Immigrazione: convivenza modello Gran Torino

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi Giovanni Paci, consulente e ricercatore indipendente che opera nel campo della programmazione e dell’analisi delle politiche e dei servizi sociali. Ha 45 anni. È editor del blog pratichesociali dove vengono raccolti contributi sui temi della giustizia sociale, dei diritti umani, delle migrazioni e della ricerca sociale. È possibile seguirlo anche su Twitter.

A questo link i suoi articoli per questa blogzine. [/stextbox]

Ci sono due modi di essere curiosi del mondo, due modi di esplorare la realtà che ci circonda. C’è chi è portato a cercare e a muoversi nell’infinitamente grande e chi nell’infinitamente piccolo. Chi è attratto dalla profondità del mare e chi dalla sua estensione. Chi prende la via che porta alla vetta del monte, chi imbocca la strada che porta dall’altra parte del mondo. Talvolta queste esigenze hanno, dentro di noi, un peso uguale e ci troviamo tirati e lacerati tra il desiderio di radici, di casa, di terra, e quello di lontananza, di distacco, di spazio. Superficialmente, queste dimensioni sono state spesso contrapposte, identificando le radici nella conservazione e la partenza con il progresso. C’è invece una straordinaria consonanza tra chi cerca in profondità e chi in estensione, ed è provocata dal sincero desiderio di non dare per scontato ciò che abbiamo di fronte, dall’intuizione che le cose sono sempre più di ciò che appaiono e dall’aver compreso che non accettare la realtà per come ci viene rappresentata ma andare alla ricerca di nuove visioni e rappresentazioni del mondo può riservarci straordinarie sorprese.

Clint Eastwood ha diretto e interpretato un bellissimo film, uscito quasi tre anni fa, intitolato “Gran Torino“. Un vecchio operaio della Ford in pensione, reduce della guerra di Corea e vedovo, non vuole andare via dalla propria casa sebbene il quartiere in cui vive sia ormai diventato un ghetto degradato abitato da immigrati, soprattutto orientali. Lì ha tutte le sue cose: oltre alla Ford modello Gran Torino, un garage pieno di attrezzi e oggetti accumulati in una vita; piccole cose, ognuna con il proprio senso e significato. Il film si snoda lungo l’intrecciarsi delle esistenze del vecchio pensionato scorbutico e diffidente con quelle dei vicini vietnamiti, soprattutto di un ragazzo e di sua sorella, con cui il vecchio entrerà sempre più in sintonia fino a trovare nella difesa della loro vita il senso ultimo della propria esistenza.

La poesia del film è data non solo dai contrasti tra la durezza del mondo esterno e la dolcezza degli animi dei protagonisti ma anche dalla scoperta che vite apparentemente così lontane, come quella di un reduce di guerra attaccato alla propria terra e alla propria patria e quelle di due ragazzi immigrati di seconda generazione, hanno in realtà un ampio terreno comune dove poter costruire relazioni profonde e significative.

Cos’è che permette tutto questo? Cosa fa sì che si possano sperimentare sentimenti profondi come l’amicizia, il rispetto, l’amore fraterno tra chi vive la propria esistenza legato alle radici e chi è alla ricerca di nuovi approdi e nuovi riferimenti? Cos’è che permette non solo la convivenza ma la relazione profonda tra persone tanto diverse che si trovano a condividere lo stesso spazio vitale, lo stesso pezzo di strada, la stessa bottega, lo stesso barbiere, lo stesso ospedale? Il vecchio operaio pensionato non fa sconti a sé stesso. Sa benissimo che la vita lo costringe continuamente a fare i conti con i propri errori, e che restare legato alle proprie radici, alle piccole e grandi cose della propria esistenza non può mai essere una forma di difesa dagli altri, ma un modo per non fuggire dalle proprie responsabilità e per non perdere le proprie risorse morali. I giovani immigrati non fanno sconti a loro stessi. Sanno che occorre andare al di là delle apparenze, delle barriere, delle paure, se vogliono conquistarsi la dignità a cui hanno diritto. Sanno che non ci sono scorciatoie per realizzare una vita degna di questo nome: rispetto di sé e degli altri, coraggio di aprirsi al nuovo che li circonda.

