La disoccupazione adulta, altro che giovanile

Disoccupazione giovanile: un incubo il primo termine, una consolazione il secondo. Soprattutto se dentro quei dati pensi di essere contemplato pure tu – trentenne – e anche tu, quarantenne che ti illudi di essere ancora giovane e credi inutilmente di avere tutta la vita davanti. Già, perché in Italia a quarant’anni ti considerano ancora un ragazzo. Non i dati però. I numeri non mentono e la carta d’identità neanche.Continua a leggere…

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Rapporto Istat, tanti numeri e poche speranze.

L’Italia è un paese penalizzato dalle turbolenze internazionali, ma paga anche il prezzo dei propri ritardi sociali e culturali. E’ quanto emerge dal rapporto annuale Istat, pubblicato lo scorso 23 maggio sul quotidiano “Il Mattino”. Al sud una famiglia su quattro è povera e la qualità dei servizi sociali è nettamente inferiore alla media nazionale. In termini pro capite il reddito delle famiglie è del 4% in meno rispetto al 1992 e del 7% in meno rispetto al 2007. È aumentata, invece, l’incidenza delle prestazioni sociali erogate dallo stato. Nel 2000 il livello dei prezzi in Italia era pari al 95% di quello della media dell’Unione Europea, mentre in Germania superava la media di dieci punti. Oggi, dopo un’inflazione cumulata, sia l’Italia che la Germania sono al di sopra di quattro punti. In pratica ciò vuol dire che gli italiani si sono allineati ai tedeschi soltanto per quanto riguarda il costo della vita, ma non per la produttività. Per quanto riguarda il lavoro, i tradizionali punti di forza resistono, anche se in alcuni settori siamo un po’ indietro. La specializzazione manifatturiera, ad esempio, rimane quella degli anni ’70, con il ruolo delle imprese che si riduce sempre di più. L’economia resta basata sull’export.

Anche il mercato del lavoro ha subito delle notevoli trasformazione negli ultimi venti anni. Il numero degli occupati è cresciuto di 1,3 milioni di unità, mentre il tasso di occupazione è passato dal 53,7% al 56,9%. Le retribuzioni contrattuali sono ferme dal 1993. All’interno di questa tendenza generale, però, qualcosa è cambiato. Il numero dei maschi occupati è sceso, mentre l’occupazione femminile è aumentata di 1,7 milioni di unità, quasi esclusivamente nel centro-nord. Tuttavia, il tasso di occupazione femminile resta il più basso rispetto alla media europea. Ciò anche perché le neomamme che mantengono il posto di lavoro sono soltanto il 77%. In pratica, il 23% delle donne che partoriscono preferisce lasciare il lavoro, oppure, come spesso accade, le aziende preferiscono non proseguire il rapporto di lavoro con le neomamme.

L’economia sommersa, più comunemente conosciuta come lavoro nero, è in leggero calo. Sono diminuiti anche gli occupati al sud: circa 200.000 inmeno rispetto al 1995.

La novità più rilevante è la diffusione delle nuove tipologie contrattuali più flessibili, in particolare tra i giovani. Il numero degli occupati a tempo determinato è cresciuto del 48% e si trovano in questa tipologia lavorativa oltre un terzo di coloro che hanno tra i 18 e i 29 anni. Gli investimenti per la ricerca sono dell’ 1,26% in meno rispetto alla media dell’Unione Europea.

Infine, ci sono delle novità anche riguardo al risparmio. Gli italiani hanno sempre avuto una forte propensione al risparmio, ma negli ultimi anni questa tendenza si è affievolita. Negli ultimi quattro anni la propensione al risparmio è scesa dal 12,6% all’8,8%.

La situazione generale è abbastanza drammatica e la gente comincia a perdere anche le speranze. Secondo alcuni sondaggi gli italiani non hanno alcuna fiducia nelle attuali forze politiche.

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E' tutta questione di genere

Al suono di “Se non ora quando” si è avviata una nuova stagione del femminismo italiano, che si sta  nutrendo sempre più di manifestazioni, eventi culturali, volti a dare voce a quelle donne che non si sentono per niente rappresentate dalla cultura attuale, ancor meno dalla politica e dai mezzi di comunicazione.

