Fascismo.com

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in una delle tante pagine facebook pro-fascismo. Oltre a rimanere delusa – non solamente per ciò che i fan scrivono ma anche per le innumerevoli pagine fasciste esistenti – sono rimasta stupefatta dal numero di I like che si possono vedere sotto l’immagine profilo: più di 8.600 persone hanno pigiato il tasto “mi piace” di quella pagina e più di 8.900 parlano di questo argomento adesso. Ottomila è un numero piuttosto elevato, non trovate?

PD, PDL, Lega Nord, UDC, IDV, FLI: è accettabile porsi a sinistra come a destra, sostenere Bersani piuttosto che Alfano, è addirittura ammissibile l’anarchico che sogna un paese anarcoide, ma questa libera scelta di sorreggere un partito fascista e di auspicare che l’Italia passi al più presto sotto un regime dittatoriale non è affatto tollerabile. Com’è possibile? È inaccettabile il solo pensiero che quasi novemila persone virtuali trattino di argomenti di questo tipo e che soprattutto aggrediscano brutalmente i “sani” che fanno opposizione in modo civile. Si rendono conto di quel che dicono? Naturalmente no. Non possono capire cosa significa vivere sotto una dittatura fascista, dove se ti azzardi a dire “A” invece che “B” vieni prontamente fucilato.

Non sono qui a fare la paladina della giustizia o a far sì che quella pagina venga chiusa, ma scrivo per rendere noto il degrado sociale del network col quale siamo costretti a fare i conti nella realtà. Io penso, come molti altri, che non sia affatto accettabile osannare Hitler, Mussolini o Stalin. Non è accettabile perché sarebbe come venerare un demonio, e naturalmente non è autorizzabile. È noto a tutti che anche solo due persone fasciste su un migliaio fanno la differenza. Quindi, come pretendere una società migliore se tra le strade, i locali e su internet si parla di fascismo come se questo fosse l’unica cura contro il degrado socio-politico attuale?

La Costituzione vieta qualsiasi manifestazione fascista. Come mai, però, nessuno fa chiudere queste pagine facebook dove si osannano Hitler e Mussolini? L’apologia del fascismo è un reato, lo dice la Costituzione, quindi perché nessuno punisce colui che propaga il fascismo? È vero, internet è libera, ognuno ha la possibilità di dire ciò che vuole, ma c’è comunque un limite a tutto. E i limiti – in questo caso – hanno lo scopo di evitare che vengano denigrati i valori di base della nostra Costituzione.

Tutte quelle persone che diventano fan delle pagine fasciste, che commentano “viva il Duce, vogliamo il Duce!” o che sgarbatamente offendono le persone anti-fasciste, stanno commettendo atti anticostituzionali.  Tutti sanno che questi atti, andando contro la legge suprema del nostro Paese, non sono ammessi. Eppure? Eppure tutto quanto è consentito. Quindi, ha più colpa colui che segue le idee fasciste o la legge che sulla carta appare così austera ma in realtà non punisce abbastanza, e nemmeno si fa valere nei confronti di coloro che fomentano la violenza?

La legione dei pacifinti.

La guerra in Libia sembra aver smosso le coscienze di tutti. È incredibile come ci siamo svegliati da un giorno all’altro pervasi da questa voglia di Pace sincera, dal desiderio che il conflitto si risolva subito, dal pensiero che la guerra è sempre ingiusta, sbagliata, “senza se e senza ma”.

Parole, chiacchiere, emozioni deboli vendute sul social network di fiducia, come se si stesse parlando di qualcosa di semplice, di stupido. Gli status sulla Pace abbondano, e tutti quelli che fino a venerdì sera erano impegnati a seguire gli eventi per il weekend, la discoteca o la trasmissione televisiva, pronti a diventare fan di questa o di quella pagina da ridere (simpatiche, per carità), si svegliano con la guerra a due passi e diventano tutti pacifisti. “Viva la pace”, “la guerra è sbagliata”, “stiamo facendo un’altra crociata per il petrolio” e così via.

Insomma, fino a una settimana fa tutti a incavolarsi (giustamente) con il dittatore pazzo Gheddafi perché ammazzava la sua stessa gente e ora che finalmente – con un ritardo mostruoso e colpevole, bisogna ribadirlo – l’Occidente si muove per fare qualcosa, tutti si lamentano dell’attacco. Ma signori, come lo vogliamo cacciare un leader completamente fuori di testa che uccide la sua stessa gente? Gli spediamo una scatola di cioccolatini? Davvero vi aspettavate che tutto si potesse risolvere con belle parole e con la diplomazia? Ma in che mondo vivete? Perché secondo voi l’occidente “salvatore” si è mosso per la Libia, se non per ragioni economiche? Lo scopriamo oggi, o è una cosa che già sapevamo da tempo?

E allora smettiamola con tutta quest’ipocrisia al contrario, smettiamola di muoverci solo per le mode del momento, smettiamola di trattare queste questioni con una leggerezza e una stupidità che affossano la nostra dignità umana. Siamo gente che ha il culo al caldo davanti a un PC, questo siamo. E questo modo di fare è una delle mode più becere e negative che abbiano portato i social network. Lo volete sapere in che mondo vivete?

