Euro 2012: riparla il campo, riparliamo anche noi

Ad inizio della scorsa stagione tentammo una ipotetica griglia di partenza in puro stile Formula 1 per analizzare quello che sarebbe stato il campionato vinto meritatamente dalla Juventus di Antonio Conte. Alcune previsioni si sono rivelate azzeccatissime, altre meno, a dimostrazione del fatto che i pronostici lasciano il tempo che trovano. Ma siccome il bello del mondo pallonaro è proprio questo ce ne possiamo fregare e ritentare lo stesso anche in ottica Euro 2012. Dopo un periodo nerissimo del nostro movimento calcistico, conciso con l’ennesimo scandalo legato alle scommesse, si può tornare a parlare di calcio giocato, lasciando che i tribunali facciano (speriamo, sarebbe veramente un’occasione da non perdere) piazza pulita di chi inquina questo sport già di per sé non proprio lindo come i pavimenti di un hotel a cinque stelle. Fare paragoni con quanto accaduto nel 2006 è simpatico e sicuramente non privo di fondamento, ma meglio lasciar perdere la cabala e concentrarsi sui dati oggettivi. Andiamo quindi ad azzardare la griglia delle sedici magnifiche, premettendo che il livello di un europeo è per certi versi anche più difficile di un mondiale, perchè non ci sono Arabia Saudita e Corea del Nord a fare da materasso, ma tutte squadre che hanno sudato sette camice per arrivare in Polonia ed Ucraina.

Prima fila: la finale dello scorso mondiale era assolutamente quella più giusta ed i valori in cima non sono poi così diversi. La Spagna parte in pole position nonostante qualche pecca in più rispetto al passato: mancherà un fuoriclasse come Puyol ed il bomber di sempre David Villa (entrambi infortunati) ma Del Bosque ha a disposizione un bacino importante in difesa e soprattutto sembra aver recuperato “El niño” Torres, che fu proprio il protagonista dell’Europeo del 2008. Otto vittorie su otto nelle qualificazioni, ventisei gol fatti e solo sei subiti. Aggiungiamoci anche che l’ossatura è composta da giocatori di Real Madrid e Barcellona, ovvero le squadre più forti del pianeta. Può bastare direi. Al suo fianco ancora l’Olanda, che ha giocatori importanti come Robben, Sneijder e soprattutto Van Persie (che potrebbe scatenarsi in questa competizione), ma paga il fatto di essere una delle squadre più “sfigate” della storia. Altro neo è la totale incapacità di vincere ai calci di rigore (quel che accadde a Euro 2000 per loro non è una eccezione, ma la regola), ma a parte questo la rosa è completa (oddio, un portiere forte magari) ed esprimono il miglior gioco del continente.

Seconda fila: Germana senza dubbio, e molto molto vicina alle prime due. Tanti giovani che non sono più promesse bensì certezze. Gente dai piedi buoni e tanti “naturalizzati” indovinati. Molto dipenderà da Gomez, che può far sfracelli e deve dimostrare di saper fare come Klose, ovvero segnare a raffica con la maglia della nazionale. Punto debole sembra essere la difesa, a volte troppo perforabile e poco sicura, ma ci sono sia i nomi sia il fatto di essere appunto “tedeschi”, ovvero freddi come non mai, capaci di arrivare fino in fondo quasi sempre e…sempre vincenti dal dischetto. Accanto a loro, ma con un secondo e mezzo automobilistico di distacco ci siamo noi. Già, noi. Le scelte fatte da Prandelli hanno convinto quasi tutti. Forse una vera prima punta sarebbe servita ma il nostro commissario tecnico ha deciso di puntare su attaccanti rapidi e che soprattutto giocano con la squadra. Siamo la miglior difesa delle qualificazioni ed è un punto basilare nel calcio moderno. Per l’attacco…dipenderà molto da Cassano e Balotelli, che se si sono ricordati di mettere il cervello in valigia (nel caso di SuperMario quel che ne rimane) possono veramente, ma veramente fare grandi cose. Ave Cesare, lavora bene.

