Un viaggio verso il mondo.

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.

Vi presentiamo oggi Serena, alla sua prima collaborazione con la blogzine, ecco come si presenta ai lettori di Camminando Scalzi.

Ho 20 anni, studio Scienze Umanistiche per la Comunicazione a Firenze; sono una ragazza semplice, solare, socievole..in poche parole acqua e sapone. Mi definisco anche testarda, cercando così di raggiungere sempre gli obiettivi che mi sono prefissata. Mi piace viaggiare e ho una passione sfrenata per gli animali. Amo stare in compagnia degli amici di sempre e fare lunghe passeggiate con mia sorella in riva al mare. La frase che mi rappresenta è: “Vivi e lascia vivere”  [/stextbox]

Viaggiare è bello, entusiasmante, sa rendere una persona autonoma. Viaggiare significa imparare a conoscere posti, culture e persone di tutto il mondo. Ogni paese ha qualcosa da proporci e non c’è cosa più frizzante che prenotare un biglietto aereo e visitare quei luoghi che tanto ci incuriosiscono.

Chi ha avuto la possibilità di visitare terre diverse tra loro, ognuna con la propria cultura, con modi di fare e di essere diversi dal nostro, sarà rimasto in qualche modo affascinato; ma una cosa che notiamo spesso è quella di accorgersi  che nessuno mai riuscirà a farci innamorare di una terra lontana da casa nostra, perché è cosa naturale sentire il richiamo e il bisogno della nostra patria.

Tutti da piccoli sogniamo di visitare quel luogo che tanto ci ispira. Sogniamo a occhi aperti e guardiamo e riguardiamo quel mappamondo che sempre più ci invoglia a comprare quel biglietto aereo. Ci innamoriamo del viaggio e vorremo subito partire all’avventura con quella voglia di scoprire quei posti fatti di storia e abitati da altre persone, cittadini del mondo.

New York, Parigi, Sharm El Sheik, paesi diversi tra loro, visitati da milioni di persone all’anno. America, Europa e Africa, i loro continenti, così distanti ma così vicini quando parliamo di uomini, bambini e anziani. Gente ricca e gente povera, una statua della libertà e un deserto da scoprire. Palazzi alti, grigi e tanti negozi con tanta gente dentro pronta a spendere per portare a casa tanti piccoli souvenir come ricordo. Dall’altra parte, bambini che giocano con pezzetti di legno davanti alle loro capanne in mezzo al deserto.

Sono anche queste le cose che fanno crescere una persona. Viaggiando ci possiamo rendere conto di come il mondo cambi a seconda di dove ci troviamo, ma è anche vero che non importa il luogo in cui ti trovi, ma la persona che ti è accanto.

Il turista vuole capire fino in fondo se quel posto che ha visto magari in televisione o su qualsiasi giornale esiste realmente e vederlo con i propri occhi per poi poterlo raccontare. Siamo frettolosi, vogliamo vedere tutto e subito, scattare qualche fotografia e incollarla lì, nell’ album fotografico, insieme alle altre fotografie di altri viaggi, facendo così di esso uno dei ricordi più piacevoli della nostra vita.

Il turista invece dovrebbe soffermarsi molto di più su un posto e cercare di capire il perché esiste quel monumento così tanto visitato e famoso, conoscere la storia e dopodiché sentirsi soddisfatto, non solo dei bei giorni passati in quell’albergo così lussuoso con piscina e centro benessere, ma bensì di essersi sentito parte di quel posto tanto lontano dalle loro case.

Viaggiare è anche partire senza meta e capitare in qualsiasi posto del mondo e provare a entrare in sintonia con i popoli, tenendo conto che tutti hanno la capacità di coinvolgersi nella vita altrui, perché effettivamente, se vogliamo, possiamo.

Dovremmo imparare a mettersi nei così detti “panni” degli altri, magari di quei bambini africani che ogni giorno, per un po’ di acqua, fanno chilometri su chilometri per raggiungere un pozzo; ma ai ragazzi di oggi farebbe fatica, perché siamo abituati ad avere tutto e subito senza un minimo di riconoscenza. Forse un viaggio non basterebbe.

Viaggiamo, perché dobbiamo imparare ciò che la vita ci offre, dobbiamo conoscere popoli, culture, religioni e lingue diverse, visitando sia l’Oriente che l’Occidente perché entrambi ci sapranno offrire quel qualcosa in più che oggi non abbiamo.

Non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta e credendo fosse per sempre”.

Questa frase va tenuta in considerazione perché chi nella vita ha viaggiato si sarà reso conto che tornare a casa è sempre bello, e sa che nessun paese, anche se più ricco del suo, gli offrirebbe più serenità e felicità.

Viaggiate ragazzi, e imparate dagli altri, ma amate anche la vostra Italia, terra così bella e così ricca di storia.

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Spegni quella maledetta TV!