Ve lo spieghiamo subito. Vivete in un mondo in cui ci sono attualmente cinquantuno stati coinvolti in conflitti di qualche tipo, più una miriade infinita di forze separatiste, cartelli della droga, terroristi, milizie tribali che si combattono ogni giorno, si scannano, si ammazzano. Alcuni di questi conflitti vanno avanti da trenta, quaranta, cinquant’anni. Questo è il mondo in cui viviamo. Allora se vogliamo riempirci la bocca della parola Pace, se vogliamo fare i pacifisti, gridiamolo ogni giorno lo sdegno nei confronti delle guerre, anche quelle più sperdute, quelle di cui non importa niente a nessuno. Non trasformiamo l’orrore della guerra in una moda passeggera. Abbiamo già dimenticato l’Iraq, l’Afghanistan, eppure anche lì le nostre truppe sono impegnate, i nostri soldati muoiono, e davvero noi non c’entriamo un cavolo.

Non ci sconvolgiamo troppo di fronte alla “incredibile” rivelazione che ogni guerra sia fatta per interessi economici. State tranquilli che non c’è un solo proiettile al mondo che venga sparato e che possa fregiarsi dell’aggettivo “umanitario”. Non esistono conflitti umanitari, è un ossimoro, è una negazione intrinseca. Il conflitto, la guerra, è sempre uguale. È un dramma, è un accadimento in cui muoiono le persone, è una delle più becere invenzioni dell’animo umano. Questo è la guerra, questo è ogni guerra.

E allora mettiamoci un po’ tutti una bella mano sulla coscienza, risfoderiamo le bandiere della Pace, usiamole sempre, ogni giorno della nostra vita, per tutte le persone che ogni giorno combattono sul nostro pianeta, anche quelle nello staterello che non ha né gas e né petrolio, lo staterello sfortunato del centro-Africa che non vedrà mai le forze occidentali portare loro umanità e salvezza, non vedrà mai gli Usa scaricare centodieci missili di potenza militare che ha urgenza di esprimersi in pochi istanti per risolvere un conflitto. E quando si tratterà di votare i nostri rappresentanti politici, di decidere chi deve governare e rappresentarci, pensiamoci dieci volte prima di mandare al governo gente che bacia le mani che si sporcano di sangue in questi giorni. Facciamo i pacifisti anche quando accadono queste cose, quando i dittatori li accogliamo a braccia aperte, per poi ritrovarci nell’imbarazzante condizione di non poter prendere una decisione netta, perché chissà quali accordi e macchinazioni sono stati fatti in precedenza. Mandiamo a casa la gente che continua a tenere i soldati in Iraq e Afghanistan, mandiamo a casa chiunque dica di sì a una sola singola guerra, chiunque non si voglia battere ogni giorno per il piccolo staterello del centro-Africa, e non solo per il pozzo di petrolio mediorientale.

Questo significa essere pacifisti sempre, e non soltanto con un “mi piace” su Facebook.

Smettiamola di trattare la guerra e la Pace come due mode del momento. La Pace è una cosa seria, molto seria. Cerchiamo di mantenere almeno un minimo di rispetto e di dignità umana, noi che la Pace ce l’abbiamo garantita solo per fortuna di nascita.

In questo sito trovate un aggiornamento di tutti i conflitti attualmente presenti sul nostro pianeta: Guerre nel Mondo.

Questo invece è il sito di Emergency, che si occupa di tutte le situazioni terribili che accadono nelle guerre di tutto il mondo.

 

The Social Network – Recensione

Dopo le critiche positivissime raccolte in giro per il mondo tra i vari festival e non solo, l’ultimo lavoro di David Fincher (Fight Club, Seven, Alien3) è approdato anche sulle rive italiane.

Diciamolo subito: The Social Network è un gran bel film. Ma come, il film di Facebook un gran bel film? Beh, precisiamo subito che The Social Network non è un film “di Facebook”, ma un film “su Facebook”. Come è nato il social network più famoso di sempre? E’ questa la domanda che ci viene posta intrinsecamente all’inizio del film, ed è probabilmente quella che rimarrà allo spettatore alla fine della visione dello stesso.

La storia prende il via con Mark Zuckerberg (interpretato da un bravissimo Jesse Eisenberg), che in una notte d’ubriachezza e depressione al college (lasciato da una ragazza, si racconta nel film) decide di entrare di soppiatto nei database di Harvard per creare una sorta di sondaggio-gara tra le studentesse più belle del campus, Facemash. La scintilla di Facebook è scattata, il giovane e indisponente (ma anche tanto solo) Mark finisce sulla bocca di tutti, e viene notato dai gemelli Winklewoss, che hanno in mente un nuovo sito-club esclusivo per gli studenti di Harvard. Da lì la proposta di lavorare insieme, con Zuckerberg che nel frattempo, insieme al suo migliore amico Eduardo Severin, comincia a sviluppare TheFacebook, trovandolo un’idea molto più interessante e con maggiori sbocchi futuri. Questo l’incipit.

Da quel momento in poi la storia si dipana, con una sceneggiatura veramente ben riuscita, attraverso la vicenda giudiziaria che ha visto coinvolti i vari protagonisti di quest’avventura, che raccontano tutti gli aspetti della tribolata nascita di Facebook con flashback che si intrecciano attraverso battute sagaci, un ritmo sempre ben gestito, che tiene lo spettatore attaccato allo schermo e con un Fincher che costruisce il film in punta di piedi, senza esagerare con tecnicismi o sperimentazioni, ma regalandoci una regia oltremodo godibile e sicuramente ad altissimi livelli.

