione sufficiente a disarcionarlo. Sarebbe stato bello se quanto accaduto ieri fosse seguito a un’immensa e prolungata manifestazione di dissenso della nazione, in un differente contesto internazionale. Invece, sappiamo tutti bene come siano andate le cose. Nonostante le tante iniziative delle forze sociali e intellettuali del paese, incurante degli scandali sessuali e giudiziari di cui Berlusconi si è reso protagonista, il suo governo è caduto sulle questioni economiche, per mano dei mercati internazionali e dell’Unione Europea, in particolare Francia e Germania.
Il futuro prossimo venturo si chiama Mario Monti. Molto si è già detto del neo-senatore a vita. Accanto alle lodi per lo spessore e il prestigio internazionale, la sua familiarità con il sistema finanziario responsabile della crisi economica che sta sconvolgendo il mondo contribuisce al curriculum di colui che è chiamato a trainare l’Italia fuori dall’impasse. È vero che Monti non è estraneo a quelli che sempre più spesso vengono definiti “poteri forti” della finanza e delle lobby economiche. È vero che la sua nomina è stata fortemente sponsorizzata (per non dire imposta) da ambienti extra-nazionali. È vero che dobbiamo porci un interrogativo sulla sovranità politica del popolo in rapporto al contesto economico globalizzato. Il punto è che, molto banalmente, non abbiamo alternative. La nomina di Monti a Presidente del Consiglio è la condizione necessaria affinché il nostro paese non sia immediatamente isolato a livello internazionale sul piano politico (più di quanto non lo sia già) e su quello economico-finanziario. Tradotto, senza Monti non avremmo più una lira da nessuno. Nel perverso meccanismo finanziario che governa il mondo, la conseguenza immediata sarebbe il fallimento dell’Italia. Tutto ciò genera scontento. È giusto non arrendersi davanti alla sottomissione della politica davanti alla finanza. Non altrettanto gridare all’apocalisse, accusando di cecità chi festeggia la fine dell’era Berlusconi, di fronte ai mesi di sacrifici e di scelte difficili che attendono il paese. Non tutto è perduto. Possiamo scegliere se proverbialmente piangere sul latte versato, imprecando i numi avversi, o meditare sugli errori fatti.
L’efficacia del governo Monti nell’arrestare la caduta libera del nostro paese dipenderà dall’autorità politica di cui godrà in Parlamento. È per questo che senza il via libera del PdL sarebbe stato impossibile procedere alla nomina. I tentativi di Berlusconi di fare la voce grossa e imporre le proprie condizioni si sono immediatamente scontrati con l’oggettiva situazione di impotenza derivante dalla sua sconfitta personale. La corazzata politica dell’ex maggioranza si è finalmente rivelata per quella che era, ossia un’accozzaglia eterogenea di satelliti che ruotavano attorno all’unico corpo celeste per godere della luce riflessa. Ora che l’astro si è spento, il partito è allo sfascio. Sarà interessante verificare le mosse politiche di tutti coloro che, pur non partecipando all’ammutinamento dei malpancisti, hanno passivamente subito il naufragio senza neanche saltare giù insieme alla Carlucci.
Da tempo l’espressione “aria di fine impero” era usata per descrivere l’atmosfera politica italiana. A cadere è stato l’imperatore. Il berlusconismo è ancora vivo e vegeto e rappresenta, forse, il principale pericolo per il futuro del nostro paese. Historia magistra vitae, dicevano gli stessi latini di prima. Speriamo.

C'erano un Italiano, un Francese e un Tedesco

Crisi! E’ questa la parola d’ordine dei nostri tempi moderni, il pensiero dominante, la tempesta che fa tribolare stati e continenti interi.

Nessuno è più al sicuro ormai. Gli Stati Uniti, per la prima volta, sono stati bollati come pagatori non proprio eccellenti e, tra un uragano e l’altro, continuano a perdere posti di lavoro. L’Europa, tanto faticosamente costruita in cinquant’anni, si sta disgregando trasformandosi in un covo di litigiosi, dove il nemico di turno ora si chiama Grecia, ora Portogallo, ora Irlanda, ora Spagna.

In questi giorni, nel poco invidiabile elenco dei “nemici” dell’economia europea, è entrato anche il nostro Paese. Sarebbe un esercizio superfluo riepilogare la grande farsa di quest’estate, con una manovra finanziaria “urgente” modificata quattro volte, in base agli umori e alle pressioni di lobbies e interessi più o meno forti.

