Abbiamo sbagliato per anni, adesso è ora di rimediare

Carenza d’acqua potabile, diminuzione delle aree coltivabili, impoverimento dello strato superficiale finalizzato alla produzione agricola, estinzione di diverse specie viventi, aumento dei casi di deforestazione, distruzione di barriere coralline, inquinamento atmosferico, marino e terrestre. Tutto questo è già in atto, si può vedere chiaramente. Se non ci si alzerà dal divano, queste manifestazioni apocalittiche ci porteranno a un inammissibile peggioramento. Volete ancora che quei disastri sopraelencati continuino ad essere gli emblemi d’oggi e la paura di domani? Io no.
È ora di dire basta a questa sporca umanità, a questo snervante e incomprensibile degrado sociale, a questo immenso menefreghismo nei confronti della realtà tangibile. Noi umani disperdiamo ogni giorno nell’aria inestimabili quantità di sostanze tossiche senza rendercene conto mai abbastanza. Questo è un dato di fatto, non l’ho inventato io. Abbiamo tra le mani la verità e ininterrottamente la sottoponiamo a prove per renderla possibilmente meno vera e meno visibile. Provo vergogna nel sapere che siamo tutti a conoscenza del disastroso domani e nonostante ciò rimaniamo ancora seduti sul divano a guardare la TV. È vergognoso non tanto perché stiamo zitti e immobili, ma perché ora ho la certezza che all’umano non importa nulla di quella immensa fortuna che ci ha donato questo bellissimo pianeta verde-blu.
Stiamo consapevolmente, ripeto consapevolmente, sparando su nel cielo sostanze inquinanti da troppo tempo. Il vero problema è che esse trattengono calore, quindi elevano la temperatura dell’aria, degli oceani e della superficie terrestre. L’incremento termico a sua volta causa tutto quanto elencato nelle prime righe, oltre a: scioglimento dei ghiacciai, aumento del numero e della potenza degli uragani, diminuzione delle foreste, diminuzione dei raccolti e così via. Se ora anche voi, come me, non volete che questa crisi climatica peggiori, dobbiamo subito cominciare a risolverla partendo proprio dai gas serra liberati nell’atmosfera.
Le sostanze inquinanti che causano il surriscaldamento globale sono diverse. La più importante è il biossido di carbonio (CO2) che proviene dalla combustione di carbone per la produzione di energia, e dalla combustione di derivati del petrolio nei trasporti; la CO2 è il più inquinante rispetto agli altri gas serra, poiché è quello maggiormente prodotto, per tal motivo bisognerebbe trovare un modo di produrre energia senza sprigionare biossido di carbonio nell’aria. Ma non tutto è compromettente! Una cosa che ci dovrebbe far diventare più zelanti è la straordinaria capacità detenuta dalla Natura: le piante assimilano la COatmosferica; quindi dobbiamo assolutamente diminuire i casi di deforestazione perché portano soltanto a un minor smaltimento di CO2, ovvero ad un suo maggior accumulo nell’atmosfera.
Spesso ci si chiede quale sia la vera via di fuga, o meglio, la soluzione più giusta a questa grave crisi, ma generalmente non si riesce mai a darsi valide risposte. Forse perché la falsa convinzione che tutto è irrimediabile ci rende negligenti, o forse perché si ha paura di dover dar ragione alla realtà e ammettere i propri errori. Probabilmente la cosa più esatta da fare, ma più complicata da attuare, è unirsi e combattere la ardua situazione con buonsenso e diligenza. La terra è abitata da circa sette miliardi di persone; in qualche modo riusciremo a creare una pacifica coalizione tra le nazioni mondiali. Sarà difficile, ovviamente, ma non ci sono dubbi che la benevolenza nascosta in noi possa vincere sulla codardia dei “potenti”. Inoltre, la politica potrebbe darci una mano limitando le emissioni di biossido di carbonio, di metano e di altri gas serra, ma, pensandoci a modo, sarebbe come chiedere al mondo di smettere di ruotare per un giorno.
Come dice Al Gore: “se smettessimo domani di produrre COin eccesso, circa metà della COprodotta dall’uomo ricadrebbe giù nell’atmosfera (per essere assorbita dagli oceani e da piante e alberi) nel giro di 30 anni […] la parte rimanente ricadrebbe con molta più lentezza, e fino al 20% di ciò che abbiamo immesso nell’atmosfera quest’anno sarebbe ancora lì tra 1000 anni. E ogni giorno spariamo fin lassù 90 milioni di tonnellate di CO2“. Incredibile, vero?
L’unica cosa che in questo periodo non dobbiamo assolutamente fare è perdere la speranza, perché nulla è per sempre, nemmeno il dolore, le ingiustizie e ogni cosa che fa parte della frazione morta del mondo. In ogni piccola realtà che noi viviamo c’è sempre un margine di speranza. E noi – noi che vogliamo lottare contro questa forte crisi climatica – gestiremo questa speranza col fine di renderla ampiamente reale. Prima, però, dobbiamo convincerci che il problema basilare della crisi climatica è l’assenza di un’unione mondiale, di una vera pace tra cittadini… Noi faremo in modo che questo buco fondamentale possa essere ricucito in fretta.

La truffa non è riuscita: si vota per il nucleare

I tristi presagi della vigilia si sono rivelati errati. Contro le aspettative, la Corte di Cassazione ha dato ragione ai comitati promotori del referendum sull’energia nucleare, confermando la validità del quesito. Il 12 e il 13 giugno, quindi, potremo ritirare ai seggi tutte e quattro le schede. In un articolo del nostro speciale sui referendum ci siamo già occupati del quesito sul nucleare, spiegando le ragioni per votare sì e il tentativo che era in atto di scippare i cittadini del diritto di esprimere la loro opinione. Gli avvenimenti dell’ultima settimana rendono necessarie alcune precisazioni.

