Un altro mattone d'Europa che cade: addio all'Erasmus

Non è difficile prevedere che la Crisi (tanto vale ormai scriverla con la maiuscola) rappresenterà negli anni a venire una triste pietra miliare per un’intera generazione, che si è vista scippata di numerosi diritti e agevolazioni ormai considerati acquisiti e che, al contrario, saltano a uno a uno come birilli. È di pochi giorni fa l’annuncio della prossima probabile dipartita di uno di questi.

Sicuramente la prospettiva della scomparsa del progetto Erasmus non fa vacillare la visione del proprio futuro come la mancanza del lavoro, il progressivo sgretolamento dei diritti sociali o il sempre più pallido miraggio della pensione, tuttavia allibisce la trascuratezza con cui si decide di non rifinanziare uno dei fiori all’occhiello del sistema educativo europeo, pur con tutti i suoi difetti. Venticinque anni di Erasmus corrispondono a più di un’intera generazione di persone che hanno sperimentato la sensazione di appartenere a un’entità più grande del loro paese di origine. Per questa marea di persone l’Europa significa qualcosa di più che una suddivisione geografica. Sarebbe interessante portare alla luce il loro punto di vista sul rischio di assistere alla frantumazione di questa idea di Europa che le politiche messe in atto in nome della Crisi stanno causando.

Non si tratta “soltanto” di rinunciare al principale strumento di costruzione del tanto decantato spirito europeo: l’Erasmus rappresenta (ci sia almeno permesso di parlarne ancora al presente) l’opportunità di togliersi per la prima volta le mani dalle tasche e mettersi alla prova. Di rendersi conto che non bastano l’interrail o il villaggio vacanze per dire di aver viaggiato. Di imparare che non di sola pasta vive l’uomo. Di sperimentare sulla propria pelle cosa vuol dire mettersi in fila per conquistare la tessera sanitaria. Di pensarci due volte prima di trattare qualcuno da “straniero”. Di ridere in faccia a chi ti ripete che “moglie e buoi dei paesi tuoi”. Di capire, finalmente, cosa vuol dire essere italiano senza più quel fardello di provincialismo addosso. E magari, una volta tornati (o no?), di guardare con occhi diversi i luoghi e le abitudini di casa propria, consapevoli che l’orizzonte è più ampio di quanto sembri.

Se davvero il progetto Erasmus sta esalando i suoi ultimi respiri, la perdita sarà forse quasi indolore, una puntura fra tante coltellate, ma affatto innocua. Non resterà che confidare nella lungimiranza di chi, potendo farlo, preferirà rinunciare alla macchina o alle vacanze per “autofinanziarsi” l’Erasmus e partire per un anno. Purtroppo, come sempre, a rimetterci saranno quelli che non potranno e resteranno a casa a sognare. Alla faccia della meritocrazia e dell’uguaglianza.

P.S.: chi scrive ci tiene a precisare che non ha, purtroppo, “fatto l’Erasmus” ma vive all’estero (in luoghi diversi) da più o meno cinque anni.

Una protesta dedicata al maestro Monicelli

In molti lo ricorderanno per quella puntata di Rai per una notte in cui parlò di “rivoluzione”, quella che l’Italia non aveva mai avuto e che forse sarebbe stata l’unica speranza di riscatto di questo bistrattato Paese. Sarà ricordato per la sua ironica genialità, capace di strapparti una risata anche davanti alle situazioni più tristi e drammatiche, come la morte del suo personaggio Perozzi, interpretato da Philippe Noiret nel terzo episodio del celebre “Amici miei”.

Il 29 novembre 2010 è morto Mario Monicelli, dopo un volo di cinque piani dall’ospedale San Giovanni di Roma. L’ultimo volo di un gabbiano… Quel simbolico gabbiano omaggiato in una celebre canzone di Giorgio Gaber. Quel metaforico gabbiano che nella forza di Mario Monicelli ha trovato il coraggio di spiccare il volo fino ai 95 anni d’età.

Ci ha lasciati con la stessa shoccante spettacolarità che caratterizzava i suoi film, senza spazio per il finale travagliato e spossante di un vecchio uomo in attesa di una fine dettata da una malattia terminale. Pare quasi di vederlo mentre riesce a beffare medici ed infermieri e si allontana verso quell’ultima estrema manifestazione della sua tragicomica imprevedibilità. Un volta disse “vorrei morire un giorno in cui i giornali non sanno cosa scrivere”, e forse così è stato.

E’ andato via ma è rimasto, con le parole e le immagini dei suoi film e con le preziose lezioni di vita che ha voluto regalarci. E’ morto fra i peggiori deliri della politica, gli scandali di WikiLeaks e le strepitose proteste di piazza di precari e studenti, che da oltre una settimana vanno avanti, alla ricerca di quella rivoluzione che “l’Italia non ha mai avuto”…

L’hanno dedicata anche a lui, il maestro, quell’ultima giornata di manifestazioni del 30 novembre, prima della scellerata votazione della Camera. “Caro Mario, la faremo ‘sta rivoluzione”, si leggeva in testa al corteo degli universitari di Napoli: un messaggio comune a tante strade italiane.

Una mobilitazione che è partita con l’occupazione dei monumenti: il simbolo di quel diritto alla cultura che questa generazione ha deciso di non farsi portare via. Poi l‘invasione di aeroporti, strade e stazioni, come simbolo del disagio che da troppo tempo opprime questo Paese, schiacciato dalla mancanza di prospettive future e dalla paura di vedersi levare persino il diritto allo studio. Treni cancellati o posticipati, con migliaia di viaggiatori in attesa, senza la possibilità di programmarsi una serata… Aspirazioni cancellate o posticipate, con migliaia di persone in attesa, senza la possibilità di programmarsi… una vita.

Una protesta che continua, nonostante tutto. Da Milano a Palermo, persino con l’appoggio degli erasmus all’estero: da Siviglia a Lisbona, e da Montpellier ad Amburgo.

E poco importa se la combriccola di tristi politicanti che oggi ci governa non riesce a capire il senso di questa contestazione, perché non essere compresi da persone di simile levatura ci rende solo più orgogliosi…

[stextbox id=”custom” big=”true”]L’articolo di oggi è accompagnato da un omaggio del fumettista Segolas al maestro Monicelli[/stextbox]