Italia: amarla o lasciarla?

“Italy: love it or leave it”. Un dilemma frequente. Un dubbio che tanti italiani hanno cercato risolvere e su cui Gustav Hofer e Luca Ragazzi hanno realizzato un documentario che oggi sta facendo il giro del mondo.

Una storia che comincia con una lettera di sfratto dall’appartamento romano in cui Luca e Gustav convivono da sei anni. Un trasloco che apre un conflitto nella coppia, combattuta fra radicamenti inconsci e possibilità alternative. Da una parte Luca e il suo desiderio di continuare ad abitare nella città in cui è nato e cresciuto; dall’altra Gustav e il suo progetto di emigrare a Berlino, “dove gli affitti costano un terzo che a Roma”, eguagliando la scelta dei tanti amici che già hanno lasciato quel Paese in cui non riuscivano più a riconoscersi.

Un bivio che decidono di superare a bordo di una 500 che cambia colore, percorrendo la penisola da nord a sud, fra oscenità e luoghi comuni, fra cliché e paesaggi da cartolina, alla ricerca dell’agognata risposta richiamata dal titolo del film. Sei mesi di viaggio in 75 minuti, peregrinando fra le meraviglie e le vergogne del nostro Bel Paese, per mettere in luce le sue eterne contraddizioni e quell’infinità di motivi per cui vale la pena di andare o restare.

Partendo dai grandi marchi, Gustav e Luca cominciano con l’intervista a un’operaia della Fiat di Torino e proseguono con una visita all’ultima fabbrica italiana della moka Bialetti, che nell’aprile 2010 ha messo in mobilità i centoventi dipendenti dello stabilimento di Omegna (Piemonte) per chiudere e spostare l’intera produzione in un Paese dell’est europeo.

Parlando della rinomata cucina italiana l’inquadratura si sposta verso il fondatore di “Slow Food” Carlo Petrini e prosegue il cammino verso la Calabria di Rosarno, per registrare le drammatiche condizioni dei braccianti agricoli che per venticinque euro al giorno lavorano fino a dodici ore, raccogliendo le arance e i pomodori che poi finiscono sulle nostre tavole…

Fra scandali e “Ruby-gate” Luca e Gustav si ritrovano alla manifestazione “In mutande ma vivi”, tenutasi il 12 febbraio 2011 al Teatro Dal Verme di Milano e organizzata dal direttore del Foglio Giuliano Ferrara per ribattere agli attacchi contro l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Poi l’intervista a Lorella Zanardo, autrice del documentario “Il corpo delle donne”, e una piccola visita a Predappio, cittadina emiliana che ha dato ai natali Benito Mussolini e che oggi rappresenta la meta preferita dai vacanzieri fascisti.

La spedizione continua a Napoli, fra spazzatura e panorami da sogno, e poco dopo in Sicilia, tra la mafia descritta dalle commoventi parole di Ignazio Cutrò (imprenditore sotto protezione) e la cultura argomentata dalle forti sentenze di Andrea Camilleri, secondo cui “lasciare il proprio Paese per scelta equivale a disertare”.

Si procede con i dodici ecomostri di Giarre e l’ingegnoso progetto dell’Incompiuto Siciliano, per poi riattraversare il mare verso la Puglia di Vendola e di Padre Fedele, che delinea i pregi e i difetti dell’Italia attraverso la metafora: “Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”…

Una traversata attraverso i vizi e le virtù degli Italiani, con statistiche e immagini da sconforto, ma sempre accompagnate da straordinarie parole ed esperienze in grado di far tornare il sorriso anche sulla bocca dei più scettici pessimisti.

Si può guardare il documentario cliccando qui: http://tv.wired.it/entertainment/2012/05/09/emigrare-o-resistere-scoprilo-nel-documentario-italy-love-it-or-leave-it.html

 

Un'Italiana a Bruxelles: al corso di Francese

Partita con l’idea che per un’italiana imparare il francese sarebbe stata una passeggiata, sono incappata nel peggior corso che Bruxelles potesse offrire…

Arrivata troppo tardi per poter accedere ai test d’ingresso degli istituti più seri, decido di spendere quindici euro al mese con la convinzione che sia meglio apprendere poco piuttosto che niente, e mi ritrovo seduta sulle scomode scale in legno di un’aula pensata per accogliere massimo cinquanta persone, ma che a quanto pare riesce a stiparne anche venti in più.

Una stanza gremita di età differenti, dove accenti asiatici e sud americani si confondono in una mescolanza di difficoltà che possono anche richiedere due intere ore di lezione per imparare i soli numeri.

