Sound City, regia di Dave Grohl

Dave Grohl è la Musica incarnata.
Non vi posso stare a spiegare perché, ci vorrebbe troppo tempo: o siete d’accordo o non lo siete. Su Camminando Scalzi abbiamo comunque una nutrita documentazione con cui potrete passare diverso tempo, se non capite perché apro una recensione di un film con questa frase a effetto.

In questi anni bui e tetri siamo infestati di una musica disgustosa. Inutilmente rumorosa, vuota, cretina, inconcludente, raffazzonata, e potrei continuare. Il mezzo si è svenduto completamente attraverso la massificazione, per cui è ormai possibile per qualsiasi stronzo che non ha la più pallida idea di cosa sia una scala musicale realizzare una canzone in digitale e metterla in vendita su iTunes, dove altra gente ignorante come e più di lui ne comprerà un sacco di copie rendendolo ricco e famoso.
Viviamo nei tempi della “guerra del rumore“, una cosa che dovrebbe far rabbrividire ogni amante della buona musica degno di questo nome. In breve: dove una volta si cercava sempre più la purezza del suono, la sua vera anima, oggigiorno nel disco prodotto già a cazzo di cane in partenza con i metodi di cui sopra, si aggiunge ulteriormente del “rumore” di fondo per aumentare il volume, con lo scopo di far “suonare più forte” il disco in modo che risalti sugli altri “dischi concorrenti” e potenzialmente farlo vendere di più. Se questo non è un segno evidente dell’involuzione in cui l’umanità si sta affossando, non so cosa possa esserlo.

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Wasting Light – Recensione

I Foo Fighters sono tornati. Wasting Light è il settimo album di studio dei Foo, capitanati dal sempre più “signore del Rock” Dave Grohl. Il ragazzaccio della Virginia proprio non riesce a stare con le mani in mano, e dopo le ultimissime collaborazioni (“Them Crooked Vultures” vi dice niente?), è tornato in studio con la sua band di sempre.

“Echoes, Silence, Patience & Grace”, il precedente album, aveva lasciato i fan più accaniti con un po’ d’amaro in bocca. La sensazione che si respirava era quella di trovarsi di fronte agli scarti (di qualità in ogni caso) di “In Your Honor” (vero e proprio capolavoro assoluto dei Foo), e il successivo Greatest Hits aveva accresciuto un po’ lo scoramento nei confronti della band.

Ma quando tutto ormai sembra avviato verso la via della ripetizione ad libitum di sé stessi, ecco arrivare “Wasting Light”. Chiariamoci subito, i Foo non hanno fatto grande sperimentazione (non sono famosi per farlo, comunque): ciò che ci ritroviamo davanti è esattamente quello che ci si aspetta da loro, con in più la grossa (e non del tutto prevedibile) sorpresa di trovarsi di fronte undici brani che spaccano letteralmente il cervello per quanto ti si piantano in testa. Un rock genuino, una serie di riff che si stampano nella memoria come impronte nel cemento, con i classici ritornelli alla Foo che ripeterete e ripeterete mentre fate qualsiasi cosa. Spicca in maniera esorbitante la produzione di Butch Vig, tornato a collaborare con Grohl dopo i tempi epici dei Nirvana; il suo apporto si sente, e tanto. Wasting Light è stato tutto registrato nel garage di Dave, doveva essere un album cattivo, rock vecchio stampo. Quindi via i computer, i sequencer, le modifiche in digitale, rispolverati i mixer multitraccia e il nastro, il suono è la cosa che colpisce di più al primo impatto. Caldo, potente, con il basso che martella il ritmo, le chitarre che tirano giù riff che ti fanno fare headbangin’ in continuazione, la batteria di Taylor che è una vera macchina da guerra. L’idea è semplice e geniale. Fare un rock che suoni duro, sporco, semplice, come il rock deve essere (tanto Grohl ha ben altri modi per sperimentare). Il risultato è garantito. L’idea è piaciuta così tanto al gruppo che in USA hanno indetto un concorso per portare Wasting Light nei garage dei fan. Esatto, i Foo Fighters, che riempiono in due giorni Wembley con centottantamila persone, vengono a suonare a casa tua per te e i tuoi amici. Ennesima qualità di questa band, del suo indissolubile legame con i fan, della voglia di divertirsi che traspare in continuazione. E quando ci si diverte, fare bella musica viene naturale.

httpv://www.youtube.com/watch?v=pdAMSUFoKK0

Tornando alle tracce, ci troviamo di fronte a qualche spunto tecnico più complesso rispetto al passato (Rope), con tempi dispari e riff heavy metal (White Limo), insieme a pezzi più classici (One of these days, Back&Forth), che hanno forse l’unico difetto ascrivibile al disco: ci si ritrova ad ascoltare il “solito” ritornello alla Foo Fighters. Ciò che colpisce di più in ogni caso è la totale riuscita di ogni brano, che mantiene quella forza incisiva che forse era mancata con il lavoro precedente (di cui ci si ricorda “The Pretender” e poco altro). Qui ogni brano rimane piantato nella memoria, non viene mai a noia, mantiene la sua forza. Ascoltatelo dieci volte consecutive, e l’undicesima sarete ancora lì col tasto play. Una grossa qualità. I testi sono sempre belli, e si nota con piacere un po’ meno di nonsense a cui Grohl ci aveva abituati (il testo di Big Me rimarrà un mistero), continuando la strada iniziata con In Your Honor. I temi sono i più disparati, si va dalla love song Dear Rosemary (che vede la collaborazione di Bob Mould degli Husker Du; gruppo fondamentale tra le influenze di Dave), al travagliato rapporto con il luogo di origine di Arlandria (“You and what army, Arlandria?” epico). Non manca una piacevole sorpresa, la collaborazione di Krist Novoselic nella registrazione di I Should Have Known, che insieme a Pat Smear – ormai rientrato a far parte ufficialmente della band -, fa un po’ da revival-raccordo con il discorso lasciato ai tempi dei Nirvana.

Wasting Light è un album decisamente riuscito sotto tutti gli aspetti, una spanna sopra il precedente senza dubbio, consigliato anche a chi è a digiuno di Foo Fighters, perché un po’ di sano rock&roll non può che fare bene in questi tempi di magra e Justin Bieber.

Vi lasciamo con un live della band. Tutto l’album suonato di seguito, senza mai fermarsi, nel loro studio 606. Sono dei mostri, innegabilmente.

httpv://www.youtube.com/watch?v=Xnmzins2Uow

Listening 03: Dave Grohl

Quella di Dave Grohl è una lunga storia. Mettetevi comodi quindi, indossate le vostre cuffie migliori, e mettete il volume al massimo. Si comincia.

