Intercettazioni: Il Governo ci riprova, Wikipedia protesta

Cara lettrice, caro lettore, in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando“.

Esordisce così il comunicato con il quale la versione italiana della più grande e cliccata enciclopedia del web si mette il bavaglio e chiude temporaneamente.

Si tratta di un atto di protesta nei confronti del ddl intercettazioni in discussione al Parlamento che, con il già contestato comma 29, obbligherebbe tutti i siti web a pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, la rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine. Tale giudizio di merito, non è affidato alla magistratura o a un soggetto terzo, ma allo stesso richiedente.

“L’obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29, senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza”, continua il comunicato. “Tale limitazione snatura i principi alla base dell’Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l’abbiamo conosciuta fino a oggi”.

La protesta dell’Enciclopedia on line non ha alcun precedente noto e rappresenta, per il nostro paese, l’ennesima figura pietosa davanti gli occhi del mondo.

La Wikimedia Foundation, che gestisce e coordina le versioni nazionali di Wikipedia ha già annunciato che darà tutto il suo supporto alla versione italiana dell’enciclopedia. L’auspicio di Jimbo Wales, fondatore del progetto Wiki, è che la legge “idiota”(così l’ha definita Wales) venga modificata per far riprendere l’attività a Wikipedia Italia.

Le reazioni a questo inconsueto “sciopero” sono state le più varie.

Se dai banchi di sinistra son fioccate le critiche, le accuse di liberticidio e di voler mettere un bavaglio alla Rete, alcuni giornali di destra stamani (5 ottobre) esultavano per la chiusura dell’enciclopedia e ridimensionavano la portata delle proteste e del valore effettivo della scelta di Wikipedia.

Ma l’effettiva portata del famigerato comma 29 è molto più vasta di quanto si possa pensare.

Il rischio è che la blogosfera e le tante voci che sul web trovano modo di esprimere le loro opinioni possano spegnersi.

Dato che chiunque potrà chiedere la rettifica di qualunque contenuto, indipendentemente dalla sua veridicità, blogger, giornalisti e addirittura i semplici utenti della rete, italiani, sarebbero, non costretti, ma incoraggiati ad occuparsi di argomenti poco scabrosi per non avere problemi e per non incorrere in provvedimenti penali.

Secondo Stefano Rodotà, ex presidente dell’autorità per la privacy, “Dietro questo Ddl ci sono due elementi principali: aggressività e ignoranza. Chi ha scritto l’articolo dedicato ai siti informatici non ha chiaramente idea di cosa stia parlando. Prevedere quelle modalità di rettifica, quei tempi e quelle sanzioni significa ignorare del tutto come funzioni la rete”.

Ma il vero paradosso di questa legge è che vuole circoscrivere e limitare un qualcosa che limiti non ha.

La rete, per definizione è un entità che ignora i confini dei singoli stati, che si estende praticamente in tutto il mondo e che, salvo alcuni casi ben noti, garantisce la libera circolazione di contenuti, immagini e notizie.

Una legge che ostacola o limita l’accesso alle informazioni e la loro libera diffusione e che fa della rettifica indiscriminata e della minaccia penale i suoi strumenti, non è degna di un paese civile e democratico.

Il ddl intercettazioni, in esame alla Camera, ci allontana dalle grandi democrazie occidentali e ci avvicina a nazioni come la Cina o la Corea del Nord, paesi ove la parola democrazia esiste solo nel nome.

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Napule è 'na carta sporca, ma nisciuno se ne importa

Il 30 giugno, come è noto, c’è stato il tanto atteso via libera al decreto sui rifiuti per la città di Napoli. Dopo il lungo, acceso e – consentitemelo – ridicolo battibecco tra la Lega e il PdL, il Consiglio dei ministri ha dato il nulla osta al provvedimento, nonostante il voto sfavorevole del partito del Carroccio. A posteriori, molte sono state le critiche mosse sia dal neo sindaco De Magistris, che ha tacciato il decreto di essere deluente, sia del Presidente della Repubblica Napolitano, che lo ha definito “non risolutivo”. In realtà il decreto, a mio parere, è in parte utile, ma non sufficiente. In cosa consiste tale criticato decreto?

Il decreto consta di tre soli articoli, e consiste nel fatto che permetterà alla Campania di trattare direttamente con le singole regioni per risolvere il problema dei rifiuti. Si eviterà quindi di passare per la lunga e a volte troppo complessa conferenza unificata delle regioni. Prevede, inoltre, l’ampliamento dei poteri dei commissari nominati dal Presidente della regione Campania per i siti di conferimento locali e, nell’ultimo articolo, parla di “destinazioni prioritarie” dei rifiuti, individuate nelle regioni limitrofe alla regione Campania.

In virtù di tale provvedimento la regione Campania ha già fatto partire verso sette regioni italiane (Sicilia, Puglia, Marche, Emilia Romagna, Toscana, Lombardia e Friuli Venezia Giulia) la richiesta di nulla osta per il trasferimento dei rifiuti. Questo, per ora, dimostra soltanto come il provvedimento non sia inutile, ma non dimostra ancora la sua risolutività. Per la serie “staremo a vedere”, la bontà del decreto appena approvato andrà del tutto verificata e avremo tempo per giudicarne pregi e difetti.

