Un'Italiana a Bruxelles: votare per corrispondenza

Entro e non oltre il 21 febbraio anche gli iscritti all’Aire (anagrafe italiani residenti all’estero) potranno esprimere la propria preferenza riguardo alle elezioni politiche 2013, fatta eccezione per quelli che, entro il 3 gennaio, avranno scelto e comunicato di voler votare presso il proprio comune italiano. Un voto per corrispondenza, dove le schede elettorali ti vengono comodamente consegnate a casa per via postale, così come vengono rispedite al mittente, senza alcun bisogno di presentare il documento d’identità o la tessera elettorale.

Giovedì 7 febbraio controllo la mia cassetta delle lettere e mi ritrovo una bustona bianca formato A4. Il mittente è la Cancelleria Consolare dell’Ambasciata d’Italia a Bruxelles. All’interno due buste, una bianca con le schede elettorali e una preaffancata da rispedire. Poi due pagine stampate a colori, che mostrano i simboli e l’elenco dei candidati per le elezioni della circoscrizione estera: nove partiti per la Camera e sette per il Senato.Continua a leggere…

Giovani medici: una risorsa o una preoccupazione?

Di recente sono stata “costretta” a partecipare a eventi che generalmente rifuggo: i congressi medici (“scientifici” suona decisamente sperticato).
L’ultimo, in particolare, mi ha fatto pentire amaramente di non aver millantato una malattia folgorante e misteriosa dell’ultimora: un coacervo di baroni, marchesi, conti e nobili decaduti superesperti – o presunti tali – di una determinata patologia. Al loro seguito, come vassalli, valvassini e valvassori, uno stuolo di giovani dallo sguardo rapace, l’andatura spavalda e la parlantina da “sono un nobel in fieri”. Una tragedia.
A dire il vero non so, di tutto quello cui ho dovuto assistere, cosa mi abbia sconfortata maggiormente. La presunzione di vecchie cariatidi che per presentare i loro studi triti e ritriti sul pomodoro come fattore di rischio per il tal malanno si citano addosso e urlano contro i tecnici perché un loro video del 1980 non parte immediatamente? L’affastellamento di scempiaggini prive di buon senso e concretezza clinica che affollano i discorsi di questi signori per colmare il vuoto assoluto (e riconosciamolo!) della nostra conoscenza su certi fenomeni? Il modo indecoroso con cui emeriti Cav.Lup.Man, dalle distinte qualifiche e onorificenze, si scaraventano sul buffet a piene mani, con le mandibole ferine, sgomitando anche se sei una dolce donzella (ovviamente fanno eccezione le hostess, alle quali si rivolgono con rivoli di bava incipienti)? Lo scambio avido di biglietti da visita tra “giovani figli di” con “giovani amanti di” o “giovani sponsorizzati da”? La frase: “noi italiani non abbiamo nulla da invidiare agli stranieri perché abbiamo pubblicazioni quanto… anzi! Più di loro!” Peccato per l’omissis: italiani… all’estero.
Non saprei.
Certamente i giovani mi preoccupano molto, non solo per la vicinanza anagrafica o per una potenziale invidia repressa. Piuttosto perché loro sono il futuro (?). Prima o poi le cariatidi se ne andranno e, di questo passo, nelle mani di ignoranti e presuntuosi figliocci di una generazione decadente, che fine faremo?
Però, il momento attuale che il fato (maledetto) mi ha scagliato addosso come un boomerang – un momento di enorme preoccupazione per la salute di un mio familiare – ha offerto punti di vista e scorci interpretativi inediti.
La persona che si è fatta carico della situazione immediatamente, vista la giovane età e il sospetto preoccupante, è stata una mia coetanea: pur non sapendo della parentela stretta con un medico, senza che io intervenissi, senza passare per vie private, senza avere necessità di fare numero in un’eventuale casistica, per un possibile articolo e probabile correlata gloria. A sue spese: tempo, organizzazione, spazi, numeri di cellulare e indirizzi e-mail personali forniti spontaneamente (con quello che può voler dire, per un medico, se riposti in mani incaute).

