Donne, regaliamoci un mese di prevenzione

Mi piace molto scrivere di donne. Mi piace un po’ perché lo sono, un po’ perché dopo troppi anni di silenzio è giusto che se ne parli, ma soprattutto perché nelle donne risiede spesso la capacità di passare da vittime ad artefici, più che carnefici.
Ed è per questo che sono felice di poter parlare dell’iniziativa annuale, promossa dalla Lilt (Lega Italiana Per la Lotta contro i Tumori), organizzata nell’ambito dalla tradizionale Campagna Nazionale Nastro Rosa di prevenzione delle neoplasie al seno. Si riaccendono dunque i riflettori sulla promozione della salute e responsabilizzazione delle donne rispetto alla prevenzione del tumore al seno.

I numeri
I numeri parlano di più di 41.000 nuovi casi ogni anno, che rappresentano circa un terzo di tutte le neoplasie diagnosticate. Ciò significa che ad almeno 1 donna su 8 viene diagnosticato ogni anno un tumore al seno, di cui almeno 1 donna su 33 muore a causa di un carcinoma mammario. Ai numeri già riportati vanno aggiunte le oltre 400.000 donne che già in passato hanno avuto una diagnosi di tumore al seno, e che continuano ad effettuare costanti controlli.
I dati raccolti dai Registri Tumori parlano di una riduzione della mortalità, ma di un’incidenza maggiore, sia a causa del crescente invecchiamento, sia a fronte dei numerosi fattori di stress che incidono inevitabilmente sulla salute di ciascuno.

Fattori di rischio
Non è dato sapere con certezza cosa provochi il tumore al seno, anche se l’Istituto Nazionale Tumori ha individuato dei fattori di rischio, alcuni di natura genetica, altri legati allo stile di vita, che possono riguarda l’insorgenza della malattia.

In particolare abbiamo:

L’ obesità. Il rischio di tumore è maggiore in quelle donne che soprattutto dopo la menopausa vanno incontro a sovrappeso. Le cellule presenti nel tessuto adiposo infatti producono maggiori quantità di insulina e di estrogeni, fondamentali per la proliferazione di cellule.

Alcol. Il rischio aumenta proporzionalmente all’assunzione di alcol assunto.

Il fumo. Sebbene in passato non si fossero individuate correlazioni tra fumo e tumore al seno, è stato riscontrato come il rischio di tumore aumenti in fumatrici ed ex fumatrici.

Come si previene il tumore al seno?

Rispetto all’inevitabilità di una malattia così dolorosa, tanto compete a noi donne attraverso la prevenzione. Vediamo gli strumenti a nostra disposizione:

Prevenzione primaria. Come abbiamo visto prima, essa è legata soprattutto allo stile di vita, e riguarda la scelta accurata degli alimenti, il controllo costante del proprio peso corporeo correlato da attività fisica, limitazione degli alcolici, e valutare correttamente col proprio ginecologo i rischi della terapia ormonale sostitutiva a seguito della menopausa.

Prevenzione secondaria. La prima forma, e una delle più importanti, è rappresentata dall’autoesame, apprezzabili alla palpazione in un primo sviluppo, che può avvenire tranquillamente durante la doccia o la sera prima di andare a dormire, come piccolo gesto di salute quotidiana. In particolare, prestiamo attenzione se:
– la cute della mammella sembra arrossata, alterata, inspessita o retratta
– c’è la comparsa spontanea di secrezione, in particolare sierosa o ematica
– alla palpazione notiamo una tumefazione alla mammella o al cavo ascellare
– la mammella risulta arrossata ed aumenta di volume
In tutti questi casi, e per qualsiasi dubbio, sempre meglio rivolgerci al medico di famiglia.
Altre forme di prevenzione sono quelle legate allo screening organizzato dal Servizio Sanitario Nazionale, rivolto a tutte le donne tra i 50 e i 69 anni, per eseguire gratuitamente ogni due anni una mammografia. L’eventuale riscontro di un nodulo o reperti dubbi, verrà accompagnato da un altro invito ad eseguire successivi controlli.

