Terraferma – Recensione

“Terraferma” è il nuovo film del regista di origini siciliane Emanuele Crialese, in concorso alla sessantottesima Mostra internazionale del cinema di Venezia, che si è appena conclusa. Il film ha ottenuto un ottimo riscontro, e gli è stato attribuito il Premio della giuria. Il mare può separare e isolare mondi e persone, ma anche unirli e trasformarli: è questo il tema principale del suo lavoro; torna ad ispirare Crialese, il mare, dopo “Respiro” e “Nuovo mondo”, altri due film molto applauditi.

La prima inquadratura di Terraferma è proprio dedicata al mare, scandagliato nelle sue profondità, di cui sembra di sentire il respiro. Altre ne seguiranno ancora, nel prosieguo del film, a scandire le fasi del racconto. La storia attinge dalla cronaca degli ultimi anni: su una piccola isola siciliana, che ricorda Lampedusa ma in realtà si tratta di Linosa, sbarcano le precarie imbarcazioni dei migranti. Gli abitanti, lacerati dalle contraddizioni della modernità, devono affrontare questa nuova realtà. C’è chi continua ad obbedire, come ha sempre fatto, alla legge del mare, quella che impone di aiutare chiunque sia in pericolo e di riportarlo a terra; sono perlopiù gli anziani pescatori, fedeli alla loro identità, anche se vivono in maniera sempre più difficile la modernità e non riescono più a vivere del loro lavoro. Altri temono che gli sbarchi possano compromettere l’immagine dell’isola, affacciatasi ad un prospero futuro di sfruttamento turistico, nel quale intravedono l’unica possibilità di guadagni consistenti.

Lo Stato impone la sua presenza vietando agli abitanti di aiutare i migranti, sequestra le barche dei pescatori che li hanno presi a bordo; proprio la rappresentazione del ruolo delle forze armate e quindi dello Stato, in questo film, è l’elemento che ha suscitato alcune perplessità; molti hanno rilevato una eccessiva accentuazione dello scontro tra “buoni e cattivi”, e una lettura troppo “politicamente corretta” delle drammatiche vicende legate all’emigrazione. Forse la presenza dei rappresentanti dello Stato costituisce quasi una necessità narrativa all’interno della storia, perché mette in moto la vicenda. D’altronde il regista ha dichiarato di non aver voluto fare un film “a tesi”, e di aver scelto come pubblico ideale “un bambino di sette anni”. Dunque se di film politico si può parlare, è a proposito delle riflessioni etiche che induce nello spettatore, aprendo uno sguardo profondo su temi quali la convivenza, la contaminazione e condivisione. Esemplare a tal proposito la scena notturna dell’”assalto” dei poveri migranti sfiniti all’imbarcazione di Filippo, il giovane protagonista. Una scena che difficilmente, a mio avviso, gli spettatori potranno dimenticare.

Nel film, incentrato sulle vicende di una piccola famiglia, è molto importante, tra i protagonisti, proprio il ruolo di Filippo, un ragazzo di vent’anni che ha perso il padre, scomparso in mare. Filippo è molto legato al nonno Ernesto, con cui lavora sul peschereccio di famiglia; è lui a vivere in prima persona le problematiche connesse all’accoglienza degli stranieri che vengono dal mare, e si rivela da subito come un eroe positivo, anche se non riuscirà sempre a salvare tutti gli uomini alla deriva. Altro personaggio chiave del film è Giulietta, la mamma di Filippo, divisa tra l’attaccamento alle radici e le esigenze di cambiamento e di trasformazione. Il suo personaggio si muove tra un’iniziale ostilità nei confronti della famiglia di migranti salvata dal nonno e una graduale apertura nei loro confronti. Di fronte allo sguardo di Timnit, la donna etiope che qui recita raccontando la sua storia vera di migrante, Giulietta scioglie i nodi della paura e della chiusura.  Queste due donne che si guardano negli occhi ed aprono il loro cuore sono un segno di speranza, e tracciano la via di un’”umanità” nuova.

Torna Moretti e… tornano le polemiche

Da qualche giorno è al cinema l’ultimo film di Nanni Moretti, dal titolo “Habemus Papam” e, come sempre quando si tratta di un film di Moretti, non mancano feroci polemiche. La trama è già stata giudicata ”offensiva” dal quotidiano cattolico “L’Avvenire”. La pellicola narra di un cardinale eletto pontefice alle prese con debolezze varie, prima fra tutte quella di avere problemi con la fede, quella fede che lui, in quanto pontefice, non dovrebbe mai perdere. I film di Moretti sono sempre stati oggetto di tante critiche, molte volte ingiuste. Il regista è un personaggio schietto, molto schierato politicamente e questo, indubbiamente, crea delle polemiche a prescindere dal significato dei suoi film. Nel 2006 “Il Caimano” suscitò tante critiche, ma quel film era in forte polemica con il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Stavolta, invece, non ci sono attacchi alla chiesa, ma soltanto la storia del Papa che ha problemi con la religione. Tuttavia, non mancano polemiche di vario genere. Salvatore Izzo, vaticanista dell’agenzia Cei, ha scritto una lunga lettera sul quotidiano “L’Avvenire”, invitando i cattolici a boicottare Moretti e a non andare a vedere il film al cinema. In realtà, ci sono anche commenti positivi, come quello di padre Virgilio Fantuzzi, della Civiltà Cattolica e Radio Vaticana.

Un’altra opinione autorevole che critica il film è quella di Massimo Introvigne, sociologo cattolico e studioso di fenomeni religiosi, secondo cui “Moretti appartiene a una certa sinistra italiana, poco attenta ai fenomeni sociali e quindi anticlericale per partito preso”. A tutto ciò si aggiunge anche l’uscita programmata del film, a ridosso di un concentrato di date molto importanti per i credenti, come la settimana santa, il compleanno di Benedetto XVI e le celebrazioni per l’anniversario della sua elezione a pontefice. Insomma, Moretti, ancora una volta, è al centro di tante polemiche. Durante la trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”, il regista cinematografico, nato a Brunico in provincia di Bolzano, ha affermato ironicamente “C’è libertà di opinione. Ognuno può criticare il mio film, ma soltanto dopo averlo visto”, un po’ come dire che molte volte viene criticato a prescindere e chi lo attacca non ha neanche visto il film. Anche in passato, i suoi film sono stati oggetto di critiche feroci e spietate, come “Il Portaborse” di una ventina di anni fa, oppure ancora “Palombella rossa”, “Aprile”; tutte pellicole provocatorie che narravano la situazione politica di quel periodo storico. Moretti, quindi, come sempre è al centro dell’attenzione, ma lui non se ne cura. Va avanti per la sua strada, convinto di avere ragione, e non ha paura di dire sempre quello che pensa. Ricorderete, infatti, quando una volta, durante una manifestazione del centro-sinistra, non ebbe paura di attaccare i leader di questo schieramento politico nonostante fossero presenti sul palco insieme a lui. Ci saranno ancora polemiche nei prossimi giorni, ma c’è da essere certi che il film riscuoterà l’ennesimo successo.

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Boris: un flop da segno dei tempi?

Una serie televisiva ambientata nel “dietro le quinte” del frivolo set de Gli occhi del cuore: una fiction come tante, tra sceneggiature insignificanti, interpreti incapaci e professionisti disillusi. Una meta-serie originale e ironica, con colonna sonora di Elio e le storie tese, un cast d’eccezione e un’incredibile lista di guest star d’eccezione: da Corrado Guzzanti a Paolo Sorrentino e da Laura Morante a Filippo Timi.

Nel 2011 la serie tv si sposta sui grandi schermi delle sale italiane nella versione di un film ambientato nel set de La casta: l’interpretazione cinematografica del noto libro-inchiesta dei giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Boris comincia con un Renè Ferretti (Francesco Pannofino) all’opera con le riprese del film Il giovane Ratzinger, che decide di abbandonare a causa delle continue intromissioni di una Rete che gli impedisce di lavorare liberamente.

Incappato a guardare l’ennesimo cinepattone al cinema, Renè decide di rimettersi a lavoro, stavolta mirando a realizzare una pellicola impegnata… La storia prosegue intrecciando una trama sarcastica e avvincente con la rappresentazione acuta e sarcastica di una fotografia dell’Italia odierna.