Sempre valide ma poco al passo con i tempi, le idee del femminismo italiano si erano fermate storicamente agli anni ’70, agli slogan de “l’utero è mio e io lo gestisco”, mentre a livello effettivo ci erano rimaste le sempreverdi Jo Squillo e Sabrina Salerno al grido di “siamo donne, oltre le gambe c’è di più”.

Ora che anche le più giovani avvertono, a ragione, l’esigenza di sentirsi rappresentate, di trovare un’identità comune in cui riconoscersi, appare fondamentale un rimando a quelli che sono le origini, il rimando al genere.

Gli studi di genere propongono un approccio multidisciplinare legato al significato di identità di genere. Nati negli anni ’80, gli approfondimenti sul genere traggono spunto dagli studi sul femminismo, in correlazione agli studi sull’omosessualità , e dalla filosofia francese che ebbe come maggiore esponente in quegli anni Jacques Derridà.

Parlare di studi di genere non comporta l’affrontare una disciplina, quanto piuttosto una modalità interpretativa che si sta sviluppando soprattutto negli ultimi anni, attraverso diverse discipline, e che si focalizzano sullo studio dell’identità del soggetto.

La distinzione originaria che viene posta in essere è quella tra sesso e genere, individuando nel primo una demarcazione di tipo biologico, nel secondo invece la rappresentazione di atteggiamenti e comportamenti, proprie della visione di mascolinità e femminilità, definiti dalla cultura di appartenenza. A ciò è correlato anche il ruolo di genere, quindi la modalità di esteriorizzare la propria identità maschile o femminile.

Il genere non è un drammatico destino a cui andare incontro, poiché a partire dalla dimensione biologica, data dalla nascita, l’identità di genere viene costruita, delineata, rappresentata nel corso del tempo.

A tal proposito la filosofa femminista Simone de Beauvoir afferma: “non si nasce donna, vi si diventa”.

Da sottolineare come gli studi  femministi d’esordio  rispondevano all’immagine di donna bianca, mediamente benestante, con una cultura discreta. Questo elemento ha fatto sì che gli studi di genere avessero un grande seguito soprattutto nei Paesi più poveri, meno occidentalizzati, in cui si è cercato di offrire, attraverso questo tipo di cultura interpretativa, un’analisi che appartenesse anche alle cosiddette “subalterne”, vittime di una cultura poco emancipante. Non a caso una delle più grandi studiose del genere è stata Mahasweta Devi, indiana di lingua bengali, che nei suoi testi racconta un’India diversa da quella del nostro immaginario, che per lo più arriva ai film di Bholliwood e a Sandokan, che oltretutto era la tigre sì, ma della Malesia.

Gli studi di genere sono stati e restano il caposaldo per una nuova visione interpretativa, in cui siamo noi, donne e uomini, a fare la differenza, con il nostro modo di vivere la cultura, senza che essa ci venga imboccata col cucchiaino.

E forse tra l’inno “tremate, tremate le streghe son tornate” , e le immagini poco edificanti di signorine che passano con versatilità dal letto alla poltrona politica e viceversa, ci siamo noi, le ragazze che lottano nel quotidiano, che si impegnano e ogni tanto si disimpegnano anche, affinché “non più puttane, non più madonne, ma finalmente donne”.

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Polso di Puma – Non c'e' solo chi cerca lavoro

Il giovane attuale secondo me è un po’ traviato ormai.

Ma non riesce più ad ammetterlo, questo è il vero problema.

È come chiedere a qualcuno se ha votato l’attuale presidente del consiglio… Nessuno lo ammette!

Sono quelle cose strane ma che accadono e sono incontrollabili. Vi sto parlando del fatto che ormai questo neolaureato, questo diplomato, questo scuola-dell’obbligato, non puo’ più guadagnare mille euro al mese! Non può fare l’inserviente o l’operatore ecologico, non può usare le mani per lavorare!

Tra un aperitivo, una serata in discoteca, uno status su facebook da casa e uno dall’iphone è ormai sfuggito il senso del lavoro (“che non c’è“, voi direte), ma più di tutto il senso delle proprie possibilità. Ok è una banalità il fatto che tutti vivano al di sopra delle proprie possibilità; che la competizione, l’apparire appiattisce i bisogni – che diventano uguali per tutti i ceti – e che non tutti possono affrontare certe spese ma lo fanno lo stesso. Ma secondo me le banalità non vanno lasciate stare lì, a zonzo.