Tra chi esplora il mondo muovendosi – per desiderio o perché costretto – e chi esplora il mondo restando a casa – per desiderio o perché costretto – c’è uno spazio immenso di comprensione e di relazione. Chi dice il contrario, o ha paura o ha interessi di piccolo cabotaggio. Non è facile discutere con loro: magari potremmo consigliargli un buon film.

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Balotelli e l'ipocrisia razzista

Ci risiamo.
Anche ieri a Bordeaux si è sentito il coro: “Se saltelli muore Balotelli”, intonato nel settore dei tifosi della Juventus.
Dopo questo scorretto jingle, Buffon e Secco sono andati sotto la
curva a cercare di persuadere i 300 dal cantare, inutilmente.
Ci ha provato allora
lo speaker dello stadio ricordando che a Bordeaux il razzismo non è accettato (in quali città francesi quindi è accettato?).
Dopo essere stati rimproverati, i 300 tifosi si sono calmati, hanno ripreso fiato e hanno intonato:”Un negro non può essere
italiano”.
Lì scommetto che Secco ha pensato “Cazzo era meglio il primo coro”.
Punto 1 – Il primo coro non è razzista, è un coro
da stadio, vecchio quanto il “Devi Morire” intonato quando un
avversario rimane a terra infortunato.
Non ho mai sentito allo
stadio “Coraggio riprenditi”, o “Avversario facci un gol”.
Non è il rugby.
Punto 2 – Il secondo coro è razzista, ovvio. Ma finchè ci sono
Ministri della Repubblica Italiana che inneggiano all’inesistente
“Padania”, perchè stupirsi? Quelle persone sono state elette dal
popolo. Li rappresentano. Perchè stupirsi?
Prima di tutto, puniscano tutti i rappresentanti dei cittadini che si macchiano di razzismo, dai parlamentari -http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/01_Gennaio/15/calderoli.shtml –  ai comunali – http://www.camminandoscalzi.it/wordpress/il-white-christmas-di-brescia.html – . Solo così si può urlare allo scandalo dei cori razzisti negli stadi senza ipocrisia.
Questo deprecabile razzismo da stadio sta rovinando l’immagine di milioni di razzisti per bene. (Altan)

Ci risiamo.

balotelliAnche ieri a Bordeaux si è sentito il coro: “Se saltelli muore Balotelli”, intonato nel settore dei tifosi della Juventus.

Dopo questo scorretto jingle, Buffon e Secco sono andati sotto la curva a cercare di persuadere i 300 dal cantare. Inutilmente.

Ci ha provato allora lo speaker dello stadio ricordando che a Bordeaux il razzismo non è accettato (in quali città francesi quindi è lo è? ).

Dopo essere stati rimproverati, i 300 tifosi si sono calmati, hanno ripreso fiato e hanno intonato: “Un negro non può essere italiano”.

Lì scommetto che Secco ha pensato “Cazzo era meglio il primo coro “.

Punto 1 – Il primo coro non è razzista, è un coro da stadio, vecchio quanto il “devi morire” intonato quando un avversario rimane a terra infortunato.  Non ho mai sentito allo stadio un “coraggio riprenditi”, o “avversario facci un gol”.

Andiamo, non è il rugby.

Punto 2 – Il secondo coro è razzista, ovvio.

Moneta Lega CLP 003Espressione di una mancanza di cultura e civiltà che in Italia è dominante. Viviamo in una provincia che spera nella botta di culo.  O per dirla alla Diogene: Preferisco avere una goccia di fortuna che una botte di saggezza”.

Quello che penso sempre in questi casi è che finchè ci sono Ministri della Repubblica Italiana che inneggiano all’inesistente “Padania“, perchè stupirsi? Quelle persone sono state elette dal popolo. Li rappresentano. Perchè stupirsi?

Perchè non puniscono  tutti i rappresentanti dei cittadini che si macchiano di razzismo? Dai parlamentari http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/01_Gennaio/15/calderoli.shtml –  ai comunali – http://www.camminandoscalzi.it/wordpress/il-white-christmas-di-brescia.html – .

Se lo facessero, allora si potrà urlare allo scandalo dei cori razzisti negli stadi senza ipocrisia.

Questo deprecabile razzismo da stadio sta rovinando l’immagine di milioni di razzisti per bene. (Altan)