L’ultimo Listening, quello dedicato a Josh Homme, si chiudeva con l’annuncio del nuovo “supergruppo”, quei Them Crooked Vultures di cui abbiamo parlato anche su Camminando Scalzi. Partiamo dalla fine della storia questa volta, e guardiamoci Dave Grohl che ritorna dietro alla batteria. Questa è Scumbag Blues:

Le origini: Dave, i Led Zeppelin e la band del liceo
Dave GrohlDavid Eric Grohl nasce a Warren, nell’Ohio, il 14 Gennaio 1969, da padre flautista classico e madre cantante. Da bambino capisce subito che la sua vita sarà la Musica e, sebbene schivi con una certa facilità le lezioni di chitarra, la scoperta del punk lo porterà a suonare nella classica band del liceo. Dave ha un carattere subito molto aperto e disponibile, segno caratteristico della sua personalità. Lui stesso ha dichiarato “fumavo erba con chi lo faceva, facevo rock con i rockettari ed ero cordiale con tutti gli altri”. Un carattere che si rivelerà fondamentale per la sua carriera. I Freak Baby, questo il nome della band, è il gruppo in cui Dave muove i suoi primi passi. Subito dimostra la sua intraprendenza e la voglia di suonare qualsiasi cosa. E’ proprio in questi anni che mollerà la chitarra per mettersi dietro alla batteria, lo strumento che lui ha sempre (allora come adesso) apprezzato di più. La sua fonte di ispirazione è John Bonham dei Led Zeppelin, tanto che si tatua da solo il simbolo del batterista degli Zep sull’avambraccio, all’età di sedici anni. Chissà se a quell’età pensava che un giorno sarebbe arrivato a suonare con due degli Zeppelin originali… Negli anni dell’adolescenza Dave suona in tantissime band locali, fino ad entrare negli Scream dopo un provino, inaspettatamente. Una delle sue band preferite di quel periodo sono i Melvins di Buzz Osborne, ed è proprio con quest’ultimo che Dave stringerà un’amicizia che si rivelerà fondamentale per la sua vita. E’ proprio Buzz infatti a portare due suoi amici ad un concerto degli Scream. Uno di questi due amici era Kurt Cobain.

Qui siamo nel 1988, e questi sono gli Scream, con un giovanissimo Dave Grohl che picchia come un pazzo la batteria.

I Nirvana: Dave, Kurt, la morte, la rinascita.
nirvana-3Nel 1994 Kurt Cobain si suicida, ponendo fine a quella che è stata una delle band fondamentali del rock anni ’90, e quasi sicuramente dell’intera storia della Musica. Dave entra nella band nel 1989, quando i Nirvana avevano già registrato parte delle demo di Bleach. Con lui completeranno l’album d’esordio che farà raggiungere ai Nirvana la fama mondiale. Di lì a Nevermind il passo è breve. L’album che ha probabilmente distrutto Cobain è allo stesso tempo uno degli album più conosciuti e più venduti della storia del Rock. A mio parere è anche il più sopravvalutato dei Nirvana. In ogni caso in quegli anni Dave dimostra ancora una volta il suo carattere molto disponibile e non interferisce troppo nel suono della band, non volendo modificare in alcun modo l’alchimia che si era creata nel gruppo. Tutta la sua creatività la sfogherà in un album solista pubblicato sotto lo pseudonimo di Late!: Poketwatch, album distribuito solo in cassetta, e in cui Dave suona tutti gli strumenti. Dave in quegli anni visse per un periodo insieme a Kurt Cobain, e strinse una forte amicizia con lui, sebbene abbia sempre dichiarato che Kurt non si fosse mai espresso troppo riguardo questa amicizia. Dave suonava bene la batteria, faceva sentire sicuro Kurt, e tanto bastava. Pare che solo una volta Kurt si sia espresso, ubriaco, nei confronti di Grohl chiamandolo “fratello”. Eppure Dave porterà per sempre nel suo cuore Cobain. In quel periodo, insieme a Cobain, scriverà una canzone dal titolo “Colours of Marigold”, successivamente rilasciata prima come B-Side di Heart Shaped Box, e poi come canzone acustica dai Foo Fighters anni dopo (dal titolo Marigold). Le cronache narrano anche della scrittura del riff di Scentless Apprentice, a cui Dave avrebbe partecipato. Eccola qua, live, con i Nirvana al completo.

Con la fine dei Nirvana, Dave si trova a dover ricostruire la sua carriera musicale. Ma come si fa a ripartire dopo essere stati il batterista di una delle band più importanti di sempre? Nelle ultime sessioni di registrazione dei Nirvana, Dave riesce a produrre qualcosa di suo (Big Me, February Stars ed altre), materiale che andrà a comporre il primo album della sua nuova vita. Nascono così i Foo Fighters.

Foo Fighters: dalle ceneri dei Nirvana agli 86.000 di Wembley
foo_fightersCon il titolo omonimo, nel 1995 uscì l’album di debutto dei Foo Fighters. In realtà erano tutte demo sistemate e remixate per l’occasione, sebbene Dave si dia da fare sin da subito per formare una vera e propria band. Dismessi i panni di batterista, imbraccia la sei corde, gomma da masticare sempre in bocca(più che un tic una questione pratica, visto che il suo modo di cantare gli porta secchezza alla gola), e passa dietro al microfono. I Foo conosceranno l’inizio di un grande successo con il loro successivo album, The Colour and the Shape, datato 1997. Nell’album ci sono pezzi fondamentali che diverranno dei veri e propri classici della band. Tanto per citarne un paio: Everlong, My Hero, Monkey Wrench. E questo è proprio il video ufficiale di Monkey Wrench.

Il terzo album del gruppo si intitola “There is nothing left to lose“, “non è rimasto niente da perdere”. Nel frattempo alla band si uniscono in pianta stabile Chris Shiflett e il batterista Taylor Hawkins (che precedentemente suonava per Alanis Morisette). E’ forse l’album più “commerciale” – mi si passi il termine – della band. Il prossimo video l’ho scelto per analizzare un altro aspetto fondamentale della vita di Dave Grohl: il gioco. Dave non perde mai occasione per ridere, per fare casino, per travestirsi, per partecipare alle cose più stupide e divertenti. Una cosa che mi è sempre piaciuta è che tutto quello che fa lo fa con il sorriso sulle labbra. Insomma, è impossibile non farsi coinvolgere empaticamente da un semplice fatto: Dave si diverte facendo Musica, e non lo nasconde. La canzone si intitola Learn to Fly.

Arriva così il momento di “One by one”, album del 2002. In realtà le registrazioni erano cominciate più di un anno prima, ma Dave si è preso una pausa per andare a registrare “l’album definitivo” con i Queens of the stone age, il più volte citato su questa rubrica “Songs for the deaf” (il gruppo di Josh Homme, altro Them Crooked Vultures). Ma delle sue collaborazioni parleremo dopo. Intanto andiamoci ad ascoltare All my life, canzone che è una chiara ode al cunnilingus (leggetevi il testo).