Allora ricapitoliamo: la gente si lascia condizionare e vuole tutto quello di cui non ha bisogno per un continuo apparire simile al vicino, al capo, a quello della tv.

Bene.

BENE?

Male! Ma le cose peggiori sono quando a essere travolti da questo tipo di crisi sono i famosi ragazzi “con la testa a posto”. Che si sentono fuori dal gregge. Si sentono così fuori che non possono fare quello che fanno gli altri. Si sentono superiori, si sentono limitati, sentono che la propria terra non offre niente, sentono che devono fuggire, sentono che devono avere posti di responsabilità, pensano che la responsabilità del matrimonio o di un figlio è pesante senza aver fatto ancora carriera, pensano, come insegna mediobanca, che il mondo giri intorno a loro.
Questo di sicuro non era un atteggiamento dei nostri genitori. Questa arroganza, questo protagonismo… Mi puzza!

Nel film “il padrino” c’è la frase mitica: “il potere logora chi non ce l’ha“. E ok, può essere.

Ma quanti esempi conosciamo di gente che invece di potere ne ha e ne viene logorata?

Ci sono persone capaci, persone fortunate e persone che impiegano la loro vita nel raggiungimento dei loro obiettivi. Onore a loro.
La mia potrebbe essere una questione stupida, ingenua.

Ma mi chiedo: se fossimo tutti più consapevoli di essere normali, se iniziassimo a pensare tutti di dover fare una vita da onesto lavoratore per 40 anni, vivremmo meglio?

Oppure i sogni aiutano a vivere?

Il punto è che questo nostro mondo nel quale dobbiamo essere tutti straordinari, tutti dobbiamo ostentare la nostra unicità, inevitabilmente ci rende tutti uguali. E allora tutte le ragazze si descrivono pazzerelle,  tutti i ragazzi pensano di essere bulletti o imprenditori in erba, mentre dietro di loro c’e’ tanta tanta insicurezza.

Il molosso
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Gli articoli della rubrica “Polso di Puma” sono reperibili anche sul blog www.polsodipuma.blogspot.com

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La dignità scende in piazza

Se non ora quando? È l’unica domanda che viene da porsi in un momento come questo. Ed è proprio per tale motivo che domenica 13 febbraio oltre 230 piazze italiane si sono riempite di donne e uomini uniti dal bisogno di rivendicare la dignità del genere femminile e dire basta a qualunque forma di discriminazione e sfruttamento.

Dire basta a una rappresentanza politica maledettamente sbilanciata a favore del mondo maschile, e dove il mondo femminile sembra troppo spesso rappresentato da ex igieniste dentali senza passione ed esperienza.

Dire basta a una rappresentazione maschilista e superficiale del genere femminile nei media, dove i culi vengono usati persino per pubblicizzare la marca di uno yogurt e una quinta di reggiseno trova più spazio dello sguardo fiero di una donna che ha qualcosa da raccontare.

Dire basta a un mondo del lavoro dove il tasso di occupazione femminile nel 2010 era uno dei più bassi fra i Paesi Ocse, e dove l’Italia precede solo il Messico e la Turchia. Le donne disoccupate superano il 50% e guadagnano mediamente il 20% in meno degli uomini, a parità di lavoro e posizione professionale. Un trend legato anche all’identificazione della figura femminile come unica responsabile del nucleo familiare, perché in Italia sembra che solo le donne maturino il desiderio di avere dei figli e solo le donne abbiano il dovere di crescerli sacrificando le proprie ambizioni professionali, come spiega “La mamma architetto” Daniela Scarpa su Camminando Scalzi il 13 febbraio.

Dire basta a quei 10 milioni e 485 mila casi di molestie sessuali sul posto di lavoro, risultanti da un’indagine indagine ISTAT pubblicata nel 2010, condotta su un campione di 24.388 donne di età tra i 14 e i 65 anni, da cui è risultato che il 51,8 per cento delle intervistate abbiano “subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato come pedinamento, esibizionismo, telefonate oscene, molestie verbali e fisiche”.