In tutto ciò la Lega non si è voluta schierare dalla parte di coloro che hanno proposto tale provvedimento. Qualora ci fossero state motivazioni e critiche costruttive non avrei voluto commentare l’atteggiamento del partito di Bossi. Il problema reale è che il voto contrario non è stato determinato da ragioni di merito; non è stata cioè criticata l’inutilità dello stesso o il fatto che questo non sia risolutivo. Il provvedimento non è stato votato perché la Lega ha reputato inutile intervenire in una città incapace di risolvere il problema della “monnezza”. In parole povere il problema dei rifiuti di Napoli sarebbe colpa dei napoletani.

Fondamentalmente con il voto contrario la Lega, ben sapendo di non ostacolare il varo del provvedimento, ha voluto semplicemente ribadire la sua posizione. Non si può non sottolineare la gravità delle dichiarazioni rese per l’occasione dal Senatùr, a parere di chi scrive sin troppo sottovalutate quanto anacronistiche e fuorvianti. «I napoletani non hanno imparato la lezione. Noi il problema dei rifiuti lo abbiamo già risolto una volta e ora i rifiuti sono ancora per strada, vuol dire che i napoletani non imparano la lezione».

Queste parole hanno offeso la mia persona e in particolare la mia morale di onesto cittadino. Non sono napoletano, ma non serve essere napoletani per sentirsi feriti dall’ennesima dimostrazione di come i governi, di destra o di sinistra che siano, e più in generale il potere, tendano a scaricare sui più deboli il proprio degrado morale (e la propria insensibilità), figlio di condotte che da anni hanno contribuito a infangare la nostra Italia e in particolare Napoli. Qualunque persona, qualunque cittadino onesto è in grado di capire che la colpa non può essere dei napoletani; i napoletani sono le vittime di tutta questa ennesima vergogna italiana. Consentire dichiarazioni di questo genere significa compiere un altro passo verso la rovina e la decadenza dello Stato e di chi lo rappresenta. Se è vero che oggi più che mai “Napul’è na carta sporca”, dato che è ancora sommersa dai rifiuti, è ancora più vero che “nisciuno se ne importa”, perché nessuno ha interesse a prendersela a cuore, e la cosa più triste è che c’è ancora chi racconta che la colpa è dei napoletani, quando tutti sappiamo che i napoletani sono le sole vittime di questa “monnezza morale”.

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La legge bavaglio e la rivolta dei post-it

BavaglioLegge bavaglio: così è noto ormai ai più il decreto sulle intercettazioni proposto dal Pdl.  Secondo questo decreto  “l’autorizzazione [alle intercettazioni] è data con decreto, motivato contestualmente e non successivamente modificabile o sostituibile, quando vi sono evidenti indizi di colpevolezza“. Questa situazione renderebbe le intercettazioni ormai inutili poiché,  se si hanno elementi per riscontrare “gravi indizi”, vuol dire che se ne hanno abbastanza per richiedere il rinvio a giudizio.

Il decreto prevede inoltre multe e carcere per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni o  gli atti delle inchieste: per loro è prevista una multa da 5 mila euro per i verbali, 10 mila per le intercettazioni e fino a un mese di reclusione . Queste pene sono state, anzi,  “drasticamente” ridotte, poiché la proposta iniziale prevedeva carcere fino a 2 mesi e multe superiori del 100%.

Migliaia i cittadini che hanno firmato vari appelli o fanno parte di gruppi di protesta: tra il sito nobavaglio.it e il gruppo facebook “libertà e partecipazione”  sono state raccolte, in totale, più di 160.000 adesioni.

Le testate giornalistiche che si schierano contro la legge, stavolta, non hanno colore politico: le proteste arrivano dal Tg5, da Studio Aperto, addirittura dal Giornale di Vittorio Feltri che critica severamente il provvedimento: “Si tratta di un attentato alla libertà di stampa e non potrà passare al vaglio della corte costituzionale. Supplichiamo Berlusconi: non ci somministri l’estrema unzione. Non ci trasformi da cani da guardia in barboncini scodinzolanti”. E se lo dice pure lui… Stavolta c’è davvero di che preoccuparsi!

Le proteste si susseguono, con iniziative originali sia sul web che su strada. Oltre ai già citati gruppi, sit-in a Montecitorio e la rivolta dei post-it sul web: giovani che mandano le loro foto a Repubblica.it con un post it sulla bocca e una frase su un cartello: “meno informazione=più corruzione”, “con la censura casta più sicura”, “no alla legge bavaglio”.

Per una volta possiamo dare onore e merito a Berlusconi: è riuscito a mettere d’accordo tutti.

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Acqua pubblica, senza se e senza SpA

[stextbox id=”custom” big=”true”]Pier Mario Demurtas, studente della facoltà di Medicina all’università Cattolica di Roma, appartiene all’associazione “Sognatori in Cantiere” che aderisce al comitato sostenitore del referendum per l’acqua pubblica. Su questo tema ha preparato il suo primo articolo per Camminando Scalzi.it . Buona lettura! [/stextbox]