Prevenzione terziaria. E’ rivolta a donne che in passato hanno già subito un trattamento per il tumore al seno, al fine di ridurre ricadute ed eventuali danni successivi al problema. Le donne operate per un tumore al seno devono rivolgersi al proprio medico per eseguire periodici controlli clinici e radiologici e per contrastare i possibili effetti collaterali dei trattamenti medici e chirurgici.

A chi rivolgersi
Durante il mese di ottobre ci saranno ben 395 Punti di Prevenzione LILT, di cui la maggior parte saranno all’interno delle 106 Sezioni Provinciali della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori.
Per conoscere giorni e orari di apertura dell’ambulatorio LILT più vicino, in cui effettuare anche esami di diagnosi precoce e controlli, si può chiamare, per informazioni, il numero verde SOS LILT 800-998877 o consultare i siti www.nastrorosa.it e www.lilt.it dove saranno pubblicate inoltre tutte le manifestazioni a sostegno di questa iniziativa.

La scorsa settimana ero in un bar a prendere un caffè, e accanto a me c’erano due amiche, di cui una visibilmente provata dalla chemioterapia. La donna era molto serena, sorridente, e con gioia parlava dell’ultimo ciclo chemioterapico a cui si sarebbe dovuta sottoporre, della speranza di “mettere fine a questo spiacevole incontro non desiderato” (cito testuali parole). Per questo, e per tanto altro ancora, sono felice di essere donna come lei, una donna che sceglie di vivere e lotta per questo.

Sindrome del burnout ovvero lavoratori “in fiamme”

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi!

Betty Bradshaw è un medico specialista, una ricercatrice che si definisce la “Mafalda” del suo settore: contestataria, ribelle, preoccupata per le sorti del mondo, incallita utopista… nel suo primo articolo ci parla della “sindrome del burnout”…. buona lettura! [/stextbox]

Può sembrare paradossale che in questi tempi devastati da una dilagante disoccupazione si decida di trattare proprio il tema del burnout. Tuttavia, continuando a leggere si comprenderà come, in realtà, questa sindrome ben si collochi nel momento storico e sociale che stiamo vivendo.

Il termine burnout, in inglese, significa “bruciarsi”. La sindrome da burnout (o semplicemente burnout) è definita come “l’esito patologico di un processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni d’aiuto, qualora queste non rispondano in maniera adeguata a carichi eccessivi di stress che il proprio lavoro li porta ad assumere”. Per “professioni d’aiuto” s’intendono quei lavori nei quali l’individuo si relaziona con un soggetto che necessita della sua prestazione: ad esempio medici, infermieri, insegnanti, operatori sociali, psicologi, avvocati, ricercatori, forze dell’ordine. Lo stress di cui si caricano questi individui non è solo quello del lavoro in sé, ma anche quello della persona assistita.

Tuttavia, poiché i problemi che ne scaturiscono pervadono l’impegno, le emozioni e il rapporto che la persona ha nei confronti del proprio lavoro, questa sindrome è identificabile in qualsiasi organizzazione professionale.

Quali sono le cause del burnout?

Il sovraccarico di lavoro è uno dei principali elementi scatenanti: il carico di lavoro è tale da non permettere all’individuo di recuperare energia fisica e psichica. Pensiamo agli operai FIAT che hanno appena “subìto” la riduzione delle pause di lavoro, ai medici che fanno turni ininterrotti di 24 ore, ai ricercatori (sottopagati o non pagati…) che non hanno orari o formule di controllo sul tempo trascorso sul posto di lavoro, a chi svolge professioni con turnazioni massacranti, spesso decise insindacabilmente ai vertici: queste persone andranno inevitabilmente incontro a un sovraccarico… E con quali ripercussioni?

Analogamente, se il tipo di lavoro non è adatto alla persona, alle sue competenze e possibilità, il soggetto si sentirà disorientato, frustrato, incapace di svolgere correttamente le proprie mansioni, temendo di commettere errori e, in alcuni casi, compromettendo la propria posizione e mettendo a rischio gli eventuali destinatari. Gli esempi si sprecano: laureati che fanno i postini (con tutto il rispetto per i postini), operai, infermieri e impiegati spostati da un reparto all’altro a prescindere dalle competenze acquisite, persone che accettano mansioni fisicamente onerose, pur non possedendo i requisiti fisici per svolgerle… E potremmo andare avanti all’infinito.