E’ meglio riassumere, in breve, i punti salienti della versione definitiva della manovra, in questi giorni al voto in Parlamento.

In breve, la manovra italiana, valutata circa 52 miliardi di Euro, prevede: aumento dell’IVA al 21%, un “contributo di solidarietà” pari al 3% a carico dei contribuenti che dichiarano più di 300.000 Euro annui, l’equiparazione dell’età pensionabile tra uomo e donna, l’abolizione della provincie, il dimezzamento dei parlamentari (entrambi da fare con legge costituzionale) e la modifica dell’articolo 8 per facilitare i licenziamenti.

Questo è quello che il nostro governo, dopo mesi di trattative, ha partorito e ha portato alle Camere. Al di là dei giudizi di merito, viene spontaneo chiedersi quali misure abbiano adottato i paesi europei vicini all’Italia per Pil Pro capite e per dimensioni. Scopriamolo subito.

Iniziamo dal cuore acciaccato ma sempre pulsante dell’Europa, la Germania. Innanzi tutto bisogna riconoscere che i tedeschi sono stati molto lungimiranti. Già nel 2005 si temeva una crisi economica dovuta alla bassa competitività e così venne varata la riforma Hartz. Si trattò, ai tempi di una vera rivoluzione che ha stravolto il rigido mercato del lavoro tedesco. In un colpo solo vennero deregolamentati e defiscalizzati i contratti di lavoro, venne introdotto il lavoro interinale e il lavoro di sussistenza, venne riformata l’agenzia federale per il collocamento e modificati i sussidi di disoccupazione. Quest’intervento, all’epoca criticato dalla stampa e dai sindacati, sta tenendo in piedi l’industria manifatturiera tedesca. Ma questo fu solo l’inizio.

Già nel 2009, il cancelliere, Angela Merkel, affilava le armi teutoniche contro la crisi mondiale operando su due fronti. Da un lato aumentò l’IVA per aumentare il gettito, dall’altro proiettò le aziende tedesche all’estero “colonizzando” nuovi mercati con l’apertura di filiali. La “finanziaria” tedesca, inoltre, prevede l’aumento dei finanziamenti all’università e alla ricerca e lo sviluppo di accordi e partnership con università ed enti culturali di paesi in via di sviluppo. Sul fronte interno, sono previsti, entro il 2014, tagli radicali al generoso welfare state tedesco, sforbiciate alle spese militari, che verranno ridotte insieme al numero di effettivi delle forze armate, rimodulazione della leva militare, snellimento della pubblica amministrazione, con la riduzione di 15.000 posizioni lavorative ed infine una tassa ecologica che graverà su tutti i biglietti aerei emessi in Germania.

La Francia ha iniziato “solo” nel 2010 a varare misure di politica economica contro la crisi. Il governo conservatore francese, poco avvezzo alle grandi riforme, ha concentrato le sue forze sui problemi strutturali che nell’ultimo decennio hanno impedito al paese di crescere. I primi passi sono stati un aumento degli investimenti pubblici nella ricerca e nell’innovazione e l’aumento dei finanziamenti alle università pubbliche che, dal 2010, hanno l’assoluta libertà per la gestione dei trasferimenti da parte dello stato. Il governo ha anche previsto agevolazioni alle aziende che operano nel settore delle nuove tecnologie e che investono in ricerca ed enormi sgravi fiscali per le piccolissime aziende che non superano un certo livello di fatturato.

Per incentivare anche il commercio e i servizi è stata avviato dall’Eliseo una deregolamentazione del settore commerciale e dei servizi ma al tempo stesso sono stati ampliati i poteri e i mezzi per l’autorità per la libera concorrenza. Per sostenere i consumi, sono state ritoccate le aliquote per le fasce più basse dell’imposta sul reddito e ha introdotto il Sussidio di Solidarietà, cioè un contributo economico che viene pagato ai disoccupati che accettano posti di lavoro a bassi salari.

Per recuperare il denaro necessario ad attuare queste riforme il governo francese, come il nostro, pesantemente indebitato, ha adottato il cosiddetto “modello tedesco” di gestione della spesa pubblica, cioè fatto di tagli agli sprechi della pubblica amministrazione, azzeramento degli investimenti improduttivi ma soprattutto ridurre i costi del welfare state non colpendo radicalmente e ovunque, ma con interventi mirati che avranno un impatto limitato.

Questo è quanto hanno fatto Francia e Germania, notate qualche differenza con la nostra? Io sì.