La vera crisi dell'avvocatura



Libero professionista
: colui che svolge un’attività economica, a favore di terzi, volta alla prestazione di servizi mediante lavoro intellettuale. L’etimologia  deriva da “professare” cioè essere fedele a degli statuti ordinistici o regolamentanti una attività, mentre il termine freelance deriva dal termine medievale britannico usato per un mercenario (free-lance ovvero lancia-indipendente o lancia-libera), cioè, un soldato appunto professionista che non serviva un signore specifico, ma i suoi servigi potevano essere al servizio di chiunque lo pagasse.

Avvocato: dal latino advocatus, sostantivo derivante dal participio passato del verbo advoco = ad-vocatum = chiamato a me, vale a dire “chiamato per difendermi”, cioè “difensore”. Libero professionista che svolge attività di assistenza e consulenza giuridica e/o legale a favore di una parte.

Lavoro subordinato: informalmente detto lavoro dipendente, indica un rapporto nel quale il lavoratore cede il proprio lavoro (tempo ed energie) ad un datore di lavoro in modo continuativo, in cambio di una retribuzione monetaria, di garanzie di continuità e di una parziale copertura previdenziale.Continua a leggere…

Annunci

Crisi, la fine è ancora lontana

In piena campagna elettorale, la parola che ricorre maggiormente tra i politici italiani è “crisi”. C’è chi sostiene che la parte più dura della crisi sia terminata e chi afferma che, invece, nel 2013 la situazione economica sarà ancora più difficile di quella del 2012. Insomma, ognuno cerca di spiegare al popolo italiano come vivrà nel 2013.

Secondo un rapporto della Cgia (l’associazione artigiani delle piccole imprese) di Mestre, la crisi è tutt’altro che terminata. Il 2013 sarà un anno record: si pagheranno 14,7 miliardi in più,  che  si tradurranno in un nuovo salasso di 585 euro per ciascuna famiglia. Il carico fiscale si attesterà al 45,1% del prodotto lordo, lo 0,2% in meno rispetto alle previsioni elaborate dal governo nel Documento di Economia e Finanza nel settembre scorso.Continua a leggere…

Un altro mattone d'Europa che cade: addio all'Erasmus

Non è difficile prevedere che la Crisi (tanto vale ormai scriverla con la maiuscola) rappresenterà negli anni a venire una triste pietra miliare per un’intera generazione, che si è vista scippata di numerosi diritti e agevolazioni ormai considerati acquisiti e che, al contrario, saltano a uno a uno come birilli. È di pochi giorni fa l’annuncio della prossima probabile dipartita di uno di questi.

Sicuramente la prospettiva della scomparsa del progetto Erasmus non fa vacillare la visione del proprio futuro come la mancanza del lavoro, il progressivo sgretolamento dei diritti sociali o il sempre più pallido miraggio della pensione, tuttavia allibisce la trascuratezza con cui si decide di non rifinanziare uno dei fiori all’occhiello del sistema educativo europeo, pur con tutti i suoi difetti. Venticinque anni di Erasmus corrispondono a più di un’intera generazione di persone che hanno sperimentato la sensazione di appartenere a un’entità più grande del loro paese di origine. Per questa marea di persone l’Europa significa qualcosa di più che una suddivisione geografica. Sarebbe interessante portare alla luce il loro punto di vista sul rischio di assistere alla frantumazione di questa idea di Europa che le politiche messe in atto in nome della Crisi stanno causando.

Non si tratta “soltanto” di rinunciare al principale strumento di costruzione del tanto decantato spirito europeo: l’Erasmus rappresenta (ci sia almeno permesso di parlarne ancora al presente) l’opportunità di togliersi per la prima volta le mani dalle tasche e mettersi alla prova. Di rendersi conto che non bastano l’interrail o il villaggio vacanze per dire di aver viaggiato. Di imparare che non di sola pasta vive l’uomo. Di sperimentare sulla propria pelle cosa vuol dire mettersi in fila per conquistare la tessera sanitaria. Di pensarci due volte prima di trattare qualcuno da “straniero”. Di ridere in faccia a chi ti ripete che “moglie e buoi dei paesi tuoi”. Di capire, finalmente, cosa vuol dire essere italiano senza più quel fardello di provincialismo addosso. E magari, una volta tornati (o no?), di guardare con occhi diversi i luoghi e le abitudini di casa propria, consapevoli che l’orizzonte è più ampio di quanto sembri.

Se davvero il progetto Erasmus sta esalando i suoi ultimi respiri, la perdita sarà forse quasi indolore, una puntura fra tante coltellate, ma affatto innocua. Non resterà che confidare nella lungimiranza di chi, potendo farlo, preferirà rinunciare alla macchina o alle vacanze per “autofinanziarsi” l’Erasmus e partire per un anno. Purtroppo, come sempre, a rimetterci saranno quelli che non potranno e resteranno a casa a sognare. Alla faccia della meritocrazia e dell’uguaglianza.

P.S.: chi scrive ci tiene a precisare che non ha, purtroppo, “fatto l’Erasmus” ma vive all’estero (in luoghi diversi) da più o meno cinque anni.