Il claim del film recita “Non ti fai 500 milioni di amici senza farti qualche nemico”, ed è proprio lì che si piazza tutta la riflessione dietro questa vicenda. Le amicizie che si incrinano di pari passo con l’aumento dei soldi in ballo (perché in fondo di quello si parla, del più giovane miliardario del pianeta), l’ingresso di nuovi speculatori (Sean Parker, gotha di Napster, interpretato da Justin Timberlake), e al centro della vicenda uno Zuckerberg che sembra spesso in balìa degli eventi, salvo poi scoprire che la sua intraprendenza e la sua faccia tosta lo porteranno a capo di un impero multimiliardario.

Ed è paradossale come un film che parli di Social Network, di contatti tra persone, di richieste d’amicizia, rappresenti invece un perfetto affresco di quest’era informatica 2.0, così piena di solitudini mitigate da un tag in una foto, dall’incursione nelle vite degli altri, alla ricerca di uno spunto in più per vivere la propria. Emblematica la scena finale del film, che ci spinge a riflettere e lascia quell’amaro in bocca che assaporiamo nel corso di tutta la pellicola.

In conclusione un cast riuscitissimo e indovinato, una storia interessante, ben raccontata attraverso una sceneggiatura nella pratica perfetta e un bravissimo Fincher a dirigere il tutto. Cos’altro dirvi se non consigliarvi assolutamente la visione di questo The Social Network?

Vi lasciamo con il Trailer del film, che rimane un piccolo capolavoro nel capolavoro.

Ricordiamo inoltre un nostro vecchio articolo, da leggere (o ri-leggere) in appendice al film, per completare la riflessione sull’argomento: L’identità su Internet – da supereroi mascherati a protagonisti del Grande Fratello.

[stextbox id=”alert” caption=”Piccolo sponsor per un blog amico”]Ricordo a tutti l’esistenza del “Cinesemaforo”, un blog di recensioni superveloci (solo tre colori -i semafori- e tre righe per film), che vi tornerà molto utile quando vorrete scegliere un film da prendere in videoteca o vederlo al cinema. Non sapete cosa scegliere? Vi aiuta il Cinesemaforo![/stextbox]

Inquinamento e Web Marketing: è l'ora di accorgersene

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi Paolo Ratto, specialista di contenuti online e autore di articoli relativi ad internet e web marketing. Qui il link al suo interessantissimo blog: http://paoloratto.blogspot.com[/stextbox]

Quando si parla di Internet si ha comunemente una concezione errata di quelle che sono le conseguenze per l’ambiente. Il Web e tutto il mondo dell’ ICT (information comunication technology) infatti viene spesso immaginato come un universo “ecologico”. Non illudiamoci che sia così.

Negli ultimi tempi si è scatenata una querelle mediatica tra Facebook e Greenpeace che ha portato alla ribalta proprio il tema dell’inquinamento causato dal Web. La celebre associazione, che da sempre difende l’ecologia planetaria, ha accusato il gigante blu di inquinare a dismisura a causa del suo nuovo data center in Oregon, alimentato a carbone. Greenpeace ha avviato una serie di iniziative tra cui una richiesta di adottare una politica ambientale più rispettosa, controfirmata da 500.000 utenti di Facebook, una lettera scritta dal direttore esecutivo Naidoo indirizzata direttamente a Facebook e un video che ha rapidamente fatto il giro della Rete.

Se la diffusione delle email e la progressiva sostituzione di archivi cartacei con archivi digitali hanno sicuramente contrbuito a diminuire l’utilizzo della carta, dobbiamo domandarci quali sono le conseguenze ambientali che il massiccio utilizzo della Rete comporti.

Siamo d’innanzi ad un nuovo tipo di inquinamento: una scia di dati (spesso inutili) che lasciamo alle nostre spalle, alimentata da non poca energia elettrica. Ogni volta che visitiamo un sito, mandiamo una e-mail o facciamo qualsiasi altra cosa in rete, mettiamo in moto dischi, testine, impulsi che viaggiano da una parte all’altra del globo e che vengono inviati, smistati e ricevuti.
Quindi nonostante i computer non utilizzino fonti di energia altamente inquinanti come per esempio la benzina, non possiamo parlare di tecnologie a leggero impatto ambientale.
Addirittura alcune ricerche dell’agenzia di protezione ambientale americana, confermate da uno studio di Gartner rivelano che il settore ICT contribuisce all’inquinamento mondiale a pari livello del settore aereo, ciò significa il 2% di tutto l’inquinamento mondiale prodotto. In particolar modo il settore informatico sarebbe responsabile del 2% di tutta l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera.

Il forte impatto ambientale è dovuto principlamente a 2 fattori:

  • il consumo energetico;
  • la difficoltà nello smaltire e riciclare la vecchia tecnologia.

Ma scendendo nel particolare, in che modo il Web Marketing può considerarsi parzialmente responsabile dell’inquinamento?

Il Web Marketing rappresenta tutta quella serie di attività che sfruttano il canale online per studiare il mercato e sviluppare rapporti commerciali tramite il Web. Il Web Marketing si basa sull’utilizzo di strumenti quali l’email, i motori di ricerca, i social network e soprattuto sulla connessione quotidiana al WWW, vero ed unico palcoscenico del business online.