Dire basta a quel 31,9% di donne italiane che nel corso della loro vita sono state, almeno per una volta, vittime di violenza fisica o sessuale. (Dato ricavato da una indagine ISTAT del 2006, su un campione di 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni intervistate su tutto il territorio nazionale).

Dire basta a chi continua a mettere in discussione i diritti duramente conquistati nel corso della storia, come ha fatto Giuliano Ferrara, che dopo essersi fatto promotore della campagna “No aborto” nel 2008, oggi accusa i sostenitori di queste manifestazioni di dissenso di essere giacobini, neo-puritani e moralisti.

Dire basta all’europarlamentare Iva Zanicchi e alle sue assurde dichiarazioni pseudo-cattoliche sul “Gesù proteggeva le prostitute e diceva ‘chi è senza peccato scagli la prima pietra’”, come se proteggere significasse pagare settemila euro a prestazione sessuale (anche se minorenne), regalare farfalline di Swarovski e offrire incarichi pubblici a persone di dubbia competenza politica.

Dire basta a tutto questo e a coloro che hanno visto nella manifestazione del 13 febbraio solo una rivolta contro il Presidente del Consiglio e i recenti scandali che lo hanno coinvolto, perché questo movimento va ben oltre Silvio Berlusconi e il suo harem di via Olgettina: la misera rappresentazione di un sistema che oggi non possiamo più fingere che non esista.

(pre)Cari Amici #1 – La mamma architetto

[stextbox id=”custom” big=”true”] Vi presentiamo oggi la nostra nuova rubrica, (pre)Cari Amici, che si occuperà di tutte le diverse forme di precariato che ci sono nella attuale società italiana. È un nuovo esperimento per Camminando Scalzi che richiede la vostra partecipazione, la vostra voce diretta. Vogliamo dare parola a tutte quelle persone che si trovano in una condizione di precariato (non per forza soltanto lavorativa), che sono costrette a combattere ogni giorno contro l’indistruttibile muro dell’incertezza del proprio futuro e dell’impossibilità di poter fare progetti a lungo termine nella propria vita. Questa rubrica nasce proprio per dare la voce al comune cittadino ogni giorno costretto a combattere per le cose che gli spetterebbero di diritto, un cittadino che vive lontano da una realtà politica arroccata nelle sue cattedrali d’ebano, lontane, lontanissime dalla realtà quotidiana. E noi riteniamo che sia importante farvi raccontare le vostre storie, sfogarvi, denunciare quello che non funziona nella nostra società. La nostra prima storia è quella di Daniela Scarpa, che ci racconta cosa significa essere contemporaneamente madre e aspirare a voler fare il proprio lavoro, quello dell’architetto. Vi auguriamo buona lettura, e vi invitamo a raccontarci la vostra storia, contattandoci cliccando sul riquadro qui a lato.

La redazione di Camminando Scalzi[/stextbox]

Sono un architetto e sono una mamma.

Lotto per poter rendere reale questa affermazione senza trovarmi costretta a precisare la triste e raccapricciante verità: ero un architetto appassionato e brillante e la mia scelta di diventare mamma mi costringe da ormai undici mesi a una pausa professionale. Dico pausa per non dire brusca fermata a tempo indeterminato, parole che meglio descrivono la mia reale situazione, ma che non amo pronunciare perché rimango un’inguaribile ottimista.

Ma cominciamo dal principio della mia storia, un racconto che potrebbe essere quello di ogni giovane donna che, come me, si affaccia armata di buoni propositi, tanti sogni e mille speranze al complicato mondo del lavoro nel nostro Paese. Vorrei poter dire di essere una precaria ma, purtroppo, non mi spetta neanche questo tanto discusso titolo. Si cerca di fare qualcosa per sanare la ferita del precariato in Italia dimenticandosi che c’è chi sta anche peggio.