Ignorati dalla stampa, snobbati dai parlamentari in tutt’altre faccende affaccendati, disprezzati dai poteri forti, ma comunque determinati a farsi sentire, quasi 500.000 cittadini in circa 20 giorni si sono già recati ai banchetti per firmare a favore dei tre quesiti referendari per la ripubblicizzazione dell’acqua. Il messaggio che portano è, se vogliamo, molto banale: l’umanità possiede dei beni comuni che in nessun modo possono essere fatti merce e sottoposti alle regole, o meglio all’assenza di regole, del mercato. E per esprimere questo concetto si parte dall’acqua, di cui spiegare quanto è essenziale con frasi a effetto quali “siamo fatti al 70% di acqua”, risulta ormai addirittura superfluo. Sono circa ormai 15 anni, infatti, che la gestione dell’acqua subisce attacchi continui.
È nel 1994 che la legge Galli stabilisce la possibilità (poi diventata obbligo nel 2001) di far gestire il servizio idrico a SpA, consentendo di fatto al privato di entrare nella gestione dell’acqua. La SpA sostituisce così progressivamente le “vecchie” aziende municipalizzate e i consorzi che prima gestivano i servizi. Una SpA, indipendentemente da come siano ripartite le azioni tra azionista pubblico e azionisti privati – fosse anche gestita al 100% da un azionista pubblico – è un tipo di azienda che ha come obiettivo il profitto e non certo la parità di bilancio. Esiste per l’azionista addirittura un profitto minimo garantito del 7% del capitale investito. Questo profitto deriva naturalmente dal pagamento delle bollette, e quindi dai cittadini. Come se non bastasse ogni SpA (anche in questo caso, fosse anche a totale capitale pubblico) è sottoposta alla normale tassazione dei profitti (tassazione da cui invece erano esenti le municipalizzate), e anche le tasse, alla fine della giostra, gravano naturalmente sui cittadini.
A complicare ulteriormente le cose è arrivato nel 2008 il decreto Ronchi, convertito in legge un anno dopo. La norma in questione non solo conferma il fatto che l’acqua debba essere gestita obbligatoriamente da Spa, ma stabilisce che entro la fine del 2011 l’azionista pubblico dovrà cedere le sue quote, e il privato dovrà diventare ovunque il socio di maggioranza. Come si sa, a forza di ripetere fino alla nausea uno slogan, le persone finiscono per abituarsi, e quello che prima era solo un motto diventa una verità inconfutabile. Così è andata negli ultimi tempi, in Italia e non solo, per quanto riguarda la gestione dei servizi, a proposito della quale per anni ci è stato ripetuto che “il pubblico è sinonimo di mal gestione, mentre il privato è bello e risolve tutti i problemi di sprechi e costi elevati”. Almeno per quanto riguarda l’acqua si può dire, senza timore di essere smentiti dai dati, che mai messaggio è stato più fuorviante di questo. Cercherò di spiegarmi brevemente. Se un’azienda deve ricavare profitto da un bene precedentemente no profit lo può fare in quattro modi: o aumentando le tariffe, o diminuendo gli investimenti, o tagliando il numero dei lavoratori o infine favorendo l’incremento dei consumi del bene. I dati ci dimostrano che, se pure in modo variabile da luogo a luogo, questi quattro fenomeni si sono tutti verificati. Emblematici sono i casi di Latina e Aprilia, di Arezzo, di Agrigento, in cui il passaggio al privato ha determinato aumenti fino al 300% in un anno. E agli aumenti forsennati non corrisponde mai un miglioramento del servizio e della qualità delle reti idriche. Si stima che l’acqua dispersa dalle nostre reti colabrodo sia superiore al 30% su tutto il territorio nazionale. Non c’è da stupirsi del fatto che il gestore privato non tenti di risolvere questo problema: la sua retribuzione deriva dalla quantità d’acqua estratta dal sottosuolo, e non da quella che effettivamente giunge ai rubinetti dei consumatori. Se ci si pensa, non vale in questo caso neanche la tanto evocata “legge della concorrenza”: il gestore è sempre e comunque uno solo.
Per questo, e per numerose altre ragioni che per motivi di spazio non si possono elencare, il Forum dei Movimenti per l’Acqua e una marea (è il caso di dirlo! 😀 ndObi) di associazioni promuovono oggi tre quesiti referendari, per i quali bisogna raccogliere almeno 500.000 firme entro il 4 Luglio. Il primo quesito chiede che venga abrogata la norma del decreto Ronchi relativa all’acqua; il secondo vuole abolire il concetto di SpA nella gestione del servizio; il terzo elimina il profitto minimo garantito del 7% per i soci investitori. Sono ormai passati quasi dieci anni da quando il Forum ha iniziato a lavorare sul tema; e ciò che rende straordinaria questa iniziativa non è solo la forza degli argomenti che esprimono, ma anche la modalità con cui questi vengono portati avanti. Non esiste all’interno alcuna struttura gerarchica, né tantomeno leader carismatici. Ogni giorno ci si confronta, ogni giorno ognuno mette le sue competenze a disposizione degli altri. Non esistono partiti politici al suo interno e questa è forse la prima grande battaglia del dopoguerra combattuta al di fuori degli schieramenti. A testimonianza del fatto che questa è una battaglia trasversale, ma soprattutto è un vero esempio di democrazia partecipata e di movimento dal basso; perché, come non ci si stancherà mai di ribadire, si scrive acqua, ma si legge democrazia!
Per avere maggiori informazioni sulla campagna referendaria, visitare il sito www.acquabenecomune.org, dove si possono trovare anche tutte le date e i luoghi dei banchetti per la raccolta firme.
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La riforma delle priorità

“Siccome non viviamo in un paese e in tempi normali, – scrive Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano del 13 aprile – è probabile che i giudici prendano per buona la cazzata e rinviino il processo Mediaset al 21 luglio, quando dovranno rinviarlo a metà settembre [perché i tribunali chiudono per le ferie estive], quando riceveranno un’altra lettera piena di cazzate che chiederà un ulteriore rinvio di sei mesi, e così via per un totale di un anno e mezzo. Cioè fino a Natale 2011, quando i giudici si sveglieranno e scopriranno che il premier è improcessabile per sempre”.