Le persone che mi hanno accolta offrendomi il massimo dell’ascolto e della disponibilità gratuita – quando sconvolta ho chiesto aiuto e un canale rapido, anche a pagamento – sono miei coetanei. E all’ascolto sono seguiti i fatti, pur dovendosi fermare ore in più, per gli esami e i relativi referti. Non solo: le loro parole e le loro strette di mano sono state per me dolorose (come non decodificare gesti che ho fatto io stessa un sacco di volte?) ma balsamiche, gentili, buone, carezzevoli.

Le persone che mi hanno respinta con un secco “non so cosa dirti, mi spiace ma sono di corsa, vai e chiedi aiuto a qualcuno”, sono persone che lavorano con me, a stretto contatto con me. Non sono mie coetanee. Non hanno alzato una volta la cornetta per chiedermi a che punto siamo e come sto. Anzi, quando mi vedono girano al largo, mica che ci sia qualche altra richiesta nell’aria.
Da questo groviglio professional-esistenziale voglio trarre alcune conclusioni (del tutto non definitive).

Ho deciso di credere che una vita triste, la professione, il sistema o non so cos’altro (e non mi interessa) abbiano segnato certi medici al punto da renderli mostri.
Ho deciso anche che aspetterò con pazienza (e una bottiglia di champagne) che si estinguano e spariscano da una professione per cui non sono nati – o cresciuti.
Ho deciso di allontanare il più possibile dai miei occhi e dal mio lavoro le civette sui comò di antistorici tromboni ormai aterosclerotici.
Ho deciso di aspettare a distanza anche la loro senescenza, nel frattempo pregando che un UFO se li porti via durante uno dei ridicoli meeting da giovani enfants prodiges.
Ho deciso di credere nella quota di persone giovani che come me fanno notte per un paziente che necessita del mio aiuto, che come me sanno accarezzare con lo sguardo chi ne ha bisogno, che come me non guardano l’orario, il ceto o il colore.
Ho deciso, però, che sia riduttivo credere nell’età come unica discriminante. Credo profondamente nell’“individualità”, intesa come unità esistente, unica e irripetibile.
Ho deciso che appoggerò le “unità irripetibili” (ancor più se giovani) che fanno questo mestiere in modo autentico, genuino ed empatico: parlando di loro, cercando di interagire con loro, sperando di poter costruire “insieme a loro” un futuro per questo sciagurato paese.
Per il momento, li ringrazio di cuore.

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Un'Italiana a Bruxelles: il viaggio

Una coppia di giovani speranzosi, una Renault Clio del 2001 e un bagagliaio stracolmo di valige e scatole, dominato da una testa parlante di Darth Fener: totem di ricordi universitari e di una stravagante passione cinematografica.
Una lacrima interrotta e un abbraccio di saluto, per scappare da una quotidianità pagata a quattro soldi, fra pacche sulle spalle e bile nello stomaco.

1200 chilometri da percorrere e sei nazioni da attraversare, con un bagaglio di nostalgia e punti di domanda, diretti verso quell’Estero tanto invidiato. Alle spalle una città di ricordi e l’amicizia delle persone che l’hanno vissuta insieme a te.

Un viaggio da 16 ore, alla scoperta di quei piccoli particolari che i libri di geografia non ti raccontano.

In Svizzera un uomo in divisa ti ferma alla dogana e ti invita a scendere dall’auto per pagare 40 franchi di autostrada (poco meno di 40 euro), con una differenza restituita in spicciolini elvetici mai più riutilizzabili.

In Germania le autostrade non si pagano e la mancanza di limiti di velocità ti invoglierebbe a schiacciare il piede sull’acceleratore, se non fosse per i continui “baustelle” (lavori in corso) “umleitung” (deviazioni) di cui nemmeno gli impeccabili tedeschi riescono a fare a meno.

Una notte nel freddo campeggio della meravigliosa Friburgo e due pasti a base di wurstel e birra prima di ritrovarsi ai caselli autostradali francesi, dove il panico per la mancanza del ticket passa solo dopo aver scoperto che la tariffa è già prestabilita.

Neppure Lussemburgo e Belgio riescono a riportarti al vecchio motto “all’estero la benzina costa meno”, sebbene fare il pieno dopo aver chiesto a due passanti quale fosse il carburante giusto per la tua auto ti faccia provare sensazioni impareggiabili: tra gusto del rischio e cieca fiducia verso il prossimo.