Boris è ambientato in un Paese in cui le fiction beneficiano di circa 300 milioni all’anno e il cinema di appena 40 milioni. In un Paese in cui i cine-panettoni totalizzano il record di incassi con il beneplacito di case cinematografiche che puntano al profitto e mai alla qualità.

Boris è inserito in un luogo in cui i teatri si riempiono di risate per gli spettacoli di un noto Martellone e dei suoi insulsi tormentoni, tra “Bucio de culo” e “Sti cazzi”. In un contesto in cui la più capricciosa e incapace delle attrici è candidata a Strasburgo.

Boris è girato nella patria di giovani talenti sfruttati da ricchi sceneggiatori che fanno la bella vita speculando sulle loro ambizioni, e dove la passione e la genialità soccombono sotto il peso di un sistema che non trova spazio per loro.

Boris è perfettamente impiantato all’interno del contesto italiano, dove le sale vuote davanti alla proiezione del film sembrano dare un’ulteriore dimostrazione di quanto il flop di una pellicola possa rispecchiare i tanti flop di questo Paese.

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Oh mio capitano: quando il prof è un mentore

Chi ha avuto la fortuna di incontrare un insegnante appassionato e appassionante sorriderà ripensando a quel prof. che non leggeva il manuale e non ripeteva meccanicamente nozioni; a quella figura che raccontava una storia coinvolgendo totalmente gli studenti. Una lezione di letteratura o di storia che era anche lezione di vita.

Lo stesso fanno Robin Williams nell’”Attimo Fuggente” e Sean Connery in “Scoprendo Forrester“.

I contesti non potrebbero essere più diversi, ma l’essenza dell’insegnamento è la stessa. Il primo insegnante per vocazione, il secondo educatore suo malgrado, ma entrambi riescono a proiettare la potenza di uno scritto, della parola, del pensiero autentico, e della necessità di esprimersi – se non per farsi ascoltare – almeno per sé stessi.

L’attimo fuggente è ambientato in Vermont, 1959. Nell’austera accademia maschile di Welton dove le regole severe e la disciplina ferrea sono all’ordine del giorno, piomba l’estroverso professore di letteratura John Keating (Robin Williams), che come un fulmine a ciel sereno ribalta le regole della scuola e l’approccio al programma e all’insegnamento, incoraggiando il lato creativo ed anticonformista dei suoi studenti.

In un ambiente così rigorosamente conservatore il nuovo ed eccentrico professore d’inglese non è visto di buon occhio. I suoi metodi bizzarri, la sua avversione verso chi ingloba in schemi e diagrammi la materia che insegna, la sua ambizione d’instillare nei ragazzi il desiderio di “trovare la propria voce”, la propria unica e vitale espressione d’individui, ne farà sì un osservato speciale da parte del corpo insegnante, ma anche un vero e proprio idolo per i giovani studenti.

Come ricorda il professor Keating, il capitano: “Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo”.

Una di quelle pellicole che non possono lasciare indifferenti perchè contengono spirito, pensiero, amore, emozione. Uno di quei lungometraggi che rimangono impressi nel tempo, ineguagliabili nella storia e indelebili nella mente di coloro che lo guardano. Il regista Peter Weir riesce a miscelare spessore, poesia, racconto di formazione. Il resto è un grandissimo e intenso Robin Williams e un gruppo di talentuosi ragazzi che tengono la scena con un godibile mix di acerbo talento ed entusiasmo che non potrà non coinvolgere. Perché l’educazione e la formazione sono tali se scavalcano il perimetro delle aule scolastiche, e solo i buoni insegnanti invitano gli studenti a guardare l’infinito che si trova oltre la siepe.

Nell’altra pellicola, Scoprendo Forrester, il rapporto tra professore e alunno sarà, se possibile, ancora meno convenzionale.
Il film è ambientato nel Bronx. Da un lato uno scrittore avanti negli anni, vincitore di un Premio Pulitzer per l’unico libro pubblicato, è recluso volontariamente nel suo appartamento. Dall’altro un giovane sedicenne di colore di grande talento desidera segretamente diventare uno scrittore. Il primo non vuole incontrare più il mondo, mentre il secondo pur essendone immerso vorrebbe uscirne per riuscire a esprimere liberamente ciò che sente dentro. L’anziano e irascibile William Forrester, interpretato da un intensissimo Sean Connery, diventa il mentore del giovane Jamal, istruendo e addestrando la sua scrittura. “Prima scrivi col cuore e poi rivedi con la testa. Il primo concetto è scrivere, non pensare”. Nel corso dei loro incontri cresce l’affetto e la stima, un rapporto che cambia la vita a entrambi. Lo scrittore riesce a far emergere tutta l’intelligenza del ragazzo, e Jamal ha il merito di far ritornare l’anziano letterato alla vita, lasciando per sempre dietro di sé il desiderio di isolamento. Nell’ambiente silenzioso, quasi fuori dal mondo dell’appartamento di Forrester, affollato di pile polverose di classici della letteratura, animato solo dal ticchettio della macchina da scrivere, Jamal fa i primi passi nel mondo della scrittura, scendendo nel profondo di sé, rimestando fra sogni, desideri, passioni, gioie e dolori.

Il legame tra i due uomini di età, classe sociale, cultura, etnie diverse, uniti soltanto dall’amore per l’arte di scrivere, si approfondisce: diventa anche un’amicizia reciprocamente protettiva e pedagogica.

Morale? I mentori spingono a farsi domande da minestra. Perché “molti uomini hanno vita di quieta disperazione: non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno. Osate cambiare, cercate nuove strade.”

Lost in translation: more than this

Il viaggio è un fenomeno antico dettato dalla voglia di cambiare, di conoscere e di scoprire.

Una ricerca che può essere indefinita ma è determinata dal bisogno personale e indiscutibile di condizioni migliori. Probabilmente del sé e della propria identità. “Everyone wants to be found”. Bob e Charlotte possono definirsi due turisti in questo senso: la loro esperienza di viaggio permette il superamento del confine e della prospettiva di origine, abilita al dialogo costruttivo e mette alla prova.

La solitudine del protagonista incontra al bar dell’albergo quella di Scarlett Johansson, moglie trascurata di un fotografo in carriera. I due si sbirciano, si raccontano, frequentano le mille luci e qualche karaoke di una città in perenne fibrillazione a perdere. Infine si separano, dicendosi qualcosa di ovvio che pure non sapremo mai. La regista Sofia Coppola racconta il viaggio di Bob e Charlotte su un doppio binario: da un lato dà un affresco realistico dell’ultramoderna società giapponese, che cerca di conciliare la propria cultura con quella occidentale. È anche questo a provocare nei due protagonisti un senso di smarrimento: si ritrovano faccia a faccia con una società che, sulle prime, sembra declinata in eccesso su quella dell’ovest ma che risulta di fatto inaccessibile e misteriosa.

La sapienza registica della Coppola riesce, con classe e profonda sensibilità psicologica, a usare come metafora una società straniante per raccontare il fallimento di due vite sentimentali e della vita di coppia giunta al capolinea. Il film da un certo momento vira, cambia rotta e diventa più privato, si lascia alle spalle tutta l’alienazione provocata da una metropoli soffocante. La regia si rifugia nelle camere di Bob e Charlotte riprendendoli quando si contorcono sul letto non riuscendo a dormire, nelle varie sale dell’hotel dove soggiornano, affetti da quel mal di vivere così simile per entrambi. I dialoghi sorprendentemente calzanti, astratti ma allo stesso tempo profondi, lasciano intuire più che spiegare. Il tutto viene facilitato dall’evidente vitalità del rapporto fra i due personaggi, che interagiscono dando un tono di leggerezza e tenerezza a tutto il film; nei loro sguardi e nei loro silenzi.

È questo il senso del loro viaggio. Lost in translation è un film fatto di attimi, sguardi ed emozioni: è riservato a chi ha provato quel languore irripetibile che attraversa lo stomaco quando ci si innamora di uno sconosciuto. E non importa se è al bar di una città che non si conosce o un giardino pubblico. Toglie il respiro.