Fiat, Pomigliano verso un nuovo stop

Non c’è pace a Pomigliano: l’ennesimo tonfo del mercato dell’auto, probabilmente, farà scattare l’ennesimo blocco delle produzioni a novembre. Se questa decisione venisse confermata dai vertici della Fiat, significherebbe il quarto stop da agosto nella grande fabbrica di Pomigliano – produttrice della nuova Panda – la cui catena di montaggio è attualmente ferma fino alla ripresa prevista per il giorno 8 ottobre. C’è quindi ancora il rischio di una forte cassa integrazione e i sindacati, anche se ancora una volta in maniera non unitaria, daranno battaglia. Nei giorni scorsi c’è stata una manifestazione del comitato di lotta dei cassintegrati che sono scesi in piazza con cortei e blocchi stradali, sotto le sigle della Fiom, della Confederazione Cobas e dello Slai Cobas.

Nel 2010, dopo tante manifestazione e un’infinità di polemiche, i vertici dell’azienda e i sindacati trovarono l’accordo riguardante la produzione della nuova Panda. Furono tanti i contrasti anche tra gli operai all’interno dell’azienda. La situazione sembrava essere più tranquilla ma ora, con il rischio di una nuova lotta sindacale e una nuova Cassa Integrazione per gli operai, è tornato un clima di grande tensione. Nei giorni scorsi Fim, Uilm, e Fismic hanno convocato le assemblee di tutti i lavoratori, ma senza la Fiom. Non sarà dunque possibile organizzare un’assemblea unitaria per discutere della situazione in cui si trova il settore automobilistico.

Questa decisione di alcune organizzazioni sindacali ha suscitato la reazione della Fiom che aveva più volte invocato un’assemblea unitaria, ma le altre sigle sindacali hanno risposto che, visto che nel 2010 la Fiom rifiutò di sottoscrivere l’accordo per la nuova Panda, non ci sono le condizioni per dar vita a un percorso unitario.

Insomma, le polemiche relative al 2010, quando ci fu anche un referendum su cui dovettero esprimersi gli operai, non sono mai state veramente dimenticate. Dall’altro lato i vertici dell’azienda continuano a ripetere che gli operai non saranno dimenticati e che la priorità della Fiat è quella di salvaguardare il loro posto di lavoro: dichiarazioni, però, a cui non crede più nessuno.

Tutte queste polemiche non vanno certo nell’interesse degli operai, che alla fine saranno gli unici a pagare le conseguenze di questa drammatica situazione in cui lo stabilimento di Pomigliano si trova da anni. Soltanto la Fabbrica Italia Pomigliano conta 2150 dipendenti, mentre nella Fiat Group Automobiles i lavoratori, indotto compreso, sono circa 3000, la maggioranza dei quali è in cassa integrazione da molto tempo.

Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni, ma di sicuro non mancheranno altre polemiche strumentali che, come sempre, andranno contro i veri interessi degli operai.

 

Filosofia della condivisione

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.

L’articolo di oggi è scritto da Fausto De Gregorio, informatico, giornalista freelance e studioso dei nuovi linguaggi open source e di webmarketing. Fabio è alla sua prima collaborazione con Camminando Scalzi. Buona lettura![/stextbox]

Oggi stiamo vivendo una drammatica sfida su quattro fronti: la crisi finanziaria e quella dell’economia reale si innestano in una crisi strutturale più ampia che riguarda la sostenibilità ambientale. Su un piano ancora più profondo, stiamo vivendo una crisi di speranza nel futuro. In poche parole, si tratta di quella mancanza di fiducia tipica di una società che invecchia e nella quale i giovani non trovano ruoli e prospettive.

Zygmunt Bauman

L’impressione è che la vita di noi tutti stia cambiando, e non in meglio. Il sociologo Marco Revelli scrive – nel saggio Poveri, noi – che negli ultimi anni, in Italia, “siamo declinati credendo di crescere. Siamo discesi illudendoci di salire. Viviamo con la testa nel mondo fantasmagorico del consumo opulento; abbiamo aspettative da consumatori ricchi ma poggiamo i piedi, e tutto il corpo, sulla linea di galleggiamento. Abbiamo toccato per pochi, fuggevoli anni, o lustri, un benessere veloce, da “centro commerciale”, ma sappiamo che basta un nulla per riportarci sotto”. È un realismo che inquieta e fa paura, ma la stessa considerazione è stata fatta, a livello internazionale, da uno studioso dei fenomeni sociali come Zygmunt Bauman nel suo recente libro-intervista Vite che non possiamo permetterci, un titolo che dice tutto. In buona sostanza Bauman sostiene che l’epoca nella quale era possibile “godersela adesso e pagare dopo” è alle nostre spalle. Se il mondo industriale era prosperato sullo sfruttamento della manodopera, quello post-industriale, cioè il nostro, è prosperato sullo sfruttamento dei consumatori, opinione peraltro condivisa dall’economista Raj Patel ne I padroni del cibo. Per rispondere alle seduzioni del mercato, ma anche per far girare l’economia, un po’ tutti hanno avuto bisogno di farsi prestare denaro. Alla fine, però, il conto è stato salato.

È un conto salato i cui effetti avvertiamo ogni giorno di più nel nostro quotidiano. L’aggravarsi dell’attuale crisi finanziaria è senza dubbio il segnale di una crisi più profonda, che tocca ogni aspetto etico dell’uomo. In gioco c’è tutto un modo di intendere la vita e i suoi significati. E forse questa crisi rappresenta, come molti esperti ritengono, un avvertimento a cambiare direzione, a dare nuovi significati a ciò che facciamo e alle relazioni che stabiliamo.

