Fiat, Pomigliano verso un nuovo stop

Non c’è pace a Pomigliano: l’ennesimo tonfo del mercato dell’auto, probabilmente, farà scattare l’ennesimo blocco delle produzioni a novembre. Se questa decisione venisse confermata dai vertici della Fiat, significherebbe il quarto stop da agosto nella grande fabbrica di Pomigliano – produttrice della nuova Panda – la cui catena di montaggio è attualmente ferma fino alla ripresa prevista per il giorno 8 ottobre. C’è quindi ancora il rischio di una forte cassa integrazione e i sindacati, anche se ancora una volta in maniera non unitaria, daranno battaglia. Nei giorni scorsi c’è stata una manifestazione del comitato di lotta dei cassintegrati che sono scesi in piazza con cortei e blocchi stradali, sotto le sigle della Fiom, della Confederazione Cobas e dello Slai Cobas.

Nel 2010, dopo tante manifestazione e un’infinità di polemiche, i vertici dell’azienda e i sindacati trovarono l’accordo riguardante la produzione della nuova Panda. Furono tanti i contrasti anche tra gli operai all’interno dell’azienda. La situazione sembrava essere più tranquilla ma ora, con il rischio di una nuova lotta sindacale e una nuova Cassa Integrazione per gli operai, è tornato un clima di grande tensione. Nei giorni scorsi Fim, Uilm, e Fismic hanno convocato le assemblee di tutti i lavoratori, ma senza la Fiom. Non sarà dunque possibile organizzare un’assemblea unitaria per discutere della situazione in cui si trova il settore automobilistico.

Questa decisione di alcune organizzazioni sindacali ha suscitato la reazione della Fiom che aveva più volte invocato un’assemblea unitaria, ma le altre sigle sindacali hanno risposto che, visto che nel 2010 la Fiom rifiutò di sottoscrivere l’accordo per la nuova Panda, non ci sono le condizioni per dar vita a un percorso unitario.

Insomma, le polemiche relative al 2010, quando ci fu anche un referendum su cui dovettero esprimersi gli operai, non sono mai state veramente dimenticate. Dall’altro lato i vertici dell’azienda continuano a ripetere che gli operai non saranno dimenticati e che la priorità della Fiat è quella di salvaguardare il loro posto di lavoro: dichiarazioni, però, a cui non crede più nessuno.

Tutte queste polemiche non vanno certo nell’interesse degli operai, che alla fine saranno gli unici a pagare le conseguenze di questa drammatica situazione in cui lo stabilimento di Pomigliano si trova da anni. Soltanto la Fabbrica Italia Pomigliano conta 2150 dipendenti, mentre nella Fiat Group Automobiles i lavoratori, indotto compreso, sono circa 3000, la maggioranza dei quali è in cassa integrazione da molto tempo.

Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni, ma di sicuro non mancheranno altre polemiche strumentali che, come sempre, andranno contro i veri interessi degli operai.

 

Tutti in piedi – Tutto cambia

“Todo cambia, tutto cambia”, con questo slogan si è chiusa la serata organizzata dalla Fiom “Signori, entra il lavoro – Tutti in piedi”, manifestazione dedicata al lavoro, dedicata ai lavoratori, in giorni in cui il precario viene definito “la peggiore Italia”.

Ed è invece la migliore Italia quella che va in onda da Villa Angeletti, bypassando la televisione e i media tradizionali, ennesima manifestazione nata sul web per il web. Tantissime le presenze fisiche (venticinquemila persone secondo gli organizzatori), ancora di più quelle “virtuali”, ossia tutti gli utenti che hanno seguito l’evento in diretta sul web.