Sono una libera professionista e scriverlo mi provoca ogni volta un misto di ilarità e disperazione. I giovani architetti italiani, quelli fortunati che come me hanno trovato il modo di impegnarsi in qualcosa il più possibile simile a un lavoro, spesso collaborano con studi professionali avviati, per accumulare esperienza, per seguire lavori interessanti e soprattutto per assicurarsi un fisso mensile che, anche se minimo, è senza dubbio fondamentale in un mondo che offre poche opportunità persino a chi è sul mercato da decenni. Nell’attesa di avviare la tanto bramata libera professione, la maggioranza degli architetti finisce a fare nient’altro che il dipendente per un altro architetto, sopportandone gli umori e le pretese, senza la neppur minima garanzia sociale tipica di tutti i lavori dipendenti, a tempo indeterminato o precari che siano. Quello che si instaura nel nostro campo è una collaborazione tra professionisti in possesso di partita iva; questo tipo di rapporto in genere prevede una fattura mensile di quota fissa che il professionista titolare dello studio rilascia al collaboratore esterno selezionato, in cambio del suo impegno a portare avanti uno o più progetti, senza vincoli di presenza in studio o orari fissi.

Detta così non sembrerebbe neanche poi così male. Ma soffermandosi un attimo salta agli occhi la paradossale situazione di chi, come ho fatto io per circa sette anni, trascorre le sue giornate (e nottate…) chiuso in uno studio non suo senza avere la possibilità di dedicarsi a nient’altro, guadagnando un fisso minimo che dovrebbe essere completato da introiti ottenuti da lavori personali, lavori che nella realtà non possono essere cercati né portati avanti per mancanza di tempo. Siamo di fronte a un tipo di collaborazione flessibile sulla carta, ma che nella realtà si tramuta in una sorta di schiavitù legalizzata perché scelta liberamente dal professionista che offre la sua collaborazione, se di scelta si può parlare. Sì perché l’alternativa all’accettare queste assurde condizioni è non lavorare presso gli studi di architettura, e dunque non lavorare. Neanche a dirlo, in questi rapporti professionali, anche se protratti negli anni,  non esiste alcun tipo contratto o accordo scritto. Niente trattamento di fine rapporto, niente malattia o ferie pagate, nessun tipo di assistenza. Una giungla selvaggia dove chi è più forte riesce a malapena a sopravvivere.

Come potete immaginare la situazione si complica quando una donna, a trent’anni suonati, decide che è giunta l’ora di diventare mamma; una scelta consapevole che fino a vent’anni fa era legittima e quasi scontata, ma che al giorno d’oggi è considerata pura follia. Per una giovane architetto diventare mamma significa, nella maggioranza dei casi, perdere il lavoro. Una mamma non può dedicarsi completamente alla finta collaborazione esterna e flessibile proposta dagli studi di architettura perché, nella realtà, ciò che si richiede è un impegno e una dedizione totale, ovviamente non compatibile con gli impegni di una donna che deve occuparsi dei propri figli. Diventare mamma significa smettere di guadagnare da un giorno all’altro, interrompere ogni attività professionale e ottenere, se si è fortunate, la famosa pacca sulla spalla con tanti auguri per la nuova vita. Diventare mamma significa ignorare a che cosa si va incontro, non sapere se mai qualcuno avrà di nuovo voglia di offrirti un lavoro, vivere senza avere la minima idea di che direzione prenderà la propria vita professionale; significa vivere nell’incertezza totale e accettare di essere mantenuta (scusate la bassezza del termine ma è quello che più si avvicina alla realtà delle cose) per un tempo non definito dal marito o dal compagno di turno, con l’aiuto aggiuntivo dei propri genitori felici e grati del nuovo ruolo di nonni. D’improvviso ci si sente incapaci di badare a sé stesse e al figlio in arrivo, pervase da un senso di impotenza e di delusione. Certo, dimenticavo, voi mi direte che ci sono i premi di maternità degli enti previdenziali. Avete ragione: grazie ai 4000€ lordi ricevuti dalla Cassa degli Architetti e degli Ingegneri, vivrò felice e contenta fino al compimento dei diciotto anni di mio figlio. Con una retta di circa duemila euro all’anno (che ovviamente continuo a pagare) la somma ricevuta è davvero generosa e utile.