Il mio nome è Sara, ho diciassette anni e oggi vorrei fare un appello rivolto a tutte le ragazze che si sentono fuori dal mondo e vengono chiamate “sfigate” solo perché si interessano di come gira il mondo, perché non posseggono abiti firmati o il moroso con l’Audi luccicante da gennaio a dicembre: non lasciatevi mai vincere da questo ostinato bisogno di essere come gli altri, di diventare come la TV vorrebbe che diventassimo, perché non ce n’è bisogno. La nostra terra dev’essere calpestata da giovani eclettici, privi di pigrizia e apatia, da romantici e ottimisti, da pescatori e pittori. Il mondo che oggi vediamo con i nostri occhi non è quello che l’umanità si merita; non è quello che voi meritate. Perciò, fate con me questo salto nel buio e aprite una porta nuova, fissate al muro un quadro diverso da tutti gli altri e alzate la mano quando il mondo la tiene giù: scopriremo insieme che questa società di cartone, così apparentemente perfetta e giusta, è in realtà molto effimera e uggiosa. E capiremo anche che la bellezza che ci viene imposta è soltanto polvere, perché una volta che ha colpito l’occhio, non trafigge nient’altro.

Smettiamola, tutti insieme, di credere che un paio di jeans stracciato ci possa rendere persone degne di stima, o che comprare un cellulare costoso e tecnologico faccia di noi delle persone fortunate e ben considerate. Usciamo dagli schemi, spegniamo la TV mentre mangiamo con i genitori, e parliamo di cos’è successo durante la mattina; raccontiamoci barzellette, novelle, poesie, o guardiamoci e basta: l’importante è spegnere quello scatolone che non fa altro che cianciare. Vi prego, staccate immediatamente la spina di quella dannata televisione! Dovevamo farlo quando Belen ha mostrato la sua farfallina (= l’immoralità) agli italiani, quando vengono trasmessi il Grande Fratello e i suoi simili (non abbiamo bisogno di vedere in televisione persone che non sanno fare una “o” con un bicchiere; ce ne sono abbastanza nella realtà in cui viviamo tutti noi), quando il TG ci racconta il contrario di quanto è accaduto, quando salgono sul palco le persone più false della terra che ci spiegano implicitamente che la bellezza è l’arma migliore per sopravvivere. Dovremmo farlo sempre.

Non abbiamo bisogno di personaggi finti, di bamboline di cartapesta che si basano su scemenze diffondendole in modo aspro. Necessitiamo mentori, saggi, persone umili che ci raddrizzino la strada quando è essenziale, e che ci illuminino il viso ogniqualvolta ci troviamo ad affrontare una giornata buia e piovosa. Siamo giovani, siamo romantici. Per questo siamo vittime.

Quando la bellezza arriverà al capolinea, noterà che l’intelligenza ha tagliato il traguardo giorni prima. E allora, forse, il mio appello potrà terminare.

Auguri, donne!

Pompei, il rilancio passa attraverso gli industriali.

Nei giorni scorsi uno degli argomenti di cui si è maggiormente parlato durante l’assemblea dell’Unione degli Industriali a Napoli è stato quello riguardante Pompei, la splendida città turistica nota in tutto il mondo per i suoi scavi archeologici e il santuario. Il punto su cui si è discusso è proprio quello degli scavi, visto che nei mesi scorsi il crollo della palestra dei gladiatori fu al centro di aspre polemiche politiche con il solito scaricabarile delle responsabilità che, alla fine, portarono Sandro Bondi a dimettersi da ministro della Cultura. È necessario che gli industriali investano e facciano dei piani di sviluppo per salvare quella che è una della zone turistiche più conosciute in tutto il mondo. Il potenziamento delle ricchezze culturali e storiche è al centro dell’attenzione degli industriali, consapevoli che il rilancio di Pompei passi per la politica di valorizzazione dei giacimenti culturali di cui il sud è pieno. Non sappiamo se le buone intenzioni basteranno a fare in modo che ciò avvenga. Sembra, però, che alle chiacchiere seguiranno finalmente i fatti.

Recentemente infatti, in sede Unesco a Parigi, è stato deciso l’insediamento di un tavolo di discussione per Pompei a cui hanno garantito la loro partecipazione il Ministero dei Beni Culturali e soprattutto un consorzio di duemilacinquecento aziende parigine interessate a Pompei, a dimostrazione di come le bellezze archeologiche dell’Italia facciano gola anche all’estero. Gli industriali napoletani, affiancati da un grande imprenditore come Diego Della Valle, spingeranno affinché gli imprenditori francesi riescano in quella grande impresa di rigenerazione urbanistica, ricettiva e produttiva dell’intera area. Il progetto è già in fase avanzata e cerca di coinvolgere anche gli enti locali, in primis la regione Campania che dovrebbe occuparsi di dare un seguito concreto a tutte le idee in cantiere. Si tratta quindi di una serie di progetti, la cui concretizzazione è già a buon fine. Pompei rappresenta un progetto stimolante per gli imprenditori italiani e stranieri. Una sfida molto importante per il rilancio culturale di una zona conosciuta in tutto il mondo. Potrebbe essere una svolta tante volte annunciata, ma mai portata effettivamente a termine.

Sarebbe davvero un peccato non riuscire a valorizzare Pompei che rappresenta uno dei luoghi maggiormente ambiti dai turisti che vengono a visitare l’Italia. La Campania inoltre avrebbe bisogno di un grande piano di rilancio, visto che la sua immagine all’estero, negli ultimi anni, si è notevolmente affievolita per via dell’eterno problema mai risolto dei rifiuti. Questa potrebbe essere finalmente la volta buona per cambiare l’immagine della Campania all’estero e avviare una collaborazione con imprenditori stranieri che avrebbero tutto l’interesse a investire in questa regione.

 

I meticci al potere

Mentre in Italia non siamo in grado di inserire e integrare qualche migliaio di persone provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo, mentre i nostri politici piagnucolano paventando invasioni e cataclismi religiosi e culturali, la realtà del mondo va avanti, infischiandosene delle ideologie da cortile e delle paure xenofobe, alimentate ad arte da partiti di piccole visioni e grandi interessi elettorali.