C’è chi ritiene che ogni aspetto delle nostre vite non possa fare a meno del denaro e tutto ruoti attorno al profitto e a interessi di ordine commerciale, da cui è impossibile prescindere. Può piacere oppure no, ma – come fosse piovuto dal cielo – questo è il sistema di vita che abbiamo e così ce lo teniamo. Ma c’è anche chi, pur non sottovalutando l’influenza che il mercato sta avendo, pensa che la vita dell’uomo debba aprirsi a una prospettiva più ampia, che l’uomo stia vivendo al di sotto delle sue potenzialità proprio perché non riesce o evita di svincolare ogni suo pensiero e azione dai rigidi schemi di un sistema economico che ha impoverito la vita sotto tutti gli aspetti. Pensiamo solo per un momento al regresso che nell’arco di qualche decennio hanno avuto il mondo del lavoro, il sistema sanitario, quello dell’istruzione o quello pensionistico.

I sostenitori di questa seconda prospettiva credono che l’uomo, nonostante tutte le difficoltà che incontrerà, riuscirà a superare questa crisi se inizierà finalmente a guardare il mondo con occhi diversi, riconoscendo il potere della cooperazione, dell’unire le forze per il bene comune. Pensano che, oltre a parlare di soldi, si debba cominciare a parlare di stili di vita, non per sottrarre ma per aggiungere qualità e sostenibilità alla vita di tutti.

Vecchie strutture economiche, politiche e di pensiero stanno morendo per lasciare il posto a nuovi modelli di vita e di pensiero. Abbiamo a che fare con una problematica fase di transizione che rappresenta al tempo stesso una grande opportunità per ripensare e ricostruire l’intera società su basi più giuste, abbandonando la competizione in ogni settore delle attività umane e tutte quelle forme di separatismo che avvelenano il cuore.

Perché accettare un sistema in cui si compete con il prossimo quando si può lavorare con lui e per lui, in un continuo scambio reciproco, per permettere a entrambi condizioni di vita più sicure e dignitose?

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Vuoi scrivere anche tu per Camminando Scalzi? Vuoi gestire una rubrica sulla tua tematica preferita?
Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi![/stextbox]

Atene o Sparta

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.

L’articolo di oggi è scritto da Alex Scardina, alla sua prima collaborazione sul blog. Lasciamo che si presenti da solo:

Scardina Alex, classe ’85, un grande, vista la mia nascita. Vivo nella mia natale Vignola dove, dal febbraio 2009, collaboro con la Fondazione di Vignola in qualità di guida storico-culturale. Mi sono laureato in storia dell’arte nel dicembre del 2008 presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Nella mia vita oltre a essere guida, scrivo: sul mio blog, VMGNews.net da 2 anni, per il settimanale modenese on-line DaBiceSiDice.it da un anno, mentre da dicembre 2008 a dicembre 2010 sono stato collaboratore della Gazzetta di Modena. Cos’altro dire? Sono impiegato presso un’agenzia ippica dal 2004…sembra un secolo fa! Segni particolari: ferrea volontà…c’è da scommetterci![/stextbox]

Il tempo in Grecia sembra essersi fermato. Un brusco stop, figlio di decisioni politiche, spesso populistiche, sbagliate maturate negli ultimi dieci anni. La popolazione, incolpevolmente chiamata a pagare per danni fatti dalla classe dirigente, è stremata; per molti il cibo è un miraggio. L’Europa tedesca, perché di fatto è l’intero continente ad essere stato commissariato dalla potente Prussia, ha imposto lacrime e sangue non badando all’effetto depressivo che che questo tipo di politica può avere su un paese. Ma la Grecia può scegliere! Certo, i costi da affrontare sarebbero differenti, ma la possibilità c’è; proseguire lungo il solco dettato dai tecnocrati, con annessi tagli a stipendi e pensioni, o il fallimento, vale a dire l’impossibilità di erogare qualsiasi emolumento. Ma c’è una terza via: rifarsi al proprio glorioso passato. Abbandonare il presente, visto il quadro appena riassunto, non sembra poi un’idea così malsana. Tornare ai tempi di Atene e Sparta, due modelli completamente diversi, ma per lungo tempo entrambi vincenti. Democrazia contro oligarchia; schiavitù o libertà, forza o astuzia, imperialismo economico o militare. Il futuro della Grecia potrebbe essere nascosto nelle proprie radici storico-culturali, bisognerebbe solo avere il coraggio di rimuovere la coltre di polvere che la nasconde. In ogni singola colonna del Partenone, in ogni parola di Aristotele, Platone e Pericle. I politici ellenici hanno provato a recuperare questo senso storico, ma loro unico, pessimo, risultato sono state le olimpiadi di Atene del 2004, l’inizio del disastro. E allora ecco un discorso che i greci di oggi vorrebbero sentir pronunciare, perché oggi più che mai attuale.

“Utilizziamo infatti un ordinamento politico che non imita le leggi dei popoli confinanti, dal momento che, anzi, siamo noi ad essere d’esempio per qualcuno, più che imitare gli altri. E di nome, per il fatto che non si governa nell’interesse di pochi ma di molti, è chiamato democrazia; per quanto riguarda le leggi per dirimere le controversie private, è presente per tutti lo stesso trattamento; per quanto poi riguarda la dignità, ciascuno viene preferito per le cariche pubbliche a seconda del campo in cui sia stimato, non tanto per appartenenza ad un ceto sociale, quanto per valore; e per quanto riguarda poi la povertà, se qualcuno può apportare un beneficio alla città, non viene impedito dall’oscurità della sua condizione. Inoltre viviamo liberamente come cittadini nell’occuparci degli affari pubblici e nei confronti del sospetto che sorge nei confronti l’uno dell’altro dalle attività quotidiane, non adirandoci con il nostro vicino, se fa qualcosa per proprio piacere, né infliggendo umiliazioni, non dannose ma penose a vedersi. Trattando le faccende private, dunque, senza offenderci, a maggior ragione, per timore, non commettiamo illegalità nelle faccende pubbliche, dato che prestiamo obbedienza a coloro che di volta in volta sono al potere ed alle leggi e soprattutto a quante sono in vigore per portare aiuto contro le ingiustizie e quante, benché non siano scritte, comportano una vergogna riconosciuta da tutti.”
(discorso funebre di Pericle)

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Vuoi scrivere anche tu per Camminando Scalzi? Vuoi gestire una rubrica sulla tua tematica preferita?
Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi![/stextbox]

"L'economia della felicità": una risposta alla crisi globale.