Terza fila: Francia e Inghilterra. Le separa la manica, le unisce il gruppo D. I transalpini si sono finalmente liberati di Domenech (e non è poco) ma Blanc dovrà dimostrare ancora tanto. Certo, Benzema, Ribery ed altri sono fuoriclasse e quindi si può fare bene, ma è troppo tempo che toppano di brutto agli appuntamenti importanti e c’è ancora un clima di sfiducia verso di loro. Sono comunque in grado di vincere il girone e di giocarsela bene ai quarti. Gli inglesi invece arrivano all’appuntamento con qualche acciaccato di troppo, ma soprattutto senza Capello. Che vuol dire? Vuol dire che solo giocando all’italiana i sudditi di Sua Maestà sono in grado di vincere qualcosa (Di Matteo docet) e che se continuano a preferire il tipico gioco britannico…peggio per loro e meglio per noi. La squadra però è solida e può sicuramente dire la sua, anche se avrà un accoppiamento difficile nei quarti (se ci arriva).

Quarta fila: Portogallo e Russia. Perchè i lusitani così indietro? Eh semplice, perchè nel loro girone hanno Olanda e Germania, quindi il loro percorso è immensamente più difficile rispetto a tutte le altre squadre che sognano la finale. Cristiano Ronaldo è il miglior giocatore del nostro continente ma purtroppo non ha compagni alla sua altezza, anche se giocatori di livello importante ce ne sono. Se passano il girone possono anche arrivare in fondo però, visto l’accoppiamento possibile nei quarti. Per quanto riguarda la Russia invece c’è da dire che ha una buonissima difesa (seconda per reti subite, dopo l’Italia) ma manca un vero bomber. Talenti come Arshavin sono in declino ma potrebbero stupire come hanno già fatto quattro anni fa.

Quinta fila: Polonia e Svezia. I polacchi giocano in casa ed il sorteggio gli ha regalato il girone più abbordabile possibile (si, anche io penso sia tutto preparato a tavolino, ma tant’è), ma soprattutto non sono scarsi come austriaci e svizzeri che nonostante lo stesso trattamento quattro anni fa fecero quattro punti in due finendo fuori subito. La loro possibilità è arrivare ai quarti, ma difficilmente andare oltre. Gli svedesi sono guidati da uno dei calciatori più chiacchierati del nostro paese, ovvero il re dei bomber Zlatan Ibrahimovic, che ha attorno una squadra che gioca per lui ma anche con lui. In nazionale ha sempre fatto meno capricci (vai a capire perchè) e quindi potrebbero essere la vera e propria mina vagante, non soltanto del loro gruppo, ma in generale.

Sesta fila: Ucraina e Irlanda. Gli ucraini come i polacchi giocano in casa ma l’urna li ha aiutati molto molto meno. Sono poco conosciuti, non sono niente male ma hanno un gruppo sulla carta troppo tosto per far bastare la regola della squadra locale aiutata da tutto e tutti. Soprattutto non avendo fatto le qualificazioni si ritroveranno in una realtà a loro sconosciuta, senza dimenticare che non sarà come per le squadre di club, imbottite di brasiliani ed altri stranieri a noleggio. L’Irlanda del Trap invece…piace. Non ha grossi campioni da un bel pezzo, ma quella vecchia volte di Giovanni una sorpresa può sempre regalarla. Il girone è duro perchè c’è la superfavorita Spagna ed anche una Italia tutta da decifrare, ma si può cercare il miracolo.

Settima fila: Croazia e Danimarca: i croati hanno perso il giocatore più importante, ovvero il bomber Olic, vedendo così crollare le loro quotazioni. Squadra tosta, ma il talento è quello che è e se non si registrano praticamente da subito rischiano una imbarcata colossale. I danesi invece…poverini. Se qualcuno di loro è anticlericale credo che non si saranno contate le bestemmie dopo il sorteggio. Sono un buonissimo team e sarebbero stati sicuramente qualche fila avanti, ma onestamente passare il gruppo B è una impresa che davvero rasenta l’impossibile.

Ottava fila: Repubblica Ceca e Grecia. Bentornati ai cechi che finalmente si riaffacciano nel calcio che conta, ma i tempi d’oro sono sicuramente andati. Cammino troppo altalenante nelle qualificazioni e troppa discontinuità di risultati. Nonostante questo però per assurdo hanno chance di andare ai quarti, semplicemente perchè sono nel girone nettamente più scarso. Stesso discorso si può fare per gli ellenici, ma per loro basta dire questo: i miracoli nel calcio ti succedono una volta sola e non ci sarà un altro Charisteas.