L’eccezionalità sta nella vulnerabilità e nella malinconia che traspaiono dietro la maschera umoristica, in sostanza, in quel particolare sentimento definito “il piacere della tristezza”. Dopo “Il giardino delle vergini suicide”, Sofia Coppola si conferma cineasta fatta e finita: scrive (premiata con l’Oscar) e dirige con mano sicura, non confonde sentimento e sentimentalismo, trae prestazioni strepitose dagli attori. È cinema che intriga. Fa viaggiare. E pensare. Come recita la colonna sonora, è dedicato a chi sogna e pretende per sés “more than this”.

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Credere in “La meglio gioventù”

– Vada a studiare all’estero: vada a Londra, Parigi, in America, ma lasci l’Italia. L’Italia è un paese da distruggere; un posto bello, ma inutile, destinato a morire.

– Cioè secondo lei fra poco ci sarà un’apocalisse?

– Magari ci fosse un’apocalisse! Saremmo tutti costretti a ricostruire… Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri.

– E lei professore perché rimane?

– Come perchè? Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere.

Una citazione cinematografica. Ma anche uno scambio di battute tremendamente attuale, che si potrebbe ascoltare tra i corridoi universitari o in ufficio docenti. E non solo. Può suscitare una discussione tra amici che bevono una birra o tra adulti che si interrogano sull’avvenire dei figli.

La domanda è: ci sono prospettive? C’è un futuro in un contesto che descrive l’evoluzione di una società che sembra in apnea?

Con La meglio gioventù, la cinematografia italiana legge la storia senza pregiudizi o isterismi da tifoso, e fornisce l’affresco di un’epoca storica che abbraccia gli ultimi quarant’anni delle tormentate vicende italiane. Sullo sfondo la Torino degli anni ’70, i problemi operai e dell’immigrazione dal Sud. Questo è l’incipit che prosegue fino ai giorni nostri per chiedersi e chiederci che cosa sia cambiato da allora e cosa sia rimasto uguale.
La pellicola, diretta da Marco Tullio Giordana, non è solo una fredda disamina dei fatti che vanno dall’alluvione di Firenze del 1966 fino alle vicende di tangentopoli. Il regista milanese ci racconta della contestazione giovanile del ’68, della nascita del terrorismo e delle sue metastasi, della crisi della Fiat all’inizio degli anni ’80, di Tangentopoli, della protesta fiscale di un Bossi prima maniera, della strage del giudice Falcone e della sua scorta.

E lo fa con la passione e il sentimento dei personaggi che costellano il film, i quali vivono queste vicende ora da protagonisti, ora da inerti osservatori, avendo a che fare con i piccoli e grandi problemi quotidiani. Personaggi che attraversano la storia con il coraggio di chi vuol tentare di cambiare qualcosa, il coraggio di lasciare anche solo un’ombra che possa contribuire a modificare il presente per migliorare il futuro, o vi rimangono ai margini perché troppo impegnati a trovare in sé stessi un senso alla vita che stanno vivendo.

Il film “osa” proporre come chiave di lettura un passaggio generazionale tormentato come quello dagli anni ’60 a oggi: il bisogno di ordine che porta al nichilismo, l’accettazione dell’incompiutezza e della casualità come via all’armonia esistenziale.

È la struttura di La meglio gioventù: il pubblico che s’insinua nel privato, la vicenda personale che si evolve sugli stimoli dell’attualità civile. E i sussulti del presente si riflettono nella vita.

Nella classifica della versione on line della rivista il film sulla famiglia Carati occupa la quinta posizione tra tutti i film prodotti dal 2000 al 2010. Nato come fiction tv “congelato” dalla Rai, il film corale che riflette le scelte, le avventure, le paure, le incertezze e la vita di giovani che diventano adulti. Sentimenti senza tempo in un contesto sociale che appare immutato: problemi di carattere politico, economico e culturale sempre sullo sfondo: si evolvono solo le generazioni. La durata del film ci aiuta a ricordare che la vita è lunga, e ci da il tempo per riflettere, correggerci e reinventare i rapporti. O cambiare radicalmente.

La meglio gioventù è uno di quei film che hanno il potere di costruire un mondo che non vorresti abbandonare mai più. Una positività che si coglie da una frase, pronunciata dal protagonista nel momento per lui più difficile:

– Una volta mi hai scritto una cartolina in cui dicevi “Nella vita tutto è bello!!!”. Ci credi ancora?

– No, toglierei i punti esclamativi.

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Immigrazione: convivenza modello Gran Torino

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi Giovanni Paci, consulente e ricercatore indipendente che opera nel campo della programmazione e dell’analisi delle politiche e dei servizi sociali. Ha 45 anni. È editor del blog pratichesociali dove vengono raccolti contributi sui temi della giustizia sociale, dei diritti umani, delle migrazioni e della ricerca sociale. È possibile seguirlo anche su Twitter.

A questo link i suoi articoli per questa blogzine. [/stextbox]

Ci sono due modi di essere curiosi del mondo, due modi di esplorare la realtà che ci circonda. C’è chi è portato a cercare e a muoversi nell’infinitamente grande e chi nell’infinitamente piccolo. Chi è attratto dalla profondità del mare e chi dalla sua estensione. Chi prende la via che porta alla vetta del monte, chi imbocca la strada che porta dall’altra parte del mondo. Talvolta queste esigenze hanno, dentro di noi, un peso uguale e ci troviamo tirati e lacerati tra il desiderio di radici, di casa, di terra, e quello di lontananza, di distacco, di spazio. Superficialmente, queste dimensioni sono state spesso contrapposte, identificando le radici nella conservazione e la partenza con il progresso. C’è invece una straordinaria consonanza tra chi cerca in profondità e chi in estensione, ed è provocata dal sincero desiderio di non dare per scontato ciò che abbiamo di fronte, dall’intuizione che le cose sono sempre più di ciò che appaiono e dall’aver compreso che non accettare la realtà per come ci viene rappresentata ma andare alla ricerca di nuove visioni e rappresentazioni del mondo può riservarci straordinarie sorprese.

Clint Eastwood ha diretto e interpretato un bellissimo film, uscito quasi tre anni fa, intitolato “Gran Torino“. Un vecchio operaio della Ford in pensione, reduce della guerra di Corea e vedovo, non vuole andare via dalla propria casa sebbene il quartiere in cui vive sia ormai diventato un ghetto degradato abitato da immigrati, soprattutto orientali. Lì ha tutte le sue cose: oltre alla Ford modello Gran Torino, un garage pieno di attrezzi e oggetti accumulati in una vita; piccole cose, ognuna con il proprio senso e significato. Il film si snoda lungo l’intrecciarsi delle esistenze del vecchio pensionato scorbutico e diffidente con quelle dei vicini vietnamiti, soprattutto di un ragazzo e di sua sorella, con cui il vecchio entrerà sempre più in sintonia fino a trovare nella difesa della loro vita il senso ultimo della propria esistenza.

La poesia del film è data non solo dai contrasti tra la durezza del mondo esterno e la dolcezza degli animi dei protagonisti ma anche dalla scoperta che vite apparentemente così lontane, come quella di un reduce di guerra attaccato alla propria terra e alla propria patria e quelle di due ragazzi immigrati di seconda generazione, hanno in realtà un ampio terreno comune dove poter costruire relazioni profonde e significative.

Cos’è che permette tutto questo? Cosa fa sì che si possano sperimentare sentimenti profondi come l’amicizia, il rispetto, l’amore fraterno tra chi vive la propria esistenza legato alle radici e chi è alla ricerca di nuovi approdi e nuovi riferimenti? Cos’è che permette non solo la convivenza ma la relazione profonda tra persone tanto diverse che si trovano a condividere lo stesso spazio vitale, lo stesso pezzo di strada, la stessa bottega, lo stesso barbiere, lo stesso ospedale? Il vecchio operaio pensionato non fa sconti a sé stesso. Sa benissimo che la vita lo costringe continuamente a fare i conti con i propri errori, e che restare legato alle proprie radici, alle piccole e grandi cose della propria esistenza non può mai essere una forma di difesa dagli altri, ma un modo per non fuggire dalle proprie responsabilità e per non perdere le proprie risorse morali. I giovani immigrati non fanno sconti a loro stessi. Sanno che occorre andare al di là delle apparenze, delle barriere, delle paure, se vogliono conquistarsi la dignità a cui hanno diritto. Sanno che non ci sono scorciatoie per realizzare una vita degna di questo nome: rispetto di sé e degli altri, coraggio di aprirsi al nuovo che li circonda.