Il capolavoro assoluto di Dave arriva però nel 2005, e si intitola “In your Honor”. L’album è un vero e proprio doppio LP, con una prima parte elettrica e una seconda acustica. E’ la pietra miliare dei Foo Fighters, e probabilmente l’album in cui Dave mette più cuore in assoluto. Ci sono capolavori indiscutibili, e tante collaborazioni, soprattutto nella parte acustica. Over and Out, Friend of a friend (canzone ripresa da “Pocketwatch”, che parla di Kurt, scritta nel 1990, quando i due vivevano insieme in uno squallido appartamento), Another Round (il piano è suonato da John Paul Jones, altro TCV), Virginia Moon (la voce femminile è di Norah Jones), Razor (la chitarra la suona Josh Homme, e tutto ritorna…). Ma anche la prima parte, quella più rock, è piena di pezzi di indiscutibile valore, come la title track, DOA e la meravigliosa Best of you. Eccola qua.

L’ultimo album di studio del gruppo risale al 2007 e si intitola Echoes, Silence, Patience and Grace. Lavoro leggermente al di sotto delle aspettative, ma con un paio di brani veramente forti (The Pretender, scritta in piena campagna per le elezioni presidenziali in america, ne è un esempio), e ancora tanta musica acustica. È dell’anno successivo il concerto che consacrerà i Foo Fighters nella storia del Rock. Il 6 e il 7 Giugno 2008 i Foo Fighters si esibiscono a Wembley nello show da loro stessi definito “the biggest show ever”. 86.000 spettatori ogni sera, lo special guest di Page e Jones dei Led Zeppelin, uno stadio pieno, i fuochi d’artificio. È difficile raccontare quell’esperienza per me, per il semplice motivo che io ero là, tra quegli 86.000 spettatori, e riguardando il video che state per vedere mi vengono ancora i brividi e le lacrime agli occhi. Perdonate la qualità non eccelsa, ma questo lo dovevo mettere per forza, il MIO video di Everlong a Wembley. Ottantaseimila voci che cantano all’unisono insieme a quella di Dave Grohl. Non riesco neanche a immaginare che emozione abbia provato lui mentre cantava “The only thing I’ll ever ask of you/You’ve got to promise not to stop when I say when/She sang”. Che spettacolo.

Skin and bones: la musica acustica fatta da Dio.
Capitolo a parte merita il tour acustico, culminato con un DVD e un CD live, dal titolo Skin and Bones. Grohl e soci hanno riarrangiato i loro pezzi più famosi in versione acustica, spostando i brani in una dimensione più intima, più sensibile. Sebbene gran parte della tracklist sia basata sulla parte acustica di “In your Honor”, trovano spazio anche versioni riviste dei loro brani più famosi. Un altro concerto imperdibile. Se potete, regalatevi questo DVD; una volta messo nel player sarà difficile che lo tiriate fuori, fidatevi. Questa qui è Razor, tratta da Skin and Bones. Il concerto si apre così…

Le collaborazioni, ovvero: anche io vorrei avere la sua rubrica telefonica.
4b20b_18471760-18471761-slargeSebbene abbia lasciato per ultimo questo aspetto della personalità di Grohl, forse questa è la caratteristica predominante del suo carattere. Non c’è gruppo importante con cui non abbia collaborato. Nel 2001 suona insieme al suo batterista Taylor con i QueenBrian May e Roger Taylor– alla Rock and roll hall of fame. May ricambierà registrando la chitarra di Tired of you in One by one. Registra le batterie per due album dei Tenacious D, del suo grande amico Jack Black. I due sono legati a doppio filo, e spesso uno partecipa ai progetti dell’altro. Non è raro vedere Black in qualche video dei Foo Fighters, e viceversa Grohl in quelli dei Tenacious D. Dave parteciperà anche come attore al film di questi ultimi, nei panni di Beelzeboss. Nel 2001, come già detto, va a sedersi dietro la batteria dei Queens of the stone age, e registra Songs for the Deaf (raccontando il simpatico anedotto che mentre tutti i QOTSA si facevano, lui andava a guardare Il signore degli Anelli), album fondamentale che consiglio sempre di ascoltare e di tenere nella propria collezione di CD. L’incontro con John Paul Jones degli Zeppelin comincia in In Your Honor e arriva fino ad oggi con i Them Crooked Vultures. Altro progetto interessantissimo quello del 2003 che porta il nome di Probot. Dave decide di registrare un album metal, riunendo grandi personalità del genere, come Lemmy dei Motorhead e Max Cavalera dei Sepultura. Registra diversi pezzi dell’album With Teeth dei Nine inch Nails. Registra You are free di Cat Power. Partecipa all’ultimo album dei Prodigy e a quello dei Killing Jokes. Appare in un video degli Eagles of Death Metal (altro progetto alternativo di Josh Homme…qui in un live). Appare anche come special guest ad un concerto di Paul McCartney per i Grammy nel febbraio di quest’anno.  Senza contare un’altra miriade di partecipazioni qua e là. Ora come ora è in giro con i signori che avete visto nel primo video, e per il futuro è prevista una sua collaborazione nell’album solista di Slash (poteva mai mancare lui? Figuriamoci). Insomma, una vera macchina da guerra, una persona che vive per la Musica.

Poliedrico, creativo, inarrestabile. Questo è Dave Grohl. L’anima del Rock.

Come piace pensare a me, in realtà, è la Musica che vive attraverso Dave.

Vi lascio con una chicca, una cover di “Have a Cigar” dei Pink Floyd, fatta dal vivo con Dave alle pelli. Buon ascolto e alla prossima, con Listening.

Recenchiacchiera: Them Crooked Vultures

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Una nuova rubrica su Camminando Scalzi.it

Siamo orgogliosi di presentare una nuova rubrica che è un po’ un esperimento: la RECENCHIACCHIERA! Come si può intuire dal titolo, è un incrocio azzardato tra una recensione e una chiacchierata in chat. Da quanto ne sappiamo, si tratta di qualcosa di nuovo ed originale che non si è visto da nessun’altra parte. Non mancate di farci sapere cosa ne pensate![/stextbox]

Di cosa parliamo: Il rock è morto? Andatelo a chiedere ai Them Crooked Vultures. Secondo me vi risponderanno con un rutto all’unisono. Stiamo parlando di un gruppo rock formato da Josh Homme (Kyuss, Queens of the Stone Age, Desert Sessions) alla chitarra e alla voce, Dave Grohl (Nirvana, Foo Fighters) alla batteria e John Paul Jones (Led Zeppelin) al basso. Il loro disco d’esordio (omonimo) è uscito questa settimana. Qui trovate i testi di tutte le canzoni.