Questa realtà è talmente evidente che bisogna proprio girare la testa costantemente dall’altra parte per non vederla. La più importante democrazia del mondo, fin dalla sua nascita un crogiuolo di razze, origini e lingue diverse, è guidata da un meticcio che racchiude in sé il meglio della contaminazione geografica e culturale.

Hadia Tadjik

Due paesi che stanno emergendo come nuovi leader sulla scena mondiale, quali India e Brasile, sono dei veri e propri immensi subcontinenti che racchiudono in sé popolazioni, religioni, colori unificati dalla voglia di aumentare il proprio benessere e le proprie opportunità.

Passando al Vecchio Continente, in Gran Bretagna si discute della fine del multiculturalismo e della necessità di nuove forme di integrazione ma nessuno si sognerebbe di rinunciare a essere il polo di attrazione per i desideri di emancipazione delle genti dell’ex impero. In Francia, le meschinerie politiche degli ultimi tempi non cancellano il ricordo delle imprese calcistiche dei Blues quando nessuno si domandava se Zidane o Trezeguet fossero o meno francesi. La Francia calcistica non vince più ma la società è indelebilmente Blues e non potremmo immaginarne una diversa. In Norvegia poi, il partito laburista ha portato in parlamento, nel 2009, la prima deputata musulmana. Hadia Tadjik ha oggi 28 anni e prima di essere eletta è stata consigliera del primo ministro per le questioni sociali. Quando accadrà in Italia? E soprattutto: dovremo aspettarci manifestazioni indignate con tanto di parlamentari europei e maiali al guinzaglio a caccia di moschee da dissacrare?

Cem Özdemir

In Germania, un paese che da decenni accoglie ogni anno migliaia di profughi e di lavoratori immigrati, i Grünen trionfano nelle elezioni regionali e si candidano per conquistare la cancelleria alle prossime elezioni federali. Con un piccolo particolare, il loro leader si chiama Cem Özdemir, ha 46 anni, è figlio di immigrati turchi arrivati in Germania nel 1960 e ha ottenuto la cittadinanza tedesca nel 1983. Appartiene alla seconda generazione di immigrati, è bravo e questo conta. Se sostituisse la Merkel, questo fatto dimostrerebbe ancora una volta la piccolezza e la meschineria delle discussioni italiane sull’integrazione o meno delle persone immigrate.

Dobbiamo avere il coraggio di dire chiaro e tondo che l’immigrazione non solo non è un problema ma è la condizione per essere ancora una società che ha qualcosa da dire. È la condizione per il benessere sociale, economico e culturale. È la condizione della modernità. Le società meticce hanno una marcia in più. Le persone capaci di esprimere una sintesi tra diverse culture e tradizioni, come gli immigrati di seconda generazione, sono più in grado di comprendere la dimensione globale del mondo contemporaneo, hanno energie e voglie di mettersi in gioco che, invece di spaventare, dovrebbero rassicurarci sulla possibilità di continuare a essere protagonisti nella sfida per migliorare le nostre vite. L’integrazione non è una possibilità ma una necessità, e prima avviene meglio è.

Naturalmente vi sono anche esempi di società chiuse, culturalmente omogenee, arroccate dietro le proprie identità: pensiamo all’Arabia Saudita, alla Corea del Nord, allo Yemen. Lì l’integrazione è negata, lì non c’è spazio per la diversità e il meticciato. Ma non c’è nemmeno libertà né benessere.  È la realtà di cui si diceva: libertà e benessere sono caratteristiche di società miste, mentre la difesa dell’identità passata e la rinuncia alla ricerca di nuove identità plurali è la caratteristica delle società culturalmente omogenee.

Tutte quelle forze sociali che spingono verso il rifiuto del meticciato ci stanno consegnando una società molto simile a quella da cui dicono di volerci difendere: paventano il fondamentalismo e stanno costruendo una società fondamentalista, predicano la fine del benessere e ci stanno avviando verso la marginalità economica, gridano all’invasione culturale e stanno riducendo la nostra cultura a un guscio vuoto di slogan e il nostro paese all’ignoranza e la paura.

L’anno scorso, in una intervista alla Bild, Özdemir dichiarava “vogliamo portare i Verdi nel 2013 al governo federale. Noi Verdi vogliamo governare, ci crediamo”.  Ecco, forse il segreto è tutto qui: bisogna crederci.