Insomma una donna che ha lavorato con impegno e passione per tanti anni, che in molti casi ha acceso un mutuo per l’acquisto di una casa, che altre volte ha un affitto da pagare, che in ogni caso aveva una sua vita portata avanti grazie a un lavoro impegnativo e totalizzante quale è fare l’architetto, d’improvviso si ritrova senza la possibilità di sopravvivere se non accettando generosi aiuti esterni . Con l’umiliazione e la frustrazione annesse. In più la cosa peggiore è la triste scoperta che, nel nostro campo, a quegli studi così bravi a spremerti e a usarti quando sei giovane e senza pensieri, il lavoro di una mamma che ha la sola esigenza di una reale flessibilità e di orari semplicemente umani non interessa più.

Mio figlio ha undici mesi e a oggi, nonostante l’impegno quotidiano nella ricerca di un lavoro che possa sposarsi con l’essere mamma, sono a casa senza far nulla. Nessuna possibilità di collaborazioni part time. Nessuna offerta di collaborazioni interne o esterne che siano. Nessuna proposta e nessun contatto. Niente di niente.

Solo il rimpianto di non essere riuscita prima ad avviare un qualcosa che assomigliasse a una libera professione, di non esserci riuscita per l’impegno dedicato a quelle stesse persone che oggi rifiutano il mio lavoro.

Solo  tanta rabbia. La rabbia di chi ha impiegato la sua vita per cercare di costruire qualcosa di bello ed è costretto a fermarsi, a riporre tutto in un cassetto e a sperare – perché la speranza è l’unica cosa che rimane – di riaprirlo un giorno.

In un Paese che non fa altro che parlare di festini e droga, giovani donne e vecchi malati, mi chiedo se non sia ora di dedicarsi alle cose serie, tipo provare a regalare la serenità alle giovani famiglie che stanno cercando con tutte le loro forze di costruire il proprio futuro.

Daniela Scarpa

Generazione a pochi euro

Sei volti giovani e combattivi… Sei curricula riempiti da lauree, master, tirocini ed esperienze all’estero.
Sei profili freschi ed energici. Un marasma di progetti in stand by, dove uno stipendio da Servizio civile non concede troppo spazio alle prospettive. Pagano l’affitto con le 433,80 euro che al primo di ogni mese arrivano puntali sul conto corrente, e da tempo hanno smesso di credere lo studio fosse la giusta strada verso il futuro che sognavano di realizzare. Pagano le spese con pomeriggi di baby sitting, volantinaggio e lavoretti occasionali, come un inventario per una grossa catena di abbigliamento spagnola…

Alle 3 del pomeriggio ci ammassiamo insieme ad un accaldato gruppo di persone davanti ad una colorata vetrina del centro di Firenze. Un cartellino attaccato alla maglietta: un nome, un cognome, una data di nascita ambientata negli anni ’80 e una foto tessera malriuscita, avanzata dalla precedente “esperienza lavorativa”. In tasca la copia di un contratto da 72,26 euro lordi che arriveranno chissà quando.
Il gruppo si allunga in un’ordinata fila indiana verso una stretta stanza del magazzino all’interno dell’edificio. Un responsabile prende la parola per spiegare quale sarà l’attività del team per le prossime sette ore: “Poggiate zaini e borse in un angolo e statemi a sentire. Verrete divisi in gruppi e assegnati ad un capo zona che vi spiegherà il lavoro. Non chiacchierate altrimenti non riuscite a concentrarvi e non si conclude in orario”.

Il mio gruppo viene assegnato ad un’altra stanza del magazzino, verso un altro piano del negozio. La temperatura esterna di 30 gradi appare quasi piacevole rispetto all’afa del luogo, tra finestre chiuse, scaffali colmi d’abiti ed un solo conteso ventilatore al centro dell’angusto spazio. Un piccolo lettore di codice a barre portatile ed un indefinito numero di cartellini da registrare, per un lavoro la cui inconsueta semplicità si alterna all’alienante monotonia. Bip, bip, bip.