Il decreto omnibus convertito in legge il 25 maggio scorso prevede l’abrogazione delle norme oggetto del referendum, ma contiene un cavallo di Troia. L’ultimo comma, infatti, permette al governo, tra un anno, di adottare una nuova strategia energetica nazionale, lasciando aperta la porta per il ricorso all’energia nucleare. Per di più, è esplicitamente dichiarato che “il Consiglio dei Ministri tiene conto delle valutazioni effettuate a livello di Unione europea e a livello internazionale sulla sicurezza delle tecnologie disponibili, degli obiettivi fissati a livello di Unione europea e a livello internazionale in materia di cambiamenti climatici, delle indicazioni dell’Unione europea e degli organismi internazionali in materia di scenari energetici e ambientali”. Tradotto, aspettiamo i risultati degli stress test che l’UE si accinge a compiere sulle centrali europee e poiché quasi tutte saranno verosimilmente dichiarate sicure ne approfitteremo per procedere con la costruzione delle nostre. Poco importa se nel frattempo la Germania ha deciso di spegnere tutti i suoi impianti entro il 2022, a prescindere dai risultati degli stress test, e di diventare il leader continentale nelle energie rinnovabili. Da un lato, quindi, il decreto omnibus sembra accogliere le istanze referendarie, ma dall’altro non fa che aggirarle, rinviando la questione di dodici mesi, quando i referendum saranno un ricordo. Per questo motivo la Cassazione ha deciso che il quesito viene ammesso ma modificato. Non si voterà più per abrogare le leggi che prevedevano la costruzione delle centrali nucleari, visto che in un certo senso ci hanno già pensato il governo e il parlamento, ma per cancellare i commi 1 e 8 dell’articolo 5 del decreto omnibus convertito in legge, che lasciano la possibilità di ritornare sulla faccenda l’anno prossimo. Il testo esatto del quesito non ci è noto al momento, ma il significato sarà il seguente: “Volete che sia annullata la possibilità di ricorrere all’energia nucleare fra un anno?”. In un certo senso, lo schiaffo al governo e alla maggioranza è doppio. Non solo il referendum rimane in piedi, contrariamente alla loro volontà, ma viene materialmente trasferito sul loro tentativo di raggirare la sovranità popolare. L’unico problema, adesso, è ristampare tutte le schede con il nuovo quesito. La cosa non dovrebbe preoccupare particolarmente per quanto riguarda lo svolgimento della consultazione in Italia, ma gli italiani all’estero hanno già cominciato a votare sulle vecchie schede, che ora non sono più valide.

In ogni caso, la decisione della Corte consente di nutrire ancora la speranza di raggiungere il quorum, impresa tuttora difficile. Benché gli altri tre quesiti siano ugualmente importanti, il nucleare è sicuramente il tema che più di altri tocca l’interesse della popolazione. Se il quesito fosse stato abolito, l’affluenza alle urne a giugno sarebbe stata probabilmente più bassa. Era proprio questo l’obiettivo del governo, infatti. Il fulcro della questione, com’è noto, è il quarto questito, quello sul legittimo impedimento, che più di tutti gli altri ha una valenza politica e si configura come un plebiscito pro o contro Silvio Berlusconi. Per chi non fosse convinto, bastano le parole di Maurizio Lupi a poche ore dal verdetto della Cassazione per rivelare che la strategia della maggioranza è palesemente quella di incentivare l’astensionismo e di premunirsi nell’auspicabile caso in cui dovessero affermarsi i sì: “Decideremo oggi una libertà di voto da parte degli aderenti al Pdl perché non vogliamo caricare di importanza politica il referendum. Io personalmente non andrò a votare”. Su una cosa ha ragione: materie come acqua e nucleare non hanno colore politico e sui questiti che le riguardano non si deve votare tendendo conto dei partiti che hanno promosso le leggi in questione. Tuttavia, non si potrebbero ignorare le conseguenze politiche di un’eventuale abrogazione della tanto voluta legge ad personam sul legittimo impedimento. Dopo l’esito delle elezioni amministrative, un pronunciamento dei cittadini a favore di un futuro pulito, senza scorie radiottive, in cui l’acqua è un bene prezioso e non una fonte di guadagno e in cui la legge è uguale per tutti sarebbe l’ennesimo colpo al potere di Berlusconi.

Gli altri articoli sul Referendum:

 

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Verso i referendum – parte 3: il nucleare

Terzo appuntamento dello speciale di Camminando Scalzi sui referendum del 12 e 13 giugno. Nell’articolo di oggi parliamo del terzo quesito, quello sul nucleare. È indispensabile fare una premessa. Nel seguito si parlerà spesso di “produzione di energia”. Purtroppo, l’ignoranza scientifica imperante produce delle storpiature nel linguaggio corrente e, cosa ancora peggiore, in quello giornalistico, che fanno sì che marchiani errori o lacune culturali diventino concetti assodati per il grande pubblico. L’energia non si produce, si trasforma. Detto ciò, andiamo avanti, sperando che il sacrificio di una volta serva a rendere la faccenda più chiara e a non generare confusione.
In seguito ai tristi avvenimenti giapponesi, l’argomento ha suscitato discussioni e dibattiti ancora più accesi rispetto a quelli, pur intensi, dei mesi precedenti. Si è (ri)cominciato a parlare di nucleare, infatti, nel 2008, quando l’appena insediato governo Berlusconi IV propose il ritorno alla produzione di energia nucleare sul territorio italiano. Cominciamo col dissipare un dubbio ricorrente: perché si riparla di energia nucleare se nel 1987 un altro referendum ne aveva già sancito il divieto? La domanda è di per sé fuorviante. Il referendum del 1987 era, esattamente come quello del mese prossimo, di tipo abrogativo. Mirava, ossia, a cancellare una serie di norme che disciplinavano la materia nucleare. Per sua stessa natura, un referendum abrogativo non può imporre un divieto, per il quale occorrerebbe proporre una legge, ma solo cancellare dei provvedimenti esistenti. In particolare, in seguito alla netta affermazione dei sì, furono aboliti il diritto dello Stato di scavalcare un rifiuto di un comune alla costruzione di una centrale nucleare sul suo territorio, l’erogazione di un compenso economico per gli enti locali interessati dalla presenza di una centrale e la possibilità per l’Enel di costruire centrali all’estero. La costruzione di nuove centrali o il mantenimento delle esistenti furono quindi, di fatto, resi impossibili, ma non vietati per legge. Esattamente la stessa cosa che succederebbe adesso nel caso in cui fosse raggiunto il quorum e prevalessero i sì.
Veniamo al quesito su cui siamo chiamati a esprimere un parere. Il testo che troveremo sulla scheda è chilometrico. Propone sostanzialmente l’abrogazione di tre provvedimenti legislativi emessi dal governo attualmente in carica. Il primo è la legge 133/2008, “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e perequazione tributaria”, che fissa fra gli obiettivi urgenti la “realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare” (frase che il quesito propone di cancellare). È stata la prima scintilla che ha fatto scoppiare la vicenda. La seconda norma interessata dal referendum è la legge 99/2009, “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia”. Oltre ad altri provvedimenti concernenti vari argomenti, la norma conferisce al governo la delega per la localizzazione degli impianti nucleari e la definizione dei compensi per le popolazioni che li accolgono. Per impianti non si intendono solo le centrali, ma anche i depositi delle scorie (la cui gestione viene affidata alla Sogin, una società costituita nel 1999 per gestire lo smantellamento delle vecchie centrali). Inoltre, viene disposta la determinazione delle procedure per le autorizzazioni e dei requisiti necessari. Viene anche istituita l’Agenzia per la sicurezza nucleare. La terza norma soggetta al quesito referendario è il decreto legislativo 31/2010, che, per dirla in parole povere, definisce i punti già previsti dalla legge 99/2009 dandone attuazione.
È utile soffermarsi sugli argomenti a favore del sì e del no. I fautori del ritorno all’energia atomica affermano che le centrali nucleari sono l’unico strumento che garantisce una produzione massiccia e continua di energia, resa necessaria dall’enorme fabbisogno energetico, peraltro in continua crescita. Ciò è probabilmente vero, ma non rappresenta la soluzione del problema. Il fotovoltaico e l’eolico sono, per loro natura, tipologie di energia la cui produzione non può che essere discontinua: i pannelli solari funzionano sostanzialmente di giorno, le pale eoliche quando c’è vento. Per questa ragione non forniscono energia 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e di conseguenza occorrono fonti energetiche diversificate e sfruttate in parallelo, affinché il fabbisogno sia costantemente coperto. Peccato, però, che la maggior parte della domanda di energia si verifichi proprio durante il giorno, ossia nel pieno del funzionamento dei pannelli solari. In tal modo, il solare diventa il maggior concorrente delle fonti tradizionali, in virtù anche di un altro fattore: la capillarità. I pannelli solari si prestano a un’installazione in piccola scala, destinata alla produzione di energia per il consumo personale. Ognuno potrebbe produrre l’energia che gli serve, attingendo pochissimo alla rete elettrica o, addirittura, riversandovi il surplus di energia sviluppata e non consumata. Qui però si apre il discorso delle smart grid, che meriterebbe una trattazione a sé. Per di più, il nocciolo della questione (visto che siamo in tema di nucleare…) non è il prezzo dell’energia prodotta. Quest’affermazione può sembrare assurda, ma il dibattito sull’opportunità o meno del ritorno all’atomo ha visto l’intervento di innumerevoli parti, ognuna delle quali ha citato studi condotti da vari organismi, col risultato di aver prodotto una selva di numeri. Non solo la contrapposizione di voci discordanti appare come uno sterile pareggio, ma vi sono argomenti più importanti per decidere cosa votare. O almeno così dovrebbe essere. Il prezzo dell’energia dovrebbe venire dopo la sicurezza della popolazione. Le conseguenze di un incidente a una centrale nucleare sono talmente catastrofiche da far passare in secondo piano qualsiasi altra considerazione. Affinché sia così, tuttavia, occorre che il valore della vita umana sia superiore a quello della moneta, cosa che, purtroppo, non è del tutto scontata per molta gente. Si parla molto della sicurezza e dell’affidabilità di una centrale nucleare. Non si parla altrettanto del significato del termine sicurezza. Per qualsiasi opera pubblica o, in ambito più generale, qualsiasi manufatto esiste una probabilità di malfunzionamento, basata su determinati fattori di sicurezza. Questo significa che non esiste nulla che sia assolutamente garantito immune da problemi. Il Titanic doveva essere inaffondabile… Chi è disposto a scommettere sull’infallibilità di un impianto nucleare a 20 km da casa sua? Non è allarmismo, è semplice valutazione del rischio, inteso come combinazione della probabilità del verificarsi di un problema e delle conseguenze del problema stesso.