Come il medico cura il singolo organo spesso senza prestare l’attenzione dovuta al paziente nella sua totalità, così i governi attuali stanno tentando di salvare l’economia senza prendere in considerazione il fatto che essa è parte di qualcosa di molto più vasto e profondo. O forse, peggio ancora, stanno fingendo di voler trovare soluzioni. Questo è uno dei pensieri che possono sorgere aprendo oggi il giornale e avendo appena visto il documentario “L’economia della felicità”.

Helena Norbert-Hodge

Prodotto e presentato da Helena Nordbert-Hodge, analista economica e autrice de “Il futuro nel passato”, il documentario pone in luce la crisi economica, ambientale e sociale in cui ci troviamo e allo stesso tempo indica una via d’uscita che mi appare ben più efficace dei tagli, dei prestiti e degli accordi che ora vengono decisi da non si sa chi, al chiuso delle stanze del potere.

Il documentario si divide in due parti: la prima mostra i disagi dell’attuale situazione, la seconda le soluzioni.

Il paradigma è rappresentato dalle vicende del Ladakh, paese che per secoli si è retto sui propri prodotti e dove la povertà e la disoccupazione sono stati a lungo inesistenti. A metà degli anni ‘70 l’apertura ai mercati fece sì che le multinazionali si inserissero nel commercio locale. Attraverso la pubblicità furono instillate nuove necessità, trasformando così il paese in una nuova fonte di profitti. I costi di tutto questo sono stati enormi: rottura dei legami sociali, disoccupazione, povertà acquisita, conflitti interreligiosi, senso di arretratezza e invidia nei confronti del modello occidentale.

Tutto ciò non è accaduto solo in Ladakh, ma anche in altri paesi detti “in via di sviluppo”. Ed è quello che è accaduto anche a noi.

Tale processo economico viene detto “globalizzazione”, ovvero “la deregolamentazione del commercio e della finanza che consente agli affari e alle banche di operare globalmente” e “l’emergere di un solo mercato mondiale dominato da compagnie transnazionali”.

Gli effetti di questo processo vanno oltre il semplice fatto monetario. In primo luogo abbiamo l’inquinamento. Le merci infatti vengono fatte viaggiare di paese in paese in modo davvero folle, portando al paradosso secondo cui in Ladakh il burro importato costa la metà del burro locale. Abbiamo poi la diminuzione della biodiversità nelle colture, l’indigenza, il disagio sociale, l’insoddisfazione.

La soluzione proposta dal documentario è il passaggio dalla grande alla piccola scala, ovvero la localizzazione.

Localizzare significa consumare ciò che viene prodotto vicino casa, seguire il processo di produzione dall’inizio alla fine, e questo con un impatto ambientale drasticamente ridotto (meno spostamento di merci), una ricchezza che viene reinvestita nella comunità stessa, maggiori contatti sociali e infine maggiore serenità. Questo non significa isolazionismo o mancanza di collaborazione internazionale. Significa semplicemente quello che l’uomo ha fatto per millenni. Senza bisogno di tornare ai tempi della pietra, certo. Grazie alle più avanzate tecnologie possiamo unire la sostenibilità all’utilizzo di energie rinnovabili e decentralizzate.

Insomma, se dobbiamo essere infelici per produrre il tipo di società che abbiamo, e che crediamo essere la sola possibile, forse dovremmo riconsiderare qualche assunto. Che cos’è il PIL, in fondo? È davvero ciò di cui dovremmo preoccuparci? O forse è solo un acronimo utile a chi ha bisogno di continuare a giocare con enormi quantità di denaro, una divinità composta da tre lettere al quale stiamo sacrificando troppe cose?

Vandana Shiva

Quello che ho apprezzato del documentario non è solamente il messaggio, ma anche il fatto che tra le maggiori promotrici di questa economia della felicità vi siano delle donne. Tra di esse abbiamo non solo Helena Nordberg-Hodge , ma anche la scrittrice Vandana Shiva e la dottoressa Mohau Pheko. Qualcosa mi dice che le donne stiano avendo e avranno un ruolo di primo piano nei cambiamenti che, volenti o nolenti, ci troveremo ad affrontare. Vedo infatti in questo ritorno a uno stile di vita meno competitivo una mano femminile. Come dice Vandana Shiva, è “la conoscenza delle nonne”.

Credo che questo documentario presenti una soluzione logica e naturale ai problemi che ci troviamo ad affrontare, e soprattutto credo sia un invito a non aspettare sempre che un “grande della terra” arrivi a sistemare le cose. Le multinazionali sono grandi, ma hanno la goffaggine dell’elefante. I singoli sono piccoli come formiche, ma come le formiche arrivano dappertutto.