Chi ne parla:

Obi-Fran Kenobi Obi-Fran Kenobi. Influenze principali: Nirvana, Smashing Pumpkins, Foo Fighters, Aerosmith.
Il Fedel Griso Il Fedel Griso. Influenze principali: Queens Of The Stone Age, Foo Fighters, The Cure, Radiohead, Pink Floyd.

Come leggere questa recensione: Per chi non ha ancora il disco: fatevi aiutare dalle frasi in grassetto; vi è concesso saltare le disquisizioni sulle singole canzoni. Per chi ce l’ha già: fatelo partire. Tenete il ritmo.

No one loves me & Neither do I

Them Crooked VulturesG: E’ il primo brano dell’album, io l’ho vista come una sorta di dichiarazione di intenti. “Questi siamo noi, i Them Crooked Vultures”. Già da qui si capisce la “pazzia” musicale che permea tutti i brani. Una canzone praticamente divisa in due: una parte più blues/rock classico, e poi un inferno pesantissimo nella seconda metà. Basso martellante, batteria potente. Diciamo che nella seconda parte siamo nel mondo dei Led Zeppelin, anche se il cantato di Josh riporta inevitabilmente ai QOTSA.

O: A me fa impazzire la seconda parte. Quel riff è una cosa esaltante. D’altronde l’hanno scelto pure come biglietto da visita nel filmato di 30 secondi che passò su youtube subito dopo l’annuncio della formazione del gruppo…

G: Però concorderai che funziona molto meglio inserito nella canzone, quel brano. L’arrivo della parte “aggressiva” è molto più funzionale così, è disorientante.

O: Disorientante è dir poco, io non ci capisco più niente quando partono con i tempi dispari. Non che sia un esperto al riguardo, ma veramente non capisco come riesce a cantarci sopra.

G: Sì, musicalmente si capisce che siamo a livelli altissimi. I tempi “strani” sono una componente fondamentale che si ritrova in tutto l’album.

O: Vero, è pieno di variazioni e bridge.

G: Ieri ho provato a suonare qualcosa con la chitarra, ed effettivamente la prima cosa che ho pensato è stata “Ma come cazzo fa a cantare su questi tempi?”… E’ veramente impossibile.
“I know how to be lost in lust,
not because you should, but because you
must.”
Dichiarazione di intenti? Dovete lasciarvi andare alla lussuria (in questo caso musicale)!

O: Ma l’effetto del basso sul riff della seconda parte che diavolo è?

G: Dovrebbe essere una specie di slide bass, una cosa che non avevo mai visto…

Mind Eraser No Chaser

Them Crooked VulturesO: Ecco che parte mind eraser, che se non sbaglio è il secondo single?

G: Dovrebbe.

O: Parliamo della componente stilistica di sti avvoltoi. Ricorderai che all’inizio (quando hanno cominciato a girare su youtube i bootleg dei concerti) ti espressi alcune perplessità sul fatto che suonasse troppo QOTSA…

G: Sembra si siano “spartiti” più o meno tutti i brani, anche se essendo Josh a scrivere le canzoni, la componente “desert” è la più presente. Questo è il brano che puzza più di Dave Grohl, soprattutto nel ritornello. Siamo nel mondo Foo Fighters.

O: A livello di testi però non mi sembra di vedere nemmeno l’ombra di Grohl.

G: Intendevo come mood musicale naturalmente. I testi sono tutto lavoro di Josh, palesemente.

O: Mi chiedo se sia una buona idea, considerando anche suoi lavori come “feel good hit of the summer” (il Griso ne ha parlato in Listening. ndR), che non brillano certo per contenuti…

G: Non so quanto sia una buona idea, penso che sia stata una scelta consapevole mantenere questo stile di testi. Volevano essere cattivi, si sono rivolti al più cattivo dei tre. Mi si passi il termine “cattivo”.

O: Userei “badass”, senza tradurlo 😀 . Però secondo me è un mezzo peccato… A livello di contenuti sti avvoltoi sono piuttosto vuoti. Mi son letto tutti i testi ieri sera e a parte un paio di canzoni non dicono proprio niente… Almeno apparentemente.

G: Ma secondo me è anche meglio così. Visti i tre mostri sacri l’accento era puntato negli intenti nella loro musica, in come i loro tre generi si siano fusi insieme. Dovevano fare del Rock, non penso si siano concentrati troppo sui contenuti dei brani.

O: Giusto così, in effetti.

New Fang

O: E’ appena partita New Fang (ascoltala su youtube), che dovrebbe essere il primo singolo. E’ una canzone esaltante, con un riff potente e un cantato trainante. Ti incuriosisce il titolo… Poi vai a leggere il testo e vedi solo una trafila di frasi a caso…

G: Decisamente il singolo trainante, anche questa con un tempo stranissimo nella strofa. Pensa che è uscita la versione scaricabile per Guitar Hero. E’ il pezzo che rimane più impresso. Sì, a livello di testo questa non significa assolutamente niente. 😀

O: Tornando sullo stile musicale… Secondo te l’esperimento di mescolanza dei generi dei tre “gruppi base” è riuscito? Io credo che la componente QOTSA sia troppo prevalente. Ma forse è una mia impressione, dovuta al fatto che sia Josh a scrivere i testi e cantare.

G: E’ riuscito, ma non del tutto. Quello che forse si sente di meno è proprio Grohl, che si è limitato a fare il suo sporco lavoro dietro la batteria. Certo, l’ha fatto in maniera sopraffina. Sarebbe interessante saperne di più sul processo creativo.

O: Infatti, a parte un’azione di viral marketing esagerata, non è che sia trapelato granchè sul lavoro di ‘sta gente. Spero di vedere qualcosa in futuro perchè mi pare parecchio interessante.

G: Guarda, proprio ieri Josh e John in un’intervista hanno parlato di un secondo lavoro in progetto. Questo vuol dire che devono essersi divertiti molto. E’ partito il prossimo brano.

O: Ecco, il divertimento. Elemento chiave di questo disco, direi.

Dead End Friends

G: Sì, si sente che non hanno fatto altro che dare sfogo a quello che non hanno fatto finora. Si sente una certa libertà. Vorrei inoltre sottolineare come il “vecchietto” John Paul Jones abbia dimostrato una lucidità non indifferente alla sua età (63 anni, ndR).

O: La prima volta che l’ho ascoltato di fila (in streaming gratuito su youtube una settimana prima dell’uscita del disco, ricordiamo), la prima reazione che mi ha innescato è stata proprio la risata. Si percepisce chiaramente il loro divertimento, in ogni pezzo. I “vecchietti” di oggi hanno dimostrato di dare le paste a tanti sbarbatelli più giovani: vedi i nuovi album di Heaven&Hell, AC/DC, Kiss

G: Dead end friends mi sa molto di pezzo On the road. Da compilation da macchina. Un po’ orientaleggiante in qualche riff.

Elephants

themcrookedvultures

G: Gli elefanti. Mi sembra autoreferenziale.