Andiamo ad analizzare ognunga di queste attività in relazione all’inquinamento prodotto, coadiuvati da ricerche in materi.
L’email è stata spesso considerata, anche giustamente, come uno strumento ecologico. D’altronde grazie alla mail si è ridotto il numero di carta utilizzata dagli uffici nelle comunicazioni internet ed esterne. Una piccola ricerca di EMC2 (leader dello stoccaggio dati su Storage Area Network) ha però evidenziato dati preoccupanti: una email di poche righe con allegato un file di da 1 megabyte, inviata a 4 persone, riesce ad occupare uno spazio di 50 megabyte nella rete. Ciò è dovuto essenzialmente ad operazioni “meccaniche” quali le copie conservate da pc d’invio, di destinazione, e dal server e dai vari file di log prodotti dai server stessi durante il cammino dell’email. Ora rapportate questo piccolo numero ai 245 miliardi di email inviate quotidianamente al mondo e capirete l’enorme quantità di dati che per esistere devono essere alimentati da energia elettrica.

Secondo diversi studi recenti anche il comparto della “Search”, ossia l’utilizzo dei motori di ricerca (principalmente Google) per trovare informazioni, dati e quant’altro (essenziale per il Web Marketing) è fonte di inquinamento. Un ricercatore di fisica della Harvard University, Alex Wissner-Gross, ha spiegato che ogni query lanciata tramite Google da un qualsiasi computer fisso genera 7 grammi di CO2. Per offrire un esempio pratico, due ricerche lanciate sul motore di ricerca richiederebbero lo stesso consumo di energia che serve per riscaldare una tazza di the.

La search (ma non solo!) si basa sul Cloud Computing, ossia l’ insieme di tecnologie informatiche che permettono l’utilizzo di risorse hardware (storage, CPU) o software distribuite in remoto. Si pensi a tutti i dati presenti nei motori di ricerca e nei social network, a tutti i video che guardiamo, a tutta la musica e i film che scarichiamo: tutto ciò fa parte della “nuvola”. Questo tipo di tecnologia non è esente da problemi con l’inquinamento, anzi in questo momento è respnsabile dei maggiori danni ambientali.

Un rapporto di GreenPeace del 2010 avverte che la crescita del cloud computing sarà accompagnata da un forte aumento delle emissioni di gas ad effetto serra, altamente nocivi per l’ambiente. D’altronde tutti i grandi colossi del mercato in questione (Facebook, Google, Yahoo e Microsoft) tenuti sotto pressione dall’opinione pubblica stanno cercando (almeno apparentemente) dei compromessi tra la nascita di nuovi centri di stoccaggio e server (i famigerati data center), alimentati da centrali elettriche spesso anche a carbone, e l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili coadiuvati da piani di educazione ambientale del personale e dell’utenza.

Insomma sembra proprio che non si possa più ignorare l’impatto ambientale dell’industria dell’ICT ed in particolare del Web. Per quanto riguarda le soluzioni, il dibattito è quanto mai avviato. Voi cosa ne pensate?

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Diaspora, la privacy la decidi TU!

Accedendo al vostro account di Facebook dal dicembre 2009 in poi, avrete tutti notato delle variazioni alle impostazioni già esistenti nella vostra privacy.

Sul web si scatenò l’inferno, se ne parlò tantissimo, e milioni di utenti furiosi a lungo hanno cercato l’alternativa a Facebook parlando di “diaspora”, secondo la definizione di quella greca (la migrazione di un intero popolo  costretto ad abbandonare la propria terra natale per disperdersi in diverse parti del mondo).

Ci furono tante proteste e iniziative per protestare contro questo “colpo di testa” di Zuckerberg (chi di voi non ha mai sentito parlare del “Quit Facebook Day”?); tra queste possiamo trovare proprio un progetto chiamato Diaspora.

Quattro studenti della New York University (Daniel Grippi, Maxwell Salzberg, Raphael Sofaer e Ilya Zhitomirskiy) iniziarono a mettere su, un po’ per gioco, un nuovo progetto di social network che avrebbe avuto – per quanto riguarda funzioni di microblogging, condivisione video e upload di file multimediali – un’interfaccia davvero “user friendly”; per quanto riguarda la privacy invece, regole FISSE e decise DAGLI UTENTI!

I nostri quattro eroi si proposero di portare seriamente avanti questo progetto soltanto nel caso in cui avessero raggiunto dei finanziamenti pari a diecimila dollari, dopo l’iscrizione del progetto a Kickstarter (un sito che permette di pubblicizzare e finanziare idee e progetti grazie alle donazioni degli utenti). A gran sorpresa, prima della fine dell’estate i finanziamenti del progetto raggiunsero una somma pari a duecentomila dollari e, tra i nomi di più di seimila contribuenti, comparve anche quello dello stesso Zuckerberg (fondatore del colosso sociale).

Fin dai primi rumors questo nuovo progetto ha attirato l’attenzione di parecchie migliaia di utenti, soprattutto per il fatto che il servizio sarà open-source, ovvero permetterà a tutti di accedere al codice-sorgente e di contribuire al miglioramento del progetto. Il nuovo anti-facebook dunque è pronto per la partenza:  il codice-base è affinato e l’interfaccia utente migliora di giorno in giorno. Il rilascio del codice è avvenuto il 15 settembre; collegandosi al sito del progetto http://www.joindiaspora.com/ possiamo ammirare un primo messaggio, secondo me assolutamente d’impatto: “The privacy aware, personally controlled, do-it-all, open source social network.”, e più in basso: “DIASPORA IS REAL!”.