Anche l’eccesso di carico emotivo è fonte di stress e disagio psichico: la morte, la vita, la povertà, la miseria, le tragedie, il degrado cui sono esposte ogni giorno molte categorie professionali (ad esempio i soccorritori, le forze dell’ordine, gli oncologi, gli operatori sociali) non possono essere illimitati. Deve esistere una via di uscita istituzionale (e non la psicoterapia a spese del singolo) ove incanalare le “scorie tossiche” che questi professionisti si portano sulle spalle.

E ancora: quando il lavoratore ritiene che ciò che fa o vuole fare non riesca a influire sull’esito di un determinato evento sviluppa un senso di impotenza. L’esempio balza immediatamente all’occhio: tutti coloro che lavorano in strutture dove codici etici, morali, procedurali, economici predefiniti e immodificabili travalicano qualsiasi principio del singolo individuo. Un esempio per tutti? Pensiamo a un medico obbligato a non praticare o praticare aborti, a rianimare o non rianimare un malato, coscienza personale a prescindere.

E continuiamo con la mancanza di controllo, di riconoscimento, di senso di comunità e di equità che dilaga nella stragrande maggioranza dei posti di lavoro. Quanti di noi hanno dovuto fronteggiare richieste iperboliche senza avere a disposizione le informazioni e le risorse per poterle soddisfare? Quante volte abbiamo atteso speranzosi un “grazie!” che non è mai arrivato? Con quanta tristezza abbiamo costatato che non potevamo fidarci dell’intorno, che dietro le spalle occhieggiavano sciacalli pronti a occupare la nostra sedia e impugnare il progetto cui stavamo dando anima e corpo? Quante persone ci hanno “sorpassato” (se non addirittura scavalcato) senza che esistesse un valido e giusto motivo perché ciò accadesse?

E dunque, viste le cause, quali sono i frutti di questa minuziosa semina? Quali sono le conseguenze per chi è affetto da burnout?

Esaurimento emotivo, disturbi psichiatrici, senso di scarsa realizzazione personale, inutilità e inadeguatezza.

A seguire: rabbia, frustrazione, cinismo, aggressività, assenteismo, comportamenti di fuga e allontanamento dal posto di lavoro, scadimento della qualità di vita e del lavoro.

E infine, morte professionale. Con progressivo abbandono dell’individuo a stili di vita pericolosi per sé e per gli altri (abuso di sostanze, commissione di reati…). In alcuni e non pochi casi sfortunati lo sfilacciamento esistenziale conduce sino al suicidio.

È possibile che molti stiano pensando: in questo momento il lavoro è sacrosanto, fortunato chi ce l’ha (qualunque esso sia) e bando alle ciance medico-psicologiche! Ma è sbagliato pensarla così! In primis, il burnout non riguarda solo i lavoratori che ne sono afflitti: chi affiderebbe suo figlio alle cure di un chirurgo che è diventato cinico, è aggressivo e non dorme da 22 ore? Chi prenderebbe un treno sapendo che il conducente è depresso e ha fatto 4 notti di fila, cercando di dormire di giorno in mezzo al “trambusto” di pensieri angosciosi? Chi si sottoporrebbe a una nuova terapia, “scoperta” dall’incompetente figlio del Barone Rampante, cui il comitato etico e scientifico non possono dire di no?

Il burnout è un problema collettivo e riguarda tutti, in ogni momento! Ancor di più se un tasso di disoccupazione preoccupante spinge inevitabilmente le persone ad accettare sempre e comunque un lavoro, a qualsiasi condizione.

E infine, sforziamoci di guardare oltre la “crosta” fatta di paura, di senso di precarietà, di instabilità, di vuoto: oltre c’è il dovere e il diritto di svolgere un lavoro decoroso, adatto alle proprie competenze, rispettoso delle esigenze fisiche e psicologiche di ognuno,  guidati da una leadership non machiavellica, bensì astuta e lungimirante, capace di intuire che un lavoratore soddisfatto delle proprie mansioni, inserito in un contesto equo e nella condizione di svolgere e non di “subire” un lavoro rende molto di più di un lavoratore “bruciato”.

Il primo articolo della Costituzione recita infatti: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”… non su un falò.

Fonte | wikipedia

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