Un appuntamento con un insegnante ogni volta differente, tra il divertente omino pelato costretto ad ascoltare un’anziana donna brasiliana che si ostina a rispondergli in portoghese e l’elegante signora belga che spiega la lezione imbarazzata dal galante invito a cena di un giovane studente colombiano.

Un “rendez vous” con una pausa intermedia che può durare il tempo di un caffè, una sigaretta e una chiacchierata tirata per le lunghe, e dove si può arrivare anche a fine lezione, giusto per firmare la presenza.

Corsi di lingua che si alternano a classi di informatica e marketing, con appesi in bacheca anche i listini per i servizi di “nettoyage” domestici, e il signore russo della portineria che lavora anche la domenica sera.

Un’esperienza formativa divertente e originale, dove l’apprendimento del francese si trasforma in una mera cornice, per racchiudere il grottesco quadretto che mi accompagnerà sino all’inizio di un futuro corso più credibile…

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Un'Italiana a Bruxelles: stupidi spunti di nostalgia patriottica

L’Italia ha tanti problemi. La seconda prima Repubblica, i soliti condoni, i soliti evasori fiscali, le solite collusioni con la mafia, il solito debito pubblico e i soliti “tanto funziona così”. Pagine di giornale che si ripetono giorno dopo giorno spingendoti oltre i confini nazionali, proprio laddove, inaspettatamente, riemerge quell’inventario di meraviglie che te la fanno ricordare come uno dei Paesi più belli.

Senza troppa ironia, inizierei dal bidet. Quel meraviglioso oggetto dimenticato dagli stati nordici e ingiustamente rimpiazzato da insulse salviettine umidificate. Quell’ingegnoso sanitario senza il quale la doccia non rappresenta più un piacere da fine giornata quanto un bisogno da prima mattina.

Continuerei col cibo, ripensando alle distese di frutta e verdura a chilometro zero, mentre faccio la spesa scegliendo fra prodotti di colore e forma diversa accomunati dallo stesso insapore, arrivati a destinazione chissà da dove, chissà da quando.

Proseguirei ancora con la strana organizzazione della raccolta differenziata, nella capitale europea da cui s’impongono le percentuali minime di rifiuti necessariamente recuperabili. Una Bruxelles in cui si separa il vetro colorato da quello bianco ma l’organico finisce nel sacchetto dell’indifferenziato insieme a svariati tipi di plastiche che in Italia si riciclano ormai da tempo.

Procederei con l’idea di organizzare il letto con due lenzuola e una coperta invece che ridurre la seconda a semplice “fodera per piumone”, decisamente poco adattabile alle mezze stagioni e incomprensibile per chi ama coprirsi anche ad alte temperature. E andrei avanti con la mancanza di avvolgibili o tapparelle, che impongono doppie tende alle finestre per cercare il buio nelle meritate notti di sonno.

Concluderei infine con la banale nostalgia per quella colorata luminosità che caratterizza il rinomato “Bel Paese”, contrapposta a quel pesante grigiore che impregna l’architettura bruxellese, anche quando il sole concede una visita alla città.

Piccoli particolari che ti condizionano la vita, ricordandoti l’originalità di certe abitudini che un tempo davi per scontate. Un’esperienza da capire e una città da amare anche per questa sua contraddittoria opportunità: fra la curiosa scoperta di una realtà inesplorata e un’imprevista rivisitazione delle tue origini.

 

Un'Italiana a Bruxelles: una città indefinita…

Bruxelles è una città difficile da capire, e quindi da raccontare. Una mescolanza di colori e accenti, dove la totale mancanza di caratterizzazioni impedisce di rappresentarla in un’identità ben definita.

Un puzzle di quartieri distinti per la connotazione etnica delle persone che vi abitano, dove dieci minuti di metro possono trasportarti verso l’Africa di Matongé, accompagnarti fra i palazzoni vetrati della Comunità Europea o immergerti nello stile arabico di Molenbeek.

Un viaggio sotterraneo in cui la moltitudine di suoni e sfumature si riunisce per condividere uno spazio colmo di odori e vite immaginate, tra sguardi incorniciati da variopinti chador e gli inconfondibili tratti sbiaditi dei pochi autoctoni rimasti in circolazione. Ma basta riemergere in superficie per imbattersi nell’uniformità di ciascuna zona e ritrovarsi a mangiare economici platani fritti e pollo in salsa d’arachidi serviti da una longilinea ragazza con la pelle d’ebano. Oppure incappare in un bar dove non servono alcolici e l’essere l’unica donna ti fa sentire come un faro nel deserto.