C’è altro? Sì, un mucchio di scorie. Ogni reattore produce, oltre all’energia, anche una notevole quantità di scorie, alcune delle quali hanno un’emivita (il tempo per il quale il materiale radioattivo rimane tale) di migliaia di anni. Le scorie vanno custodite in discariche adatte, depositi sicuri e a tenuta stagna per tempi lunghissimi. Deserti e steppe a parte, luoghi del genere sono molto ardui da trovare. In Francia e in Germania il problema è stato solo aggirato, con depositi che hanno in realtà evidenziato gravi problemi. In particolare la miniera tedesca di Asse rischia di trasformarsi in una bomba ecologica.
Se proprio si vuole insistere sull’aspetto economico, basti ricordare che le centrali che verrebbero costruite in Italia sono del modello francese EPR (che non corrisponde, come spesso si sente blaterare, alla famosa quarta generazione), analoghe a quella in costruzione da anni in Finlandia, la cui consegna è già stata rinviata più di una volta e il cui prezzo, nel frattempo, è notevolmente lievitato rispetto a quello previsto. Seguendo i piani inizialmente prospettati dal governo italiano, le prime centrali vedrebbero la luce intorno al 2020. Non ha senso investire una tale quantità di denaro in un progetto che rischia di essere obsoleto dalla nascita. Non a caso in vari paesi europei, Germania in testa, si registra una vigorosa marcia indietro sul programma nucleare già in atto. Mentre gli altri si accingono a spegnere le loro centrali, noi progettiamo di accenderne. Il tutto, senza contare il rinvio di due anni recentemente imposto dal governo Berlusconi alla tabella di marcia italiana. Nel primo articolo dello speciale abbiamo già parlato del tentativo di annullare il referendum messo in atto dalla maggioranza. Si attende il verdetto della Corte di Cassazione, atteso per la fine del mese.
Nel caso in cui il quesito riguardante il nucleare fosse eliminato, restano comunque altri tre ottimi motivi per andare a votare, i due quesiti sull’acqua pubblica, di cui abbiamo già discusso, e quello sul legittimo impedimento. Ma questa è un’altra storia.

 

Gli altri articoli sul Referendum:

 

Scacco matto al nucleare.

Una partita di scacchi. È questa la metafora che è stata scelta dall’agenzia pubblicitaria “Saatchi & Saatchi” per descrivere il controverso dibattito pubblico sull’energia nucleare nello spot promosso dal Forum Nucleare Italiano. Non c’è telespettatore italiano che non abbia ancora visto il video di questa campagna, che oggi si pone l’obiettivo di riaprire un confronto sull’annosa questione. Uno spot che è stato immediatamente trascinato in un marasma di polemiche da coloro che lo ritengono più orientato a convincere piuttosto che a stimolare una discussione sul tema.

Nella simbolica partita a scacchi il giocatore contrario all’investimento sul nucleare si muove con pedine nere, voce incerta e argomentazioni poco convincenti, che sembrano dettate da paure inspiegabili ed irrazionali piuttosto che da realistiche convinzioni. Al contrario, l’avversario che muove le pedine bianche e si schiera a favore delle centrali si esprime con voce più decisa e suadente, esponendo le proprie motivazioni con competente sicurezza.

La teoria che tale spot non sia un semplice invito a visitare il forum è peraltro suffragata dall’elenco dei soci fondatori: ENEL S.p.A. ed E.D.F. International S.A., a cui si sono poi aggiunti Ansaldo Nucleare, Areva, Edison, Sogin, Terna e altre aziende, tutte direttamente coinvolte nel business delle energie.

Al punto 4.3 dello Statuto del Forum Nucleare Italiano si può inoltre leggere l’obiettivo esplicitato dell’associazione: “promuovere l’informazione e il dibattito sull’energia nucleare, attraverso la promozione di incontri, conferenze e seminari organizzati dall’Associazione, in modo tale da incrementare il consenso all’utilizzo dell’energia nucleare e da creare consapevolezza dei benefici non solo in termini di indipendenza energetica per l’Italia, di riduzione del costo dell’energia e di lotta al cambiamento climatico, ma anche di opportunità nel campo dello studio, della ricerca, dell’innovazione e dell’occupazione”.

Lo stesso presidente dell’associazione promotrice del Forum, Chicco Testa, si è più volte detto favorevole ad un investimento nell’energia nucleare. Nel 1987 era tra i promotori del referendum che cancellò l’atomo dal panorama italiano mentre oggi è presidente di un’associazione che vuole convincere l’Italia dei vantaggi del nucleare stesso. La sua posizione è stata più volte rimarcata, nel suo blog (www.chiccotesta.it), nei giornali con cui collabora e nel suo recente libro Tornare al nucleare? L’Italia, l’energia, l’ambiente, pubblicato da Einaudi nel 2008.