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Il meglio per mia figlia

Studia per te stessa, Daniela. Studia e diventa competente in quello che scegli di fare nella tua vita. Perché solo le donne davvero in gamba riescono a farsi strada e a ottenere ciò che davvero sognano, facendo sacrifici ogni giorno”.
Questo è ciò che mi ha sempre ripetuto mia mamma, come una cantilena che mi ha accompagnato durante tutto il periodo della mia formazione, sin da quando andavo a scuola. Da donna a donna, da mamma a figlia, perché ogni mamma spera che la vita della propria figlia sia migliore della sua, più facile e bella, più ricca di soddisfazioni e meno complicata. Credo sia una cosa abbastanza normale; quale mamma non si augura il meglio per i propri figli? E quale mamma non è consapevole, per la propria esperienza personale, qualunque essa sia, che per le figlie femmine è tutto è un pochino più difficile?
Il problema di fondo nasce però dall’interpretazione di questo “meglio” che ogni mamma sogna per loro. Oggi come oggi, sembrerebbe che non tutte le mamme, come ha fatto la mia, consiglino alle proprie figlie di fare sacrifici e di rimboccarsi le maniche per affermarsi in una società che purtroppo rimane di chiaro stampo maschilista. Anzi pare che i desideri medi della mamma italiana  siano tristemente mutati e che quel “meglio” di cui si parlava prima si sia trasformato irrimediabilmente in qualcosa di inutile e poco importante, perché legato a valori che purtroppo sono quasi scomparsi. Conoscenza, competenza, cultura e impegno sono parole che ormai non hanno più la stessa importanza che avevano una volta, quantomeno non per tutti.
Perché mia figlia dovrebbe studiare e formarsi, fare sacrifici e impegnarsi ogni giorno, quando può diventare una velina? Qualche lezione di danza e una dieta le basterebbe a conquistarsi un posto – mezza nuda – sulla copertina di Max, e a trasformarsi nell’oggetto del desiderio di un calciatore ricco e famoso. Non è questo il meglio per lei?
O ancora, perché spendere soldi per far studiare danza alla mia bambina per anni e anni, sin da quando è piccola, perché aiutarla a coltivare la sua passione e il suo talento, perché insegnarle quanto è importante la disciplina, l’impegno quotidiano, il sacrificio, la forza di volontà e la tenacia, quando basta entrare ad Amici di Maria De Filippi, partecipare a tre mesi di trasmissione e uscire convinte di essersi trasformate nella Carla Fracci del XXI secolo e godere dell’opportunità di ballare ogni giorno in televisione?
Non è questo il meglio per una giovane ragazza che sogna di diventare una ballerina?
Ma, badate bene, il meglio del meglio, ciò che oggi ogni mamma pare davvero sognare per la propria figlia, è che riesca  a ottenere un posto tra le escort del Presidente del Consiglio, a partecipare alle sue feste private ad Arcore, a finire sulle copertine di tutti i giornali e in tutti i telegiornali nazionali e non solo, conquistandosi, magari, un posto come ministra o come euro deputata.
Di nuovo la solita domanda: non è questo il meglio per lei?
Niente studi particolari, niente università, nessun master. Basta solo saper sfruttare i doni di madre natura, magari migliorati con qualche piccolo intervento di chirurgia plastica e tanta palestra, fare le conoscenze giuste, lasciarsi andare e…

Sembra oramai che nessuna donna si sconvolga più di fronte a certe notizie che purtroppo sono all’ordine del giorno: ragazzine gestite da uomini vecchi e malati, feste private e prestazioni sessuali a pagamento; notizie che dovrebbero far correre ai ripari ogni genitore, storie da far accapponare la pelle,  racconti che dovrebbero far rabbrividire ogni mamma che ama la propria figlia. E invece una terrificante superficialità e un tacito assenso sembra giustificare le scelte di chi, ancora minorenne, decide di usare la sua bella presenza come appiglio per una vita migliore. Scelte che, nella maggior parte dei casi, sono sostenute ed addirittura incentivate da mamme scandalosamente concentrate sul risultato: una vita migliore per le proprie figlie. Ma a quale prezzo? E chi dovrà pagarlo?

Vi chiarisco meglio di che cosa stiamo parlando: siamo difronte a mamme che sognano che le proprie bambine si trasformino in prostitute, a patto che a pagare siano uomini potenti che possano offrire loro soldi e favori di ogni genere. Parliamo di questo.

Nel 2010 una certa Anna Palumbo ha ricevuto dal ragioniere Giuseppe Spinelli – la persona che gestisce i conti correnti del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi – una serie di versamenti per un totale di circa ventimila euro. All’inizio la nostra cara signora Palumbo non ha destato sospetti perché il suo nome non suggeriva nulla agli inquirenti, non comparendo tra i nomi delle ragazze che hanno partecipato nel 2010 alle feste di Arcore, anche se i pagamenti sono partiti dallo stesso deposito usato per “ricompensare” la Minetti e la Sorcinelli.
Ma andando più a fondo è stato scoperto che Anna Palumbo non è altro che la mamma di Noemi Letizia – la ragazza di Casoria, per chi l’avesse dimenticato – che ha regalato al nostro caro Silvio il nomignolo di “Papi”, conquistandosi la scandalosa presenza del premier alla sua festa dei diciotto anni. Inutile dire che la mamma di Noemi incassava consapevolmente dei soldi guadagnati da sua figlia, all’epoca minorenne, per le sue presenze ai festini di Mr Bunga Bunga, e chissà per quali prestazioni particolari. Immagino che la signora Palumbo sia tuttora convinta di aver agito per il bene di sua figlia. Ed è questo il punto.