 

Per maggiori informazioni:

http://www.theeconomicsofhappiness.org/

 

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Vuoi scrivere anche tu per Camminando Scalzi? Vuoi gestire una rubrica sulla tua tematica preferita?
Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi![/stextbox]

Intervista a Vittorio Agnoletto: tra il G8 di Genova e l'eclisse della democrazia… – Parte 2

[stextbox id=”custom” big=”true”]Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista con Vittorio Agnoletto (la prima parte è consultabile a questo link). Il G8 di Genova ha rappresentato l’episodio forse più tristemente noto della storia del movimento no-global. Dopo esserci concentrati sugli eventi di Genova, prendendo spunto dal suo libro, allarghiamo l’orizzonte occupandoci del passato e del futuro del movimento, delle cause della crisi economica globale e della situazione politica italiana.
Per ragioni di lunghezza, abbiamo deciso di pubblicare una versione leggermente ridotta della conversazione con Agnoletto. L’intervista integrale è scaricabile a questo link. Buona lettura![/stextbox]

 

All’interno del video di presentazione del libro pubblicata sul suo blog , lei afferma che il G8 di Genova aveva l’obiettivo preciso e premeditato di distruggere il movimento no-global che in quel periodo cominciava a diffondersi e concretizzarsi in Europa. Può spiegarci cosa intende dire con questa sua pesante denuncia?

Non è che io sostengo che il G8 sia stato concepito con lo scopo di distruggere il movimento. Dico che il movimento alter-mondista in meno di due anni si è diffuso con una velocità incredibile in tutto il mondo, tra la rivolta di Seattle del novembre ’99 e il G8 di Genova. Un movimento che, improvvisamente, da ignorato e sconosciuto, è riuscito a occupare una posizione predominante, sia nei media che nell’immaginario collettivo a livello globale. Che nel gennaio 2001 è riuscito a creare il primo forum sociale a Porto Alegre con delegazioni del movimento da ogni parte del mondo. Era l’unica realtà alternativa al sistema liberista. Non dimentichiamo che mentre il movimento individuava nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale le istituzioni non democratiche, perché elette da nessuno, maggiormente responsabili della situazione globale, dall’altra parte c’era l’Internazionale Socialista, una delle grandi famiglie politiche mondiali della sinistra, che aveva tra gli obiettivi quello di collocare un proprio uomo alla direzione della WTO. Il movimento cresceva fuori dalle grandi famiglie politiche che avevano costruito l’800 e il 900. La grande stampa descriveva un movimento con migliaia di giovani in piazza con quaderni e computer che prendevano appunti, organizzando lezioni all’aperto. C’era un’enorme adesione dei movimenti cattolici al Genoa Social Forum. Prima di Genova il movimento aveva una grande presa, in Italia e nel mondo.

È a quel punto che, prima di Genova, scatta la decisione di reprimere questo movimento con una tenaglia: la repressione in piazza da una parte e l’attacco mediatico dall’altra, teso a definire il movimento unicamente come dei violenti. In Italia dopo Genova il movimento comincia ad essere sempre associato ai black block, mentre fuori dall’Italia questa repressione scatta anche un po’ prima, con Praga e Goteborg. Quindi è stata una decisione internazionale, quella di cercare di bloccare la crescita di un movimento che aveva raccolto attorno a sé un consenso e una credibilità che non aveva precedenti, proprio perché aveva rotto tutti i confini politici e non rientrava unicamente nei confini della “Sinistra”, altrimenti non avremmo avuto 1.600 associazioni che aderivano al Genoa Social Forum. Un fatto, questo, che mette paura e fa scattare quella logica repressiva a livello globale. Una logica che è gestita nel quotidiano con la repressione poliziesca e le veline mediatiche, che inizialmente oscurano totalmente il movimento. Noi ci mettiamo parecchio tempo prima di riuscire a ribaltare e a ribaltare l’immagine del movimento almeno in una parte della popolazione, attraverso i numerosi documenti fotografici, attraverso le migliaia di riprese fatte dai cellulari, attraverso i filmati recuperati dalle varie televisioni locali. Così come ci mettono nove anni i magistrati per arrivare alle sentenze di questi processi e ricostruire le responsabilità.

 

Già alla fine degli anni ’90 il movimento no-global denunciava il risvolto negativo del modo in cui si stava impostando la globalizzazione e la degenerazione dell’economia, completamente nelle mani dei mercati. Secondo lei esiste un legame con la crisi attuale?

Assolutamente sì. Infatti noi abbiamo chiamato la mostra organizzata a Genova per il decennale “Cassandra”, questa tragica, mitica figura dell’antichità che era in grado di prevedere il futuro ma non veniva ascoltata e che alla fine non riusciva a cambiare il corso della storia. Questo è quello che è accaduto, almeno in Europa, al movimento. Abbiamo recuperato i discorsi svolti nella sessione di apertura di Genova, in cui Walden Bello, economista delle Filippine, leader dell’osservatorio Focus on the Global South, diceva che se fosse andato avanti quel modello di sviluppo si sarebbe arrivati a una incompatibilità fra quello e gli equilibri climatici della biosfera, che è poi quello che è accaduto nelle diverse catastrofi climatiche che si sono succedute in seguito. Susan George sosteneva che se fosse proseguita la finanziarizzazione dell’economia, saremmo andati incontro a una delle più drammatiche crisi economiche e sociali che il nostro continente abbia mai vissuto, così come Zanotelli scriveva che in un mondo dove l’80% delle ricchezze è controllato dal 20% della popolazione, si sarebbe verificato un ricorso continuo alla guerra da parte di questo 20% per controllare le risorse energetiche. La finanziarizzazione dell’economia è proseguita a un livello impensabile. Ogni giorno vengono scambiati quattro trilioni di dollari a livello finanziario, il 90% dei quali attraverso speculazioni che stanno massacrando l’economia reale, con la crisi e la disoccupazione che abbiamo di fronte. Sulle guerre è anche inutile dilungarsi: Iraq, Libia e Afghanistan sono tutte guerre per il controllo delle risorse energetiche. Dunque noi allora avevamo ragione, e infatti oggi i governi europei discutono di Tobin Tax (tassa sulle transazioni finanziarie, ndA) dopo che allora, quando avevamo raccolto 150.000 firme in sostegno di una legge d’iniziativa popolare che la istituisse, tutti ci avevano preso per matti. Quello che avevamo previsto si è purtroppo realizzato e oggi, 10 anni dopo, siamo ancora qui a ripetere che i rischi sono anche maggiori, perché di strada verso il baratro se n’è fatta già moltissima.