Adesso la domanda  che tutti si stanno facendo è… Ce la farà?

Le prospettive sono assolutamente positive: Diaspora è sì un social network, ma è anche open-source… Diciamo un eterno “lavori in corso” visto che i programmatori potranno contribuire a disegnarne versioni sempre più stabili e funzionali. Inoltre due dei suoi quattro giovani inventori, Raphael Sofaer e Ilya Zhitomirskiy, hanno concluso il loro corso di studi universitari e Diaspora è senz’altro una promettente, e chissà, fruttuosa attività alla quale potranno dedicarsi a tempo pieno.

Sperando sia finalmente arrivato l’anti-facebook che ci permetterà di dire addio per sempre alla “prepotenza” di Zuckerberg… In bocca al lupo ragazzi!

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Diaspora: Personally Controlled, Do-It-All, Distributed Open-Source Social Network from daniel grippi on Vimeo.

alieNazione: l'Italia dei fido.

Da quando c’è la destra al governo, ci sono più cani per tutti. La campagna di sensibilizzazione contro l’abbandono dei cani del luglio 2008 “Tu di che razza sei? Umana o disumana?” è stata una tra le prime mosse della destra.  Oramai il miglior amico dell’uomo è un tema di attualità costante: a rotazione su tutti i tg (quasi) quotidianamente.

I maltrattamenti e gli abbandoni sono atti deprecabili. Vergogna.
Su facebook spuntano come funghi iniziative, gruppi a favore di questo animale. Per non contare delle associazioni già esistenti. Per un singolo istante sei rapito dalla frenesia di questo attivismo. Vedi cani tristi. Cani resi storpi. Sanguinanti. Dalle orecchie mozzate. Sparato in pieno volto con un fucile (come nella foto). Il tuo umore ne risente. Sei shockato ed invogliato a partecipare: diventi (pseudo)attivista canino, fai girare con comodi click post di cuccioli che cercano padrone.

Ma non sono solo spine. Ci sono i telefilm con i cani protagonisti. E le gare di cani? Ah, quelle ti mettono di buon umore. I cani più belli del mondo, dal pelo lucido, straordinari esemplari. Per non parlare delle competizioni sportive. Cani da caccia. Cani abbandonati, i più sfortunati. Lotte tra cani, gladiatori di una società (umana) violenta.  Cani che muoiono di fame. Ce n’è per tutti i sentimenti, un caleidoscopio dalle mille tinte.

Il cane è un argomento di cui ben volentieri si parla. Il cane non può parlare, ma è felice perché è il miglior amico dell’uomo. Vedremo stampata in lui una faccia sempre sorridente a fianco del suo padrone. E nell’informazione di oggi ci sono tanti piccoli “fido”, pronti a sfoderare notizie confortanti e di discreto interesse, con il loro bel sorriso. C’è chi scodinzola, c’è chi fa le feste. C’è proprio chi non smette mai di leccare il culo ma oddio, quello il cane non lo fa essendo un animale di nobili virtù.

Povero fido! Sei vittima malcapitata e inconsapevole, nel bene e nel male, di questa squallida politica! Parlare costantemente di te, oh cane,  rispecchia tutta l’ipocrisia di fondo – tutta borghese-verso il prossimo: se sei un umano fottiti, se sei un cane vieni allora da papà: posso essere tuo padrone. Se non sei mio, non mi appartieni. E’ disumano parlare così tanto di cani quando ci sono tanti problemi umani, da ignorare con cura. E’ disumano vedere persone che si attivano immediatamente per un cane e che sono indifferenti verso il mondo.
Ma poi il lusso per il cane è quanto di più egoistico e allo stesso tempo disprezzante per la razza umana.

Da che era materia informativa di margine, questa goccia si è amplificata enormemente, grazie ai mass media. Da internet, da questa tv. Scavalca quell’oceano di gocce di drammi umani che si consumano a bagno maria, che ribollono senza poter evaporare.  Si cristallizza, divenendo un trauma permanente. Sedato ma pronto a risvegliarsi in un attimo. E quindi non si vive più un rapporto genuino con lessie, è tutto così morboso.

Ma in fondo il precariato del cane non esiste,si continuerà a parlare di te.
Sei salvo mio fido.

Non è la Rai…

Giovedì 20 maggio 2010. Sono le ore 21 e Rai2 trasmette una delle ultime puntate di Annozero. Michele Santoro apre il programma col suo solito editoriale, lanciato in una strenua difesa del proprio diritto a lavorare liberamente, con l’auspicio di poter conoscere una Rai diversa, quella stessa del Paladozza di Bologna, quella stessa della storica serata di “Raiperunanotte”.

Su “Il fatto quotidiano” dello stesso giorno, Marco Travaglio commenta la questione riguardante la possibilità che il suo collega continui a lavorare per la Rai solo da esterno, con le parole tristi ma comprensive di uno che conosce la vicenda da vicino. “So che nessuno può lavorare per un’azienda che non lo vuole – scrive Travaglio – e non solo non gli dice grazie, ma lo prende pure a calci in culo. Santoro l’ha fatto per 4 anni, più per tigna politica che per motivi professionali, consumandosi una bella fetta di fegato e di sistema nervoso, mobbizzato ogni giorno a colpi di telefonate, minacce, proiettili, pressioni, avvertimenti, multe, ammonimenti, sabotaggi, bastoni fra le ruote, fango a mezzo stampa e tv (persino su Rai2)”.