Se una mamma  pensa che siano giusti certi comportamenti, se quei valori che rendevano la vita di ogni persona dignitosa e speciale sono scomparsi e non vengono più trasmessi ai propri figli, se ciò che dilaga è la tendenza a insegnare che esiste sempre una scorciatoia, che il fine giustifica i mezzi, che tutto è lecito, che il proprio corpo è una virtù al pari dell’intelligenza e della cultura, e va usato nei modi richiesti da chi detta le regole, se davvero una mamma arriva a spingere la propria figlia minorenne tra le braccia di un uomo ultra settantenne pur di ottenere favori di qualunque tipo, cosa dobbiamo aspettarci dalle giovani donne che di questi insegnamenti sono degne eredi?
Probabilmente la vita di Noemi è cambiata, come è cambiata la vita di molte ragazze che, mettendo da parte libri e sacrifici si sono dedicate, sin da molto molto giovani, alla propria carriera di escort, raggiungendo già in tenera età l’Olimpo del piacere, ovvero la frequentazione dei festini della villa di Arcore. Probabilmente i sogni di queste giovani ragazze si sono realizzati o si stanno realizzando, non fosse altro che per i soldi guadagnati e per l’aiuto delle persone che contano, a cui hanno allietato molte serate. Persone che, rendendosi conto delle loro grandi potenzialità, hanno deciso di affidar loro ruoli di responsabilità all’interno delle Istituzioni italiane. Ruoli di cui senza dubbio erano meritevoli perché competenti e preparate. Sedie occupate a scapito di chi, mentre loro si divertivano tra festini a base di alcol e Bunga Bunga, studiava, conseguiva una laurea, faceva esperienze concrete per dare un valore aggiunto alla propria figura professionale. Giovani italiane che invece di vendere il proprio corpo (e la propria dignità) cercavano di percorrere una strada pulita e dignitosa; donne che probabilmente, e aggiungerei purtroppo, non avranno mai quel meglio che le loro mamme auspicavano per loro.

La dignità che mi ha insegnato mia mamma non mi ha reso “ricca” nel senso che oggi è comunemente accettato, ma di certo mi ha donato una ricchezza davvero unica che porterò sempre con me. Una ricchezza che non riguarda i conti in banca o le copertine dei giornali, una ricchezza che riguarda il cuore.
Perché se si vuole salvare l’Italia bisogna cominciare a regalare ai propri figli dei sogni veri, sogni per cui vale la pena impegnarsi giorno dopo giorno. Bisogna essere genitori coraggiosi. Bisogna essere delle mamme consapevoli capaci di lottare perché i propri figli siano persone migliori. Questo significa regalare un futuro ai propri figli. E questo, e solo questo, è il meglio per loro.

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Se il premier va a puttane, l'Italia lo segue a ruota…

Dopo settimane di giochi di prestigio per nascondere l’evidenza, la crisi di governo sembra essersi ufficializzata. Nel frattempo l’incompreso Silvio minaccia di partire alla volta dei programmi televisivi, per mandare avanti il deprimente talk show a cui gli Italiani assistono da quasi venti anni. Si ripeteranno le solite “verità” nascoste dalla solita sinistra comunista e dalla solita informazione faziosa. Berlusconi e la sua interminabile schiera di cadetti continueranno a ripetere che i media, troppo concentrati sul gossip di Ruby e la famigerata telefonata alla questura, hanno perso di vista gli argomenti che realmente meriterebbero uno spazio in prima pagina. Si ripeterà la consueta frase “l’opposizione non sa confrontarsi sui contenuti politici e sul merito delle scelte del governo”, e Bersani continuerà ad arrabattarsi nel tentativo di salvare un partito che macina elettori insoddisfatti e semina astensionisti.

Ma parliamo dunque di contenuti politici e lasciamo un attimo da parte la famosa storia di un vecchio di settantaquattro anni incantato da una diciassettenne prosperosa, confuso e felice di aggirare le leggi per una sfortunata ragazza che si definisce, contemporaneamente, nipote del presidente Mubarak e povera donzella con una drammatica situazione familiare. Mettiamo da parte anche i processi a carico del presidente, il conflitto d’interessi e le leggi ad personam, e concentriamoci sui contenuti…

Economia: Il Fondo monetario internazionale ha collocato l’Italia al 179° posto in una classifica di 180 Paesi, in una statistica che tiene conto della crescita economica degli ultimi dieci anni. Dopo di noi solo la derelitta Haiti. In compenso la disoccupazione è salita all’11%, e chi ha la fortuna di avere ancora un lavoro si trova spesso costretto a sopravvivere con stipendi da fame, senza le minime garanzie.

Istruzione: “Tagli” e “riforme” sono oramai sinonimi, e la scuola pubblica si appresta a precipitare nel baratro più profondo, mentre la ministra Mariastella Gelmini assiste inerme alle continue manifestazioni di protesta. Nel frattempo un articolo di Salvo Intravaia della Repubblica online del 16 novembre denuncia il cancellamento dei tagli per gli atenei privati, che nell’ultima versione del maxiemendamento alla legge di stabilità vedono anche “un finanziamento di 25 milioni per le università non statali legalmente riconosciute”.

Cultura: L’esponente Fli Fabio Granata si abbatte sul ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi definendolo “il peggior ministro di sempre”, proprio nel giorno in cui diciassette soprintendenti lo attaccano frontalmente per i pesanti tagli che privano il settore delle risorse necessarie alla salvaguardia dei beni culturali. Per non parlare delle proteste del mondo del cinema…

La famigerata “sicurezza”: “Sono finiti i fondi per l’acquisto del carburante e per le ricariche delle fuel-card che sono state ritirate – spiega al Sole24ore Felice Romano (segretario generale del Siulp, Sindacato italiano unitario lavoratori di polizia). – Stiamo dando fondo alle riserve strategiche, terminate anche quelle andremo a piedi”.

Politica Estera: Mentre si continuano a tagliare i fondi per i progetti di cooperazione internazionale, il libro “Il caro armato” di Massimo Paolicelli e Francesco Vignarca documenta che nel 2010 l’Italia ha previsto di spendere circa 23 miliardi di spese militari.