Una coppia di italiani in terra straniera, in una Bruxelles meno fredda e piovosa del previsto, dove la prospettata internazionalità lascia invece ben poco spazio a coloro che non parlano francese e fiammingo. La capitale dell’Unione Europea in cui viene richiesto un interprete per iscriversi all’ufficio di collocamento, e dove scopri che non solo in Italia le persone manifestano una certa avversione per la lingua inglese.

Un’avventura appena cominciata e una pagina bianca da riempire, tra ansie, speranze e mille curiosità…

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Credere in “La meglio gioventù”

– Vada a studiare all’estero: vada a Londra, Parigi, in America, ma lasci l’Italia. L’Italia è un paese da distruggere; un posto bello, ma inutile, destinato a morire.

– Cioè secondo lei fra poco ci sarà un’apocalisse?

– Magari ci fosse un’apocalisse! Saremmo tutti costretti a ricostruire… Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri.

– E lei professore perché rimane?

– Come perchè? Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere.

Una citazione cinematografica. Ma anche uno scambio di battute tremendamente attuale, che si potrebbe ascoltare tra i corridoi universitari o in ufficio docenti. E non solo. Può suscitare una discussione tra amici che bevono una birra o tra adulti che si interrogano sull’avvenire dei figli.

La domanda è: ci sono prospettive? C’è un futuro in un contesto che descrive l’evoluzione di una società che sembra in apnea?

Con La meglio gioventù, la cinematografia italiana legge la storia senza pregiudizi o isterismi da tifoso, e fornisce l’affresco di un’epoca storica che abbraccia gli ultimi quarant’anni delle tormentate vicende italiane. Sullo sfondo la Torino degli anni ’70, i problemi operai e dell’immigrazione dal Sud. Questo è l’incipit che prosegue fino ai giorni nostri per chiedersi e chiederci che cosa sia cambiato da allora e cosa sia rimasto uguale.
La pellicola, diretta da Marco Tullio Giordana, non è solo una fredda disamina dei fatti che vanno dall’alluvione di Firenze del 1966 fino alle vicende di tangentopoli. Il regista milanese ci racconta della contestazione giovanile del ’68, della nascita del terrorismo e delle sue metastasi, della crisi della Fiat all’inizio degli anni ’80, di Tangentopoli, della protesta fiscale di un Bossi prima maniera, della strage del giudice Falcone e della sua scorta.

E lo fa con la passione e il sentimento dei personaggi che costellano il film, i quali vivono queste vicende ora da protagonisti, ora da inerti osservatori, avendo a che fare con i piccoli e grandi problemi quotidiani. Personaggi che attraversano la storia con il coraggio di chi vuol tentare di cambiare qualcosa, il coraggio di lasciare anche solo un’ombra che possa contribuire a modificare il presente per migliorare il futuro, o vi rimangono ai margini perché troppo impegnati a trovare in sé stessi un senso alla vita che stanno vivendo.

Il film “osa” proporre come chiave di lettura un passaggio generazionale tormentato come quello dagli anni ’60 a oggi: il bisogno di ordine che porta al nichilismo, l’accettazione dell’incompiutezza e della casualità come via all’armonia esistenziale.

È la struttura di La meglio gioventù: il pubblico che s’insinua nel privato, la vicenda personale che si evolve sugli stimoli dell’attualità civile. E i sussulti del presente si riflettono nella vita.

Nella classifica della versione on line della rivista il film sulla famiglia Carati occupa la quinta posizione tra tutti i film prodotti dal 2000 al 2010. Nato come fiction tv “congelato” dalla Rai, il film corale che riflette le scelte, le avventure, le paure, le incertezze e la vita di giovani che diventano adulti. Sentimenti senza tempo in un contesto sociale che appare immutato: problemi di carattere politico, economico e culturale sempre sullo sfondo: si evolvono solo le generazioni. La durata del film ci aiuta a ricordare che la vita è lunga, e ci da il tempo per riflettere, correggerci e reinventare i rapporti. O cambiare radicalmente.

La meglio gioventù è uno di quei film che hanno il potere di costruire un mondo che non vorresti abbandonare mai più. Una positività che si coglie da una frase, pronunciata dal protagonista nel momento per lui più difficile:

– Una volta mi hai scritto una cartolina in cui dicevi “Nella vita tutto è bello!!!”. Ci credi ancora?