Possiamo dunque parlare di pubblicità ingannevole? Sicuramente pensare che i promotori dello spot avessero il solo obiettivo di stimolare un dibattito pubblico sul tema richiede un notevole sforzo…

Nel frattempo in rete proliferano le critiche e questo sito continua a proporre divertenti parodie per contrapporsi alla faziosità dello spot incriminato, tentando di definire quell’elenco di motivazioni che oggi, ancor più di 23 anni fa, dovrebbero dissuaderci dall’investire sull’energia nucleare.

Uno dei motivi si legge nel blog di Greenpeace, che “il 17 dicembre 2010 ha ricevuto rapporti verificati che dallo scorso 11 dicembre oltre 200.000 litri di fanghi radioattivi da tre piscine lesionate si sono riversati nell’ambiente presso la miniera d’uranio Somair (Niger)” a causa della cattiva gestione dell’Areva (azienda che compare nell’elenco di soggetti promotori del Forum Nucleare Italiano). Altrettante motivazioni si ritrovano nei costi (minimo 24 miliardi di euro per soddisfare il 25% del fabbisogno energetico del Paese), nella difficoltà di smaltimento delle scorie e nel fatto che l’uranio sia una risorsa in esaurimento.

Davvero “una grande mossa”! Non c’è che dire…


La scissione delle opinioni…

“Si riaccendono le polemiche su una possibile scelta della Sardegna come sede di una delle centrali nucleari da realizzare in Italia” – si legge tra le notizie ANSA del 18 settembre 2010, nella stessa giornata in cui il noto oncologo Umberto Veronesi, nella sua recente visita a Cagliari, ha affermato che “i sardi dovrebbero essere contenti se dovesse essere costruita una centrale nella regione. Non ci sono pericoli e la contrarietà al nucleare è solo ideologica, non supportata da argomentazioni scientifiche”.

A rispondere al caro Veronesi è bastata l’ultima puntata di “Presadiretta”, la trasmissione di Riccardo Iacona che è andata in onda su Rai 3 domenica 19 settembre, interamente dedicata al nucleare. Un viaggio tra i tanti Paesi europei che da tempo hanno scelto di sfruttare l’uranio come fonte d’energia, e che quotidianamente si ritrovano a fare i conti con gli effetti collaterali dell’atomo…

Il servizio comincia da Kromberg, in Germania, con una terrificante intervista a una madre di famiglia residente in una casa costruita nei pressi di una centrale nucleare. “In questa zona – afferma la donna – tra le persone che conosco ci sono ben quattro famiglie in cui vi sono stati dei casi di leucemia infantile”, e risulta difficile pensare che sia stata solo una coincidenza, considerata la rarità della malattia.

A Sellafield (in Inghilterra) una madre intervistata affermava che “la centrale scaricava in mare materiale radioattivo (scorie liquide) all’insaputa degli abitanti della zona”, che inconsapevoli portavano i propri figli a fare il bagno in quelle stesse acque contaminate.
“Secondo le stime – ha affermato il giornalista durante il servizio – nel Mare d’Irlanda oggi dovrebbero esservi depositati circa 200 kg di plutonio, lungo le coste di un paese in cui già dagli anni cinquanta si parla di latte radioattivo.

In Francia, nella Terra di San Pier, da una misurazione “CRIRAD” (Commissione di ricerca e informazione indipendente sulla radioattività) è stata ritrovata una quantità enorme di “Yellow cake” (uranio concentrato) nel sottosuolo di terreni edificati e abitati da diverse famiglie.
È la stessa Francia che ora sta sperimentando la costruzione delle nuove centrali EPR, di ultimissima generazione. Prototipi attualmente inesistenti, che il Governo italiano prevede di acquistare in caso di investimenti sul nucleare. Un “esperimento” che già in Francia ha portato a ritardi di oltre tre anni, con costanti negligenze di costruzione, tra saldature ultimate senza supervisioni e ritardi nell’arrivo dei progetti.

Il servizio di “Presadiretta” si è poi concluso parlando della miniera di Hasse, nella bassa Sassonia. Una cava scelta per il deposito delle scorie, escludendo la possibilità che in una miniera di sale potesse arrivare l’acqua, sebbene le recenti infiltrazioni che rischiano di far crollare la miniera provino l’esatto contrario. Oggi una grande “A” di legno simboleggia l’avviso “Achtung” (Attenzione) all’ingresso della città, dove i cittadini vivono nella costante paura che possa accadere il peggio e che quelle scorie possano raggiungere le falde acquifere contaminando l’acqua potabile. Nel frattempo politici e scienziati si arrabattano nella ricerca di una soluzione, e le attuali stime prevedono almeno dieci anni di lavori e un costo di minimo due miliardi di euro…

Siamo davvero sicuri che si tratti semplicemente di “contrarietà ideologica”?

Energia pulita, traffici sporchi

Un tempo si parlava di mafie con lo sguardo rivolto al sud Italia: Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Il problema sembrava riguardare un circoscritto del Paese, e la cronaca nazionale si disinteressava del tema pensando che fosse una “questione locale”, che i cittadini non residenti in quelle specifiche regioni ritenevano troppo lontana per potersene interessare…

In seguito il successo di Gomorra e le sue 13 milioni di copie vendute in tutto il mondo, hanno fatto capire che il le mafie hanno un potere che va ben oltre i limitati confini regionali del Meridione italiano, che sconfina sino all’oltreoceano. “In tv Angelina Jolie calpestava la passerella della notte degli Oscar indossando un completo di raso bianco, bellissimo – si legge nel famoso libro di Roberto Saviano. – Uno di quelli su misura, di quelli che gli stilisti italiani, contendendosele, offrono alle star. Quel vestito l’aveva cucito Pasquale in una fabbrica in nero ad Arzano”.

La Camorra è arrivata sino ad Hollywood, e non ci sarebbe nulla di cui sorprendersi nel leggere il reportage di Fabrizio Gatti apparso su “L’Espresso” del 30 aprile. “Vento di Mafia” è il titolo dell’inchiesta, e gli affari illeciti legati al business dell’eolico sono il drammatico tema dell’articolo.

Ci siamo giocati anche la Sardegna – scrive il giornalista nelle prime due righe del pezzo. – […] Montagne di calcare e granito rosso, di pascoli e sughereti sono state sventrate per innalzare eliche e torri. […] Si possono vedere all’opera a Cagliari amministratori di società che a Napoli si occupano di noleggio di pedalò: in fondo si tratta sempre di fonti alternative. Oppure capita di inciampare nelle aziende del capitalismo nazionale. E scoprire che l’ex socio che ha aperto la via del vento ai fratelli Gianmarco e Massimo Moratti è stato condannato il 9 marzo a Palermo per corruzione. Con l’aggravante di aver favorito proprio Cosa Nostra. Si chiama Luigi Franzinelli, 66 anni: ha disseminato l’Italia di pale e piloni”.