Immigrazione: L’ONU ha criticato il “pacchetto sicurezza” per lo scarso rispetto dei diritti umani e le continue discriminazioni a cui sono sottoposti i migranti in Italia, a cui si aggiunge, fra le altre cose, la recente protesta di Brescia contro la falsa sanatoria del governo.

E si potrebbe andare avanti per ore ad elencare i tanto agognati “contenuti” del governo Berlusconi, parlando dell’Aquila e della manifestazione nazionale del 20 novembre per denunciare la mancata ricostruzione a diciannove mesi dal sisma, o riflettendo sulle condizioni della Campania, che nuovamente affoga tra i rifiuti.

Continuiamo pure a parlare di contenuti, che tanto tra puttane e puttanate… la musica non cambia.

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Cultura: Se i tagli aumentano

Oggi il mondo della cultura e della formazione soffre. Soffre la scuola e l’università; la ricerca patisce una povertà senza fine. Patiscono i beni archeologici che non vengono tutelati e protetti per mancanza di fondi; il teatro,costretto a mantenersi tra tagli impossibili, spesso supportato da noi, pure resi poveri, perché crediamo nel suo ruolo; il cinema, che deve cavarsela con poco.

Il nostro paese è ormai giudicato severamente dall’Unesco perché gestisce male il proprio patrimonio artistico. Soffre per una crisi economica di carattere mondiale, di cui nessuno aveva previsto la portata. Ma mentre le altre Nazioni e gli stati dell’UE, nella loro manovra economica, hanno potenziato con un discreto stanziamento di fondi scuola, università, ricerca e patrimonio artistico, il nostro Paese, nella sua tanto vantata manovra economica, ha tagliato orizzontalmente proprio la cultura, ciò su cui bisogna investire per poter progredire.
Il nostro belpaese, ricco di storia, che il mondo intero ci invidia, non ha potuto tenere lontane le forbici, ma neppure il giudizio degli altri stati; in particolare quando, per l’incuria idiota di politici e amministratori locali, è crollata la celebre ”domus dei gladiatori” a Pompei, casa che ospitava i famosi combattenti. Insomma, secoli di storia. Un vero lutto, per chi rispetta le radici culturali di un popolo.

Unica giustificazione del politico di turno: mancanza di fondi.

Certo, se il governo taglia fondi per la conservazione dei beni culturali, e poi crolla la domus, la colpa c’è stata.
Quindi se tu, governo, tagli, qualcosa deve pure cadere, e questa volta il crollo non è stato metaforico: ci ha resi tutti più poveri, mortificati e ignoranti.
Ora che il danno è fatto, quei ministri che avevano ignobilmente dichiarato che la cultura serve a poco e che non toglie la fame, cercano giustificazioni; tuttavia si capisce che non sono sinceri. A loro della DOMUS non importa, non sanno apprezzarne il significato. Ma la storia, quando non viene rispettata, è più potente della escort di turno, e può causare la crisi di governo e la sfiducia di un ministro. Gli occhi del mondo sono puntati come riflettori sul nostro patrimonio artistico.

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La Calcutta che non ti aspetti

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Giovanni Paci è un consulente e ricercatore indipendente che opera nel campo della programmazione e dell’analisi delle politiche e dei servizi sociali. Ha 45 anni. È editor del blog pratichesociali dove vengono raccolti contributi sui temi della giustizia sociale, dei diritti umani, delle migrazioni e della ricerca sociale. È possibile seguirlo anche su Twitter.
Nel suo primo articolo ci racconta del suo viaggio in oriente… [/stextbox]

L’immagine di Calcutta è stata rovinata dalla letteratura e dalla storia recente. Il primo sito turistico nelle principali guide occidentali è la “Casa dei Morenti” di Madre Teresa che, in realtà, lì è chiamata “casa per anziani” ed è chiusa per restauro. Chi l’ha visitata negli anni passati non ha potuto non provare un certo disagio nell’attraversare le due stanze in cui uomini e donne stavano esposti come fossero quadri o elementi architettonici di raro interesse. Il turista spesso cerca le atmosfere della “città della gioia”, vuole immergersi per qualche giorno nello sporco e nel caos di questa metropoli di quasi venti milioni di abitanti, per poi godere del ritorno nelle strade pulite e ordinate di casa propria, ringraziando per essere nato nella parte “giusta” del mondo.

Foto di Giovanni Paci

In realtà Calcutta è una città molto bella, una metropoli piena di contraddizioni, come tutte le metropoli, innaffiata però di odori e rumori incredibilmente amplificati. Non è solo la città degli slums e degli uomini “cavallo” che richiamano i clienti con il campanello in mano. Vi puoi trovare di tutto, sia per mangiare che per dormire. Puoi prendere il tè nei baracchini nelle tazzine di terracotta usa e getta o mangiare una buona pizza come a casa propria. Puoi dormire in un albergo alla “occidentale” o in quel vecchio hotel per pensionati nostalgici che è il Fair Lown o, meglio, in piccole guest house dignitose e pulite oppure, infine, ritrovarti in una bettola piena di scarafaggi.