Nell’articolo, schietto e senza mezzi termini, Travaglio si riferisce al disegno di legge sul “legittimo impedimento”, approvato in Senato il 10 marzo scorso per permettere al premier Silvio Berlusconi di lavorare senza “l’intoppo” delle continue udienze a cui sarebbe tenuto a presentarsi. Rinvigorito dagli ultimi risultati elettorali regionali il Presidente del Consiglio sembra infatti deciso a sfruttare i suoi prossimi tre anni di mandato per portare a termine alcune prioritarie riforme, come spiega un articolo de Il Messaggero dello scorso 6 aprile. Resta in pole position il ddl intercettazioni, già approvato dalla Camera, dove l’intenzione del Governo sarebbe quella di vietare la pubblicazione dei “brogliacci” sui giornali e di autorizzare le intercettazioni solo in caso di “evidenti indizi di colpevolezza”.

In cima alla lista degli impegni anche la riforma della Giustizia, con l’obiettivo di imporre una “ragionevole durata” ai procedimenti penali con un testo intitolato “Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi in attuazione dell’articolo 111 della Costituzione e dell’articolo 6 della Convenzione Europea”. Fra le altre cose la norma avrà un impatto non indifferente sul potere assegnato ai pm nel loro rapporto preferenziale con la polizia giudiziaria, che porterebbe all’impossibilità, per i magistrati, di avviare autonomamente un’azione penale.

In attesa di un parere delle Camere è pure il ddl Gelmini per l’Università, dove la riforma sembra sostanzialmente ridotta ad un taglio generale dei fondi e quindi ad una spartizione del peso di lavoro tra il personale rimasto. Lo scontro più duro sembra infatti incentrarsi sulle 1.500 ore di servizio annuo richieste ai docenti, che rappresenterebbero una 40ina di ore settimanali che secondo il relatore Giuseppe Valditarra presenterebbe dei profili di incostituzionalità.

A seguire il dibattito sul biotestamento e la proposta di legge sul “fine vita” che è stata approvata dal Senato a seguito della morte di Eluana Englaro, dove la discussione verte sulla possibilità di dichiarare anticipatamente quale tipo di trattamento medico si richiede in caso di incapacità mentale. L’articolo de Il Messaggero inserisce tra le priorità del Governo anche la riforma del codice della strada e i diritti di cittadinanza degli stranieri. Il primo disegno di legge vorrebbe inasprire le pene sul narcotest e sul tasso alcolico zero per i neo patentati e gli autisti di mezzi pubblici, oltre ad introdurre l’educazione stradale nelle scuole, la scatola nera per le auto e il divieto di vendere alcolici dopo le 2 di notte. Si conclude con un disegno di legge bipartisan sulle modalità di assegnazione della cittadinanza agli immigrati regolari, di cui se non altro è apprezzabile il fatto che si siano resi conto della necessità di facilitare l’acquisizione di tale diritto. La norma prevederebbe la cittadinanza dopo 10 anni di residenza in Italia, previo un esame di lingua e storia italiana, con maggiori facilitazioni per i minori stranieri che hanno completato un ciclo di studi.

Oggi si torna anche a parlare di Presidenzialismo e riforma costituzionale, e viene da chiedersi dove siano finite le riforme del mondo del lavoro, del fisco e dei servizi pubblici: i temi che davvero rappresentano una priorità per tutti i cittadini italiani…

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Craxi: Gesù o Barabba?

“La menzogna diventa verità

e passa alla storia.”

George Orwell

Quando i giudizi morali, e non, relativi ad un uomo  si articolano lungo un continuum i  cui estremi sono “ladrone” e “santone”, aldilà del bene e del male stiamo parlando sicuramente di una personalità di un certo rilievo. Dare la soluzione a questa atavica dicotomia non è il proposito di questo articolo, in primis perché non ne ho il potere, in secundis perché non è lo scopo dell’articolo stesso. Di certo è impossibile sfuggire da opinioni ed inclinazioni personali, ma il mio obiettivo è cercare di porre pro e contro di questo controverso uomo politico, per dare una panoramica, se non completa, quantomeno verosimile dell’uomo Craxi.

Tutto il polverone è esploso al decennale della morte dell’ex socialista. Da un  lato chi ne proponeva la beatificazione, dall’altro chi ne ripudiava la memoria. Insomma, la solita storia.

A vantaggio dei sostenitori è doveroso menzionare che stiamo parlando comunque di un uomo che a soli 19 anni è entrato in politica, dopo poco è divenuto funzionario del partito socialista e a 26 anni era già assessore a Milano. Inoltre da responsabile della politica estera del PSI si è impegnato a finanziare economicamente i partiti messi al bando dai regimi dittatoriali in Spagna, Grecia e Cile.