– No, toglierei i punti esclamativi.

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Gli italiani non esistono

Ho deciso di rendere nota la mia traduzione di un articolo svedese riguardante l’Italia, pubblicato poco prima delle nostre elezioni regionali.

Perché ho deciso di sottoporlo alla vostra attenzione? Prima di tutto, perché può essere sempre interessante conoscere punti di vista esterni o alternativi su qualsiasi situazione, compresa quella italiana. Secondo, per stimolare in voi una riflessione e magari, perché no, per conoscere le vostre sensazioni a riguardo. Che ve ne pare? Buona lettura!

“Gli italiani non esistono”

Di Kristina Kappelin, pubblicato il 27 marzo 2010 sul quotidiano svedese “Sydsvenskan” (http://sydsvenskan.se)

Il treno da Salerno a Roma è ovviamente in ritardo. Quando finalmente entra in stazione è infinitamente lento. E’ partito da Palermo stamattina alle sette. Ora sono le quattro del pomeriggio. Praticamente è avanzato sui malridotti binari a una velocità media di 80 kilometri orari.

Le cabine sono degradate e i sedili così sporchi che quasi si è restii sedersi. La situazione rispecchia il razzismo che ancora esiste in Italia. I ferrivecchi servono per i viaggi verso il sud, mentre i vagoni nuovi e belli si dirigono da Roma verso il nord. Ci sono voluti anni e anni per fare arrivare il treno rapido Eurostar a Napoli e a Bari. Eppure va ancora più lentamente nella tratta Milano-Torino.

L’Italia è fatta. Ora dobbiamo fare gli italiani”. Più o meno così scrisse il capo di stato Massimo d’Azeglio nel 1860. È ancora vero.

Gli italiani si sentono patrioti solamente in occasione dei mondiali o delle olimpiadi. Altrimenti sono ancora prima di tutto siciliani, lombardi o veneziani. Si noti che gli sportivi italiani non gareggiano indossando i colori della bandiera italiana, ma l’azzurro, il “blu Savoia”, un tempo il colore della famiglia reale.

Insomma, quanto sono uniti gli italiani? Il paese si prepara a celebrare i suoi primi 150 come nazione il prossimo anno. La dichiarazione di unità è datata  17 marzo 1861. Il conto alla rovescia è già cominciato.

Uno dei siti prescelti per i festeggiamenti è Torino. La città fu la capitale durante i primi quattro anni. Divenne anche rapidamente il centro industriale del paese, più che altro grazie alla Fiat. Quando coloro che cercavano lavoro dal sud prendevano il treno verso il nord per trovarne impiego nelle fabbriche di automobili, si andavano a scontrare con il dramma degli italiani che non erano ancora “fatti”. Il lavoro lo ottenevano. La residenza andava male. “Stanze in affitto, ma non ai cani e ai meridionali” si vedeva scritto su molti cartelli.

Torino è il capoluogo del Piemonte. Quando l’Italia nel fine settimana andrà al voto per le regionali, avrà fra i candidati Roberto Cota, del partito settentrionale “Lega Nord”. Il partito conduce una politica contro gli extracomunitari così come contro i meridionali e vuole fare dell’Italia uno stato federale. Il sogno è che il nord Italia diventi un piccolo regno a sé, con il fiume Po come confine meridionale.

Cota ha buone probabilità di vincere. La Lega Nord potrebbe prendere il posto del partito di Berlusconi, il Popolo della Libertà, nelle regioni del nord. Gli italiani, fino ad oggi, non sono ancora stati “fatti”.

Mentre il vecchio treno lentamente si avvicina a Roma, vedo il paesaggio campano, con le sue costruzioni abusive, e i mucchi di spazzatura fra i peschi in fiore. L’Italia del sud avrebbe avuto lo stesso problema di criminalità organizzata oggi se gli italiani fossero stati “fatti”, se tutto il paese si riconoscesse nella Costituzione, se la politica fosse considerata giusta e i politici onesti?

La bandiera italiana sventola sulla stazione di Formia. È verde, bianca e rossa come il basilico, la mozzarella e il pomodoro. Una cosa sulla quale la maggior parte degli italiani vanno d’accordo.

[Ringrazio per la collaborazione Emilio Ballatore, ndT]

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