Il Flop Federalista

Per tanti anni è stato un oggetto misterioso, un concetto astratto, una scatola vuota senza un contenuto chiaro, promessa e al tempo stesso minaccia. Stiamo parlando del federalismo, tornato di moda nell’ultimo ventennio e imprescindibile caposaldo elettorale della Lega Nord. Ma proprio quando questa oscura materia sembrava prendere forma ecco arrivare gli intoppi. Il primo passo concreto era stato mosso nel maggio del 2009 con l’approvazione della Legge Delega 42 con la quale il Parlamento dava al governo potestà legislativa riguardo il cosiddetto “federalismo fiscale”. Ma che cos’è questo oscuro concetto?

Detto in breve, si tratta di un regime fiscale che punta a mantenere una proporzionalità diretta tra le imposte riscosse in un certo territorio e le imposte utilizzate nell’area stessa. Questo principio, in verità è già contenuto nella costituzione, per l’esattezza all’articolo 119 che recita testualmente: “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio”.

La legge 42 dava al governo la delega per fornire agli enti locali gli strumenti e il coordinamento per attuare il federalismo fiscale. Il primo di questi strumenti è stato il d.lgs 852010, comunemente chiamato “federalismo demaniale”. Con questa legge il governo trasferiva agli enti locali una vasta tipologia di beni demaniali e ne disciplinava la gestione e l’alienazione. In soldoni, gli enti locali diventavano responsabili e gestori di edifici, terreni, strutture dismesse e uffici precedentemente amministrati dalla pubblica amministrazione. Il federalismo fiscale vero e proprio è stato per lungo tempo materia di un’apposita commissione bicamerale, definita “bicameralina”, un organo consultivo con il compito di valutare e correggere i decreti attuativi.

Tutto il resto è storia di questi giorni.

Sul decreto attuativo del federalismo municipale, la legge che avrebbe dato autonomia impositiva ai comuni e avrebbe trattenuto sul territorio parte dell’IRPEF e dell’IVA riscossi si è arenato in bicamerale. Nonostante questo, il Consiglio dei Ministri, forzando i regolamenti ha licenziato il decreto che è stato prontamente respinto dal Presidente Napolitano in quanto irricevibile “non essendosi con tutta evidenza perfezionato il procedimento per l’esercizio della delega previsto dai commi 3 e 4 dall’art. 2 della legge n. 42 del 2009 che sanciscono l’obbligo di rendere comunicazioni alle Camere prima di una possibile approvazione definitiva del decreto in difformità dagli orientamenti parlamentari“.

Il no di Napolitano ha avuto l’effetto di mettere nuovamente in subbuglio una maggioranza risicata e che puntava proprio sul federalismo per ricompattarsi. Se da un lato il Presidente del Consiglio minimizza definendo il stop del Quirinale come una mera questione procedurale, La Lega è in fibrillazione. La base mostra segni di insoffereza nei confronti dell’alleato e allo stesso tempo pretende il tanto promesso federalismo. La battuta d’arresto del secondo decreto attuativo rischia, nel migliore dei casi, di rallentare e di molto l’iter verso il federalismo fiscale e nel peggiore dei casi di far cadere l’intero governo. L’autonomia impositiva degli enti locali, costituisce la base fondamentale su cui, in futuro, dovrà reggersi la futura Italia federale, uno stato completamente ristrutturato nel suo insieme che, secondo le stime più ottimistiche, vedrà la luce solo nel 2020.

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Federalismo… ma cos’è veramente ?

Da anni si sente parlare di “federalismo” e negli ultimi tempi ascoltiamo questo termine con molta più frequenza. Con il termine storico di federalismo si intende un gruppo o un corpo di membri che sono raggruppati da un capo rappresentativo di governo, che può essere identificato in un monarca o in una divinità, o in un’assemblea generale o parlamentare. L’accezione più diffusa del federalismo è quella politica: si tratta della dottrina in cui il potere è costituzionalmente diviso tra un’autorità governativa centrale e delle unità politiche di sottogoverno (province, regioni, ecc…), il cui insieme è spesso chiamato “federazione”. I due livelli di governo sono indipendenti e hanno sovranità nelle loro competenze. I sostenitori di tali posizioni sono generalmente chiamati “federalisti”. Uno stato può essere reso “federale” rispetto a un precedente stato unitario (federalismo dissociativo) o rispetto a una pluralità di stati precedenti, indipendenti o confederati (federalismo associativo). La caratteristica fondamentale del federalismo è la divisione dei poteri, e il risultato della distribuzione degli stessi è che nessuna autorità può esercitare lo stesso livello di potere che avrebbe in uno stato unitario. In una costituzione federale, la norma suprema da cui deriva il potere dello stato è la Costituzione. È necessario che il potere giudiziario sia indipendente, e per fare in modo che ciò avvenga bisogna evitare e correggere ogni atto che sia incongruente con la Costituzione. La teoria federalista sostiene che il federalismo implichi un sistema costituzionale robusto, ma la Costituzione deve essere necessariamente rigida e snella. La classica dichiarazione di questa posizione può essere trovata nella rivista The Federalist, la quale sostiene che il federalismo aiuti a concretizzare il principio del governo della legge, limitando l’azione arbitraria da parte dello Stato.