L’inchiesta de “L’Espresso” prosegue percorrendo l’isola lungo il cammino del Maestrale. Da Buddusò a Olbia, da Cagliari a Sassari, sino a giungere all’ultima inchiesta della Procura di Roma su affari e politica, dove sono partiti gli accertamenti per Ignazio Farris, il direttore generale dell’Agenzia regionale sarda per la protezione dell’ambiente, nominato lo scorso 6 agosto dalla nuova giunta del Governatore Ugo Cappellacci. Le indagini per corruzione riguarderebbero il parco eolico nella zona industriale di Cagliari, “e c’è il lavoro dell’ex assessore ai servizi sociali della Provincia di Cagliari, Pinello Cossu (Udc) – si legge nell’inchiesta. […] e coinvolge pure l’ex assessore socialista del Comune di Napoli, arcangelo Martino […]”.

Un’inchiesta lunga e dettagliata dove la lungimirante prospettiva di investire in gigantesche eliche e pali che producono energia pulita si trasformano nella rischiosa possibilità di agevolare sporchissimi traffici di mafia e corruzione.

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M'illumino di meno

E’ cominciata quasi per gioco… Correva l’anno 2005 e Radio 2 trasmetteva la trasmissione Caterpillar. I conduttori Filippo Solibello e Massimo Cirri lanciarono l’evento che oggi arriva alla sua sesta edizione: M’ILLUMINO DI MENO. Un appuntamento consolidato, che ha oramai oltrepassato i limitati confini territoriali per essere celebrato come “La giornata internazionale del risparmio energetico”. Una data che varia annualmente ma che continua a conservare il suo significato originario di giornata simbolo, per rinnovare l’invito a spegnere tutte le fonti di energia non indispensabili e concedere al pianeta qualche ora di “sollievo”…
Inizialmente rivolta ai soli cittadini, l’iniziativa raccoglie oggi l’adesione di un gran numero di amministrazioni locali, il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e il riconoscimento di numerose istituzioni internazionali. Il 12 febbraio dello scorso anno “Il Corriere della Sera” riportava l’elenco di alcuni dei tanto luoghi e monumenti che, dalle ore 18, avevano scelto di “illuminarsi meno” per aderire alla manifestazione: “La cupola della basilica di San Pietro a Roma e Westminster a Londra, il Parlamento europeo a Strasburgo e il Quirinale, la città libanese di Sidone e la costiera amalfitana, l’Arena di Verona e la Cabot Tower sull’isola di Terranova, in Canada”.
Un evento che ha un valore simbolico ed un effetto tangibile”, come ha affermato l’ex presidente del Parlamento Europeo, Hans-Gert Pöttering. Un contributo reale alla riduzione del consumo energetico, attestato nel 2008 da un comunicato della TERNA, la società responsabile della trasmissione e del dispacciamento dell’energia elettrica a livello nazionale, che aveva rilevato una riduzione istantanea del fabbisogno di energia elettrica dell’ordine di 400 Megawatt, equivalente al consumo di circa 7 milioni di lampadine.
Oggi Caterpillar ripropone il progetto in una veste completamente nuova, organizzando una grande festa dell’energia pulita a Roma, dalle ore 17 ai Mercati Traianei. La diretta radiofonica, musica e ospiti a sorpresa… per una manifestazione completamente illuminata da luci a impatto zero. Un pannellino solare, un mini impianto eolico e una dinamo a pedali per alimentare lampadine e faretti… mentre il cielo della meravigliosa capitale romana sarà rischiarato da un’enorme sfera, caricata dalla pedalata collettiva di cinquanta coraggiosi ciclisti. Nel frattempo un gazebo di Legambiente si renderà disponibile a dare informazioni su come auto-costruirsi luci “pulite”.
“M’illumino di meno” come simbolo della lotta agli sprechi, ma soprattutto come punto di partenza per un comportamento che quotidianamente mira a trasformarsi in uno stile di vita più sostenibile…
[stextbox id=”custom” caption=”Web-comics”]Anche Segolas a modo suo partecipa alla giornata “M’illumino di meno” !!! Per rivedere tutte le vignette apparse su Camminando Scalzi, visitate la galleria dei fumetti![/stextbox]

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Sia fatta la luce…

Da sempre l’avanzamento del progresso tecnologico segue il corrispettivo avanzamento nella comprensione dell’universo che ci circonda. Un esempio lampante riguardo questo ambito è rappresentato dalle differenti tecnologie per l’illuminazione che si sono susseguite nel tempo. La luce è sempre stato un simbolo dell’avanzamento tecnologico, a partire dalla scoperta del fuoco arrivando ai giorni nostri. La luce permette all’uomo di vedere di notte e di riscaldarsi, supplendo alle carenze in fatto di vista e protezione dalle intemperie dei nostri corpi. In tempi più recenti, lo sviluppo dei sistemi per la produzione di energia elettrica ha permesso di far affidamento su una riserva di energia meccanica e luminosa praticamente continua, il che ha avuto delle conseguenze anche sul piano sociale, oltre che su quello economico. Ultimamente ha preso importanza l’ambito del risparmio energetico, all’interno del quale si gioca l’importante partita dell’efficienza di utilizzo in vista del surriscaldamento globale, oramai un dato di fatto. Se da un lato è infatti importante produrre più energia in modo più pulito, è altrettanto importante utilizzare al meglio quella che già c’è, limitando gli sprechi e sforzandosi di adottare sistemi che magari sono economicamente più costosi, ma energeticamente molto avanzati. Ma iniziamo per gradi…

Lampade a incandescenza (elettromagnetismo)

La comune lampada a incandescenza è stata inventata nel 1854 da Goebbel, ma è stato Edison a perfezionarla e a produrne un modello sufficientemente durevole, nel 1878. Il principio alla base del funzionamento di una lampada a incandescenza è l’effetto Joule: una corrente che passa all’interno di un conduttore, tende ad essere riconvertita in calore per effetto della resistenza elettrica. Se la potenza dissipata è sufficientemente alta, il conduttore in questione diventa incandescente, e produce luce. Le moderne lampadine a incandescenza utilizzano un filamento di tungsteno, il metallo con il maggiore punto di fusione, che riscaldandosi oltre i 2700 °K produce una luce molto calda, tendenzialmente spostata verso il rosso/giallo. L’efficienza di questo tipo di lampadine è molto bassa, attestandosi attorno ad un misero 5%. Il 95% di quel che la lampadina assorbe viene riemesso sotto forma di calore, come ben sa chiunque abbia cercato di bigiare l’interrogazione di storia e filosofia cercando di spacciare per veritiera una temperatura corporea di oltre 45 gradi. Il bulbo stesso della lampadina è riempito con un gas inerte (generalmente argon) a bassa pressione, per evitare che il tungsteno inizi a bruciare e per diminuire il rischio di implosione. Il costo di produzione di queste lampadine è molto basso, ma la loro vita media ed efficienza sono le peggiori in assoluto. A iniziare dal 2009 l’UE ha deciso di iniziare con il bando delle lampadine da 100W, vietandone la vendita e la produzione. A seguire negli anni successivi, fino al 2012, verrano progressivamente bandite tutte le lampadine, garantendo un notevole risparmio energetico, stimato in circa 40 terwatt/ora, approssimativamente il consumo di 11 milioni di case.