Nel frattempo quotidiani e tg, a braccetto con un malpensante entourage politico, commentano la notizia della possibile chiusura di Annozero parlando di denaro e buonuscite, e mentre Santoro attende il temine della contrattazione per spiegare le proprie motivazioni, si diffonde l’ipotesi che le sue dimissioni siano state “comprate” da un’allettante liquidazione.

Un pubblico di affezionati alla trasmissione commenta la notizia sulla pagina Facebook di Annozero, tra biasimi, condanne e frasi d’incoraggiamento affinché non venga più chiuso il programma. Cinque milioni di telespettatori a puntata che oggi non vogliono rinunciare a uno dei pochi spazi alternativi del panorama culturale ed informativo italiano. Una trasmissione che in più di un’occasione ha dato spazio a quelle deboli voci che in quello studio hanno avuto la possibilità di gridare al Paese la propria opinione. Un elenco di puntate e di consecutive polemiche, sempre immancabili verso qualunque programma osi osteggiare i poteri forti di questa folle Italia, tra le serate dedicate alla Chiesa, ai casi di pedofilia e ai video-scandalo che nessun’altra trasmissione si è mai sognata di rendere pubblici. Tra la fortissima puntata su Gaza e le innumerevoli accuse di antisemitismo, per continuare con l’esclusiva intervista in diretta a Patrizia D’Addario, contro ogni autorizzazione e tutela da parte dei vertici Rai.

Uno dei programmi più seguiti e meno costosi dell’intero palinsesto Rai, con uno share medio di 20,34%, si ritrova oggi a dover fare i conti con l’incapacità di una rete pubblica che non riesce a distaccarsi dagli interessi partitici che siedono al tavolo del Consiglio di amministrazione. Una trasmissione che neppure la più cruda logica di mercato è riuscita a salvaguardare, perché non è sufficiente essere uno dei programmi maggiormente seguiti della tv quando il record di ascolti è garantito dagli interventi di giornalisti come Santoro, Travaglio, Ruotolo o Vauro.

Ma un’altra televisione è possibile, e la serata del 26 marzo 2010 a Bologna ce lo ha già dimostrato…

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Il decreto "salva liste", il ritorno del popolo viola e la Rivoluzione dei fiori

[stextbox id=”custom” big=”true”]L’articolo di oggi è scritto da “millecose“, la nostra nuova collaboratrice. Vi invitiamo a seguire anche il suo interessante blog che trovate all’indirizzo http://millecose.wordpress.com/ Buona lettura! [/stextbox]

Chi ci tiene ad informarsi (soprattutto tramite la rete), sarà rimasto forse disorientato per gli avvenimenti caotici avvenuti in questi giorni, relativi alla presentazione delle liste in Lazio e ai problemi burocratici  in Lombardia per la lista di Formigoni.
Ma cosa è successo di preciso? Procediamo con ordine.

Entro le 12 del 27 febbraio si sarebbero dovute presentare le liste per le elezioni regionali ma, inspiegabilmente, la lista del Pdl in Lazio non ha presentato i documenti entro i termini concessi.
Contemporaneamente – o quasi – in Lombardia la lista per Formigoni non viene ammessa per riscontrata irregolarità di oltre 500 firme.

Cosa succede all’interno del Pdl? Possibile che il partito più forte (e più ricco, e più organizzato, e più ecc, ecc.) in Italia si perda in un bicchiere d’acqua per questioni di carattere burocratico? Comunque sia, la cosa non ci riguarderebbe se solo i Pdlibertini si fossero limitati ad accettare  le conseguenze delle loro azioni. Invece no: mentre un qualsiasi cittadino vede ogni giorno respingersi legittime domande  relative ad invalidità, pensione, concessione di una casa popolare; mentre si vede costretto a pagare due volte nello stesso bimestre la luce o il gas a causa di un cavillo burocratico o di qualche modulo compilato parzialmente o in maniera errata, in nome della legge e della Santa Burocrazia, loro (i Libertini) fatta la legge trovano l’inganno (o almeno ci provano). Da qui il decreto “salva-liste” (per salvare la lista in Lombardia) che dovrebbe consentire il corretto svolgimento delle consultazioni elettorali per il rinnovo degli organi delle Regioni a statuto ordinario fissate per il 28 e 29 marzo 2010 tramite interpretazione autentica delle disposizioni del procedimento elettorale e il ricorso per salvare la lista in Lazio.

La mano violaIl Presidente Napolitano, con non poche perplessità iniziali, firma. Il popolo viola si mobilita per sabato prossimo (13 marzo, ndR), per celebrare il funerale del diritto in piazza Navona. Milioni di persone si mobilitano su facebook, il gruppo “5 marzo 2010. Oggi c’è stato un golpe” (http://www.facebook.com/group.php?v=wall&ref=mf&gid=358735789264) conta, ad oggi, più di 35.000 iscritti. Per il 20 Marzo già più di 1.000 persone hanno aderito alla “Rivoluzione dei fiori”, durante la quale mazzetti di crisantemi saranno portati all’Altare della Patria a Roma e alle sedi delle prefetture nelle altre città.