Una serata all’insegna del lavoro dicevamo, con la partecipazione di tutto lo staff di Annozero, presentata da Serena Dandini, ricca di ospiti speciali. Sebbene ci sia stata la presenza di big come Corrado Guzzanti, Maurizio Crozza, l’arrivo a sorpresa di un sempre gigante Benigni, i veri protagonisti sono stati tutti quei lavoratori a cui è stata data voce, a partire dalla precaria Maurizia Russo Spena, la precaria che si era azzardata a fare una domanda al ministro Brunetta, da cui poi è arrivata l’offesa che tantissimi lavoratori precari si sono, giustamente, legati al dito. E poi i lavoratori della Fincantieri, gli studenti che vedono ogni giorno di più il Paese senza alcun futuro, i pastori sardi, gli immigrati, i giornalisti. Tutti hanno avuto voce, e tutti sono stati ascoltati. Ancora una volta, dove non arriva la televisione schierata, che racconta frottole e ci riempie la testa di cose inutili, ci pensa la gente. Sembra che ormai il popolo italiano abbia imparato la lezione, dalle elezioni ai Referendum: se i politici non ci aiutano, se pensano solo ai fatti loro, il vero cambiamento lo dobbiamo fare noi cittadini.

Grande successo dicevamo, nell’ennesima trasmissione-evento che non trova spazio sulle reti pubbliche, una trasmissione che fa il vero servizio pubblico. Mentre dalla Rai continuano le difficoltà per tutti i giornalisti e presentatori “scomodi” a qualcuno, mentre i contratti vengono risolti, sospesi, discussi in trattative che sembrano non avere alcuna via d’uscita, da qualche altra parte la gente urla il suo interesse per la questione sociale, la voglia di sentire le storie che vengono raccontate in questa maniera, la voglia dell’Italia vera, non di quella del Grande Fratello. Riempie d’ottimismo vedere manifestazioni del genere, soprattutto vedere la partecipazione delle persone, la loro commozione di fronte alle parole di Edda l’immigrata che urla la sua rabbia sul palco, di Oscar che racconta l’inferno della periferia milanese abbandonata a sé stessa, persone come tante, come quelle che alzano le mani, che applaudono che si commuovono.

Lo spettacolo si è concluso con un lungo monologo di Michele Santoro, per l’occasione vestito in tuta da operaio, che rivolge la sua lettera-proposta aperta al nostro Presidente Operaio. Parole che stringono il cuore, che fanno arrivare le lacrime agli occhi. “Riprendiamoci quello che ci hanno tolto” dice il presentatore appena esiliato dalla Rai, e la gente applaude, urla, incita, mentre Giuliana De Sio conclude lo spettacolo cantando la canzone che è poi diventata lo slogan. Todo cambia, tutto cambia.

E sta cambiando adesso.

In questa pagina de Il Fatto Quotidiano potrete rivedere tutto lo show di ieri sera, nel caso ve lo foste persi.

Sindacati, origini e storia

Nelle scorse settimane alla guida della Cgil, la più grande confederazione sindacale italiana, c’è stato un cambio epocale: è stata eletta con il 79% dei consensi una donna come segretaria. Si tratta di Susanna Camusso, 55 anni, da tanti anni molto attiva negli ambienti sindacali, in particolare in quello della Fiom. Questa svolta arriva in un momento storicamente molto importante: da qualche anno, infatti, le tre più grandi confederazioni sindacali non riescono ad avere una linea comune e, spesso, hanno utilizzato strumenti di lotta diversi. Negli ultimi mesi infatti, si sono registrate diverse prese di posizione da parte dei sindacati anche su alcune questioni molto importanti, come i provvedimenti emanati dal governo per fronteggiare la crisi economica oppure sulla questione Cai-Alitalia.

Vediamo di capire di cosa si occupino le associazioni sindacali e quali siano le loro forme di lotta, a partire dalla loro nascita: prima del 1900, esistevano alcune associazioni che presero il nome di Leghe di resistenza e si svilupparono con il crescere delle imprese industriali. Queste leghe si allearono al movimento cooperativistico, ebbero una connotazione politica di ispirazione socialista e si conquistarono il diritto di organizzazione con lo sciopero del 1901.

Nel 1912 nacque a Modena l’USI (Unione Sindacale Italiana) per opera di lavoratori precedentemente iscritti alla cCgdl. Essi ritenevano infatti che tale sindacato fosse ormai troppo asservito alla politica portata avanti in parlamento dal Partito Socialista. Tuttavia, prima del primo conflitto mondiale, vennero espulsi alcuni sindacalisti che si schierarono in favore dell’intervento militare dell’Italia contro Austria e l’USI continuò ad avere una connotazione fortemente antimilitarista. Una volta terminata la guerra nel 1918, l’USI ebbe il suo miglior momento con il record di iscritti. Successivamente, con l’avvento del fascismo, i sindacati furono soppressi per dare vita alle Corporazioni. Tuttavia, prima la Resistenza e poi la Liberazione fecero nascere nuovamente il sindacato libero, sotto il nome di Cgil, Confederazione Italiana Generale del Lavoro, e nel dopoguerra nacquero i primi scioperi a catena contro il Piano Marshall e contro il patto Atlantico.