Stiamo parlando di un politico che partendo dal ruolo di segretario transitorio del partito, diede vita ad uno dei governi più longevi della storia italiana e che pose le basi per numerose riforme. Infine di un uomo, e sia ben inteso che non voglio assolutamente intenzione di farlo passare per martire, a cui fu negato il ritorno in patria per sottoporsi ad una delicata operazione per diabete mellito che lo affliggeva da tempo e che morì solo durante il suo esilio (o latitanza ) in Tunisia… Però, però, però… Detta così pare si stia parlando di una vittima, di un bersaglio del sistema. Beh, la verità non è proprio questa. Craxi ha percorso un lungo cammino politico prima di giungere a questa fine. Un cammino fatto di alleanze politiche più disparate, pur di ottenere consensi elettorali, e che lo portarono a contraddire i principi storici del partito. Un esempio su tutti sono gli accordi con la Chiesa che stridono fortemente con la tradizione anticlericale del PSI. E’ stato il fautore di quella politica-spettacolo, spesso ricca di demagogia e povera di sostanza, che ancora oggi, attraverso il suo maggiore discepolo, sta dilaniando il nostro Paese. Craxi varò il famoso “Decreto Berlusconi” (che poi ha permesso l’ascesa allo sconfinato potere del nostro eroe), sul quale Vittorio Feltri (si badi bene) pronunciò le seguenti parole di “elogio”: ” […] la scappatoia che consente all’intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Bettino Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura, in un soprassalto di dignità, e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna.

"Il Fatto Quotidiano" 03/01/2010

Naturalmente, il pezzo forte deve ancora venire, queste sono solo ciliegine su di un’enorme torta dall’impasto mooooolto variegato, fatto di corruzione nel processo Eni-Snai e nel caso Enimont, mazzette per la costruzione della metropolitana milanese, tangenti Enel, il famoso caso del “Conto Protezione” in cui era coinvolta anche la P2,  finanziamento illecito del partito ed altri reati estinti a causa del decesso dell’imputato. Il tutto per un totale di venti avvisi di garanzia circa e, ad occhio e croce, un ergastolo.

I sostenitori portano avanti la tesi che questo arricchimento  sia stato posto in essere per ragion di partito e non per scopi personali. Ora, a parte il fatto che è stato dimostrato dalla magistratura il contrario, in quanto quei soldi sono stati investiti in parte per beni immobili, il reato è reato, non è in maniera assoluta giustificato dal qualsiasi tipo di fine. Il voler far passare un reo per un principe machiavellico è un’opera di riabilitazione che non mi sento di accettare. Inoltre se le mozioni difensive fossero state davvero tanto valide, credo che la fuga, seguita dalla latitanza, in Tunisia non sarebbe stata necessaria.

In questo stato di controversia, il fumo del tempo trascorso pare annebbiare le memorie, e così ci ritroviamo a leggere che il Presidente Giorgio Napolitano riabilita la figura politica di Craxi, e si respira nell’aria dell’opinione comune una sorta di profumo di perdono, di voglia di restituire alla storia un personaggio dipinto solo di colori vivi, trascurando l’uso di toni scuri e cupi. Fortunatamente o fortunosamente poi ci sono persone, come l’on. Di Pietro, che ci riportano con i piedi per terra e ci ricordano che comunque in quegli anni è forse stata dipinta la pagina più nera della Repubblica italiana.

Anche se è sacrosanto il detto “chi è causa del suo mal pianga se stesso” sul piano umano sono dispiaciuto per la fine miserabile di Craxi, e per il fatto che in fin dei conti personaggi che sono saliti sulla stessa giostra (uno su tutti, Giulio Andreotti) ne sono scesi senza pagare alcun biglietto.

Pur non illudendomi di dirimere questa annosa questione, ho cercato di porre semplicemente i fatti,  l’unica cosa vera ed incontestabile nella nostra caliginosa realtà. I fatti sono incontestabili, e consegnano agli annali un uomo, un politico, uno statista, che come altri e forse più di altri ha sfruttato il potere per se stesso e per la stretta accolita al suo seguito. Che come altri o forse più di altri ha calpestato la dignità di chi gli ha permesso di governare, abbagliato dalle promesse di giustizia e libertà.

A chiusura di questo articolo mi ronza per la mente una famosa frase del già citato Andreotti, caro amico del nostro Craxi, che sosteneva: “il potere logora chi non ce l’ha”, ma se alla fine della fiera è questo il prezzo da pagare, non so fino a che punto ciò sia veritiero e condivisibile.

Equo dissenso sull'equo compenso

Comincio l’articolo con una premessa: non parlerò di diritti d’autore, del ruolo della SIAE come intermediario nel percepire i proventi di questi diritti o della effettiva redistribuzione che ne viene fatta; parlerò invece dell’ennesimo tentativo dello Stato di rallentare lo sviluppo tecnologico di questo paese, imponendo una tassa che costringe un italiano a pagare cifre sensibilmente più alte di un qualsiasi cittadino europeo per beni ormai entrati a far parte dell’uso comune.

L’equo compenso è una somma di denaro versata a priori alle società preposte alla protezione ed all’esercizio dei diritti d’autore (nel nostro paese la SIAE) e serve a compensare le presunte perdite che l’industria discografica e cinematografica affermano di subire a causa della condivisione illegale di brani musicali e film. Questa tassa, diffusa in tutta Europa, viene versata dai consumatori solo in seguito all’acquisto di Cd, Dvd e masterizzatori, oltre a supporti ormai obsoleti come VHS ed audiocassette.