Lampade a fluorescenza (teoria dell’atomo quantizzato)

In una lampada a scarica l’emanazione della luce avviene per mezzo di un plasma, ottenuto facendo passare una corrente elettrica all’interno di un tubo riempito di un gas opportuno. La corrente elettrica fornisce energia agli atomi di gas presenti all’interno del tubo, che si ionizzano emettendo uno dei propri elettroni più esterni. Successivamente gli elettroni, ricombinandosi con gli atomi, provocano la riemissione dell’energia precedentemente assorbita dall’atomo sotto forma di onda elettromagnetica. Il colore della luce emessa dipende dal tipo di gas utilizzato all’interno del tubo a scarica. Ogni atomo infatti presenta livelli energetici precisi entro cui può assorbire ed emettere luce, e a differenti energie dei fotoni emessi corrispondono differenti colorazioni. Le più comuni lampade a fluorescenza sfruttano come gas dei vapori di mercurio, che hanno il vantaggio di generare una luce bianca se combinati con un rivestimento fluorescente all’interno del tubo. Questo tipo di lampade presentano numerosi vantaggi rispetto alle normali lampadine. Ad un efficienza del 75% superiore, si aggiunge una durevolezza molto maggiore, in virtù del fatto che con l’assenza del filamento viene a mancare l’elemento più delicato e principale causa di guasti all’interno delle lampadine.

Diodi ad emissione di luce (teoria dei semiconduttori)

I recenti sviluppi tecnologici nel campo dei semiconduttori hanno determinato la nascita di numerosissimi dispositivi elettronici atti ai più disparati scopi. La continua miniaturizzazione delle componenti ha inoltre permesso di costruire tali dispositivi con delle dimensioni impensabili fino a poco tempo fa. Non fanno eccezione i diodi ad emissione di luce (per gli amici “LED”), che possiamo trovare a dimensioni decisamente più minute rispetto ai comuni tubi a scarica o lampade a incandescenza. Come suggerisce il nome, un LED non è altro che un diodo (ovvero un dispositivo in grado di lasciar passare la corrente in un unica direzione), composto due sottili strati di materiale semiconduttore. Questi due strati vengono drogati tramite opportuni elementi, per ottenere eccesso di carica in uno, e difetto nell’altro. Si crea quindi una giunzione p-n: le cariche in eccesso nello strato n non possono ricombinarsi con le corrispondenti “lacune”dello strato p in quanto tra i due materiali è presente una barriera di potenziale. Non appena viene applicata una tensione, la barriera di potenziale si abbassa e gli elettroni possono “tornare al loro posto”, ricombinandosi con le lacune emettendo un fotone di luce. La scelta dei droganti determina il colore della luce emessa, mentre il substrato determina in generale l’efficienza di conversione elettricità-luce, e quindi l’intensità della luce emessa. Oramai i LED sono estremamente diffusi in tutti i dispositivi che richiedono miniaturizzazione (si pensi alla retroilluminazione dei cellulari, o i loro piccolissimi flash), e iniziano anche a fare capolino nei televisori LCD come metodo di retroilluminazione. I vantaggi che i led presentano a confronto con i metodi più antichi di illuminazione sono palesi. Si stima che un LED ad alta intensità possa funzionare ininterrottamente per circa 50.000 ore senza particolari problemi. Emettono per ogni watt che consumano il triplo di luce rispetto alle lampade a incandescenza, quasi eguagliando le migliori lampade a scarica. Se considerate poi che l’efficienza di conversione tra potenza elettrica immessa e potenza luminosa emessa non è nemmeno lontanamente paragonabile con il misero 5% delle lampade a incandescenza, capite che il risparmio in termini di consumo e manutenzione si fa davvero notevole. Ma i LED non sono migliori solo dal punto di vista economico: sono totalmente insensibili agli urti, all’umidità, agli sbalzi forti di temperatura ed emettono una luce pulita, senza componenti infrarosse o ultraviolette. Insomma per tutta una serie di applicazioni dal vasto mercato (tralasciando ovviamente settori di nicchia che richiedono attrezzature speciali, tipo la fotografia professionale) i led sembrano proprio rappresentare dell’illuminotecnica.

Infine vorrei stuzzicarvi con un po’ di fantascienza: in un futuro prossimo potremo assitere all’immissione nel mercato anche degli schermi OLED, in cui i pixel RGB sono proprio dei piccolissimi LED organici nei tre colori fondamentali. Fino ad oggi relegati in piccoli schermi nei modelli più costosi di cellulari e lettori multimediali, questi display, oltre ad essere sottilissimi, presentano anche la possibilità di essere piegati, per cui tra un po’ aspettiamoci di vedere i primi business man giapponesi uscire dalla metropolitana srotolando il loro laptop-papiro.

Le fonti di energia rinnovabili

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Un nuovo redattore su Camminando Scalzi

Siamo orgogliosi di presentarvi il nostro nuovo redattore, SteppenWolf, al secolo Francesco Mazzocchi. Francesco si è laureato in Fisica dei Plasmi a Milano, è appassionato di scienza e tecnologia, e si occupa anche di Fisica dei Laser. Il suo compito sarà curare il lato più tecnico-scientifico di Camminando Scalzi, spiegandoci tutte quelle cose di cui sentiamo sempre parlare, ma che non sappiamo in effetti cosa facciano. Si comincia con le fonti di energia rinnovabili. Buona lettura e benvenuto SteppenWolf!

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Molto spesso i leader politici in capo alle più grandi potenze mondiali tendono ad affrontare i problemi con soluzioni tampone a breve termine piuttosto che impegnarsi con programmi a lunga scadenza. D’altronde i rimedi che parlano più alla pancia del popolo che al suo cervello sono quelli che garantiscono un feedback immediato in termini di consenso con un minimo sforzo organizzativo. Ne è un esempio la recente crisi economica, in conseguenza della quale si sarebbero dovute dettare le nuove leggi del mercato – che puntualmente non sono giunte – preferendo ad esse il guadagno facile ed immediato per i soliti noti. Vale lo stesso discorso anche per una crisi a mio avviso ben più grave che attualmente sta imperversando nel mondo; il continuo sfruttamento intensivo di fonti energetiche non rinnovabili non agisce esclusivamente sulla situazione climatica mondiale, ma finisce per ripercuotersi a livello economico e sociale soprattutto su quella parte di mondo che possiede tali risorse ma che non ha i mezzi per estrarle. In questo modo si esasperano ulteriormente le divisioni tra paesi sfruttatori e paesi sfruttati, lasciando che l’instabilità sociopolitica si diffonda, solo perché fa comodo. A tutto questo si aggiunge il fatto che sprechiamo ancora troppa energia inutilmente: l’efficienza energetica mondiale si attesta su un misero 15% circa, con il restante 85% che finisce disperso ed inutilizzabile nell’ambiente, aggravando ancor di più le condizioni di global warming che hanno tenuto banco negli ultimi anni.