Tra chi esplora il mondo muovendosi – per desiderio o perché costretto – e chi esplora il mondo restando a casa – per desiderio o perché costretto – c’è uno spazio immenso di comprensione e di relazione. Chi dice il contrario, o ha paura o ha interessi di piccolo cabotaggio. Non è facile discutere con loro: magari potremmo consigliargli un buon film.

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Una protesta dedicata al maestro Monicelli

In molti lo ricorderanno per quella puntata di Rai per una notte in cui parlò di “rivoluzione”, quella che l’Italia non aveva mai avuto e che forse sarebbe stata l’unica speranza di riscatto di questo bistrattato Paese. Sarà ricordato per la sua ironica genialità, capace di strapparti una risata anche davanti alle situazioni più tristi e drammatiche, come la morte del suo personaggio Perozzi, interpretato da Philippe Noiret nel terzo episodio del celebre “Amici miei”.

Il 29 novembre 2010 è morto Mario Monicelli, dopo un volo di cinque piani dall’ospedale San Giovanni di Roma. L’ultimo volo di un gabbiano… Quel simbolico gabbiano omaggiato in una celebre canzone di Giorgio Gaber. Quel metaforico gabbiano che nella forza di Mario Monicelli ha trovato il coraggio di spiccare il volo fino ai 95 anni d’età.

Ci ha lasciati con la stessa shoccante spettacolarità che caratterizzava i suoi film, senza spazio per il finale travagliato e spossante di un vecchio uomo in attesa di una fine dettata da una malattia terminale. Pare quasi di vederlo mentre riesce a beffare medici ed infermieri e si allontana verso quell’ultima estrema manifestazione della sua tragicomica imprevedibilità. Un volta disse “vorrei morire un giorno in cui i giornali non sanno cosa scrivere”, e forse così è stato.

E’ andato via ma è rimasto, con le parole e le immagini dei suoi film e con le preziose lezioni di vita che ha voluto regalarci. E’ morto fra i peggiori deliri della politica, gli scandali di WikiLeaks e le strepitose proteste di piazza di precari e studenti, che da oltre una settimana vanno avanti, alla ricerca di quella rivoluzione che “l’Italia non ha mai avuto”…

L’hanno dedicata anche a lui, il maestro, quell’ultima giornata di manifestazioni del 30 novembre, prima della scellerata votazione della Camera. “Caro Mario, la faremo ‘sta rivoluzione”, si leggeva in testa al corteo degli universitari di Napoli: un messaggio comune a tante strade italiane.

Una mobilitazione che è partita con l’occupazione dei monumenti: il simbolo di quel diritto alla cultura che questa generazione ha deciso di non farsi portare via. Poi l‘invasione di aeroporti, strade e stazioni, come simbolo del disagio che da troppo tempo opprime questo Paese, schiacciato dalla mancanza di prospettive future e dalla paura di vedersi levare persino il diritto allo studio. Treni cancellati o posticipati, con migliaia di viaggiatori in attesa, senza la possibilità di programmarsi una serata… Aspirazioni cancellate o posticipate, con migliaia di persone in attesa, senza la possibilità di programmarsi… una vita.

Una protesta che continua, nonostante tutto. Da Milano a Palermo, persino con l’appoggio degli erasmus all’estero: da Siviglia a Lisbona, e da Montpellier ad Amburgo.

E poco importa se la combriccola di tristi politicanti che oggi ci governa non riesce a capire il senso di questa contestazione, perché non essere compresi da persone di simile levatura ci rende solo più orgogliosi…

[stextbox id=”custom” big=”true”]L’articolo di oggi è accompagnato da un omaggio del fumettista Segolas al maestro Monicelli[/stextbox]


Il Cinesemaforo, qualcosa che non avevate mai visto.

I had a dream.

La homeSì, feci un sogno, e sognai il layout grafico di quello che sarebbe poi diventato il Cinesemaforo: la locandina di un film e un semaforo. Tutto qui.
La funzione del Cinesemaforo sarebbe stata quella dei normali semafori stradali, che fanno passare, avvertono di fermarsi o fermano gli automobilisti, solo che si sarebbe applicato al pubblico dei cinema e del videonoleggio.

VERDE: Visione consigliata a tutti, senza controindicazioni. Potrebbe essere un buon film o un capolavoro, ma non si accettano reclami: i gusti d’altronde non si discutono.

GIALLO: Attenzione! Consigliato un approfondimento! Non indica affatto che il film è “abbastanza buono”, anzi: potrebbe piuttosto essere un bellissimo film non adatto a tutti gli spettatori, o anche un film bocciato con riserve! Leggete la recensione sul Cinesemaforo e, se non vi basta per decidere, qualche recensione più corposa in giro per internet!

ROSSO: Il semaforo più semplice. Il film è brutto: non andate a vederlo.

Con un’unica, gigantesca premessa:

I SEMAFORI NON SONO VOTI.
All’idea originale, effettivamente un po’ scarna e probabilmente spiazzante per gli ignari di questa logica, si aggiunse poi una recensione, ma in linea con il blog, quindi estremamente breve – massimo tre righe, senza eccezioni – ottima per essere copiata su un SMS da spedire agli amici, o sul proprio social network preferito.
Scopo del Cinesemaforo è dare un consiglio valido per la maggior parte del pubblico; un riscontro immediato e velocissimo per aiutare a decidere se andare o meno a vedere l’ultimo film uscito al cinema, o il blockbuster esposto con un’imponente scenografia nella vetrina del videonoleggio. O anche quel polpettone di tre ore e mezzo che stanno per dare su Sky o La7, perché no.

Un semaforo
Un semaforo

È importante capire che i semafori non sono voti perché altrimenti potreste trovarvi a inveire contro gli autori – chiamati giustamente “semaforizzatori” – perché hanno assegnato un giallo al vostro film del cuore, o un verde all’ennesimo, scialbo film Disney senza idee. Insomma, non siamo pazzi: diamo giallo ai film d’autore proprio perché sono d’autore e di conseguenza non sempre adatti al grandissimo pubblico, non perché “sono da 6”. Rosso non è 4 e verde non è 8.
Nei casi in cui nemmeno i semaforizzatori riescano a trovarsi d’accordo – ahimé – si ricorre al semaforo conteso, ovvero un giallo che contiene però tutte le recensioni in contrasto, con il relativo semaforo. In questi – fortunatamente rari – casi il Cinesemaforo perde un po’ di utilità, ma quanto meno saprete che il film in questione sarà un ottimo argomento di conversazione per la birra post-cinema!
Nel blog è presente anche una paginetta con brevi biografie dei semaforizzatori principali, allo scopo di far luce su eventuali incongruenze del colore del semaforo. Ognuno d’altronde ha i propri gusti personali (che nessuno mette in discussione), e non è mai facile rimanere obiettivi al 100%, per quanto ci si sforzi.

Leggere il Cinesemaforo
In Home page troviamo il riquadro con le novità, sia al cinema che in DVD. Qui vengono messi in evidenza gli ultimi 5 film semaforizzati di entrambe le categorie, con tra parentesi il nome del semaforizzatore e il link al semaforo. Per approfondire o essere sempre aggiornati sulle nuove uscite, trovate degli utili link nella colonna di destra, sotto i commenti recenti.
Nella stessa colonnina, in alto, troviamo il pulsantone per leggere un semaforo a caso, ottimo escamotage per scegliere un film quando non si ha un’idea precisa di quello che si vuole vedere. Se si vogliono evitare i rossi e i gialli, però, perché non si ha voglia di litigare con il resto della compagnia, c’è anche la possibilità di selezionare l‘elenco di tutti i semafori divisi per colore.
Per chi ha le idee chiare e per chi vuole avere un riscontro di quello che ha già visto, invece, nel menù a tendina c’è l’elenco di tutti i film (con nome originale e nome in italiano), di tutti i semaforizzatori e di tutti i colori.
Infine, sotto ogni semaforo, trovate i tasti rapidi di condivisione sui principali social network e, soprattutto, i “semafori utente” che potete utilizzare per dire la vostra e dare contro o supportare il povero semaforizzatore di turno.