Bruxelles è la città delle patatine fritte nello strutto, delle Jupiler “vuoto a rendere” e delle domeniche nei mercati di Clemenceau e Gare du Midi, dove per qualche ora pare di essersi teletrasportati fra le assordanti compravendite di una piazza marocchina. “Un euro, Un euro”, gridano a ritmo serrato gli strepitanti venditori in piedi sopra le distese di bancali di frutta e verdura. Dall’altra parte i chioschetti di panini, cibi esotici e dolci sconosciuti ti invitano a passare il tempo fra sfiziosi assaggini e cassette di frutta regalata all’orario di chiusura, mentre la flebile pioggia incessante continua a scivolare sulla rassegnata indifferenza dei passanti…

Un'Italiana a Bruxelles: il viaggio

Una coppia di giovani speranzosi, una Renault Clio del 2001 e un bagagliaio stracolmo di valige e scatole, dominato da una testa parlante di Darth Fener: totem di ricordi universitari e di una stravagante passione cinematografica.
Una lacrima interrotta e un abbraccio di saluto, per scappare da una quotidianità pagata a quattro soldi, fra pacche sulle spalle e bile nello stomaco.

1200 chilometri da percorrere e sei nazioni da attraversare, con un bagaglio di nostalgia e punti di domanda, diretti verso quell’Estero tanto invidiato. Alle spalle una città di ricordi e l’amicizia delle persone che l’hanno vissuta insieme a te.

Un viaggio da 16 ore, alla scoperta di quei piccoli particolari che i libri di geografia non ti raccontano.

In Svizzera un uomo in divisa ti ferma alla dogana e ti invita a scendere dall’auto per pagare 40 franchi di autostrada (poco meno di 40 euro), con una differenza restituita in spicciolini elvetici mai più riutilizzabili.

In Germania le autostrade non si pagano e la mancanza di limiti di velocità ti invoglierebbe a schiacciare il piede sull’acceleratore, se non fosse per i continui “baustelle” (lavori in corso) “umleitung” (deviazioni) di cui nemmeno gli impeccabili tedeschi riescono a fare a meno.

Una notte nel freddo campeggio della meravigliosa Friburgo e due pasti a base di wurstel e birra prima di ritrovarsi ai caselli autostradali francesi, dove il panico per la mancanza del ticket passa solo dopo aver scoperto che la tariffa è già prestabilita.

Neppure Lussemburgo e Belgio riescono a riportarti al vecchio motto “all’estero la benzina costa meno”, sebbene fare il pieno dopo aver chiesto a due passanti quale fosse il carburante giusto per la tua auto ti faccia provare sensazioni impareggiabili: tra gusto del rischio e cieca fiducia verso il prossimo.

Una coppia di italiani in terra straniera, in una Bruxelles meno fredda e piovosa del previsto, dove la prospettata internazionalità lascia invece ben poco spazio a coloro che non parlano francese e fiammingo. La capitale dell’Unione Europea in cui viene richiesto un interprete per iscriversi all’ufficio di collocamento, e dove scopri che non solo in Italia le persone manifestano una certa avversione per la lingua inglese.

Un’avventura appena cominciata e una pagina bianca da riempire, tra ansie, speranze e mille curiosità…

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Al-Sakkeh e Vanzhata: i figli degli emigranti

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Mi chiamo Salvo Mangiafico Sono nato a Siracusa all’alba di un giorno di settembre del 1983. Ho trascorso i successivi 18 anni nella più classica della “provincia”, nel bene e nel male. Torino mi ha coccolato per i sei anni di università (vado orgogliosissimo dell’anno in più), prima di imbarcarmi su un aereo per il Wisconsin (un pezzo del mio cuore è rimasto a Madison, WI). Altri due anni al di là dell’oceano e adesso sono in Francia, a Lione.

Mi piace leggere, ascoltare musica, dare calci a un pallone, la buona tavola, la settimana enigmistica. Non mi piacciono i film doppiati. Non sopporto un mondo che vorrebbe costringermi ad apprezzare più un pezzo di carta con la filigrana che un sorriso di Elisa. Non mi avranno mai.[/stextbox]