O: Dinamiche esagerate in questo pezzo. Il primo minuto è semplicemente un capolavoro di follia.

G: Sì, è invadente, è grosso. Elefantiaco appunto.

O: Il testo? A me sembra un trip di LSD. Tu su che droga punti? 😀

G: Mah, Josh è uno che si fa un po’ di tutto, dinne una e ci prendi. 😀 Non so gli altri due, Grohl mi ha sempre dato l’impressione di bravo ragazzo. Jones sarà un gotha dell’acido, vista l’epoca da cui proviene.

O: Sì ma questa in particolare, con gli elefanti, mi pare proprio acido lisergico. 😀 Anche secondo me Grohl è abbastanza pulito, mi pare più orientato all’alcool. Ah, questo bridge mi scioglie. E’ la parte più tranquilla e poetica dell’intero album secondo me. Troppo bello.

G: Da notare anche la struttura delle canzoni, che non è sempre riconoscibile. Il dogma strofa-ritornello-strofa-bridge-ritornello è sempre difficile da identificare. Quello che ti sembra il ritornello poi in realtà è la strofa e viceversa. Altro effetto straniante più che voluto.

O: Sì, che rende il disco agevole ad un numero di ascolti praticamente infinito. Potresti ascoltarlo in loop per sempre.

G: Concordo, ce l’ho da tre giorni in loop continuo e non mi stanca mai.

O: Stranamente, è anche piuttosto immediato. Solitamente le canzoni complesse richiedono più tempo per essere elaborate ed assorbite. Invece in questo caso mi è bastato un ascolto completo dell’album per innamorarmene.

G: Altro sentimento costante nell’ascolto è il classico “questa è la mia preferita” ad ogni traccia. Capita solo con gli album costruiti da dio.

O: Ahahah, vero. Di nuovo il bridge che mi scioglie. Ha una profondità eterica, cazzarola.

G: “So come on…move
Roll over!
Are we coming over…”

Ecco perché dicevo che parla di loro, sono loro gli elefanti rock del brano.

Scumbag Blues

Uriah Heep
Gli Uriah Heep

O: Be’, questa è l’orgia della citazione. Un mio amico appena ha sentito il falsetto ha pensato agli Uriah Heep.

G: Sì sì, assolutamente. Il falsetto di Josh io l’ho adorato dal primo momento che l’ho sentito in un album dei QOTSA. Ha un modo di cantare troppo particolare. Qua siamo in mood Led Zeppelin. C’è un organetto ad un certo punto che è palesemente preso dagli anni ’70. L’atmosfera è quella. E poi facci caso: anche qui, stridore di sensazioni. La strofa è una roba quasi “allegra”. Il ritornello è un incubo, un vortice in cui cadi dentro, con quella chitarra che fa le scalette a scendere. Mette angoscia. Questo contrasto è bellissimo.

O: Vero, è inquietante.

G: Belle anche le backvocals senza effetti, fa molto “siamo in sala prove a suonare”.

O: Le backvocals mi pare siano sempre di Homme a parte in “Mind Eraser” dove si sente chiaramente Grohl, no?

G: No, da qualche parte, tipo in questo caso, le fanno Grohl e John. Spesso sono di Josh, ma comunque anche gli altri due cantano sempre.

Bandoliers

O: Bandoliers. “La mia preferita” (cit.) 😀

G: Questa mi sa troppo di Tarantino&Rodriguez. Siamo sempre sull’ “ontheroad”. Anche qui temi orientaleggianti. Si pesca dai primi album dei QOTSA, dove il deserto non era solo quello americano, ma anche quello mediorientale. Almeno nelle atmosfere.

O: Il testo e il tono sembrano parlare d’amore in una maniera strana. Un doversi necessariamente distaccare dalle emozioni forti per sopravvivere.

G: “I’m fooling myself,
Fooling myself into believing you”

Un amore disilluso.

O: Però poi c’è il ritornello: “Prepare, and take aim. Then fire”, che è quasi un’ammissione dell’impossibilità della cosa. “Sparami, perchè non riesco ad amare freddamente”.

G: Sì, nonostante tutta la disillusione, “io rimango bersaglio, mira e spara”. L’inevitabilità. Per quanto ci puoi riflettere, ci caschi sempre. Qui batteria mondiale, nella parte con i Synth arabeggianti.

O: Ecco, i synth come sono usati in questo disco sinceramente non li ricordo altrove. Sono allucinanti.

G: Hanno anche sperimentato molto, come con lo slide bass di “No one loves me”. E sono accordati in maniere assurde (forse in full drop D, ma io penso che alcuni brani siano addirittura in A, mille semitoni sotto).

Reptiles

O: Cosa saranno ‘sti rettili? I coretti effettati all’inizio mi ricordano gli strilletti dei ragazzini.Josh Homme John P Jones Dave Grohl

G: “Il mio brano preferito” (cit.) ^__^
Posso dirti cosa ci ho visto io nei rettili: strisciano (anche nella musica). Li ho interpretati come il “motore creativo”. Qualcosa che ti ossessiona, che per quanto tu ti chiuda in una gabbia, devi per forza farci i conti, ti aspettano fuori. Da musicista “romantico”, in questo brano ho visto l’impossibilità del non creare, vista quasi come una cosa negativa. Inaffrontabile.

O: Bella riflessione. Io ci ho visto più l’aspetto giocoso però (coretti infantili storpiati).
Il testo comunque non aiuta: è un nuovo delirio di frasi-collage.

G:“Let you reptiles I guess you’ll never know
But they won’t let you go
Because you’re the soup du jour
That’s for sure”

“Non ti vogliono lasciare andare”… Il testo è un delirio di frasi. Ce l’ha proprio con questi rettili.

Interlude with Ludes

O: Ecco, questa me la spieghi. 😀 Sembra un “fine primo tempo” cinematografico.

G: Esattamente, è chiaramente uno stacco, lo spottino, la pubblicità. L’atmosfera è quella di un abbandono. E’ come se volessero fare una pausa dalla furia che hanno scatenato finora. Lo stile old-time è fantastico. Sembra di ascoltare un disco su un grammofono. Anche se c’è sempre qualche urletto angosciante qua e là.

O: Eh, direi che è parecchio angosciante. Il testo sembra scritto da un assassino psicopatico. Senti qua:

“I’ve sharpened my knives
So I’m gonna use them
Oh…Baby
Oh…Lalalala
I’m gonna smother you with my love
Forever and ever, also forever”

G: Sì, secondo me parla di un killer seriale. Sembra la dichiarazione di intenti di un amore malato, che trova compimento in un ipotetico omicidio.

O: Interessante scelta per un interludio. 😀

G: “If you want me I’m yours
And even if you don’t want me (Lalalalalala..)”

Fantastico questo pezzo… Poi con la musica in sottofondo troppo angosciante, davvero. In realtà questa canzone è un incubo travestito.