La lettera ha funzionato. E adesso?

Breve riassunto delle puntate precedenti. Bloccata dalle tensioni all’interno della maggioranza di governo, l’Italia sta, neanche troppo lentamente, sprofondando nelle sabbie mobili della stagnazione economica. Nel contesto della crisi che ci attanaglia, in mancanza di un’adeguata e difficile reazione, lo scenario che si profila è quello di un impoverimento generale del paese, i cui segnali si percepiscono da tempo. Oltretutto, rischiamo di trasmettere il contagio al resto dell’Europa, visto l’elevato grado di interconnessione fra i vari paesi dell’Unione, non solo a livello prettamente economico ma anche finanziario. Approfittando dell’inefficienza delle istituzioni comunitarie e dell’incapacità decisionale nell’affrontare la crisi, Francia e Germania hanno di fatto arrogato a sé il ruolo di sceriffi della zona Euro e fra una risata e l’altra ci osservano con attenzione e ci pressano con insistenza affinché diamo il tanto agognato segnale di discontinuità. Dopo un’estate in preda ai balbettii, adesso l’Europa è passata alle maniere forti, dapprima dettando le sue linee guida per mettere in sicurezza il bilancio statale e poi lanciando un vero e proprio ultimatum per presentare i provvedimenti necessari.

L’ultimatum scadeva ieri. Il Presidente del Consiglio si è presentato al vertice di Bruxelles armato di una lettera contenente tutte le buone intenzioni del governo e niente più, oggetto della comprensibile ironia dell’intero paese (fra rimandi a Totò e Peppino e memorie d’infanzia). Il contenuto della missiva è arrivato a conoscenza del pubblico tramite agenzie di stampa quando Berlusconi era già a Bruxelles. Se è bizzarro che una lettera costituisca un documento cruciale per un paese intero, altrettanto lo è che essa sia trattata come, appunto, semplice corrispondenza da parte della Presidenza del Consiglio. Il contenuto delle 16 pagine in questione prevede misure che, seppur corrispondenti alle anticipazioni trapelate negli ultimi giorni e, solo in parte, sulla scia delle richieste già avanzate dall’UE, non hanno mancato di suscitare reazioni di netto rifiuto da parte dei sindacati e dell’opposizione. Due, in particolare, i provvedimenti contestati: l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni e l’aggiramento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, manovra questa già contenuta nell’ormai famoso articolo 8 della manovra di agosto, tanto caro al ministro Sacconi.

Al di là dell’analisi sull’opportunità delle misure descritte nella lettera di Berlusconi (i licenziamenti facili –ne abbiamo parlato qui– fanno crescere l’economia oppure la disoccupazione e la precarietà?), pensando alle prossime settimane, forse giorni, non si può prescindere da tre quesiti squisitamente politici. Il primo riguarda la natura stessa delle comunicazioni del Presidente del Consiglio all’UE. La lettera altro non è che una lista di interventi che il governo si impegna a mettere in atto: detto in altri termini, un sacco di promesse. Fortunatamente, esse sono state favorevolmente accolte. Avendo assistito per 17 anni alla sorte degli innumerevoli impegni che Berlusconi ha di volta in volta preso con i suoi elettori e con i cittadini, qualche maligno potrebbe anche dire che a Bruxelles ci sono cascati. E infatti hanno chiesto all’Italia di fornire un calendario preciso per l’attuazione degli interventi proposti, promettendo, da parte loro, un costante controllo del rispetto delle scadenze. Se da un lato ciò concede ulteriore tempo prezioso al governo e al Paese (chissà se poi questo tempo lo abbiamo davvero o non sia già troppo tardi), dall’altro adesso l’Italia è vincolata all’approvazione dei provvedimenti enunciati. È qui che sorge il secondo quesito: il governo può contare su una maggioranza? Da quasi un anno l’esecutivo si regge su ripetuti voti di fiducia acquisiti grazie a una palese compravendita di consensi in Transatlantico, salvo essere battuto varie volte in “normali” votazioni, come accaduto anche ieri. La stesura della tanto discussa lettera è andata di pari passo con una lunga e difficile trattativa interna alla compagine di governo. È ragionevole attendersi un accordo sui punti del documento, ma una rapida approvazione parlamentare non può considerarsi scontata. Infine, occorre chiedersi se la maggioranza disponga non solo dei voti ma anche della credibilità e dell’autorevolezza necessarie a presentare al paese un’ulteriore carico di sacrifici, tanto più in un’atmosfera che già odora di elezioni.