I numeri del Cinesemaforo
Il Cinesemaforo è attivo solo da maggio, ma ha già sfornato quasi 300 titoli, di ogni genere, epoca e qualità. Riusciamo a coprire quasi la totalità delle nuove uscite al cinema e recuperiamo i vecchi titoli pubblicando spesso speciali tematici su registi, attori o generi; non temiamo nemmeno di stimolare il lettore con speciali atipici (un nostro semaforizzatore sta preparando uno speciale sui film muti!). Ogni giorno un semaforo e, quando c’è la possibilità, pubblichiamo anche anteprime (ultimo esempio “Machete”, di Robert Rodriguez, visto al festival di Venezia) o film d’importazione ancora non tradotti in italiano (“Kickass”).

Cinesemaforizzate anche voi!
Il Cinesemaforo nasce aperto e cerca l’interazione con il pubblico. Commentate, votate, condividete! Rendete vivo il Cinesemaforo e aiutateci a migliorarlo!
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In questo momento cerchiamo in particolare qualcuno che segua più assiduamente di noi il cinema italiano e i film sentimentali.

A presto, sul Cinesemaforo!

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Christian Bachini: terremoto italiano a Shanghai!

Inseguite i vostri sogni con tenacia e non arrendetevi mai!” potrebbe oggigiorno sembrare una frase da film un po’ banale, eppure la verità che contiene continua a brillare nonostante tutto. In questa intervista Christian Bachini, la prima “superstar italiana di film d’azione” ci dimostra che nulla è impossibile, a patto di dedicare la propria volontà e il giusto sacrificio.

Incuriositi? Date un’occhiata alle abilità di questo ragazzo!


Christian Bachini nasce a Parma nel 1985, ma a due anni si trasferisce a Prato. All’età di dieci anni vede i film di Jackie Chan e decide che da grande farà l’attore di arti marziali. Comincia quindi a studiarne quante più riesce e, mentre ottiene un diploma scientifico, studia anche recitazione, cominciando alla scuola di cinema Anna Magnani di Prato.

Nel 2008 studia la lingua cinese in vista della realizzazione del suo progetto di vita: andare in Cina, la patria dei film di arti marziali, e cominciare a fare l’attore.

La prima volta che ci siamo conosciuti, circa dieci anni fa, è stato nella palestra Kenshiro Abbe di Prato, al corso di Kung Fu Tradizionale. Adesso io peso 70 chili per 164 centimetri, e tu giri film in Cina in cui tiri i calci sui denti delle persone facendo capriole carpiate a un metro e mezzo dal suolo. Se è evidente dove abbia sbagliato io, che strada hai invece preso tu?

KangBeh, prima di tutto piacere di rivederti. Però devo ammettere che ti ricordavo diverso! Passando alla domanda… Se ricordi bene io iniziai la pratica delle arti marziali proprio perché il mio obiettivo era quello di diventare un giorno una star di film d’azione in oriente. Sin dall’età di dieci anni questo è sempre stato il mio desiderio più grande. Diciamo che ho tenuto duro e ho continuato a inseguire il mio sogno per tutti gli anni successivi. Ho studiato numerose arti marziali, ho studiato a fondo la filmografia orientale onde impararne tutti i trucchi e i segreti e mi sono dedicato allo studio della recitazione. Negli anni ho creato un mio personale stile di coreografia e creato un nuovo mix di arti da combattimento. Ho passato quattordici anni a perfezionare ogni singolo aspetto della mia potenziale carriera. Poi, a maggio del 2009, ho preso la mia grande decisione. Dato che in Italia i film di arti marziali non esistono e il cinema action è morto, ho deciso di tentare la mia fortuna all’estero e cercare di imporre la mia figura come nuova superstar del cinema di arti marziali. Molti mi consigliarono di partire per Hollywood, ma non mi sembrava la scelta giusta: i film di arti marziali sono nati in Oriente… In Cina, a Hong Kong, in Giappone… Ed è li che la sfida per uno come me era più interessante, più ardua. Per un occidentale imporsi come l’erede di star quali Bruce Lee e Jackie Chan, laddove i film di Kung Fu sono nati è cresciuti, penso sia una delle sfide più difficili in assoluto, nessuno ci è veramente mai riuscito. Io però ho sempre avuto molta fiducia nelle mie qualità e così mi sono detto “Perché no!”.

Prima di partire, però, sapevo bene che avrei dovuto avere in mano qualcosa da mostrare laggiù, qualcosa che fosse il mio personale biglietto da visita. Decisi quindi di girare due corti basati su lunghe coreografie di combattimento. In quel modo avrei potuto non solo mettere in mostra le mie abilità atletiche, ma soprattutto portare alla luce il mio personale stile nel girare una sequenza d’azione, nonché le mie capacità in veste di regista e action director. Chiesi aiuto ad alcuni filmakers nella mia città, ma nessuno si rese disponibile. Da tutti ricevevo il classico sguardo da “ma chi pensi di essere, il nuovo Jackie Chan? Illuso!”. La cosa non mi stupì. Allora non ebbi esitazioni: se nessuno voleva aiutarmi decisi che sarebbe stato mio padre a eseguire le riprese sotto la mia direzione. Per la fotografia, sempre con l’aiuto di mio padre, ci auto-costruimmo cinque lampade. Radunai alcuni artisti marziali entusiasti e iniziai le riprese. In quattro giorni girai due sequenze di circa quindici minuti ciascuna. Era la prima volta che mi cimentavo in un’impresa come questa. Essere regista, coreografo, attore, editor… Tutto allo stesso tempo. Il risultato fu assolutamente eccellente, e l’impatto che questi video ebbero in Asia fu la prova finale della qualità del lavoro che avevo svolto. Nessuno dei filmakers che incontravo riusciva a capacitarsi di come un occidentale avesse potuto girare solo con l’aiuto del padre e di combattenti che mai avevano avuto esperienze di cinema scene di combattimento che rispecchiavano alla perfezione lo stile action di Hong Kong! Finito il montaggio allora fui pronto per partire alla volta della Cina.

Lì ho avuto occasione di conoscere le più grandi star del Kung Fu di Hong Kong e lavorare sul set con loro. Ho conosciuto Jackie Chan, ho lavorato come extra nel blockbuster “Ip man 2”, dove ho avuto la possibilità di vedere all’opera leggende come Sammo Hung e Donnie Yen. Ho fatto le scelte giuste e avuto la giusta dose di fortuna, e alla fine mi sono stabilito a Shanghai dove ho conosciuto molti giovani filmakers, entusiasti e veramente pieni di talento. Abbiamo deciso di lavorare insieme e dare vita a una nuova fase nel mondo del cinema di arti marziali. Abbiamo cercato di ottenere la perfetta fusione tra genere action occidentale e orientale. Adesso laggiù sono conosciuto come “la prima superstar italiana delle arti marziali”.

Quali arti marziali hai studiato oltre al Kung Fu Tradizionale?

Questa è una bella domanda. Diciamo che, visto il mio obiettivo, sapevo che la pratica di una singola arte marziale non sarebbe stata sufficiente. Inoltre, la mia idea era quella di creare un nuovo mix di arti marziali che avrei poi potuto mostrare nei miei film. Dopo la pratica del Kung Fu Tradizionale sono passato dalla Capoeira Brasiliana al Tae Kwon Do Koreano; dal Wushu moderno al Jujitsu; e poi Muay Thai, Judo, Aikido fino ad arrivare alle XMA o Tricking. E da ogni arte marziale ho preso ciò che mi serviva per creare questo nuovo stile di arti da combattimento per il cinema. Ho fatto un po’ la stessa cosa che fece Bruce Lee con il suo Jeet Kune Do, con la differenza che il suo obiettivo era creare un’arte marziale reale ed efficace, il mio invece era creare un nuovo e innovativo stile di coreografia per il cinema.

Ce n’è una che preferisci rispetto alle altre?