Fonti non rinnovabili.

carbone_jpegIn fisica si definisce l’energia come la capacità di un sistema o di un corpo di compiere un dato lavoro. È energia il potenziale gravitazionale che tende ad attrarci alla Terra, quella cinetica propria dei corpi in movimento o quella elettromagnetica di un fotone di luce. Differenti tipi di energia richiedono differenti metodologie per il loro sfruttamento, e ad oggi esistono diverse modalità di estrazione, suddivisibili a seconda dell’impatto ambientale che esse avranno. Tutte quelle fonti che sfruttano combustibili fossili vengono dette non rinnovabili. Questo perché una volta bruciato quel che si doveva bruciare, è impossibile riottenere il prodotto di partenza nelle scale temporali tipiche dell’essere umano, e di conseguenza la loro disponibilità va diminuendo sempre più con il loro sfruttamento. Petrolio, gas naturale, carbone, uranio 235 sono tutte sostanze che conservano dell’energia al loro interno sotto forma di legami energetici tra i loro costituenti di base. In seguito alla rottura di questi legami viene rilasciata dell’energia, tanto maggiore quanto più intense sono le forze in gioco. Così, mentre una tipica reazione di ossidazione del carbonio rilascia circa 4 elettronvolt di energia (pari a 1,6×10^-19 Joule… Parliamo di scale atomiche), un singolo atomo di uranio 235 che subisce fissione ne libera 200 milioni. Questa differenza tanto grande è giustificabile se si tiene conto delle diverse scale spaziali in gioco: l’ossidazione coinvolge gli elettroni più esterni (e quindi meno “legati”) di un atomo, mentre nel caso della fissione si va a intervenire sul nucleo atomico, le cui scale di energia sono svariati ordini di grandezza maggiori rispetto ai legami elettronici. Detta così potrebbe sembrare che l’energia nucleare sia la panacea di tutti i nostri problemi: altissimo output energetico, relativa abbondanza di combustibile, zero emissioni inquinanti, necessità di bruciare quantità minime di carburante se confrontate con i normali combustibili fossili. Purtroppo non è tutto oro quel che luccica, e i problemi relativi all’energia da fissione sono soprattutto legati allo smaltimento delle scorie. I prodotti di scarto derivanti dalla fissione di un nucleo di uranio o plutonio derivano dai nuclei “figli” della reazione di fissione, e natura vuole che tali nuclei siano a loro volta fortissimi emettitori di radiazioni di svariato tipo, tutte letali per l’uomo, e soprattutto dall’impatto ambientale disastroso. Elementi come il cesio, il kripton, lo stronzio rimangono attivi per miliardi di anni, e rendono a loro volta attivo l’ambiente circostante tramite l’emissione di radiazioni altamente energetiche. Al giorno d’oggi non esistono programmi di smaltimento o trattamento delle scorie, né esistono materiali in grado di stoccare efficacemente tali sostanze. Il meglio che si sia riusciti a fare è stato interrare i fusti radioattivi il più profondamente possibile, ma questa non è chiaramente una soluzione definitiva.

Fonti rinnovabili

energia solareLa soluzione di tutti i problemi di inquinamento ed esaurimento delle scorte energetiche è rappresentata dalle cosiddette fonti rinnovabili: fonti che si rigenerano o non sono “esauribili” nella scala dei tempi umani e, per estensione, il cui utilizzo non pregiudica le risorse naturali per le generazioni future. Idroelettrico, eolico, geotermico e soprattutto il solare sfruttano tutte forme di energia già attive in natura, che quindi non hanno bisogno dell’intervento dell’uomo per essere innescate, ma solo per essere sfruttate. Il solare in particolare è in assoluto il più promettente: la potenza raccolta dalla terra si attesta sui 180 PetaWatt (l’unità di misura superiore ai TeraWatt, equivalente a 1,8 x 10^17 Watt), 80 dei quali effettivamente sfruttabili per la produzione di energia elettrica. Se considerate che il fabbisogno energetico mondiale si attesta attorno a 15 TeraWatt (1,5 x 10^13 Watt), capite che in linea teorica potremmo tranquillamente andare avanti unicamente con il solare anche se dovessimo centuplicare i nostri fabbisogni da un giorno all’altro. Ovviamente anche in questo caso non sono tutte rose e fiori: le tanto sbandierate emissioni zero non esistono, in quanto è necessario spendere energia e materiali per costruire le infrastrutture e le strumentazioni che occorrono. Inoltre questo tipo di fonti non sono disponibili “on demand”, ma seguono dei cicli più o meno regolari, dettati da madre natura. Può così capitare che i venti cessino di soffiare, o che il sole magari venga coperto dalle nuvole, limitando l’efficienza di raccolta.hydro Il solare poi è ancora afflitto da problematiche concernenti l’efficienza dei pannelli solari: un fattore di conversione massimo del 10 / 15 % è ancora troppo poco, specie se si tiene conto del fatto che l’efficienza cala drasticamente con il loro utilizzo. Sono allo studio nuovi tipi di materiali che dovrebbero incrementare grandemente l’efficienza (si parla di nanomolecole organiche con efficienze nell’ordine del 60/70 %), ed è quindi necessario garantire alla ricerca la possibilità di esplorare queste nuove vie per produrre energia.

La fusione

iter_config_lg1993Una fonte di energia che i media in generale snobbano (forse perché siamo ancora allo stadio della sperimentazione più estrema), ma che promette tantissimo è rappresentata dalla fusione termonucleare controllata. Se nella fissione si sfrutta l’energia liberata dalla rottura di un nucleo atomico pesante, nella fusione l’energia è fornita dall’unione di due atomi leggeri, che vanno a formare un nucleo atomico più pesante. La fusione presenta innumerevoli vantaggi rispetto alle fonti energetiche convenzionali, sia dal punto di vista ambientale che economico. Innanzi tutto, il carburante nucleare è costituito da due isotopi dell’idrogeno, il deuterio e il trizio. Sebbene la loro abbondanza isotopica (ovvero da quanto deuterio e trizio è composto il totale di atomi di idrogeno) sia piuttosto bassa (0,015% per il deuterio, il trizio decade in elio dopo 12 anni ma viene continuamente prodotto dai raggi cosmici), l’idrogeno è semplicemente l’elemento più diffuso nell’intero universo, e quindi potremmo contare su una riserva di carburante praticamente illimitata. L’unica scoria prodotta all’interno di un reattore termonucleare è rappresentata dall’elio, totalmente innocuo per l’uomo. reazOvviamente, ricreare in un laboratorio il meccanismo di vita delle stelle (perché di questo si tratta) non è un impresa semplice, e i fisici di tutto il mondo si sono scontrati negli anni con le problematiche derivanti dal dover confinare un plasma alla temperatura di circa cento milioni di gradi centigradi, mentre si estrae energia da esso e nel contempo si ricrea continuamente il carburante sfruttando un’ulteriore reazione nucleare, indotta dai neutroni presenti nel reattore in un blanket di litio posto sulle pareti dello stesso (lo scopo del blanket è “catturare” i neutroni e farli interagire con il litio, producendo il trizio, che non è presente in natura a causa del suo breve periodo di decadimento, ndR). Ma si tratta di problematiche di tipo ingegneristico, che sono al vaglio su macchine come il JET o ITER. Il primo è una macchina toroidale (a ciambella), ed è il più avanzato reattore mai prodotto in questo ambito.tokamak Sebbene l’energia che assorbe per produrre e confinare magneticamente il plasma è una volta e mezza l’energia termica in grado di buttare fuori durante il suo funzionamento, questo reattore al 25% della potenza è stato in grado di emettere senza difficoltà 16,7 MegaWatt di potenza termica in assoluta sicurezza. In un reattore di questo tipo infatti non possono accadere esplosioni o incidenti tipo Chernobyl. La capacità di confinamento del plasma e di conseguenza la sua capacità di sostenere la reazione al suo interno dipende esclusivamente da parte dell’energia proveniente dalla stessa reazione. È impossibile perdere il controllo della reazione come può avvenire nei reattori a fissione: qui se il confinamento viene a mancare, il plasma si raffredda e il reattore semplicemente si spegne. ITER è attualmente in fase di costruzione presso Cadarache, Francia, ed è stato progettato per fornire un rapporto tra energia immessa ed energia estratta pari a un minimo di 10 e un ottimale 20. Si tratterà a tutti gli effetti del primo esempio di produzione di energia a mezzo di fusione termonucleare controllata.