La forza della città è la mobilità. La metropolitana che ha solo una direzione è puntuale e ti permette di raggiungere le zone principali. I rikshaw a motore collegano a bassissimo costo e in modo efficiente le principali vie di comunicazione. Se vuoi puoi provare l’ebbrezza dei bus presi al volo, dove però spesso dovrai stare in piedi e, in alcune zone, c’è pure la tramvia. Per andare nei villaggi fuori città poi c’è il treno dove è possibile sperimentare una piccola società in miniatura. Ci sono infatti due modi di conoscere questo paese: o un viaggio di mesi lungo il subcontinente o un viaggio in treno di tre ore tra la città e i villaggi vicini. Venditori che salgono a ogni stazione con qualsiasi tipo di mercanzia; mendicanti di basso strato sociale che si accontentano di pochi centesimi e rispettati eunuchi che pretendono non meno di 10 rupie con fare altezzoso; bambini che puliscono i vagoni strisciando per terra e altri che improvvisano uno spettacolo circense per racimolare il pasto della giornata, prima di stendersi a dormire nei vagoni, sui sedili rimasti vuoti. Il treno è l’India in miniatura: dentro quel caos c’è una logica che è possibile intuire se non ci lasciamo andare a giudizi affrettati e proviamo a entrare nell’esperienza senza limitarci a osservarla dall’esterno.

Ma la cosa che più colpisce di Calcutta è l’incredibile socialità. Anche nelle zone più degradate si percepisce la presenza concreta di reti di protezione e solidarietà che coinvolgono anche lo straniero che non ha mai l’impressione di sentirsi minacciato. Anzi, proprio nelle zone più povere puoi assistere a piccoli gesti di solidarietà e condivisione che, soprattutto se hai la fortuna di viaggiare con persone del luogo, non possono non farti riflettere. Certo, troverai il tassista che cercherà di strapparti un prezzo esoso ma troverai anche quello che ti restituisce i soldi quando hai capito male il costo. Troverai la persona che ti tira fuori da situazioni critiche, come ad esempio perderti nel deposito treni della stazione di Howrah, e quella che ascolta le tue richieste nel tuo inglese incomprensibile (loro parlano l’indish, un inglese indianizzato accompagnato da una mimica che certo non aiuta!).

È vero, c’è ancora tanta povertà a Calcutta. Ma povertà non è sempre sinonimo di disperazione. Qui prevale l’arte di arrangiarsi, la voglia di arrivare a sera, la creatività e la ricerca di nuovi e sempre diversi espedienti. Insomma Calcutta non è un fatto letterario, è una città moderna che cresce veloce, piena di disuguaglianze e contraddizioni, in parte radicata nel passato e in parte proiettata nel futuro. Ha una grande Università in cui hanno studiato tre premi Nobel e una marea di gente che dorme per la strada. È però la città che non ti aspetti, da visitare senza pregiudizi o aspettative, assaporandola fino in fondo.

Giovanni Paci

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Incredible India!

[stextbox id=”custom” big=”true”] L’articolo di oggi è scritto per Camminando Scalzi da VEERU, che scrive per noi direttamente dall’altra parte del globo, dall‘incredibile India! Veeru è un ragazzo indiano di 25 anni, il primo blogger straniero che ospitiamo, e ci racconterà di volta in volta qualcosa riguardo una cultura così lontana dalla nostra. Questo è il primo dei suoi articoli. La traduzione è a cura della nostra redattrice Eva Danese

Today’s Camminando Scalzi post is written by VEERU, who is writing for us from other side of the planet, from incredible India! Veeru is 25, first stranger blogger that we host, and he will tell us everytime something about a so distant culture. Welcome Veeru![/stextbox]