La storia di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti viene spesso ricordata a memoria del difficile passato da emigranti degli italiani, di quando eravamo noi che chiudevamo la famosa valigia di cartone, abbandonavamo spesso per sempre i luoghi dove eravamo nati e cresciuti e sognavamo un futuro migliore; se non per noi, per i nostri figli. Ci trasferivamo in un paese sconosciuto, ci spaccavamo la schiena, spesso non riuscivamo a integrarci subito e cercavamo un rimedio alla nostalgia formando delle comunità di italiani in cui sentivamo il profumo delle nostre radici. Ovunque siamo andati abbiamo trasmesso al paese che ci adottava un po’ della nostra cultura, del nostro spirito, delle nostre usanze. Due i prodotti più famosi: la pizza e la mafia. L’Italia è famosa nel mondo per mille altre ragioni, ben più nobili, ma qui sto prendendo in considerazione le “specialità” italiane che abbiamo materialmente esportato con le nostre mani e il nostro lavoro. La Primavera del Botticelli, in un certo senso, si “vende” da sola. La sua fama si è propagata da sé… Botticelli non l’ha certo caricata su un carro e portata in giro per il mondo. Lo stesso vale per la letteratura, la musica, l’arte, tutte quelle cose che ci piace elencare quando vogliamo sentirci migliori degli altri. Senza l’emigrazione dei nostri padri, nonni e bisnonni, invece, la pizza e la mafia sarebbero probabilmente rimaste entro i nostri confini nazionali. Passi per la pizza, ma la criminalità non poteva essere un gran bel biglietto da visita. E infatti insieme all’ammirazione ci siamo creati anche una certa nomea, tanto da vederci rifiutati gli ingressi nei luoghi pubblici e gli affitti. Sacco e Vanzetti ci hanno rimesso anche la vita, per quella nomea. La loro è una storia di ingiustizia, discriminazione, in una parola: razzismo.

Quante sono le famiglie italiane che hanno visto partire qualcuno, a volte ritornato, a volte no? Penso che tutti abbiamo ascoltato di quel parente o amico di parenti che si è trasferito chissà dove. In un certo senso, siamo tutti figli o parenti di emigranti. Come popolo, ci ritroviamo un enorme bagaglio di storie, esperienze e vite, che abbiamo chiuso in soffitta. Oggi che le nostre città si riempiono di volti di gente fuggita dalla miseria, venuta da noi in cerca di serenità, noi ci sforziamo in tutti i modi di smentire la nostra fama di popolo caldo, accogliente e generoso. Volendo forzare un po’ la mano, è come se ci stessimo vendicando delle angherie subite ai nostri tempi, come se dicessimo “adesso tocca a voi”. Spesso le persone che arrivano da noi hanno un’ulteriore spinta, che noi non avevamo. Noi fuggivamo dalla povertà. Loro scappano anche dalle guerre o da situazioni politiche instabili.

In questa sede non ha senso la distinzione fra clandestini e regolari, perché voglio riflettere sul nostro atteggiamento come singoli e dei comportamenti che teniamo nella vita quotidiana. È inevitabile toccare argomenti che hanno a che fare con la politica, ma ciò che mi preme sottolineare sono le motivazioni che le spingono. Mentire a sé stessi non è impossibile, ma per lo meno richiede uno certo sforzo. Affittereste un vostro appartamento a uno straniero? Non c’è neanche bisogno di usare il termine “extracomunitario”, visto che mi riferisco anche a polacchi e rumeni. Però le badanti ci fanno comodo, vero? In nero, si intende. Una delle bestialità più frequenti è “la maggior parte di quelli che vengono qui poi lavorano in nero e non pagano le tasse”. Al di là delle statistiche del tutto soggettive, di chi è la colpa quando qualcuno è assunto in nero? L’ipocrisia a volte non ha limiti… Un altro argomento in voga è la mancata volontà degli immigrati di integrarsi. L’integrazione si realizza quando entrambe le parti ne hanno voglia e convenienza. Faccio un esempio legato a ciò che vedo qui in Francia. Com’è noto,  i flussi migratori in Francia sono frutto del passato coloniale di questo paese, il che fa sì che la grande maggioranza degli stranieri presenti oggi nel paese siano di origine maghrebina, prevalentemente tunisini e algerini. Esiste un problema di integrazione anche qui, ma guarda caso i casi problematici riguardano pressoché sempre persone che sono relegate nelle banlieues. Ne avevo sempre sentito parlare, ma quando ci sono andato sono rimasto colpito. Questi nuclei suburbani hanno un aspetto da romanzo di fantascienza post-atomico. Casermoni abitativi con decine, a volte centinaia di appartamenti, alle periferie delle città, vicino o nel pieno delle zone industriali. Progettati per essere ghetti. Esattamente come lo ZEN di Palermo o le Vele di Scampia. Esattamente con gli stessi problemi. Strano, vero?