Io amo le arti marziali in generale: ognuna ha i suoi pregi e i suoi difetti, ognuna è spettacolare a suo modo, ognuna è elegante ma anche letale allo stesso tempo. Comunque io sono nato col Kung Fu Cinese, e questo rimarrà sempre il mio pilastro portante.

A quali attori esperti di arti marziali ti ispiri maggiormente? Quali sono i tuoi film di arti marziali preferiti?

Christian con Jackie ChanChi mi ha ispirato maggiormente – oltre a Bruce Lee, che mi sembra ovvio – è stato Jackie Chan. Adoro lo stile che ha nel creare sequenze d’azione, e non parlo solo di coreografare combattimenti. Jackie Chan ha l’azione nel sangue. Nessuno è mai riuscito a eguagliare ciò che ha fatto lui; nessuno ha mai eseguito stunts così folli e pericolosi come Jackie. E il mix unico tra commedia e arti marziali? Solo lui è stato in grado di portarlo sullo schermo. Per questo Jackie Chan, a differenza di molti altri attori di talento e straordinari artisti marziali, è diventato una leggenda ai livelli di Bruce Lee. È stato proprio dopo aver visto un suo film che decisi di intraprendere questa carriera. Se non fosse stato per Jackie, oggi forse sarei uno studente universitario, ahahah!
Per questo tra i miei film di arti marziali preferiti figurano soprattutto i suoi: “Drunken Master” e il suo spettacolare sequel, “Police Story”, “Armour of God”.
In ogni caso amo anche tutta la generazione di attori di Hong Kong, da Gordon Liu ad Alexander Fu Sheng, sino ai moderni Jet Li, Donnie Yen e Wu Jing.

E film non di arti marziali?

Diciamo che resto un fanatico dell’action: la serie di “Arma Letale”, “Die Hard” e tutti i mitici action movie anni ’80 con Stallone, Schwarzenegger, eccetera… Adoro inseguimenti spericolati ed esplosioni a go go. E come per gli action movies provenienti dagli states sono un grande appassionato dei mitici poliziotteschi all’italiana e gli spaghetti western. Peccato che oggi in Italia questi generi siano completamente morti. Se solo fossi nato quarant’anni prima!
E poi sono un grande appassionato di horror. I cult degli anni ’70/’80, si intende.

Hai detto che in Italia il genere action è morto, ma anche nel resto del mondo occidentale non mi sembra se la passi molto bene. Cosa pensi dei film di arti marziali più recenti? Non credi che ci sia stata una certa perdita di interesse, se non proprio di impoverimento qualitativo, relativo al genere? Almeno nell’occidente, dato che dall’oriente continuano a uscire bellissimi film – a mio avviso – come “Fearless” (biopic del maestro Huo Yuan Jia, di Ronny Yu), per dirne uno.

FearlessQuesta è davvero un’ottima domanda. Parto a risponderti dal punto di vista dell’occidente.
La verità è semplice: in occidente non esistono film di arti marziali decenti. Nonostante tutti i mezzi, le tecnologie all’avanguardia, eccetera, la qualità dei combattimenti nei film occidentali è pessima. Per questo molti film prodotti negli states o in Francia, chiedono la consulenza a coreografi veterani del cinema di Hong Kong. Cory Yuen, Yuen Woo Ping… Ci sono loro dietro i successi di film come “Transporter” o “Matrix”.

La cosa che più sta distruggendo i film di arti marziali occidentali è la nuova tendenza all’editing frenetico. È una moda nata a Hollywood e purtroppo oggi è usato in quasi tutti gli action movies. Consiste in un montaggio fatto di tagli veloci e movimenti di camera frenetici. Forse negli states pensano che sia figo vedere due figure sfuocate smanacciare a caso, che buttare a casaccio un paio di salti acrobatici qua e là e un paio di movimenti in slow motion sia sufficiente per creare qualcosa di spettacolare, ma si sbagliano. Se adottano questa tecnica è solo per coprire la scarsa qualità delle coreografie.

Vedere Jackie Chan o Jet Li all’opera è un’esperienza unica perché è possibile vedere in che modo straordinario attori del genere usano i loro corpi. Nelle coreografie di Hong Kong ogni singolo movimento è preciso e pulito. Ogni tecnica è eseguita in modo nitido e chiaro. Per questo i film di Hong Kong rimangono ancora imbattuti quando si parla di combattimenti corpo a corpo.
Purtroppo in occidente nessuno ha ancora capito cosa rende una coreografia unica ed eccitante, e per questo la gente sta perdendo interesse nel genere: chi andrebbe al cinema per vedere un minestrone frenetico causa sicura di un bel mal di testa?

In Asia invece sanno bene come si fanno certe cose, per fortuna. Tu citi il film “Fearless”… Beh, in Italia siamo rimasti un po’ indietro, eheheh!
Negli ultimi anni sono usciti film che sono diventati istantaneamente dei Cult. Molti realizzati dalla coppia Donnie Yen (attore) / Wilson Ip (regista). Parlo di “Saat Po Long” (uscito anche in U.S.A. come “Kill Zone”, ndR), “FlashPoint”, “Ip Man”… Questi film hanno portato una ventata di freschezza nel genere unendo, nel caso dei primi due titoli, le moderne MMA nate negli states con le arti tradizionali cinesi. “Ip man” ha invece riportato allo luce il bellissimo stile di Kung Fu noto come Wing Chun.
Nonostante queste perle però, anche in Asia si registra una crisi nel genere. Tre film l’anno non sono sufficienti per mantenere vivo l’interesse.

E secondo te cosa si potrebbe fare per riportare in auge questo genere, in oriente ma soprattutto in occidente?

Christian con Sammo HungCi sono due grossi problemi che affliggono sia oriente che occidente, al momento.
Il primo è che si fa sempre meno attenzione alla storia. Oggi i film d’azione si reggono su trame stanche che sanno di già visto. Ecco perché mentre un tempo nascevano personaggi cult come John McLane o Rambo, oggi invece non assistiamo più alla nascita di nessuna icona.
La colpa è della scarsa attenzione che i filmakers pongono alla trama. Oggi è diventata la computer grafica a farla da padrone. Tutti possono fare tutto, e molti pensano che realizzare una mega esplosione in CGI o rimpinzare un film di effetti speciali basti a creare un action movie.

Il secondo grande problema è la scelta degli attori. Oggi la tendenza, in questo caso anche più in auge in Asia, è quella di mettere in ruoli d’azione o di combattenti attori che di arti marziali non sanno niente. Oggi si preferiscono usare pop star o idoli dei teenagers per cercare di aumentare l’audience e le relative vendite. Così facendo si perde tutta la magia che solo un vero praticante di arti marziali può trasmettere allo spettatore. Non basta allenare un ragazzetto per sei mesi per poi spacciarlo per il nuovo Bruce Lee o il nuovo Stallone. Un tempo sia in occidente che in oriente i “duri del cinema” erano veri duri, oggi invece la maggior parte sembrano usciti da un’agenzia di modelli, pronti a mettersi a piangere al primo graffio. In occidente solo attori come Jason Statham, Vin Diesel o The Rock (che ora preferisce il suo vero nome, Dwayne Johnson, ndR) rispecchiano l’essenza dell’action actor. Un po’ pochi, mi pare.
E anche in Asia le cose non vanno meglio. Dopo Jackie Chan, Donnie Yen o Sammo Hung non è rimasto nessuno che abbia le qualità per continuare a far vivere il genere di arti marziali.

Ottima osservazione quella sugli idol trasformati in star d’azione, un recente esempio palese è “Ninja Assassin”, che ha come protagonista un famoso idol cinese… Il legame tra recitazione e arti marziali credo sia invece ben più profondo di quanto possa sembrare superficialmente. Nel libro/diario di Bruce Lee, “Il Tao del dragone”, il compianto artista (che oltre che attore e grande maestro di arti marziali aveva anche studiato filosofia e psicologia, alla ricerca dell’essenza umana) spende molte pagine parlando di ricerca interiore e autoconoscenza, e sembra spesso concludere che la recitazione e l’arte marziale siano in realtà due modi diversi per raggiungere lo stesso obiettivo, cioè conoscere sé stessi. Quanto è importante per te questo concetto? C’è altro che ti spinge a mettere continuamente alla prova te stesso, sia come artista marziale che come attore?