Tar Sands: sabbie bituminose in Congo

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Ritorniamo a parlare di ambiente!

L’autore dell’articolo di oggi è Luca Manes, giornalista pubblicista e responsabile della comunicazione della CRBM (Campagna per la Riforma della Banca Mondiale).
La Campagna lavora per una democratizzazione e una profonda riforma ambientale e sociale delle istituzioni finanziarie internazionali che rimangono i principali responsabili dell’iniquo processo di globalizzazione che viviamo.
Per maggiori informazioni vi invitiamo a visitare il loro sito.
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Un rapporto redatto dalla  Fondazione Heinrich Boell –al quale ha dato il suo contributo la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale- svela i controversi interessi dell’Eni nella Repubblica del Congo, soffermandosi in particolare sulla delicata questione dello sfruttamento delle sabbie bituminose.

Presente nel Paese dalla fine degli anni Sessanta, attualmente in Congo l’Eni sta pianificando un investimento multimiliardario su diversi fronti. Nel maggio del 2008, la compagnia del cane a sei zampe ha siglato un accordo “ombrello” – non reso pubblico per la clausola di confidenzialità – con l’esecutivo del Congo per un investimento di 3 miliardi di dollari nel periodo 2008-2012. L’ intesa, oltre a riguardare l’esplorazione delle sabbie bituminose, copre anche la produzione di olio di palma per alimentazione e biocombustibili e la costruzione di un impianto a gas da 350/400 megawatt.

Le sabbie bituminose e i biocombustibili sono due aree di investimento che suscitano molte perplessità. Numerose sono le organizzazioni della società civile internazionale e della comunità scientifica che mettono in dubbio l’efficacia delle due risorse, soprattutto a causa dei loro devastanti impatti sociali e ambientali e per le elevate emissioni di gas serra ad essi riconducibili. La produzione di un barile di sabbie bituminose rilascia nell’atmosfera dalle tre alle cinque volte più gas nocivi della quantità derivata dall’estrazione di petrolio convenzionale, oltre a causare livelli di inquinamento delle acque e della terra molto ingenti. L’unico Paese al mondo dove è attualmente in atto lo sfruttamento del tar sands è il Canada, nella regione dell’Alberta, dove il deterioramento ambientale è ormai in una fase critica. L’area interessata dalla attività dell’Eni in Congo si estende per 1.790 chilometri quadrati e dovrebbe portare alla produzione di 2,5 miliardi di barili di greggio, con altri 500 milioni possibili.

congo

La minaccia che lo sviluppo delle sabbie bituminose in Congo possa causare danni ambientali e sociali irrimediabili è seria e concreta: il rapporto pone l’accento sul fatto che la maggior parte del territorio incluso nella licenza è coperto da foresta tropicale primaria, mentre il rimanente è popolato da comunità locali di produttori agricoli su piccola scala. Inoltre, la seconda città del Paese, Pointe Noire, si trova a soli 70 chilometri dal luogo dove l’Eni sta attualmente effettuando le prime esplorazioni. Sebbene l’Eni abbia dichiarato che cercherà di “minimizzare gli impatti ambientali e di studiare le tecniche più appropriate di conservazione e recupero”, al momento sembra difficile pensare a una maniera sostenibile di sfruttamento delle sabbie bituminose. Le stesse comunità locali congolesi sono preoccupate per la mancanza di consultazioni, non solo per in merito alle sabbie bituminose, ma anche per lo sfruttamento petrolifero. Nel giacimento di M’Boundi, gestito proprio dall’Eni, la compagnia continua la pratica  del gas flaring, che consiste nel bruciare a cielo aperto gas naturale collegato all’estrazione del greggio, fonte di piogge acide e considerato una delle cause principali dell’effetto serra. I piani dell’Eni di trasformare questo gas in energia elettrica potrebbero essere i benvenuti, ma solo se i cittadini congolesi – per il 70% senza accesso all’energia – potranno beneficiarne, e se gli stessi saranno messi a conoscenza nel dettaglio delle politiche ambientali e sui diritti umani della multinazionale petrolifera.

Tar Sands
Tar Sands

Nonostante sia il quinto esportatore africano di petrolio, il Congo è uno dei Paesi più poveri del pianeta. Lì come in molti altri Paesi del Sud l’oro nero non ha portato benessere, eppure incide per il 90 per cento sugli introiti derivanti dall’export, per un totale che nel 2008 si è attestato intorno ai 4,4 miliardi di dollari. Il 70 per cento dei tre milioni di abitanti della Repubblica del Congo vive sotto la soglia della povertà. Si stima che solo un quarto della popolazione abbia accesso all’energia elettrica. Come se non bastasse, il Paese non ha adeguate normative ambientali né la capacità di metterle in atto. Nelle elezioni dello scorso luglio è stato confermato Presidente con circa il 78 per cento dei voti Denis Sassou Nguesso, ritornato in carica nel 1997 con un colpo di stato e che a parte qualche breve interruzione governa da quasi trent’anni. In realtà la tornata elettorale è stata pesantemente boicottata da tutti i partiti di opposizione, che lamentano la profonda mancanza di democrazia nel Paese. Come se non bastasse, nel 2007 la Ong Global Witness ha pubblicato sul suo sito web le prove che il figlio del presidente della Repubblica, capo della divisione marketing della compagnia petrolifera nazionale, aveva pagato dei beni di lusso impiegando dei conti offshore sui quali venivano trasferiti i proventi della vendita del petrolio.

La partita delle sabbie bituminose rischia di complicare ancora di più un contesto già molto complesso.