L’ho detto e lo ripeto: l’integrazione si attua da entrambe le parti, non dipende esclusivamente da noi. Ma di sicuro noi non stiamo facendo la nostra parte. Le ronde non costituiscono propriamente una politica di integrazione, così come l’attenzione morbosa dei media nei confronti degli stranieri a ogni nuovo episodio di cronaca. Quando si parla di legge poi, l’atteggiamento è “colpirne uno per educarne cento”.

I meccanismi per assumere la cittadinanza italiana sono proibitivi. Il figlio di una coppia di stranieri, nato e cresciuto in Italia, educato nelle scuole pubbliche italiane, deve aspettare i 18 anni per essere riconosciuto come un italiano. È illogico, oltre che assurdo.

In fondo ci conviene che le cose siano così. Una persona debole non è nella posizione di far valere a pieno i suoi diritti, quindi è di fatto subalterna. L’effetto principale del reato di clandestinità (finché regge, vista l’entrata in vigore della direttiva europea n° 2008/115/CE) non è prevenire la crescita della schiera di “invisibili”, ma impedire loro di rivolgersi alle autorità in caso di soprusi. Infatti se da un lato fa ridere l’idea di fermare le migrazioni di popolazioni con una leggina, dall’altro dichiarare criminali i clandestini è il modo migliore per evitare che un lavoratore sfruttato assunto in nero denunci il suo sfruttatore alla polizia. Sulla stessa scia l’oscena proposta di obbligare i medici degli ospedali a denunciare i clandestini dopo averli curati al pronto soccorso.

A quando un Sacco o un Vanzetti nigeriano? E se fossero già in galera?

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E poi nacquero i "terroni"…

Ci hanno sempre parlato di un grande Giuseppe Garibaldi affiancato da mille coraggiosi uomini, partiti in spedizione per unificare quell’Italia che ancora oggi stenta ad essere davvero unita…
Ci hanno detto che già prima dell’unione il Meridione era povero ed arretrato, e il brigantaggio la faceva da padrone in quella manciata di regni in cui il potere borbonico era riuscito a creare solo miseria ed ignoranza, al confronto di un Nord ricco ed istruito per mano dei Savoia.

La storia, è risaputo, l’hanno sempre scritta i vincitori, quegli stessi che oltre a stabilire i ricordi delle memorie passate hanno dettato le regole degli avvenimenti futuri. E mentre i bambini crescono ammirando un eroico Garibaldi e maledicendo un regno borbonico colpevole delle innumerevoli disavventure del famigerato Sud, il giornalista Pino Aprile pubblica il libro Terroni, sbattendo in faccia un tassello di storia sconosciuta alla Padania e a tutti i suoi militanti cittadini leghisti.
“Ho fatto elementari, medie, superiori e ho cambiato tre facoltà universitarie – scrive Aprile in un articolo de Il Manifesto – avessi trovato un rigo sulle stragi compiute al Sud dai piemontesi per unificare l’Italia. Stupri, torture, esecuzioni e incarcerazioni di massa; il saccheggio delle risorse del Regno delle Due Sicilie, la chiusura, persino a mano armata e sparando sugli operai, delle aziende, fra cui i più grandi stabilimenti siderurgici del tempo in Calabria, a Mongiana, o le più grandi officine meccaniche a Pietrarsa (Napoli), studiate da tutti i paesi industrializzati contemporanei. Venne distrutta un’economia che stava costruendosi un futuro ed ebbe solo un passato”.

Nitti, da presidente del Consiglio scoprì che quando si fece cassa comune dopo l’unificazione dell’Italia, i due terzi dei soldi furono presi dal Sud, quello stesso da cui non si emigrava a milioni come invece accadeva al Nord. Solo dopo l’Unità e la creazione della cosiddetta Questione meridionale si cominciò a partire da quello stesso territorio che la storia aveva reso terra d’immigrazione, in cui erano giunti popoli da ogni dove. “Il Regno delle Due Sicilie – prosegue Aprile – con migliaia di chilometri di coste, aveva programmato decenni prima lo sviluppo dei commerci via mare, dotandosi della seconda flotta commerciale del continente, e Napoli, terza capitale europea, partoriva brevetti e nuove discipline (vulcanologia, archeologia, economia politica)”.

Eppure oggi li definiscono “terroni”, quegli stessi meridionali che durante la famosa “liberazione” contarono centinaia di migliaia di morti, stupri, saccheggi e paesi completamente distrutti.
Li definiscono “porci” (Bossi), “topi da derattizzare” (Calderoli), “merdacce mediterranee” (Borghezio) e “cancro” (Brunetta), incuranti della complessità del tema ed accecati da un’ignoranza e da una superficialità che li rende incapaci di guardare oltre i pregiudizi su cui hanno costruito la propria miope opinione politica…

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