Mentre il Pdl, secondo sondaggi, perde credito anche presso i propri elettori, il Tar del Lazio si pronuncia: respinto il ricorso del Pdl per le candidature di Roma e provincia. I giudici hanno rinviato al 6 maggio prossimo (quindi a elezioni avvenute) l’udienza per discutere il merito del ricorso (fonte: Repubblica.it).

Sarà valsa la pena non ammettere di aver sbagliato? Avrebbero fatto meglio ad accettare l’errore? Solo il tempo lo dirà.

TG1: Mills assolto?

Partiamo prima di tutto da due definizioni:

Assoluzione: dichiarazione del giudice che riconosce innocente l’imputato. (via | Worldreference)

Prescrizione: La prescrizione nell’ordinamento penale italiano indica l’estinzione di un reato a seguito del trascorrere di un determinato periodo di tempo. (via | Wikipedia)

Sono due termini che non hanno, come si può ben vedere, nulla a che fare l’uno con l’altro. Dove il primo si riferisce ad una riconoscenza della diretta innocenza da parte del giudice riguardo l’imputato, il secondo sancisce la decadenza dei termini processuali, ma non cambia lo status della sentenza. In soldoni, chi viene condannato oltre una certa decorrenza dei termini (che variano in base ai vari reati), non è obbligato a scontarne la pena. Ma non c’è alcuna traccia di dichiarazione di non colpevolezza da parte del giudice.

Bene, questo più o meno lo sanno tutti. Più o meno.

Il 26 Febbraio scorso, il TG1 dichiara per ben due volte che David Mills è stato assolto, e non prescritto. Ecco il video che lo testimonia:

L’avvocato Mills, nei primi due gradi di giudizio, si era visto infliggere una pena di quattro anni e mezzo per il reato di corruzione. La Corte di Cassazione ha però deciso per l’estinzione del reato causa prescrizione, in quanto il suddetto procedimento era andato oltre la decorrenza dei termini (il passaggio di denaro, secondo il processo, è avvenuto nel novembre del 1999, e i termini scadevano più di tre mesi fa, quindi). Tantopiù che la Cassazione ha confermato la pena pecuniaria di 250 mila euro da pagare alla presidenza del Consiglio, costituitasi parte civile ai tempi del governo Prodi. Quindi, ironia della sorte, le pene accessorie (la parte pecuniaria) devono essere  comunque scontate, mentre la condanna alla reclusione, come già detto, non viene eseguita in quanto sono passati dieci anni dal reato.

Questi sono i Fatti.

Procediamo con un’altra definizione: “Il giornalismo è la professione di chi, operando nel mondo dell’editoria, è specializzato nella raccolta, nell’elaborazione e nella trasmissione di notizie.” (via | Wikipedia)

In questi tempi in cui l’informazione appare in una crisi profonda, soprattutto quella dei media tradizionali (giornali e televisioni), si viene a riproporre un tema sempre attuale, quello della “realtà imposta”. Il TG1 è probabilmente il telegiornale più importante e seguito della televisione italiana, è il telegiornale della prima rete nazionale della Televisione di Stato. La Rai è finanziata dalle tasse pagate dai cittadini (ricordiamo, l’abbonamento Rai non è facoltativo, è una tassa sul possesso dell’apparecchio ricevente), è un servizio statale, è qualcosa che dovrebbe avere un rispetto infinito per l’informazione e le notizie.

Questa volta, invece, c’è stata una totale deformazione della realtà, anzi, diciamo pure che è stata data una notizia che nella pratica è assolutamente falsa. L’etica dei giornalisti dovrebbe stare davanti a qualsiasi altro tipo di interesse personale. Così come i medici non devono fare nulla -per etica- che danneggi il paziente, così il giornalista non dovrebbe dare mai una notizia falsa. Per un giornalista dichiarare il falso, farlo in un telegiornale nazionale, farlo nel più importante telegiornale nazionale della tv di Stato, è la summa dell’errore etico. È una manipolazione palese delle masse, è un inquinamento totale e assoluto dell’istituto del “dare una notizia”. Può esserci una linea editoriale, possono essere scelte le notizie, può essere seguita una linea politica (penso ai giornali), e ognuno può esprimere una sua opinione, questo è poco ma sicuro; ma nessun giornalista deve dare mai una notizia falsa, una notizia che fa venire a tutti il sospetto di una propaganda, di un’informazione manipolata, di un dire alla gente quello che non è vero, di nascondere la verità. Un errore (perché noi vogliamo sperare che di errore si tratti, lo vogliamo sperare perché altrimenti c’è da preoccuparsi seriamente) imperdonabile, un errore a cui ancora non è stato posto rimedio.

Intanto però alla rete non sfugge niente. L’ultimo luogo rimasto di informazione pulita, libera, senza vincoli dei poterucoli, si è immediatamente mobilitata contro questo totale abuso. Su Facebook (avete notato quanto stia diventando importante questa piattaforma per quanto riguarda l’attivismo dei cittadini?) è nata una raccolta firme, firme che verranno inviate domani o dopodomani all’ordine dei giornalisti e alla Rai. È bello sapere che la gente sa ancora indignarsi, e che è rimasto qualcuno che crede ancora fermamente nell’Informazione Libera, base di ogni democrazia (peccato poi pensare che ora tutti i programmi di approfondimento verranno sospesi per il periodo elettorale… Ma di questo ne riparleremo.)