O: C’è una parte che sembra una ninna nanna malata… Mi ricorda la musica di Shadowman nel livello “The Play Rooms“.

Warsaw or the First breathe you take when you give up

O: Il sottotitolo è semplicemente fantastico. “Il primo respiro che prendi dopo che hai mollato”. Un inno per tutti i perdenti e gli sfigati del mondo?

G: Assolutamente d’accordo. Perché Varsavia? Tu come l’hai interpretato?

Varsavia
Varsavia

O: Non ci avevo nemmeno pensato a Varsavia 😀 Mi sono concentrato sul sottotitolo. Grosso errore, non è l’unico riferimento storico del disco, ne vedremo un altro nel prossimo pezzo. Riguardo Varsavia, mi viene in mente la resistenza della città ai nazisti, che poi la rasero al suolo per rappresaglia, ma non ci vedo grossi collegamenti.

G: Forse semplicemente ha scelto Varsavia per l’idea che dà, una città fredda, dell’est europa. Magari c’è stato e ha concepito lì il mood o il testo del pezzo, chissà. Non capiremo mai finché non lo dichiara lui, va a capire cosa gli passava per la testa.

O: Un’altra interpretazione potrebbe riguardare la gestione del successo e della fama, una macchina che ti sommerge con violenza e ti annichilisce, se non sei intelligente o forte abbastanza.

“It’s all medals and trophy’s, trophy’s and medal
and all before the race has been run.”

Ti premiano sulla fiducia, prima ancora che la gara sia iniziata. E segue tutto il paragrafo sulle maschere e sull’importanza di liberarsene (“or kiss your ass goodbye”). Un inno alla genuinità?

G: E allo stesso tempo una “rivolta” sul fatto che questa genuinità è forse farlocca.

La strofa ricorda tantissimo “Burn the Witch” di “Lullabies for paralize” dei QOTSA. Una cosa che mi piace dei testi di Josh è che, sebbene siano uno stream of consciousness costante, ci sono frasi che colpiscono tantissimo. Usa costruzioni e metafore a volte che mi fanno impazzire, anche prese singolarmente. La frammentarietà della musica si rispecchia nella frammentarietà del testo.

O: In effetti questa metafora è fantastica: “Feel like a no-tell motel painting, out of place or ignored.” Mi sento come un anonimo quadro da motel, fuori posto o ignorato”… Secondo me oltre alle droghe usa anche il “Cut up” di Burroghs. Certe parti non si spiegano altrimenti.
Ecco la parte onirico/psichedelica. Non le apprezzo granchè, devo dire, ma il testo in questa parte è la cosa che mi ha colpito di più. 

Them+Crooked+Vultures“I know it hurts.
It hurts to be young.
Metamorphosis is pain, I know.
I said it hurts to be young.
Gotta learn every goddamn thing.
You gotta hack your way through,
and realize…it’s almost entirely lies.
But then you’ll begin to smile.
Smile for me, real.
Wide.
Then you accept what you are.
The transforming is done.
You’ve become…absorbed into, and you know.
I think I know what to do.”

E’ il bambino cresciuto Homme che consola gli adolescenti sfigati.

G: Stavo per copiarlo io. La crescita vista come metamorfosi negativa. Il sorriso che ti aiuta nella trasformazione. Ma è un sorriso che fai a lui, il tuo idolo. E’ una perdita di identità in realtà.

O: Dici? Io l’ho visto come un sorriso di incoraggiamento… L’ultimo verso secondo me è il più potente: “I think I know what to do.” E’ la maturazione definitiva, la crescita. Finalmente sai cosa devi fare della tua vita.

G: Esatto. E’ l’anima venduta al diavolo però, quello che devi fare te l’ha detto qualcuno! Mi ha colpito molto questa cosa.

O: Quindi tutti questi delay e riverberi su strumenti e voce pensi si adattino al ruolo luciferino che ha Homme mentre canta il testo?

G: Sì, l’atmosfera sulfurea è resa così. Anche sulla voce c’è un eco molto forte, che esprime lontananza, abbandono. E’ la rappresentazione della rockstar. Ti sussurra all’orecchio, ma in realtà è una presenza lontanissima.

Caligulove

O: Ecco il secondo riferimento storico. Le depravazioni di Caligola

G: Anche questa mi piace tantissimo. La strofa è di una potenza incredibile, rimane troppo impressa.

O: La prima strofa “In the temple of the heartless I was humbled & reborn… Into a god” è l’unica citazione (pur indiretta) alla biografia di Caligola, che si definì un Dio per compiacere alle popolazioni greche.

Caligola
Malcolm McDowell in "Caligula"

G: E’ un dio negativo però. E’ il dio della carnalità, della tentazione, dell’erotismo fine al piacere personale.

O: Sì, le follie e le depravazioni di Caligola sono storiche (Tinto Brass ci ha fatto un film, nel 1979, ndR). La battuta più famosa è quella in cui propose la carica di senatore al suo cavallo, vista la qualità dei senatori secondo lui. Non ti sembra molto attuale? 😀

G: Eh eh eh, senza dubbio. Anche qui organetti anni ’70 che sono veramente spettacolari. Danno un po’ anche la sensazione di vecchio film storico, non so se riesco a rendere l’idea.

“Darling, there are no taboos
in lust.
My veins coarse blood that’s
so
venomous.
WHEN HEARTLESS HEARS A HEARTBEAT…
HE’S JEALOUS”

Ecco la dichiarazione di intenti. La frase finale sull’invidia è spettacolare. Quando un senzacuore sente un battito di cuore, è GELOSO. Mi ha fatto venire la pelle d’oca. Quindi c’è una consapevolezza nella “negatività” del suo amore carnale. E’ geloso di un vero battito di cuore.

O: Sì, è chiaro che usa Caligola solo come spunto, per poi parlare di un tipo di amore malato (tema ricorrente?).

G: Gli amori di Josh sono sempre tutti malati, è un tema ricorrente in tutta la sua produzione.

Gunman

O: In una parola? Spettacolare.

G: E’ il pezzo dance. Qui si balla, qui nei concerti si impazzisce. Basso e chitarra fanno un giro incredibile.

O: Ricordiamo il motto con cui annunciarono nella newsletter che avevano messo in anteprima tutto il disco su youtube?

G: “FUCK PATIENCE, LET’S DANCE!”

O: Se non è genio questo.

G: Anche qui c’è un ritornello “vorticoso”, che ti trascina in basso. Ci si sente travolti dai mulinelli e dalle onde. E poi si riparte a ballare. E’ impossibile stare fermi con questo pezzo. Sì, è genio.

O: C’è un ritorno al tema di Bandoliers, ma ribaltato. Nella prima erano i Bandolieri a sparare su Josh, ora il Pistolero è lui. Ma ne parla in terza persona, come se lo trovasse dentro di sé e lo considerasse un elemento esterno:

“Gunman,
where you been?
You’re my
hero, savior, psycho, slayer.”