Lo scorso 30 dicembre però qualcosa è cambiato: il ministro dei Beni e delle Attività Culturali Sandro Bondi, sfruttando il ben noto trucchetto di utilizzare il periodo festivo di fine anno per far uscire in sordina leggi scomode – vedi gli articoli sul digitale terrestre (decreto salva Rete4) e sul wireless (proroghe al decreto Pisanu) per altri esempi – ha firmato un decreto legge che estende il range di applicabilità dell’equo compenso ad un numero di dispositivi e supporti molto più ampio di quello precedente. In sostanza, qualunque dispositivo dotato di “supporto registrabile” come ad esempio pendrive, schede di memoria, hard disk, cellulari, console, decoder viene interessato dall’applicazione della tassa, con un contributo fisso o in proporzione alla quantità di dati stoccabile, secondo delle tabelle presenti nello stesso decreto.

Facciamo qualche esempio, tenendo conto di alcuni tra i prodotti tecnologici più diffusi :

  • Un hard disk esterno da oltre 400 Gbyte (la quasi totalità di quelli attualmente in vendita) verrà tassato per 0,01 € al Gbyte. Considerando che l’attuale street price di un’unità da 1 Terabyte è intorno agli 80 €, si avrà un aumento di 10 €, pari ad oltre il 10%.
  • Un lettore Mp3 con una capacità tra i 2 e gli 8 Gbyte (i più venduti attualmente) vedrà aumentare il suo prezzo dai 5,15 € ai 6,44 €, quelli di capacità superiori arriveranno ad aumenti fino a 12,88 € .
  • Per quanto riguarda i cellulari, la cifra da pagare sarebbe di soli 0,90 € ad apparecchio; ma il decreto specifica che per gli apparecchi polifunzionali dotati di memoria (in pratica tutti i cellulari di ultima generazione) bisogna pagare invece in base alle dimensioni di quest’ultima, ad esempio un Iphone da 32 GB costerà 6,44 € in più.

Provate anche voi come Giacomo Dotta ad effettuare, basandovi sulle tabelle del decreto, un rapido calcolo di quanto vi sarebbero costati in più i vari prodotti tecnologici che avete in casa. Io, arrivato a cifre vicine ai 200 euro, ho dovuto smettere per sopraggiunto esaurimento nervoso.

La manovra farà confluire ingenti flussi di denaro nelle casse della Società Italiana Autori ed Editori: secondo le stime di Confindustria e Assinform infatti, vedrà i suoi introiti per l’equo compenso quadruplicare nel solo 2010, passando dagli attuali circa 70 milioni di euro a oltre 300, recuperati a danno dei consumatori in un periodo di feroce crisi economica. La cosa in assoluto più grave è che si tratta, per la prima volta nella storia, di una tassa sullo sviluppo tecnologico: al migliorare delle tecnologie aumenta la quantità di dati che è possibile registrare su di un supporto e quindi anche l’obolo dovuto alla SIAE. Inoltre il decreto prevede una revisione delle tabelle dopo 3 anni che porterà certamente, visti i precedenti, ad ulteriori aumenti.

La SIAE si difende comunicando che queste entrate saranno redistribuite agli autori, editori, artisti ed a tutti gli aventi diritto, affermando inoltre che non si tratta di una tassa ma di diritti d’autore e quindi dello stipendio di chi produce opere (film, canzoni, ecc). Come scritto nell’introduzione, non è mia intenzione trattare in questo articolo del diritto d’autore (che ritengo sacrosanto) né di quanta parte dei soldi raccolti vadano davvero a finire agli autori (si parla di cifre prossime al 76% del bilancio della società utilizzate per pagare il solo personale); proverò invece a fare alcune considerazioni, ovviamente passibili di smentite, sui possibili effetti che questa legge potrebbe portare a tutto il mercato tecnologico italiano.

Per i consumatori di beni tecnologici di tutto il mondo, gli effetti della crisi economica si faranno sentire con maggior forza nel corso del 2010. L’anno appena trascorso ha visto infatti una riduzione del volume di produzione di componentistica, dovuto alla minor richiesta, e una riduzione degli investimenti in nuove fabbriche. Quindi i previsti aumenti della domanda nel corso dell’anno faranno sì che ci sia un aumento generalizzato dei prezzi, in particolare nel mercato delle memorie, dove i produttori operano in sofferenza già da un paio di anni. A questi andrà sommato soltanto in Italia quanto dovuto a causa del decreto Bondi, portando i consumatori italiani a subire aumenti anche superiori alle 2 cifre percentuali. Quanto impatterà questa situazione sui consumi, nel paese dei 1000 euro al mese?

Gli effetti più gravi però si avranno probabilmente nel mercato professionale. Le nostre aziende, già martoriate dalla crisi e dal sistema fiscale, messe in difficoltà dalle resistenze delle banche a concedere prestiti ed in costante debito di competitività nei confronti delle aziende straniere, si troveranno a dover fronteggiare gli aumenti nel momento peggiore. Questo porterà ad un ulteriore decremento di quegli investimenti in nuova tecnologia che sono indispensabili per uscire dalla crisi e per competere con le aziende estere, relegando sempre di più il nostro paese in quel terzo mondo tecnologico nel quale stiamo scivolando.