Concludo con un estratto dalla lettera della raccolta firme del suddetto gruppo, un brano di Michele Serra che è più che pregnante sulla questione:

“Certo che per dire in un tigì, o scrivere su un giornale, che “Mills è stato assolto”, spacciando la prescrizione di un reato accertato per “assoluzione”, bisogna essere dei bei mascalzoni. Non dico faziosi, o manipolatori, o servi, dico proprio mascalzoni perché per un giornalista manomettere la verità è un crimine, tal quale per un fornaio sputare nel pane che vende. Qui non si tratta di opinioni, di interpretazioni, di passione politica. È proprio una frode, una lurida frode che non descrive più l’aspra dialettica di un paese spaccato, descrive qualcosa di molto peggiore: l’impunità conclamata di chi mente con dolo, con metodo, con intenzione, sicuro di non doverne rispondere ad alcuno (all’Ordine dei giornalisti? È più realistico sperare che intervenga Batman).
Per altro in un Paese di impuniti, perché proprio i giornalisti dovrebbero essere esentati dal privilegio di poter sparare bugie e ingannare la pubblica opinione senza conseguenze? Molti dei loro padroni e dei loro referenti politici negli ultimi vent’anni hanno perseguito con ogni mezzo, e ampiamente sperimentato, il piacere dell’impunità. Se ne sentono partecipi anche i loro impiegati”

Michele Serra

Il ritorno del Popolo Viola

Li avevamo lasciati il 5 dicembre nel famoso giorno del No B-Day, dedicando un ampio speciale a tutto l’evento anche qui su Camminando Scalzi. Ma il Popolo Viola, come promesso in questi mesi, non si è fermato. Oltre alle tante iniziative che già stanno seguendo i ragazzi in viola (basti pensare al sit in di protesta per la Costituzione, davanti al Parlamento, o la patente viola ai politici virtuosi), ieri a Roma si è tenuta una nuova manifestazione, totalmente autofinanziata. Un grande successo anche questa volta.

Come al solito però nessuno ne ha parlato come si deve, come se quelle migliaia di persone non esistessero. Ma poco importa in fondo: la partecipazione in massa della gente ci dimostra che, nonostante l’informazione faccia di tutto per far passare sotto banco certe notizie -e modificarne altre- questo nuovo movimento nato dal basso sta diventando sempre più solido e presente.

Ieri in piazza del Popolo si è manifestato a favore della legalità, a difesa della Costituzione e contro le leggi ad personam tanto care al Presidente (ne riparleremo sicuramente nei prossimi giorni, ma basti pensare al caso Mills). Due sono, a nostro parere, gli elementi importanti di questo secondo grande appuntamento del Popolo Viola: l’assenza di finanziamenti “esterni” e l’adesione di larghissima parte dell’opposizione.

Il primo fattore, quello dell’autofinanziamento, rappresenta il vero e proprio fulcro dell’essere del Popolo Viola. Un movimento che ha sempre urlato a gran voce la propria lontananza da qualsiasi vecchio partito, quasi a prendere le -dovute- distanze da un’opposizione che si ritrova a rappresentare una parte sempre più piccola del paese. Una macchina organizzativa nata  su Facebook, che ormai conta sedi in tutta Italia, e che ha dimostrato di funzionare in maniera perfetta – vista anche l’enorme quantità di gente accorsa a Roma da tutto il Paese – senza alcun intervento economico da parte dei partiti.

Questa volta, inoltre, i partiti di opposizione sono scesi coesi in campo accanto alle sciarpe Viola, compreso il Partito Democratico (che, ricorderete, aveva fatto nascere una bella bagarre sulla sua adesione al No B-Day). Chiare le parole del Senatore Marino: “È importante essere qui come Partito Democratico che, rispetto alla precedente edizione della manifestazione, ha dato adesione piena” (via | Repubblica.it). Almeno questa volta hanno evitato figure ridicole, diciamolo. Non sono mancati naturalmente gli esponenti dell’Italia dei Valori, dei Verdi, ma anche Pannella e la candidata alla presidenza del Lazio Bonino. Certo, a fare i maligni viene da pensare che in vista delle elezioni fa anche bene farsi vedere con un movimento che sta risultando così positivo e propositivo, ma l’importante è che questa volta la presenza della presunta opposizione sia stata comunque massiccia, segno che questo Popolo Viola comincia a prendere sempre più dei contorni definiti.

Non sono mancati gli interventi di grandi personalità del mondo della cultura, della stampa, del mondo del lavoro. Interventi di Roberto Saviano, Giorgio Bocca, Marco Travaglio e tante altre persone serie che donano credibilità a tutto il movimento.

Cosa farà adesso il Popolo Viola? Sicuramente apprezzabile la decisione di non candidarsi alle regionali, perché sì, qualche preoccupazione che sarebbe diventato un nuovo partito-accozzaglia c’era tutta. Non so se e quanto durerà, ma mi auguro che la strategia scelta dai fondatori e dagli organizzatori possa rimanere questa, prendendo le distanze e rimanendo ben lontani dalla massa gelatinosa (è proprio il caso di dirlo di questi tempi) dei partiti politici italiani. La gente, quella di sinistra, quella di opposizione vera, riesce a difficoltà a trovare una controparte politica, un punto di riferimento che possa rappresentare un’opposizione vera. Il Popolo Viola sta andando pian piano a colmare questo vuoto, sta riportando la gente in piazza, sta unendo le persone sotto un’unica idea, quella di difesa della legalità, della democrazia, della Costituzione.

E di questi tempi, scusate se è poco.

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