Tuttavia, già allora, c’erano dei dissidi interni: la corrente cristiana guidata da Giuliano Pastore si staccò dalla Cgil, dando vita alla Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori. Poco dopo, democratici e repubblicani diedero vita all’Unione Italiana del Lavoro. A queste tre grandi federazioni, si aggiunsero successivamente lam CISNAL, ora denominata UGL, ispirata politicamente alla destra sociale. Da quel momento le confederazioni sindacali hanno avuto sempre vita autonoma e, in più di una circostanza, hanno seguito vie diverse, soprattutto in epoca recente. Oltre a queste grandi confederazioni, esistono altre associazioni sindacali meno conosciute, ma ugualmente importanti, come la CISAL, nata nel 1957 ed oggi facente parte del CESI, Confederazione Europea dei Sindacati Indipendenti, con sede a Bruxelles.

Il sindacato trova un posto molto importante all’interno della Costituzione, nell’articolo 39, che stabilisce testualmente: “L’organizzazione sindacale è libera”. Una svolta importante fu la nascita dello Statuto dei Lavoratori, il 20 maggio 1970. Ora, si spera che le tre più grandi confederazioni sindacali italiane possano ritrovare lo spirito di unità d’intenti che hanno avuto tante volte. Il compito principale di Susanna Camusso dovrà essere proprio questo. Lo chiedono a gran voce gli operai, sempre i primi a pagare in caso di contrasti tra le confederazioni. Mai come in questo periodo, con la crisi economica mondiale che non accenna a diminuire, gli operai hanno bisogno di sentirsi tutelati e i sindacati devono più che mai restare uniti.

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FIAT, Melfi come Pomigliano

Poco prima dell’estate, su questo sito ci occupammo della vertenza Fiat riguardante la struttura di Pomigliano, mettendo in evidenza i punti dell’accordo allora sottoscritto tra i vertici dell’azienda e una parte dei sindacati. Dopo qualche mese, il “modello” Pomigliano inizia a fare scuola. A Melfi, infatti, l’azienda ha disdettato gli accordi relativi all’organizzazione del lavoro per poter ridurre di dieci minuti la durata delle pause. Da due pause di venti minuti, quindi, si passerà a tre pause da dieci minuti, poi, probabilmente, ci saranno anche altri cambiamenti. La Fiom è ovviamente contraria a questo cambio di organizzazione e il segretario, Enzo Masini, parla di “atteggiamento provocatorio” da parte dei vertici aziendali. Un problema in più per i sindacati che già si trovano costretti a fronteggiare l’ultimatum dell’amministratore delegato, Sergio Marchionne, riguardante la Fabbrica Italia. Un’operazione da venti miliardi che, secondo Marchionne, andrebbe chiusa entro l’anno con la garanzia della piena governabilità degli impianti. La Uil, intanto, si trova anche in condizioni di grande difficoltà operativa, visto che, negli ultimi tempi, si sono verificati diversi casi di aggressione ad alcune sedi locali, per ultimo un lancio di uova fuori la sede di Vicenza.