Ovviamente non pretendo di trattare in maniera esaustiva un argomento così complesso e sfaccettato, spero però di essere riuscito a dare sufficienti spunti a chi intenda approfondire. Si parla da tempo di azzeramento del digital divide, dell’idea di un pc con collegamento ad internet in tutte le case ed in tutte le scuole, della digitalizzazione della pubblica amministrazione; ma a tutti questi buoni propositi si contrappone l’attuale movimento politico, che sembra fare di tutto per svilire ogni tentativo del nostro paese di risalire la china. Il decreto Bondi non farà altro che precipitare ancora di più il nostro paese verso l’abisso della mediocrità e dell’arretratezza, e a farne le spese non saremo soltanto noi, ma soprattutto le future generazioni. Abbiamo soltanto un’arma a disposizione: persone in grado di prendere decisioni simili, miopi e dannose, non sono degne di essere elette. Quando lo capiremo?

Il decretino Romani

Si chiama Paolo Romani, è vice-ministro allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni, e porta il nome del recente decreto riguardante la normativa di recepimento della direttiva europea sui media audiovisivi (2007/65/CE). Emanato dal Governo come regalo natalizio durante il mese di dicembre, il provvedimento attende ora il parere delle commissioni competenti della Camera, tra attacchi e polemiche.

Le male lingue che parlano dell’ennesimo provvedimento “ad personam” puntano il dito contro un decreto che appare cucito su misura per avvantaggiare l’azienda dell’attuale Presidente del Consiglio. A discapito di Sky, la principale concorrente di Mediaset, il decreto prevede infatti la limitazione degli affollamenti pubblicitari per tutti i canali a pagamento, sia satellitari che terrestri: una quota che dal 20% scenderebbe al 16% nel 2010, al 14% nel 2011, e al 12% dal 2012. Da parte sua il vice-ministro Romani difende il decreto spiegando che è “pienamente conforme con la disciplina comunitaria” e che la riduzione degli spazi pubblicitari servirebbe a tutelare il consumatore-utente della pay tv, il quale già paga per la fruizione di quel contenuto e non dovrebbe quindi subire l’onere delle frequenti interruzioni pubblicitarie. Un principio indiscutibile, se non fosse per il fatto che l’attuale capo di Governo è anche il principale proprietario dell’azienda che ricaverà i maggiori profitti da questa modifica. La grossa quota di introiti pubblicitari a cui il magnate Murdoch dovrà rinunciare, infatti, andrà con molta probabilità a riversarsi sulle “free tv”, e quindi principalmente su Mediaset.

A rimarcare ulteriormente il già discusso conflitto d’interessi del Premier si prodiga Alessandro Gilioli nel suo spazio sull’ “Espresso blog”, aggiungendo che: “siccome Mediaset si sta buttando sull’Iptv [Internet protocol television, per la diffusione di contenuti audiovisivi attraverso il Web] ispirandosi ad Hulu, occorre ridurre il numero di video circolanti in Rete e prodotti dal basso, che possono costituire potenzialmente una significativa concorrenza alla Iptv di Mediaset”. Da qui una serie di norme ampiamente criticate, che sembrano avanzare un subdolo tentativo di controllo della Rete. Come infatti spiega il quotidiano on-line dell’associazione Articolo 21, “il decreto include la fornitura delle immagini via internet tra le attività che necessitano di un’autorizzazione del Governo, e poi estende la rigida disciplina del diritto d’autore ai fornitori di servizi via internet”.

Si dimostra molto scettico anche il dirigente di Google Italia, Marco Pancini, il quale afferma che “alcune norme del decreto Romani mettono in crisi il funzionamento dei siti web che forniscono servizi tipo You Tube”, giacché si equiparano i canali tv tradizionali ad un sito internet che permette di caricare contenuti audiovisivi.
Rimane da chiedersi se un sito che ospita contenuti generati da terzi possa essere accomunato ad un qualunque canale tv, che sceglie cosa trasmettere… “Sarebbe come ritenere l’azienda che si occupa della manutenzione delle autostrade responsabile per quello che fanno coloro che guidano le automobili” spiega in un’intervista de La Repubblica il segretario generale dell’Associazione italiana Internet Provider, Dario Denni.

Tra sanzioni per chi vìola il diritto d’autore e l’obbligo di registrare le testate giornalistiche, sembra dunque che anche internet rischi di perdere la sua tanto celebrata rappresentazione di LIBERO SPAZIO per LIBERI CITTADINI…

Wireless libera tutti

Si avvicina la fine dell’anno e, per quanto riguarda la connettività in Italia, si pone il problema della scadenza o meno del cosiddetto decreto Pisanu. Nello specifico, si tratta della legge 31 luglio 2005 n. 155, che converte il decreto-legge 27 luglio 2005 n. 144, recante misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale. Com’è possibile che una legge studiata per combattere il terrorismo si sia rivelata uno dei maggiori vincoli allo sviluppo della rete wireless nel nostro paese? Scopriamolo insieme.

Una rete wireless sfrutta dei dispositivi chiamati access point, che distribuiscono il segnale nell’aria utilizzando onde radio e generando così un Hotspot, all’interno del quale è possibile per i dispositivi compatibili – tutti i portatili venduti negli ultimi 6 anni e molti dei cellulari più avanzati, ma esistono adattatori per quelli che non lo fossero – connettersi ad internet senza l’utilizzo di cavi. Questo permette la diffusione di internet anche in zone che non possono essere cablate, contribuendo alla diminuzione del digital divide, ma pone anche problemi di sicurezza, in quanto una rete non protetta lascia libero l’accesso anche ai malintenzionati, con l’ovvia difficoltà nell’individuazione data dalla mancanza di un punto di accesso fisico.