G: “Violence is just an incomplete thought,
coming to a complete
stop, stop.”

Ecco un altro contrasto pazzesco. Parte con una pseudo-critica, e poi porta a compimento il pensiero della violenza con l’affermazione “stop”. E’ lui che dà lo stop. Che in realtà è un inizio.

Spinning in Daffodils

G: Intro di pianoforte di John Paul Jones

O: E ora? Ci rigiriamo nei narcisi? Cos’è ‘sto piano tranquillo? Siamo finiti in un disco di musica classica senza accorgercene?

G: E’ il contrasto il tema portante, ed è portato avanti fino all’ultimo brano. Si comincia sereni, poi parte un riff martellante, stoner puro. Martellate cerebrali.

Narcisi
Dei narcisi

O: Perchè proprio i narcisi? Non mi pare c’entri la leggenda da cui prendono il nome (e quindi nemmeno il narcisismo)…

G: Non so, mi dà l’idea di qualcosa di spirituale. L’immagine che mi viene in mente è quella di una pozza d’acqua, di un abbandono, circondati dai narcisi. (Da wiki: “Il suo nome deriva dalla parola greca narkào (= stordisco) e fa riferimento all’odore penetrante ed inebriante dei fiori di alcune specie. […] Il bulbo del Narciso contiene un alcaloide velenoso – la narcisina – che provoca, se ingerito accidentalmente, disturbi neuronali e infiammazioni gastriche negli animali al pascolo o nell’uomo e, se non curato, in meno di 24 ore può provocare la morte.”)

“Is it safe to play god in the garden & king of the zoo?”

O: “I… Am so high
I just may never come down.”

Il disco si chiude con un gioco di parole. “Sono tanto in alto che potrei non scendere mai più”, ma “high” può intendere anche “troppo drogato”. Tanto da non poter tornare indietro?

G: Può darsi, ma è un verso che può significare di tutto. Come ho detto, ieri i tre hanno dichiarato che lavoreranno ad un secondo album, che sono decisamente entusiasti, tanto che Josh ha detto: “finché siamo in cima, perché scendere?”. Auto-citazione?

O: Però c’è anche un lamento in questa canzone. Forse il rotolarsi nei narcisi è un qualcosa che si trova nel “viaggio stupefacente” e va abbandonato troppo presto per tornare alla gretta realtà?

G: “What have you gone
and done my love?
Incinerated in the morning sun.”

E’ anche un abbandono d’amore, da un altro punto di vista. Da un lato l’abbandono subìto, dall’altro l’abbandono ricercato. L’abbandono positivo versus l’abbandono negativo. Il primo come soluzione del secondo.

O: Ok, quindi gli avvoltoi concludono il disco parlando di abbandono. Basta che loro non abbandonino noi.

AvvoltoioG: La sensazione che rimane è quella di “ne voglio ancora”. La banda alla fine, con il mantra recitato. Un grosso baraccone da circo che smonta le tende, e si sposta per il viaggio in altri luoghi. Ti lascia la stessa malinconia della fine di un Luna Park. “Abbiamo giocato per voi e con voi, ora andiamo da qualche altra parte”. Tra l’altro, la loro strategia per i tour è stata votata al “dovete cercarci voi”. Hanno fatto spesso concerti a sorpresa, annunciati solo qualche ora prima. Purtroppo viviamo in un paese sfortunato, in giro per l’europa hanno fatti sfracelli.

O: Spero che ora che è uscito il disco adottino un sistema di touring più normale, perché sono convinto che i bootleg che si trovano su youtube non gli rendano affatto giustizia.
Vado a cercare i biglietti per il Luna Park dei Vultures.

G: Prendine due.

Listening 02: Josh Homme

Volume a palla. Si comincia.

3Joshua Homme nasce nel 1973 a Joshua Tree, in California. La sua infanzia la trascorre a Palm Desert, cittadina situata nella Coachella Valley. Cominciamo a focalizzarci su questa parola: “Desert” – il deserto. A nove anni comincia a suonare la chitarra e, sebbene la sua altezza lo pone subito all’attenzione dei coach sportivi del liceo, la sua passione rimane la musica.

Nel 1987 fonda una band, la sua prima band, che si chiama Sons of Kyuss (dal nome di un dio del famosissimo gioco di ruolo Dungeons’n’Dragons), che successivamente si chiamerà soltanto Kyuss. Sono gli antesignani dello stoner rock nei primi anni novanta.

Ma che cos’è lo stoner rock? “Stoned” è una parola slang americana che significa “fumati, sballati“, ed è la sensazione che si può provare ascoltando questo “genere”. E’ un rock duro, pesante, concentrato sulle tonalità basse, ed è ripetitivo, dannatamente ripetitivo. Ma attenzione, in questo caso la parola “ripetitivo” non deve trarre in inganno o  essere vista con un’accezione negativa. La forza dello stoner rock è proprio in questa sua caratteristica principale, che affonda le sue radici nella musica psichedelica degli anni ’70, psichedelia che ritroviamo già in questi inizi del Josh musicista.

Colpisce sicuramente l’uso degli effetti che fa Josh con la sua chitarra, avvalendosi di un vecchio preamp per basso e suonando due toni sotto (per gli esperti: chitarra accordata in C), dando ulteriore cupezza al suono espresso nella musica dei Kyuss. Personalmente trovo il generale mood musicale dei Kyuss molto coinvolgente, sebbene sia ancora una musica “acerba”, considerato soprattutto cosa Homme farà poi nella maturità musicale. Ma andiamo per gradi: ecco un video dei Kyuss, per farvi un’idea di cosa sia lo stoner rock duro e puro (si sente anche qualche influenza del grunge, che a quei tempi spopolava).

Nel 1995 i Kyuss si sciolgono, e Josh fa un incontro importante, diventando il chitarrista degli Screaming Trees di Mark Lanegan (un gotha del grunge). I due diventano molto amici, e la collaborazione di Josh come lead guitarist dura fino al  1997, anno in cui nascono i Gamma Ray (niente a che vedere con il gruppo power metal fondato da Kay Hansen, ndR), che successivamente diventeranno i mastodontici Queens of the stone age.

2Josh si ritrova così per la prima volta nella sua vita a fare anche il cantante. Il suo modo di cantare mi ha sempre affascinato tantissimo, ha qualcosa che ricorda inevitabilmente Elvis. Con il Re condivide la timbrica vocale e quei falsetti che fanno tanto rock’n’roll anni ’50, decontestualizzati, e reinseriti in una musica che con quel rock’n’roll condivide soltanto la prima parte del nome. La musica dei Queens of the Stone Age è sicuramente più “matura”, e Josh fa un altro incontro importante, quello con Nick Oliveri, che lo porterà a produrre il più bell’album rock alternativo degli anni 2000: “Rated R“. Di questo periodo è indimenticabile la prossima canzone, si intitola “Feel Good Hit of Summer”. Quando gli chiesero del testo, Josh rispose che era la sua lista della spesa per quando va in vacanza. Non stento a crederci.