Tutto ciò va contro l’interesse degli operai, cioè l’unica categoria di persone che davvero soffre giorno dopo giorno con il rischio di perdere il lavoro da un momento all’altro. I sindacati non hanno fiducia nel progetto Fabbrica Italia – sostiene il segretario nazionale Ugl Metalmeccanici, Antonio D’Anolfo – mentre il segretario generale della Fismic, Di Maulo, chiede di estendere in ogni stabilimento l’accordo di Pomigliano che, a suo dire, andrebbe preso come punto di riferimento per le aziende in difficoltà. Proprio sull’accordo di Pomigliano, tra poco ci sarà il passaggio alla Cassa Integrazione che è stata prorogata per tutto il 2011. Al ministero del Welfare si discuterà di Pomigliano il prossimo 3 novembre, e si prevede un confronto molto aspro tra i vertici della Fiat, il ministro Sacconi e i sindacati. Questi ultimi sono abbastanza soddisfatti, tranne la Cgil: la confederazione, il cui segretario è Guglielmo Epifani, infatti, è molto perplessa sulla copertura delle risorse e rilancia una proposta già fatta nei mesi scorsi: aumento dell’età pensionabile per tutti i 100mila lavoratori in mobilità. Nel frattempo, gli operai stanno a guardare, nella speranza che si possano trovare accordi soddisfacenti per tutti; ma sarà difficile perché la posta in palio è alta. Negli ultimi tempi, alla Fiat sono stati fatti dei cambiamenti epocali, e tra discussioni, litigi e aggressioni alle sedi locali, gli unici a pagare saranno, come sempre, gli operai.

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Pomigliano: gli operai votano per il male minore

Dopo tante polemiche, accuse, ripicche, offese, nello stabilimento della Fiat di Pomigliano D’Arco, finalmente si è svolto il referendum riguardante le condizioni dell’accordo di lavoro tra i vertici Fiat e le organizzazioni sindacali.

L’affluenza degli operai alle urne è stata molto alta. Circa il 95% degli operai ha esercitato il proprio diritto di voto. I sì hanno vinto con il 62,2%, mentre i no sono arrivati al 36,7%. Si pensava che ci sarebbe stato un plebiscito per i sì, ma così non è stato. Le condizioni dell’accordo sono state accettate da Fim-Cisl, Uilm, Fismic, Ugl. La Fiom, invece, si è opposta.

Vediamo nel dettaglio i punti dell’accordo:

Per quanto riguarda l’attività lavorativa, questa si svolgerà 24 ore al giorno, 6 giorni su 7. Ovviamente, sarà suddivisa in turni che saranno 18 alla settimana (3 al giorno da lunedì a sabato).

L’orario individuale resterà di 40 ore settimanali, come da contratto nazionale.

Gli straordinari arriveranno fino a 120 ore annue, cioè 80 più delle 40 contrattuali.

Le pause giornaliere saranno 3 da 10 minuti e non più 2 da 20.

La mensa sarà spostata a fine turno e non durante i turni.

Verranno effettuati maggiori controlli sull’assenteismo attraverso commissioni paritetiche di garanzia e verranno diminuiti permessi e deleghe.

La cassa integrazione verrà riconosciuta per due anni fino all’avvio della produzione Panda. Analizzando il voto per ogni reparto, si registra una forte presenza di no all’interno della catena di montaggio, reparto che comprende lastratura, verniciatura ed il montaggio Alfa. Nell’attività semiautomatica non a catena di montaggio c’è stata la prevalenza del sì, così come ha vinto il sì nel reparto dei “colletti bianchi”, in cui lavorano 422 operai addetti al controllo funzionalità e qualità. Nel Polo logistico, in cui lavorano 300 persone, c’è stata una forte prevalenza del no.

In pratica, gli operai hanno accettato condizioni di lavoro a loro sostanzialmente più svantaggiose di quelle attuali. La condizione del lavoro al sud è sotto gli occhi di tutti e ciò ha spinto gli operai a votare sì. La consultazione elettorale si è svolta in un clima abbastanza tranquillo, anche se non sono mancate discussioni abbastanza animate tra gli operai all’esterno dello stabilimento.

Tuttavia, questa situazione spinge a fare alcune riflessioni. Con queste nuove condizioni di lavoro, si registra un passo indietro sulla situazione dei lavoratori all’interno delle fabbriche. Probabilmente, negli ultimi anni, la mancanza di grandi dirigenti, nonché di autorevoli sindacalisti, hanno portato gli operai ad una situazione che li fa tornare indietro di tanti anni e, molti di loro, pur di arrivare alla fine del mese e portare avanti le loro famiglie, sono stati “costretti” ad accettare condizioni lavorative che in altri contesti difficilmente avrebbero accettato. Lo stabilimento di Pomigliano è soltanto il primo di una lunga serie. Anche in altre località, si registrano problemi simili, a partire da quelli di Melfi e Termini Imerese.