Traduzione a cura di Eva Danese

In un paese così vario e complesso come l’India, non è sorprendente scoprire che qui la gente ha ereditato non solo le ricche glorie del passato, ma anche la cultura, le tradizioni e i valori relativi alle diverse posizioni geografiche. A seconda dei luoghi abbiamo diverse maniere, abitudini e cibi che, nonostante la loro diversità, restano sempre autenticamente indiani. E questo per tutti i 5000 anni di storia documentata.
Dalle nevi eterne dell’Himalaya ai terreni coltivati della penisola del lontano sud, dai deserti dell’ovest all’umido delta dell’est, dal caldo secco e il freddo dell’Altopiano Centrale alle fresche foreste pedemontane, gli stili di vita indiani rendono chiaramente onore alla geografia. Il cibo, il vestiario e le abitudini di un indiano differiscono secondo il luogo d’origine.
Gli indiani credono nella condivisione della gioia e del dolore. Un festival o una celebrazione non sono mai ristretti a un’unica famiglia; l’intera comunità o il vicinato vengono coinvolti per portare vivacità in qualsiasi occasione. Molti Festival come Ditali, Holi, Id, Natale, Mahaveer Jayanthi sono celebrati scambiandosi dolci e convenevoli con la famiglia, i vicini e i conoscenti. Un matrimonio indiano è un’occasione che richiama la partecipazione sia dei parenti che degli amici. Similarmente, la comunità offre sempre il proprio aiuto in tempi di bisogno.
Dal punto di vista etnico gli indiani parlano differenti lingue, professano differenti religioni, mangiano i cibi più diversi, e tutto ciò si aggiunge alla ricca cultura indiana. La bellezza del popolo indiano risiede nello spirito di tolleranza, nel dare e ricevere e nella composizione di culture comparabili a un giardino di fiori di vari colori e forme che, pur mantenendo la loro identità, contribuiscono all’armonia e alla bellezza del giardino, ovvero l’India!
“Noi tutti indiani vogliamo che il mondo sia unito e che tutti si rispettino gli uni con gli altri”
“Guardate la bellezza di questo disegno, che ha lo stesso messaggio: JAI HIND*”
"Hand of Hope" by ABHI - Click to enlarge
Articolo originale
In a country as diverse and complex as India, it is not surprising to find that people here reflect the rich glories of the past, the culture, traditions and values relative to geographic locations and the numerous distinctive manners, habits and food that will always remain truly Indian. According to five thousand years of recorded history.
From the eternal snows of the Himalayas to the cultivated peninsula of far South, from the deserts of the West to the humid deltas of the East, from the dry heat and cold of the Central Plateau to the cool forest foothills, Indian lifestyles clearly glorify the geography. The food, clothing and habits of an Indian differ in accordance to the place of origin.
Indians believe in sharing happiness and sorrow. A festival or a celebration is never constrained to a family or a home. The whole community or neighbourhood is involved in bringing liveliness to an occasion. A lot of festivals like Diwali, Holi, Id, Christmas, Mahaveer Jayanthi are all celebrated by sharing sweets and pleasantries with family, neighbours and friends. An Indian wedding is an occasion that calls for participation of the family and friends. Similarly, neighbours and friends always help out a family in times of need.
Ethnically Indians speak different languages, follow different religions, eat the most diverse varieties of food all of which add to the rich Indian culture.The beauty of the Indian people lies in the spirit of tolerance, give-and-take and a composition of cultures that can be compared to a garden of flowers of various colours and shades of which, while maintaining their own entity, lend harmony and beauty to the garden – India!
“WE ALL INDIANS WANT WORLD TO BE UNITED AND ALL PEOPLE SHOULD RESPECT EACHOTHER ACCROSS THE WORLD.
SEE THE BEAUTY OF SKETCH  “Hand of Hope” WITH SAME MESSAGE: JAI HIND*”
*Jai Hind è una frase in hindi che potremmo tradurre con “Amiamo la nostra nazione”
Jai Hind is a phrase in hindi language that we can translate as “We love our nation”

La disinformazione dei giovani

[stextbox id=”custom” big=”true”]Quest’oggi scrive per Camminando Scalzi la giovanissima Camilla Rotunno. Lasciamo che si presenti da sola: “Mi chiamo Camilla, ho 15 anni e frequento il secondo anno del liceo linguistico. Adoro le lingue straniere, in particolare l’inglese. Il giornalismo mi ha sempre affascinata e ho seguito dei corsi riguardanti l’argomento a scuola. Mi piace molto leggere e ascoltare la musica, ed ultimamente sta nascendo in me un interesse nei confronti della politica in quanto credo che ognuno debba farsi un’idea fin da subito e debba essere cosciente di ciò che gli accade intorno. Spero di poter fare la giornalista un giorno…chissà! Per ora posso dirmi più che felice per la pubblicazione del mio primo articolo!”  [/stextbox]

Purtroppo oggi, tra i tanti problemi che interessano l’Italia, c’è anche la disinformazione, che è anche una delle cause principali di tutti gli altri, probabilmente. Questo “fenomeno” riguarda molto i giovani; sono pochissimi quelli che acquistano ancora un quotidiano, o si informano sul web, oppure guardano un tg. Le uniche cose che ormai interessano i giovani sono il gossip e la TV trash. Molti preferiscono guardare un reality come ad esempio il “Grande Fratello”, piuttosto che un talk show. È questo il genere di cose che piace ai giovani, che li attira: la corsa verso un successo effimero ed illusorio, in cui l’ignoranza è requisito fondamentale. Insomma, si dedica molto tempo a cose futili. Poco importa di quello che accade nel mondo, di un’Italia che va a rotoli. I più se ne fregano e vivono in questo “mondo a parte” dove tutto è facile e i problemi non esistono. Colpa forse della TV che non propone una vasta e libera informazione; la poca presente infatti è manipolata o addirittura censurata, basti pensare alla chiusura temporanea dei talk show, in un periodo simile. Oltre alla TV, un altro elemento che porta i giovani ad essere sempre più disinformati è la società. Si tendono a ignorare le cose negative prediligendo quelle di scarsa importanza, e si trasmette ai giovani questo modo di evadere dai problemi, evitandoli. Viviamo in un paese manipolato, in cui informarsi seriamente è difficile, un paese che tende a tappare le orecchie e chiudere gli occhi ai giovani, al futuro, di fronte a quelli che sono i temi che dovrebbero principalmente interessarli. Un tempo erano loro i primi a muoversi per cambiare le cose che non andavano, ora quanti sono quelli disposti ad alzarsi e manifestare per ciò che non va? Quanti sono pronti a mettersi in gioco e a far sentire la propria voce? Ancora pochi, purtroppo!

Va certo detto che la colpa non deve essere attribuita ai giovani, non del tutto. Va piuttosto attribuita a questa società sempre più mediocre che cerca di nascondere le cose invece di risolverle nel modo più corretto. Ma non bisogna nemmeno fare di tutta l’erba un fascio: esistono ancora giovani che combattono per i propri ideali; persone pronte a gridare a gran voce che qualcosa non va e che è tempo di intervenire, propense a divenire consapevoli di ciò che accade e di conseguenza ad informarsi. Persone che potranno essere prese come modello da coloro che non hanno ancora capito che la cultura è il mezzo fondamentale per raggiungere una giustizia ed una libertà che stanno pian piano svanendo.

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