Il decreto Pisanu nasce nel 2005 pochi giorni dopo gli attentati terroristici del 7 Luglio a Londra, senza alcuna analisi d’impatto economico-sociale e senza discussione pubblica. Doveva essere provvisorio, ed è infatti già scaduto due volte (fine 2007 e fine 2008) ma è stato due volte prorogato. Si tratta di una serie di norme che non hanno alcun corrispettivo in nessun Paese democratico: nemmeno il Patriot Act USA, approvato dopo l’11 settembre 2001, prevede l’identificazione di chi si connette a Internet da una postazione pubblica. Tra i vari articoli che favoriscono il lavoro delle forze dell’ordine nell’individuare e trattare eventuali terroristi presenti nel nostro territorio, una parte è dedicata alle comunicazioni, introducendo una serie di misure che si avvicinano molto a quelle adottate in Cina per il controllo della navigazione dei propri cittadini. Riassumendo, chiunque offra al pubblico un servizio di connessione ad internet tramite terminali, prese ethernet o wireless deve adempiere ad una serie di obblighi:

  1. Richiedere una licenza in questura.
  2. Identificare il soggetto al quale si offre il servizio, trascrivendone i dati anagrafici su un registro e conservandone la fotocopia di un documento di identità.
  3. Tenere traccia, su di un supporto che non possa essere modificato nel tempo, delle attività svolte dal soggetto.

Il tutto vale non solo per gli esercizi pubblici – internet point, bar, ristoranti – ma anche per chiunque, da casa propria, dia accesso internet a terzi. Ma per quale motivo un privato dovrebbe essere interessato a condividere la propria connessione con degli estranei?

Il modo più frequente nel quale ciò accade è per scarse conoscenze informatiche, in quanto non tutti sentono la necessità né sono in grado di proteggere la propria rete senza fili dagli accessi non autorizzati. Ma nell’ottica della condivisione che ha sempre contraddistinto internet fin dalla sua nascita è nato il movimento Fon. Chiunque acquisti una Fonera entra a far parte della comunità dei Foneros: condividendo una porzione della propria banda internet attraverso l’ Hotspot generato dall’apparecchio, si ha il diritto di connettersi gratuitamente a tutte le Fonera presenti nel mondo, al momento più di 700.000. Questo consente di diminuire il digital divide, permettendo a chiunque di connettersi ad internet anche in assenza di reti a gestione pubblica.

Tutto molto bello sulla carta; peccato che in Italia, grazie al decreto Pisanu, il movimento Fon sia completamente illegale, a meno di non affacciarsi dalla finestra chiedendo i documenti a chiunque voglia utilizzare il proprio Hotspot. Queste limitazioni hanno fatto in modo che negli ultimi anni il nostro sia stato uno dei paesi a più basso tasso di crescita del numero delle reti wireless nel mondo, ponendo un grosso freno allo sviluppo culturale ed economico, considerando l’ampio numero di zone che non è possibile cablare per motivi geografici o di costi.

Cosa si sta facendo per combattere questa situazione che ci pone come al solito in svantaggio nei riguardi del resto del mondo civile? Alcune amministrazioni locali particolarmente intraprendenti stanno sviluppando reti wireless aggirando la legge, ad esempio utilizzando i cellulari per l’identificazione (in Italia ogni scheda sim è venduta soltanto dietro la presentazione di un documento di identità) o registrando preventivamente l’utente, consentendogli di accedere con un unico account a tutti gli Hotspot presenti sul territorio interessato. I progetti sono presenti quasi tutti al Centro-Nord: tra i primi a partire, quelli di Bologna e Reggio Emilia (dal 2006), gli ultimi in ordine di tempo sono di Pescara (20.000 euro di spesa) e di Firenze (in dieci piazze il Comune regala un’ora di WiFi). Il progetto forse più attivo al momento è ProvinciaWiFi: con 2 milioni di euro di budget, si punta entro il 2010 ad ottenere 500 Hotspot in tutta Roma e comuni limitrofi.

Quello che manca è un appoggio deciso del governo, anche se sembra che qualcosa stia finalmente muovendosi: il deputato del Pdl Cassinelli pubblicizza tramite il proprio blog la proposta di legge n. 2962, che dovrebbe eliminare tutti gli attuali vincoli legislativi, attirando verso di sé le attenzioni della rete. Forse è troppo poco, ma è sicuramente un segnale positivo, attendendo gli sviluppi previsti per fine anno. Ci sarà un ulteriore rinnovo del decreto Pisanu, o riusciremo finalmente a liberarcene per fare un passo verso uno sviluppo possibile, ma troppe volte rimandato?

Al momento nel nostro paese il wireless pubblico è osteggiato e si sviluppa a macchia di leopardo, senza alcuna best practice né coordinazione, e con la solita esclusione delle aree del sud da ogni minimo progresso tecnologico. Come scritto in un precedente articolo, l’unico modo per combattere l’analfabetismo informatico che ci attanaglia è quello di diffondere le moderne tecnologie, internet in primis; ma la conclusione è ancora una volta la stessa: senza un cambio deciso di mentalità da parte delle istituzioni siamo avviati verso un baratro del quale si fatica a vedere il fondo.