Bruce LeeLe parole di Bruce Lee sono assolutamente giuste. Essere un attore è molto di più che prestare semplicemente la faccia a un personaggio fittizio. Essere attore significa veramente mettersi alla prova. È una sfida continua. Interpretare personaggi differenti, con storie differenti e caratteri diversi non è sempre semplice. È come entrare nella mente di qualcun altro. E la cosa più ardua è che un attore deve credere che questa mente esista davvero, e sia la sua. Se per cinque mesi sei impegnato a girare un film in cui interpreti un un uomo al quale è stata barbaramente uccisa la figlia… Beh, per quei sette mesi tu sarai questo: un uomo distrutto da questa grave perdita. La tua mente deve accettare che questo fatto sia reale. Solo così potrai sperare di dare una giusta interpretazione del personaggio. Un attore non deve recitare un personaggio, deve ESSERE un personaggio. Grazie a questo mestiere quindi, un attore si vede costretto a confrontarsi con sentimenti e situazioni che magari nella vita reale non avrebbe mai vissuto, e questo sicuramente aiuta a crescere come persona.

Per le arti marziali è un po’ la stessa cosa. Studiando arti marziali provenienti da diverse culture e contesti, che hanno alle spalle filosofie diverse, il praticante è messo a confronto con esse, e da ognuna può apprendere qualcosa. Durante la mia pratica ho avuto modo di conoscere maestri provenienti da tutto il mondo: Argentina, Cina, Brasile, Giappone, Korea… Ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa. Sono proprio tutti questi insegnamenti che, come attore, cercherò di infondere nei miei film.

Quindi, quando un attore è anche artista marziale la cosa diventa ancora più interessante, perché come attore dovrai essere in grado di creare per il tuo personaggio uno stile di combattimento che si adatti alla sua personalità. Ogni volta sei costretto a creare un nuovo ibrido tra sentimenti e azione. Per riprendere l’esempio precedente – del padre la cui figlia è stata uccisa e che cerca vendetta – il suo stile di lotta non sarà acrobatico ed elegante, ma al contrario sarà rozzo e sporco. Per un attore di film di arti marziali questa è una sfida unica e assolutamente interessante, ed è anche ciò che spinge me a cercare di migliorarmi il più possibile. Ogni volta che leggo una sceneggiatura ho il compito di creare un nuovo stile che si adatti al personaggio che interpreto. Significa mettere alla prova tutto ciò che hai studiato; scavare nelle tue conoscenze e venire fuori con qualcosa di nuovo e unico.

A proposito di mettersi alla prova, so che sei partito per la Cina nonostante la rottura del ginocchio. Mi ha ricordato Jackie Chan che si fa dipingere una finta scarpa sul gesso del piede rotto e continua tranquillamente a girare gli stunts di “Terremoto nel Bronx”. Ho capito che è il tuo mito personale, ma non vorrai mica emulare anche la sua lunghissima lista di infortuni sul set?

Beh, quella devo ammettere che è stata una follia. Mi ruppi il crociato anteriore del ginocchio agli inizi del 2009, mentre mi allenavo per una coreografia. La lesione del crociato, specie quello anteriore, rende il ginocchio altamente instabile e soggetto a infortuni molto più gravi. I dottori mi consigliarono di operarmi subito, ma ormai avevo già preso la mia decisione e acquistato il biglietto per Pechino… Così decisi di avere fiducia nelle mie qualità atletiche e partire comunque. I dottori mi presero per pazzo, ma il gioco è valso la candela.
Devo essere sincero: non è stato facile. Girare un intero film d’azione con un crociato rotto non è il massimo. Saltare su macchine in corsa, fare parkour e tirare calci volanti senza LCA non è uno scherzo. Di sicuro Jackie Chan mi è servito come ispirazione, e come puoi vedere alla fine ce l’ho fatta. Ho avuto fiducia in me stesso e ho raggiunto il mio obiettivo. Ho dato vita alla mia personale “leggenda”, se così si può chiamare, e sono diventato la prima “star italiana delle arti marziali”. Nessuno credeva ci sarei riuscito, ma si sbagliavano. E ho anche stabilito un piccolo record mondiale: nessuno ha mai girato un film d’azione dall’inizio alla fine, con un infortunio come questo, senza usare controfigure!

Bambini: non fatelo a casa!

Ovviamente! La prima regola è sempre quella di tenere di conto il proprio corpo. Non prendete esempio dai pazzi come me o Jackie, ahahah!
Comunque adesso è tutto ok. Sono rientrato in Italia la prima settimana di luglio, e il 16 dello stesso mese ho fatto l’operazione al ginocchio. Adesso ho solo quattro mesi per la riabilitazione prima di partire nuovamente per Shanghai e girare il mio secondo film. È un po’ una corsa contro il tempo, ma ormai questa è la storia della mia vita!

E veniamo al tuo lavoro vero e proprio: quanti film hai finora girato, e per quanti sei in ballo al momento?

ShangdownA Shanghai ho lavorato in numerose produzioni, sia ad alto budget che indipendenti. Ho avuto prima la chance di lavorare come extra nel film biografico “Ip man 2”, sequel del blockbuster uscito l’anno precedente; poi in “Shanghai Forever”, una produzione legata all’Expo mondiale 2010, diretta dal regista Hongkonghese Sherwood Hu. Poi ho avuto alcuni ruoli come villain (antagonista, ndR) in produzioni indipendenti, che probabilmente in occidente non vedremo mai. Sono stato anche scritturato come villain in un horror dove avrei dovuto essere anche coordinatore dei combattimenti, ma per divergenze stilistiche col regista me ne sono chiamato fuori.

Tutto questo però è avvenuto in un periodo piuttosto breve, dato che già dagli inizi del 2010 ho cominciato a lavorare ai miei progetti da protagonista, in collaborazione con due registi. Ho girato due corti d’azione: “Deficit: The Silent Revenge” e “Kang: the new legend begins” che è una specie di introduzione alla mia figura di star emergente. Entrambi serviranno come materiale promozionale per il mio secondo lungometraggio, tratto dal primo di questi corti.
Il mio debutto in un film come protagonista è stato “Shangdown”, una produzione indipendente che è anche un omaggio agli spaghetti western italiani, il genere che tanti filmakers – anche Tarantino con “Kill Bill” – hanno cercato di omaggiare, il tutto unito alle arti marziali. Nel film ho avuto il grandissimo onore di lavorare con due degli stunt team cinesi migliori in assoluto, gli stessi stuntman che hanno lavorato in grosse produzioni come “New Police Story” di Jackie Chan, “Red Cliff” di John Woo, “Ip man” e il suo sequel e tanti altri. Addirittura uno degli stuntman che ha lavorato con me è la controfigura ufficiale di Donnie Yen!

Riguardo al futuro, ho già tre sceneggiature pronte che mi aspettano, e altre due sono in fase di scrittura. La pre-produzione del mio prossimo film, “Deficit: The Silent Revenge”, che sarà diretto dal regista sino/americano Richard Chung, inizierà verso fine 2010. Gireremo tra marzo e giugno del prossimo anno, e ci prepareremo per una release a settembre.

Sei stato scritturato sempre come attore, o anche come coordinatore dei combattimenti?

Christian BachiniSono sempre stato chiamato in ruolo di attore, mai solo come coordinatore, e anche se mi avessero chiamato non avrei mai accettato, perché il mio stile di coreografia non si può vendere. È frutto di una mia personale ricerca e solo io sono in grado di portarlo sullo schermo. Ti sei mai chiesto perché Jackie Chan non ha mai coreografato per qualcun altro? Beh, il motivo è lo stesso, ovviamente.