Prima di cominciare l’inventario un ragazzo chiede di andare in bagno, “ma ora non puoi proprio andare – risponde la capo zona”. Il calore umano di quell’abbondante dozzina di persone ammassate tra i cunicoli degli scaffali rende l’aria sempre più irrespirabile, mentre rivoli di sudore si rincorrono senza sosta attraversando la pelle già umida.
“Posso andare a prendere l’acqua dal mio zaino al piano di sotto? – chiede una ragazza con sguardo stanco. “Adesso non va bene” – risponde la capo zona, mentre le lamentele generali la convincono del contrario… Si andrà in bagno a gruppi accompagnati da un responsabile e le bottigliette d’acqua le ritirerà un’unica eletta, delegata da tutte le altre.
Bip, bip, bip. Il primo turno da quattro ore si conclude concedendoci una pausa per mangiare e attendere che il negozio chiuda.

Ci ritroviamo alle 20.45 davanti alla solita vetrina nel centro di Firenze. L’inventario prosegue tra gli indumenti sistemati all’interno del negozio. L’aria condizionata e gli ampi spazi fanno apparire il secondo turno addirittura gradevole. Bip bip bip. La mezzanotte è appena passata, accogliendo l’inizio del primo luglio e la fine di questa insolita giornata di lavoro…

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La "grande occasione" sudafricana dei Mondiali di calcio

“Era il 15 maggio 2004 quando la Fédération Internationale de Football Association (FIFA) annunciò l’assegnazione dell’organizzazione dei mondiali 2010 al Sudafrica”, scrive il ricercatore Antonio Pezzano dell’Università Orientale di Napoli sul numero di aprile della rivista Babel: il trimestrale della Ong fiorentina COSPE.

Era appena stata annunciata la “grande occasione” dell’intero continente africano e della sua estrema punta sud… Già Nelson Mandela aveva parlato di “nazionalismo sportivo”, considerando lo sport come un possibile collante per stimolare l’unità del Sudafrica. Lo stesso principio che guidò i Mondiali di Rugby del 1995, che hanno peraltro ispirato la recente pellicola cinematografica di Clint Eastwood: “Invictus”. Successivamente lo stesso Thabo Mbeki vide nei Mondiali un’occasione storica per mostrare al mondo intero il nuovo volto del Sudafrica democratico, sfruttandone l’impatto sull’economia e lo sviluppo del Paese. “Ma l’idea che una grande manifestazione come la Coppa del Mondo possa contribuire al rilancio della crescita economica – sostiene Pezzano – è sminuita dal ruolo che, in un’economia globale, hanno i grandi potentati internazionali nel gestire il business dei grandi eventi sportivi che, seppure si svolgono ormai su diversi palcoscenici internazionali, lasciano ben poco spazio ai profitti locali”.

Pubblicità, diritti televisivi e licenze per la vendita dei prodotti del Mondiale sono infatti direttamente gestiti dalla FIFA, e i più grossi appalti legati alla realizzazione delle opere sono stati assegnati a ristrettissime élite. I 500 mila posti di lavoro creati dalla preparazione dell’evento spariranno non appena la squadra finalista alzerà la Coppa del Mondo in segno di vittoria. Due terzi dei 3,2 miliardi di Euro dati dal governo come contributo ai preparativi del mondiale sono stati spesi per gli stadi e le infrastrutture, che in molti casi rimarranno cattedrali nel deserto. Una cifra simile è stata destinata alle infrastrutture di trasporto, ma poche avranno realmente un’utilità quando la manifestazione sarà conclusa. Il resto del budget è andato soprattutto per la sicurezza (più di 200 milioni di Euro), per rendere più efficaci le misure di controllo dell’immigrazione (circa 60 milioni di Euro) e per televisioni e telecomunicazioni (circa 30 milioni di Euro). Poco più di 20 milioni di Euro sono poi andati alle infrastrutture sportive in comunità svantaggiate e altrettanti a comunicazione, cultura, arte.

Spese sostenute da un Paese in cui un terzo della popolazione vive ancora sotto la soglia della povertà e oltre il 10% dell’intera popolazione è affetta da HIV/AIDS, con circa due milioni di orfani causati dalla malattia. Uno Stato in cui il tasso di disoccupazione “allargata” è intorno al 40% e in cui un terzo della popolazione è occupata in attività informali, come il commercio ambulante di cibo e bevande, gadget per tifosi e souvenir per turisti, che saranno peraltro vietate durante il periodo dei Mondiali nelle vicinanze degli stadi, a vantaggio delle aziende autorizzate dalla FIFA e dal Comitato organizzatore, come la McDonald’s. In una nazione che, assieme al Brasile, si classifica come uno dei Paesi con maggiore diseguaglianza sociale, dove il 10% delle famiglie più ricche ricevono ben più della metà del reddito disponibile.