Basso distorto, batteria che batte sulle sinapsi, chitarre nervose nel ritornello, e sempre lo stesso accordo che si ripete per più o meno tutta la canzone. Questo è Rock ragazzi.

Canzoni per Sordi.
Nel 2002, per quella strana coincidenza astrale che colpisce tutti i grandi gruppi, anche i QOTSA si ritrovano a sfornare il loro album capolavoro. Alla batteria c’è Dave Grohl (parleremo di lui in una delle prossime puntate di Listening), ex Nirvana; al basso Nick Oliveri; Troy Van Leuween è il pazzo secondo chitarrista; Mark Lanegan che è la voce “ospite”, e Josh canta e suona la lead guitar. Una formazione perfetta. 1A mio avviso non sono più stati raggiunti questi livelli successivamente. Songs for the Deaf è un album che dovrebbe far parte delle collezioni musicali di tutti gli appassionati. Registrato in maniera che ogni brano sembri arrivare dallo switching del sintonizzatore di una radio vecchio stile, ci fa immergere in un viaggio attraverso il deserto californiano, dove ogni canzone è introdotta da un’interferenza radio, un programma in spagnolo, o una radio religiosa. In quest’album possiamo trovare tutte le sfaccettature musicali che caratterizzano i Queens of the Stone Age. Ci sono i pezzi rock che ti entrano in testa e non escono più (No one Knows, Go with the flow), Nick Oliveri e le sue urla disperate (Millionaire), la “canzone perfetta” che è Song for the Dead, lo stoner più puro di Song for the Deaf e il gran finale con la bellissima ballad “Mosquito Song”. Il tutto condito con Grohl che picchia come una bestia quella batteria. Difficile scegliere il pezzo più rappresentativo, non posso che consigliarvi di ascoltarvelo tutto, quest’album. Questa la conoscete tutti, ne sono sicuro, ma è sempre un piacere riascoltarla.

I QOTSA continuano il loro percorso musicale. Oliveri esce dal gruppo per una lite con Homme (a quanto pare c’entrava l’allora ragazza di quest’ultimo, ma sono tutte voci mai confermate) e fonda i Mondo Generator. La formazione si arricchisce di nuovi membri ed esce Lullabies to Paralize, titolo che prende spunto da uno dei versi di Mosquito Song, ed è una sorta di concept album che ha come tema le vecchie storie che si raccontavano ai bambini. Ospiti importanti anche in questo lavoro (Lanegan ancora, ma anche il cantante degli ZZ Top, quelli di LaGrange, che tutti voi chitarristi avrete suonato almeno una volta nella vita), che dimostra una maggiore maturità musicale. Lo stoner dei primi tempi comincia a sparire a favore di pezzi elaboratissimi dal punto di vista tecnico. Non è propriamente un passo indietro, ma si capisce che Songs for the Deaf rimarrà il loro capolavoro assoluto.
Nel 2007 esce Era Vulgaris, attualmente ultimo lavoro della band. C’è un ritorno ad uno stoner più grezzo, con pezzi (come il singolo d’apertura Sick, sick, sick) che ricordano non poco i brani da “one-chord” dei primi tempi. L’album è molto valido, ma a mio parere il continuo cambiamento di formazione del gruppo ha portato a perdere per strada un po’ di qualità, a favore magari della leadership di Josh. Sembrano più album suoi personali, che veri e propri “lavori di gruppo”. Da ricordare quanto loro siano veramente devastanti in live, e a dimostrazione di ciò, tratta proprio dall’album Era Vulgaris, ecco una mostruosa Misfit love. Oh, non c’è un minimo errore.

Side Project
Come ogni grande musicista che si rispetti, il buon Homme ha molteplici progetti “esterni” che segue. Cominciamo con le Desert Session. Josh raduna di tanto in tanto, al Rancho della Luna, in pieno deserto californiano, tutta una schiera di musicisti. La caratteristica delle Desert Session è proprio il loro essere improvvisazioni musicali, seguendo il flow che scorre in ogni musicista presente. Le registrazioni sono spesso fatte in presa diretta. Immaginatevi cosa vuol dire stare là, scrivere e improvvisare musica, e intorno a voi il sole che tramonta in una cornice di cactus e terra brulla. Ecco un brano delle Desert Session, si intitola Subcutaneous Phat. Si ritorna allo stoner nudo e crudo. Chiudete gli occhi e immaginate di essere al Rancho della Luna.

Nel 1998 Josh fonda, con il suo amico Jesse “The Devil” Huges, gli “Eagles of death metal“, gruppo in cui suona la batteria (Josh è anche un polistrumentista…nel primo album dei QOTSA ha registrato tutti i bassi e parte delle batterie), dal piglio più rock’n’roll. Anzi, sexy rock’n’roll. Siamo un po’ fuori dal suo genere preferito, ma i risultati sono altrettanto interessanti. Io l’ho sempre visto un po’ come il gruppo “scacciapensieri” di Josh. Da notare nel seguente video la presenza di Grohl e di Jack Black come guest star.

Chiudiamo il capitolo delle sue collaborazioni esterne con un Homme produttore. Quest’anno ha deciso di produrre il gruppo indie Arctic Monkeys. Ecco, ascoltate il loro nuovo singolo. Si sente puzza di deserto lontano un miglio, tanto che molti li hanno giustamente ribattezzati Desert Monkeys. Lo zampino di Josh produttore è riuscito a farmi piacere una indie band (che tendenzialmente disprezzo), quindi direi complimenti. Un altro album consigliatissimo.

Attenti arrivano gli Avvoltoi.
Quest’anno Josh partecipa ad un altro progetto che mi sta facendo già fremere le orecchie. Quest’estate appaiono sulla scena musicale i Them Crooked Vultures. Una superband composta da Josh, Dave Grohl (che torna a picchiare le pelli per il nostro amico del deserto) e al basso un mostro sacro della musica rock, John Paul Jones, il bassista dei Led Zeppelin. Dopo due mesi di promozione virale (per dirvene una, i loro concerti erano più o meno a sorpresa, si scoprivano qualche giorno prima) e la totale mancanza di brani registrati in studio, è di questi giorni la notizia dell’uscita dell’album omonimo (lo recensirò senz’altro, lancette puntate al 13 Novembre). Chiudiamo quindi con il singolo ufficiale, New Fang. Dentro c’è il rock di Josh, con i suoi classici giri, il ritmo di Grohl (che sembra divertirsi sempre tanto dietro la batteria) ed i classici riff alla Led Zeppelin.

Alla prossima. E ricordate, volume sempre a palla, su Listening.