Ma la cosa che più mi ha reso felice del lavorare con i professionisti che ho citato prima è stato il grande apprezzamento che hanno dimostrato nei confronti del mio stile nel coreografare i combattimenti. Molti membri della troupe si aspettavano che gli stuntman avrebbero cominciato a mettermi i bastoni tra le ruote e a darmi consigli sul come e cosa fare, dato che erano abituati a lavorare con i nomi più grandi del cinema di Hong Kong, invece hanno veramente amato lavorare con me, e non scorderò mai il momento in cui al termine di una giornata di riprese il manager di uno degli stunt team si è avvicinato a me, mi ha stretto la mano e ha detto che per lui era un onore lavorare con me e che ero il primo occidentale in grado di coreografare scene d’azione come e anche meglio dei professionisti di Hong Kong. Mi disse anche che ciò che io ero riuscito a girare in sole tre ore, anche in un film ad alto budget con i migliori stuntman avrebbe richiesto almeno tre giorni. Queste sono veramente delle grandi soddisfazioni!

Oltre ai combattimenti, sul set fai anche i tuoi stunts? Qual è la cosa più folle che hai fatto finora?

Sì, ho imparato da Jackie, eheheh! Non mi piace usare controfigure, ho sempre eseguito tutte le stunts da solo, finora. La cosa più folle che ho fatto è stata saltare sul tetto di una macchina in corsa per poi farmi trascinare attaccato alla portiera dell’auto per qualche chilometro, senza alcuna misura di sicurezza, nemmeno una ginocchiera; il tutto vestito da cowboy. Non oso immaginare cosa avrà pensato chi mi vedeva… Probabilmente che ero appena fuggito da un manicomio! Tra l’altro la prima volta che ho provato la scena l’auto andava troppo veloce, sono scivolato e ho rotolato sull’asfalto per alcuni metri.

Mh… Mai pensato di fare domanda a “Jackass”?

Ora che mi ci fai pensare… Perché no! Perché perdere tempo a trovare storie interessanti o a sudare quattro camicie per cercare di essere un buon attore, quando per diventare famoso basta autoinfliggersi le punizioni corporali più assurde! Sarà più doloroso ma sicuramente anche più rapido!
Dai, ora chiamo Johnny Knoxville e sento se mi assume, ahahah!
Potrei anche proporgli di produrre un Jackass Italia. Hey, tu che ne dici, saresti disposto a fare parte del nuovo team?

Come no, da sceneggiatore sarò felicissimo di inventarmi le peggiori torture da sottoporre agli attori!
Dedotto il tuo parere su programmi-spazzatura del genere, torniamo alle cose serie: hai già ricevuto qualche apprezzamento o addirittura qualche proposta importante da qualche nome famoso?

Sai come siamo fatti noi attori, siamo tutti un po’ scaramantici, quindi non ti posso dire nulla. Ti dico solo l’iniziale di un nome: J.

Foto non direttamente connessa con la risposta alla domanda sulle avances
Foto non direttamente connessa con la risposta alla domanda sulle avances.

Qualche avances da qualche bella attrice cinese?

Beh sono italiano, mi sembra non ci sia bisogno di aggiungere altro!

I lavori a cui hai preso parte sono tutte produzioni cinesi?

Shangdown” è stato prodotto dalla casa di produzione del regista Jakob Montrasio, la MK Media Production di Shanghai. “Deficit” sarà una coproduzione tra Cina e states, probabilmente, anche se il mio obiettivo è farla diventare una coproduzione anche italiana. Per questo nei prossimi mesi sarò impegnato nella promozione di “Shangdown” e nel trovare accordi con produttori Italiani interessati. Vorrei davvero che l’Italia avesse una parte nella mia carriera.

Che mi dici della distribuzione? Rimarranno in Asia o li vedremo anche qui da noi?

Shangdown” verrà distribuito in Asia, ovviamente (Cina, Giappone, Korea, Thailandia), parte dell’Europa (Francia, Germania), e abbiamo anche dei contatti in Canada e con gli Stati Uniti.

Spero di riuscire a portarlo nelle sale anche in Italia… Anzi, al momento è la cosa che mi preme di più.
Ciò che ho fatto e ho raggiunto in Asia, non l’ho fatto solo per me, ma anche per il mio paese. L’Italia non ha mai avuto una vera star internazionale del cinema d’azione. Mai. E questa era la cosa che volevo regalare al mio paese. Per questo ogni volta che mi presento a qualcuno a Shanghai uso il mio nome, e per promuovere un film metto sempre bene in chiaro che sono italiano.

Italy’s first martial arts superstar ever”, così mi chiamano laggiù. Come Jackie Chan lo è stato per Hong Kong, Van Damme per il Belgio, Jet Li per La Cina, Tony Jaa per la Thailandia, io spero di esserlo per l’italia. Ho portato in alto il nome del mio paese, spero adesso che l’Italia si faccia portatrice del mio nome, e che aiuti la promozione della mia figura di star del cinema d’azione. Voglio che il mio nome cresca in parallelo col cinema italiano. Sto per portare una ventata di aria fresca qui e sono in grado di dar vita a nuove coproduzioni che daranno nuova linfa al cinema italiano. Sarebbe veramente triste se agli occhi del mondo non ricevessi nessun supporto dal mio paese d’origine. Spero che ciò non avvenga. Comunque l’aiuto parte anche dalle persone: se qui il pubblico mi supporterà allora potrò dire di avercela fatta.

A tal proposito, sto lavorando da anni alla scrittura di un film d’azione. Quando l’avrò finito ti potrò chiamare o hai già cominciato a tirartela come una stella di Hollywood?

Una delle mie idee è proprio quella di creare un nuovo team di talenti italiani per ridare vita a generi che hanno fatto la storia del nostro cinema. Negli anni ’70 eravamo famosi per il genere action almeno quanto gli states, poi tutto è misteriosamente morto. Voglio riportare in vita quel genere, quindi se tu hai una buona idea basta che mi chiami. Ho sempre promesso a me stesso che qualora avessi raggiunto il successo sarei comunque rimasto me stesso, non ho intenzione di cominciare a comportarmi da star viziata, tranquillo! Allora… Aspetto la bozza della sceneggiatura, ok?

Per concludere, hai qualche messaggio da mandare ai giovani aspiranti attori – di arti marziali o meno – là fuori?

ShangdownCiò che mi sento di dire è questo: inseguite i vostri sogni con tenacia e non arrendetevi mai!
Prima di partite per la Cina incontravo continuamente persone che non facevano che ripetermi che ero un folle, che di certo laggiù non aspettavano uno straniero per fare la superstar né tanto meno che si sarebbero “fatti prendere a calci” da un italiano. Tutti pensavano che avrei miseramente fallito e che io fossi un illuso. Invece si sbagliavano. Sono partito da solo, senza soldi e senza alcun contatto. Ho costruito la mia carriera mattone dopo mattone e alla fine ce l’ho fatta. Ho girato il “mio” film di arti marziali e come ho già detto nei prossimi anni ho già altri cinque progetti in sviluppo.
E la cosa che più mi dà soddisfazione è che non ho fatto nemmeno la gavetta! Tutti, anche i primi tempi in Cina, mi assicuravano che avrei dovuto lavorare per anni al servizio di nomi grossi come stuntman, prima di avere una chance di realizzare qualcosa per conto mio. Tutti mi dicevano che avrei dovuto partire dalla melma e piano piano uscire allo scoperto… Invece, grazie alla mia tenacia e anche alla fortuna, perché no, ho completamente saltato questa fase. In soli nove mesi sono passato da essere nessuno a essere un attore di film d’azione.

Quindi, a tutti coloro che inseguono un sogno, che sia simile al mio o meno, voglio solo dire: non date retta a chi cerca di sminuire i vostri obiettivi o a chi non ha fiducia in voi. Se siete convinti di avere il talento necessario e la costanza adatta, allora inseguite il vostro sogno fino in fondo! Se ce la farete avrete dimostrato a tutti quanto valete, se fallirete avrete comunque la soddisfazione di poter dire “io ci ho provato, ho avuto il coraggio che voi non avete mai avuto!”. E ricordatevi che “impossibile” è solo un vocabolo. Niente è impossibile se credete in voi stessi!


Per seguire le gesta di questo giovane astro nascente del cinema d’azione, potete iscrivervi alla sua pagina professionale su facebook, oppure visitare il sito web del suo film (al momento un teaser, il sito completo aprirà a settembre) o il suo ufficiale, attualmente in fase di costruzione.

Infine ecco a voi il teaser di “Shangdown”, il suo primo lungometraggio (anche in HD).