 

Quando ci si rese conto che questa crisi sarebbe stata “storica”, molti osservatori suggerirono di approfittarne per rivoluzionare l’intero sistema di gestione dell’economia e della finanza. A qualche anno di distanza dallo scoppio della bolla iniziale, quanto giudica i provvedimenti presi fino a questo punto per superare il momento di difficoltà come un’occasione persa?

Senza dubbio è stata un’occasione persa. Di fronte a una crisi di queste dimensioni, una crisi strutturale, l’idea sarebbe dovuta essere quella di cambiare strada. Una scelta che non è stata realizzata, mentre si è scelto di ripercorrere la stessa strada facendo solo alcune piccole correzioni. E oggi ci sono dei governi europei totalmente in mano alla finanza internazionale. Pensiamo a Grecia, Portogallo e Italia. Pensiamo ai ministri del governo Monti e a quanti consigli d’amministrazione di banche o enti finanziari hanno preso parte. In pratica si è deciso di intervenire con capitali pubblici e soldi di tutti in favore di quelle stesse banche ed enti finanziari che hanno prodotto la crisi. Un’occasione persa dunque, con un tentativo di rilancio nella stessa direzione che ha provocato il disastro, da parte di chi detiene il potere vero. Con uno svuotamento nei fatti del concetto di democrazia così come è stata intesa dal 1789, con la Rivoluzione Francese: l’idea dello stato-nazione, la divisione dei poteri, il principio di “una testa, un voto”, l’autonomia dei mezzi d’informazione. Siamo di fronte al dominio delle grandi centrali finanziarie. Basti pensare alla Goldman Sachs e a quanti soggetti è riuscita a inserire all’interno dei governi non solo europei.

 

Lei ha già in parte anticipato la domanda: qual è il suo giudizio sul governo Monti e, più in generale, sullo stato di salute della politica italiana?

Io capisco le tante persone che hanno brindato alla caduta di Berlusconi (e hanno fatto decisamente bene), però c’è una continuità tra le politiche economica e finanziaria del vecchio e del nuovo governo. Al di là dei comportamenti privati del premier, che diventando pubblici oscuravano la credibilità del Paese sul piano internazionale, oggi questi signori in giacca e cravatta, che si presentano come “i professori”, altro non sono che i tecnocrati della grande finanza. Sono coloro che hanno gestito una parte della finanza nazionale e internazionale con delle modalità che hanno portato a questa crisi e che oggi cercano delle risposte senza andare a colpire questi grandi centri di potere. Il governo Monti è semplicemente la faccia presentabile del mondo dell’alta finanza. Trovo assurdo che si tocchino prima le pensioni a quelli che prendono novecento euro invece che mettere in discussione chi ne prende più d’una contemporaneamente, magari con pensioni da diverse migliaia di euro, senza andare a ridurre la forbice sociale.

 

E sulla situazione politica italiana?

La situazione della politica italiana è davvero drammatica. Credo ci sia una grande responsabilità da parte del Partito Democratico nel sostenere questo governo e, aldilà delle dichiarazioni, nel sostenere anche quelle decisioni che colpiscono i ceti più deboli, in assenza di qualunque politica che rilanci l’occupazione, che intervenga per ridurre il precariato, che peraltro assume forme sempre più disperate. Questo produce una rottura molto profonda tra politica e cittadini, soprattutto nel centro-sinistra, che credo sia molto difficile da riparare. Ma d’altronde la stessa Internazionale Socialista è perfettamente inserita all’interno del credo liberista, certamente gestito in modo più soft, magari con qualche pennellata di umanità, ma con ben poche differenze rispetto ai governi gestiti dal centro-destra. Basti pensare alla Spagna di Zapatero, tanto aperta sui diritti civili, ma indistinguibile dagli altri governi europei sulle questioni economiche e finanziarie. E il PD è l’esatta rappresentazione della collocazione di questi gruppi riformisti in Europa. Questo è un problema molto grande per il nostro paese. È necessario cercare di costruire un’opposizione al governo Monti nel modo più laico, concreto e meno ideologico possibile.

 

Pensa di avere un ruolo alle prossime elezioni politiche nazionali italiane?

Non ho ancora deciso. Sarei più disponibile se riuscissimo prima a costruire un solo polo a sinistra del PD.

 

Alternativo al PD o in alleanza?