“Forse l’immagine più viva di questo Sudafrica – prosegue Antonio Pezzano – sono proprio le masse di poveri che entrano in rotta di collisione con i preparativi del mondiale. Quei poveri che vivono negli insediamenti informali o popolano le strade dei centri urbani, nel tentativo di sbarcare il lunario, che in vista dei Mondiali sono stati deportati a decine di chilometri di distanza dai luoghi che ospiteranno lo spettacolo della Coppa del Mondo, in periferie povere e segnate dalla criminalità e dall’assenza di servizi sociali. Un’immagine che riporta alla mente gli anni più bui del regime dell’apartheid in cui si “ripulivano” le zone centrali riservate ai bianchi deportando forzatamente i residenti di interi quartieri in periferie isolate e prive di servizi”.

Una grande occasione, quindi. Resta solo da stabilire per chi…

Ricerca ed ipocrisia nel sistema Italia

Ha destato clamore ed un acceso dibattito la lettera di Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss, pubblicata giorni fa su “La Repubblica”. I Tg ci bombardano quotidianamente con notizie di scontri e intrighi politici, processi e leggi ad personam riguardanti Berlusconi, conflitti tra le istituzioni, manifestazioni di piazza, arresti per corruzione… ma la lettera di Celli apre uno squarcio tra la mediocrità di tutti i giorni, capta repentinamente la nostra attenzione, colpisce i nostri umori penetrando nelle nostre speranze. Che sembrano affossarsi definitivamente.

“Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.”

(lettera integrale | via Repubblica)

Non vorrei in questa sede affrontare eventuali speculazioni di pensiero sull’autore e sui motivi che lo hanno spinto a scrivere, ma aprire un dibattito sul tema da lui lanciato.

Quale futuro spetta ai giovani laureati?

Le previsioni non sono per nulla rosee: l’Italia è un paese che paga dazio per l’enorme debito pubblico ereditato dalle generazioni precedenti, per gli sperperi e la corruzione che hanno contraddistinto tutte le politiche economiche di questo paese. Siamo un paese anziano, la spesa pensionistica incide profondamente sul bilancio della previdenza sociale. Risulta evidente che i margini per investire sullo sviluppo siano piuttosto esigui, impegniamo risorse per la ricerca meno di tutti in Europa, lo 0,9% del Pil. Il tetto minimo fissato nel vecchio continente è del 3%.  Oltre alla scarsa sensibilità istituzionale nel reperire fondi c’è da sommare il grado di affiliazione come criterio selettivo per lavorare nelle università (ma non solo). Allo stato attuale, alla luce di tutto, possiamo dedurre tre possibilità d’inserimento nel lavoro per i neo-laureati attinenti al titolo di studio:

–       Nessuna possibilità

–       Precarietà maggiore rispetto ai “notabili”

–       Fuga all’estero

Dopo tanti anni di studi e sacrifici, la terza ipotesi è concretamente allettante. Il presidente della Repubblica Napolitano ha invitato i giovani a non andare via dall’Italia.

“Non andatevene, l’Italia può crescere”

(link | via Repubblica)

Perché il posto lo offre Lei? Perché i baroni dell’università senza giovani si ritroverebbero disoccupati? Caro Presidente, ma Le pare il modo di umiliare la Ricerca con l’elemosina mediatica, con programmi come Telethon? Ci ritroviamo al solito modo di fare le cose all’italiana: ricordando che le chiacchiere stanno a zero, finché non si aumenteranno risorse e non si provvederà a scardinare il clientelismo in nome di un principio virtuoso di meritocrazia, gli inviti a restare sono proposte di una vita di umiliazioni e di stenti e tanti ancora emigreranno, tantomeno pochi arriveranno dall’estero.

I giovani potrebbero concretamente far ripartire l’Italia mettendosi a lavorare in proprio, le risorse umane non mancano, il mondo ci invidia, ma poi finireste per prendervi voi i meriti, politici di una casta come tante altre in Italia. Allora tenetevi questo (bel) Paese.