I pareri contrari al federalismo si basano, invece, soprattutto sull’incapacità di proteggere le libertà civili. Spesso ci si confonde tra i diritti degli individui e quelli degli altri stati. In Australia, ad esempio, alcuni conflitti intergovernativi degli ultimi decenni sono stati il diretto risultato dell’intervento federale che aveva il fine di assicurare i diritti delle minoranze, e hanno reso necessarie delle limitazioni dei poteri dei governi degli stati. È anche essenziale evitare confusioni tra lo stesso federalismo e i limiti posti dal potere costituzionale delle corti di annullare le azioni del parlamento e del governo.

Indubbiamente, in Italia, la strada per arrivare al federalismo è ancora lunga. Non si sa ancora come e quando saranno messi in pratica i decreti attuativi. Il partito federale per eccellenza, la Lega Nord, minaccia perfino di far cadere il governo entro la fine del mese di gennaio se non ci sarà la riforma federale. Secondo alcuni esponenti dell’opposizione questa riforma farà aumentare le differenze tra il nord e il sud con il risultato che le regioni del sud finiranno per essere ancora più povere. Secondo, invece, coloro che appoggiano questa riforma, con il federalismo le regioni meridionali riusciranno finalmente a camminare con le proprie gambe, senza ricorrere ad aiuti statali. Insomma, i pareri sono molto discordanti. Non resta che aspettare di vedere come verrà attuata questa riforma, nella speranza che le regioni più povere non vedano aumentare il proprio divario con le regioni del nord, notoriamente più ricche e produttive.

Il federalismo riuscirà a fare in modo che le regioni meridionali riescano ad andare avanti da sole oppure si tratta solo di una trovata della Lega Nord per liberarsi definitivamente degli enti del sud?

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Meridiano Zero – Brancher, Sindacati, Lippi….

Ho abbastanza le palle girate. Di motivi ne ho a dozzine.

Brancher, grandissimo, voto 9. Non si sa con quale mezzo – un vitello grasso? Una figlia vergine? Oro, incenso e mirra? – convince Berlusconi a farsi nominare Ministro per l’attuazione del Federalismo; nomina per scampare alla falce dei giudici (COMUNISTI!) che lo vorrebbero inquisito nel processo Bpi. Nomina che, da una parte spacca il fronte con la Lega (oliata bene bene con la storia del Federalismo e poi data in mano ad un fedelissimo che con la Lega, il federalismo e la Padania non c’entra nulla. Fa molto fisting questa cosa), dall’altra fa schierare Napolitano (attenzione!!) che nega il legittimo impedimento al neoministro. Il risultato è fantastico: Brancher si dimette, Berlusconi nomina un leghista e si spera che qualcuno capisca che la sua priorità non è l’Italia ma gli amichetti suoi. Nota a margine: ministro per l’attuazione del Federalismo. Fantastico. Mi immagino le prossime nomine; ministro per il riciclaggio, ministro per l’amore, ministro per le buche nelle città, ministro per capire se le Rossana si chiamano così perché la padrona dell’azienda si chiama Rossana e via così.

Sindacati, voto 4. Ma qualcuno, là fuori che lavori, ne avverte la presenza? Un milione in piazza, scioperi, contro scioperi e scioperetti ma sono tanto lontani quanto lo è il mondo della politica. Da noi. Perché poi in realtà sono talmente vicini che per tanti (vedi Cofferati) saltare di qua è un attimo. Ma non dovrebbero essere ipoteticamente avversari?

Lippi, voto 10+. Riassume, in pieno, l’essenza italica. Più che “l’Italia di oggi rispecchia il calcio italiano” (cit. Buffon), sarebbe corretto dire “che Lippi rispecchia l’Italia”. Fa come pare a lui, facendoci passare tutti quanti per cretini con frasi sibilline tipo “questo gruppo sa come si vince il Mondiale”, “in un Mondiale conta il gruppo”, “prediligo il gruppo al singolo” e via discorrendo. Si fa asfaltare dal Brasile l’anno scorso e fa passare il Brasile per cretino “eh eh, vedremo tra un anno”.Quindi convoca la Juventus, in blocco, provando a far passare Ferrara prima e Zaccheroni poi per cretini (della serie: convoco mezza Juventus, così gli faccio vedere come si vince), mezza Italia per cretina (dai, sul serio, Maggio? E Pepe è meglio di Cassano?), riesce ad ottenere il peggior risultato di sempre di una Nazionale e poi se ne esce con “Ok, mi assumo tutta la responsabilità di quello che è successo”. GRANDIOSO! Solo a me ricorda Tanzi? Ok, mi è andata male, colpa mia. I soldi? No, i soldi non ci sono. Ma è colpa mia eh. O Craxi? Sì, in effetti rubavamo a piene mani, colpa nostra, scusate. Vado a Tripoli, colpa mia, colpa mia. Ora, pur apprezzando il suo sforzo, mi sarei aspettato qualcosina di meglio di un’ammissione di responsabilità, condividendola poi con il suo gruppo, fatto passare per psicologicamente instabile. Tutto facile così. Troppo.

Forza Ghana.

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