Vittorio Agnoletto

Pensiamo prima a costruire questo polo. Se cominciamo a parlare di alleanze ci si divide in cento pezzi. Costruiamo un polo di sinistra, che abbia un suo profilo unitario sul piano politico e organizzativo. Io credo che riusciremmo a superare abbondantemente il 10%. A quel punto anche col PD nascerebbe un diverso rapporto di forza, ma prima di parlare di alleanze parlerei di ricostruire un’unità a sinistra. In questo senso l’esperienza della Linke in Germania è estremamente istruttiva. Vedo il PD lanciato alla rincorsa del centro, più che della sinistra, ma ognuno parli per sé… Prima che una sconfitta politica, la sinistra ha subìto una sconfitta culturale, che va recuperata se si vuole che un cambio di governo abbia dei risultati. Per questo, partendo dal libro e attualizzandone il contenuto fino ai giorni nostri, sto scrivendo i testi per uno spettacolo di lettura e musica (con il gruppo musicale Marco Fusi Ensemble) con il quale proverò a girare le tante città d’Italia. Credo proprio che ci sia bisogno di creare cultura ed io provo a dare il mio contributo.

 

Pensa ci sia lo spazio per un rilancio del movimento, anche approfittando della crisi?

Penso di sì, anche se ovviamente avrà un profilo diverso da quello di dieci anni fa, poiché quel movimento non era figlio di una crisi. Avrà forme organizzative diverse, per creare un filo conduttore unico tra le diverse anime, e sarà anche più difficile da orientare verso obiettivi condivisi ed efficaci. Però credo ci sia la possibilità. Ci sono segnali interessanti, come Occupy Wall Street e gli Indignados in Spagna. Il distacco dalle forze politiche è molto ampio e diffuso nella popolazione. Sta a noi trasformare questo distacco, più che in apatia, rassegnazione o antipolitica generica, in una crescita di consapevolezza e quindi in un movimento che sappia guardare al futuro.

_____________________________________
a cura di Erika Farris e Salvo Mangiafico

Se in Grecia si abbandonano i bambini

Anna, la mamma non ti verrà a prendere stasera. Non ho più soldi. Scusa. La tua mamma”. Questo biglietto è stato trovato in una scuola di Atene. Il personale della scuola dice che non è un caso isolato. La Grecia sta affondando nell’incubo della miseria più nera, dove si ritrovano persone che fino a ieri conducevano una vita normale, andavano al lavoro, accudivano i figli e ora si ritrovano senza niente, abbandonate a loro stesse, senza alcuna rete di protezione sociale ed economica. “Ogni notte piango da sola a casa. Ma cosa posso fare? Non ho sceltaracconta alla BBC un’altra madre che ha deciso di abbandonare il figlio.

Le domande che ci assalgono sono molte: com’è possibile che questo avvenga in quell’Europa nata per garantire i diritti fondamentali ai propri cittadini? Quali colpe hanno le giovani generazioni greche, tali da dover essere pagate con lo sfascio delle proprie vite e dei propri affetti più cari? Come è possibile che la politica europea possa cinicamente calcolare i doveri finanziari di un paese senza garantire la possibilità di sopravvivenza dei suoi cittadini? Quale morbo si è impadronito delle menti e dei cuori di chi ha le responsabilità politiche ed economiche di trovare una via d’uscita da una crisi che, prima che economica, è morale e di giustizia? È vero, la Grecia ha fatto molti errori negli ultimi decenni. La sua classe politica ha mentito, non ha pensato all’interesse generale ma ai propri interessi particolari. Questo vale anche per l’Italia e gli altri paesi che hanno vissuto sperperando e non creando quei meccanismi sociali e istituzionali capaci di garantire la sostenibilità, economica e sociale, del proprio sistema. Ma è proprio vero che ognuno ha la classe politica che si merita? E chi può tirarsi fuori dalle responsabilità? Dove era l’Europa quando queste politiche scellerate venivano attuate? E ancora: quale responsabilità è così grande da dover essere pagata con il sangue e gli affetti di vite spezzate, abbandonate, emarginate?

Le responsabilità e le relative sanzioni, in un mondo giusto, dovrebbero essere commisurate ai reati commessi. Ora, la mamma di Anna quale enorme colpa ha per essere costretta a scrivere quel terribile biglietto? Quale potere aveva a disposizione per impedire che ciò che è avvenuto non avvenisse? Se nemmeno l’enorme apparato europeo né il sistema finanziario e bancario internazionale sono stati capaci di capire e prevenire ciò che stava accadendo in Grecia, come è possibile che la madre di Anna sia in qualche modo responsabile? Di domande come queste potremmo continuare a porne ancora molte. Resta il fatto che questa crisi ha mostrato tutti i limiti e tutta la falsità delle grandi retoriche solidaristiche che mascheravano i veri interessi della costruzione europea. Diciamo la verità, è facile stare insieme quando c’è da dividere qualcosa, più difficile quando c’è da rinunciare a una parte del proprio benessere e dei prori privilegi.

Una cosa è certa, nessun ideale più o meno nobile, nessuna moneta o mercato, nessun debito privato o pubblico, può pretendere di essere servito con la vita delle persone, dei bambini, delle madri. Non c’è colpa tanto grande. L’unica cosa per cui vale la pena difendere un sistema è la sua capacità di garantire la giustizia sociale e la dignità di tutti i suoi componenti. Altrimenti, si chiami Democrazia, Europa o Stato, tale sistema non ha ragioni morali per esistere.

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Vuoi scrivere anche tu per Camminando Scalzi? Vuoi gestire una rubrica sulla tua tematica preferita?
Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi![/stextbox]

Mai più Silvio Berlusconi

Ieri era uno degli hashtag -in breve, le parole chiave degli argomenti “caldi” del momento- più seguiti su Twitter è stato #maipiù, insieme a tanti altri che hanno costellato tutta la lunga giornata di sabato. Dopo diciassette anni e spiccioli, Silvio Berlusconi si è dimesso.
Durante tutta l’infinita serata di ieri, in attesa della dichiarazione che ponesse fine a tutto, si sono susseguite manifestazioni di giubilo in tutte le piazze antistanti gli edifici della nostra Repubblica. Bottiglie di spumante, hallelujah, una generale aria di “liberazione”, un lungo sospiro di sollievo tirato dalle tantissime persone che dopo diciassette anni non ne potevano veramente più.

Non ci sono riuscite le opposizioni (che, a dire il vero, hanno spesso fatto i suoi comodi), non ci sono riuscite le megamanifestazioni popolari, non c’è riuscito Fini con la sua “scissione”, non c’è riuscita una maggioranza risicata salvata dal più squallido dei mercati del trasformismo politico. Sono servite il crollo dell’economia mondiale ed europea, la mancanza di fiducia del mondo della finanza nei confronti del nostro Paese, le “imposizioni” della Comunità Europea. E dopo l’ennesima settimana di stallo, Silvio ha finalmente (e giustamente) rassegnato queste benedette dimissioni.

Un’epoca della Repubblica italiana (una brutta epoca, permettetemi) si chiude così; dopo nipoti di Mubarak, bunga bunga, corna agli incontri istituzionali, “culone inchiavabili”, smentite e controsmentite, cacciate dei personaggi scomodi dalle TV nazionali, alla fine tutto questo teatrino si è infranto contro la macchina della crisi e del denaro. Ci rimane un Paese in enorme difficoltà, un cumulo di macerie su cui dover ricostruire il nostro futuro, la nostra reputazione, la nostra credibilità internazionale. Adesso toccherà al tecnico Mario Monti sistemare (o almeno provarci) la situazione, così è stato deciso dalle forze politiche. Un governo auspicabilmente “tecnico” che vada a mettere in atto le misure che possano tirarci fuori da questa situazione di enorme difficoltà. Osserveremo con attenzione il suo operato. Monti è un uomo delle banche, è un finanziere, e la paura che si sia finiti dalla padella alla brace è tanta. Certo, fare peggio di quanto s’è fatto finora è difficile, ma diciassette anni di Silvio Berlusconi ci hanno insegnato che al peggio, da noi, non c’è mai fine. Stiamo attenti!

L’opposizione reagisce gioiosa, Bersani arriva addirittura a dire che è merito suo e del PD se Berlusconi si è dimesso, continuando in quella strada “saltocarrista” intrapresa ai tempi del referendum e delle elezioni amministrative scorse. Qualcuno dovrebbe spiegargli che è anche grazie al centro-sinistra, a quella famosa legge sul conflitto di interessi (di cui nessuno parla più, lasciata a marcire in un passato lontano) che avrebbe potuto evitare tutto questo, se Silvio è rimasto al governo tanto a lungo. Stendiamo un velo pietoso.

Mi hanno colpito anche le reazioni degli irriducibili pessimisti di Sinistra, che non hanno perso tempo a urlare che ora sarà peggio di prima, che Monti è un guaio, che bisognava ricorrere alle elezioni subito (come dice anche la Lega); continuo a chiedermi quanto possano giovare, in un momento simile, due mesi di campagna elettorale con i nostri politici, con la nostra legge elettorale ecc ecc. Non abbiamo bisogno di altra immobilità. Per una volta, pessimisti di Sinistra, provate a rilassarvi e a gioire della fine di un’epoca buia, di un taglio con il passato.

L’altra categoria che in questi giorni invece sembra assolutamente scomparsa sono i militanti del PDL, i Berluscones. Ragazzi, parliamoci chiaro, il signor Silvio Berlusconi non è stato al governo per diciassette anni per magia, ma perché qualcuno (la maggioranza degli italiani) l’ha votato. Oggi i berlusconiani sembrano scomparsi, approfittano della caduta dell’Imperatore Maximo per rifarsi una reputazione, un “chi io? Mai votato Silvio”. Ad esempio mi ha fatto specie assistere a miei amici e amiche, un tempo berlusconiani convinti, festeggiare sui social network e nelle piazze la caduta di questo governo. Gente che sin dalla prima ora ha votato questo baraccone che si è trascinato (e ci ha trascinato nel baratro) in questi diciassette anni, oggi fa finta di niente, fischietta sul cadavere del suo stesso Imperatore. Questo mi spinge a riflettere molto sulla cultura dell’italiano medio (senza generalizzare troppo), ma forse sono stato sfortunato io ad avere tanti ex-berlusconiani convinti intorno. Chi lo sa. Fatto sta che io e tanti altri non vogliamo che si mischino a noi, oggi. Puntualizziamolo.

E adesso? Adesso si vedrà, abbiamo poco tempo come Paese per sistemare le cose, abbiamo poco tempo per rimboccarci le maniche e uscire da questa stramaledetta “crisi”, una parola che sentiamo ogni giorno, e che sinceramente non vorremmo ascoltare più.

Resta da dimenticare il più in fretta possibile (anche se le cicatrici le porteremo per sempre) quest’uomo che inseguendo i suoi interessi ha fatto così poco per l’Italia e così tanto per sé stesso. Mi auguro che riusciremo a parlarne sempre meno (o a non parlarne proprio) in futuro.

Mai più Silvio Berlusconi. In tutti i sensi.