Le prospettive economiche dell’Italia e il benessere dei cittadini sono legati a doppio filo alla credibilità sullo scenario internazionale. Le risate, pur inopportune, che il nome del nostro premier suscita in una sala stampa testimoniano la gravità della situazione da questo fondamentale punto di vista. Certamente, in una giornata drammatica per alcune regioni italiane a causa del disastro ambientale provocato dalla colpevole noncuranza della politica nei confronti dello sfruttamento selvaggio del territorio, assistere a una rissa in Parlamento non aiuta a risollevare l’immagine della classe politica nazionale e del Paese che le sta dietro.

 

Backstage di una rivoluzione dal basso

Gheddafi è morto. Il rais, il dittatore, dipinto dall’opinione pubblica occidentale come il male assoluto, forse dietro solo a Saddam Hussein e Adolf Hitler, è stato finalmente sconfitto e a lungo resterà impressa nella memoria dei popoli africani l’immagine del cielo notturno di Misurata, solcato dalle scie luminose dei fuochi di artificio. Ci sentiamo tutti un po’ più sicuri ora che finalmente il tiranno è stato abbattuto e il suo cadavere sfigurato.  Si aprirà per la Libia una nuova era di libertà e prosperità, come i media ci hanno promesso. Abbiamo esportato la democrazia, ancora una volta.

C’è una storia, però,  che i media non hanno raccontato, una vicenda dai retroscena agghiaccianti in cui il reale protagonista di questo barbaro scempio non sarebbe il malvagio despota, ma l’Occidente, un Occidente manovrato da interessi economici e imperialistici di notevole portata. Qui, sia chiaro, non si intende elevare o celebrare la figura di Muhammar Gheddafi, quanto sollevare alcune questioni non trascurabili inerenti alle dinamiche dell’intervento, alla genuinità della rivoluzione e alle soluzioni adottate.

È sufficiente una breve ricerca su Internet, infatti, per svelare alcuni dei drammatici risvolti di questo conflitto, a partire dalle famose fosse comuni, in cui si supponeva che fossero stati sepolti i cadaveri dei poveri manifestanti uccisi nel corso delle proteste, rivelatesi in seguito “buche singole” scavate con una certa minuziosità in quello che altro non è che il cimitero di Sidi Hamed, in prossimità del quartiere residenziale di Gargaresh a Tripoli. Il dato emerge chiaramente in questo video.

httpv://www.youtube.com/watch?v=7yy3V_tYbZQ

Diversi mesi fa, a pochi giorni dallo scoppio del conflitto, nel corso della trasmissione “Porta a porta” Giulio Giammaria, corrispondente dall’estero, interrogò Ibrahim Moussa, portavoce di Gheddafi, e Ramadan Braiky, editorialista di un celebre giornale di Bengasi (link al video), sulla questione della guerra e, soprattutto, sulla gestione della vicenda dal punto di vista internazionale.

httpv://www.youtube.com/watch?v=n1ZH6UDRleU

«Noi abbiamo accettato la risoluzione dell’ONU» sostenne il primo «Abbiamo annunciato un cessate il fuoco, abbiamo chiesto una missione esplorativa, abbiamo chiesto degli osservatori internazionali per assicurare che non stiamo ammazzando nessuno. Gli osservatori non li stanno inviando ma invece mandano i missili, perché? Le persone vengono ammazzate tutte le sere, le persone hanno paura, la vita a Tripoli è molto difficile, non ci sono ospedali che funzionano, le scuole non funzionano, i mercati non funzionano.
Allora perché la comunità internazionale, compresa l’Italia, non ci manda una missione esplorativa per fare in modo che noi manteniamo il cessate il fuoco, perché solo noi l’abbiamo annunciato.
Venite a vedere sul campo che le cose sono sicure, c’è pace in Libia, e noi chiediamo un dialogo con tutti. Noi stiamo facendo il possibile, tutto ciò che ci viene chiesto di fare, eppure ci cadono i missili sulla testa, sui nostri figli che muoiono per nessuna valida ragione. Un missile costerebbe quanto qualsiasi missione esplorativa e centinaia di esploratori. Noi vogliamo paesi come l’Italia, con cui abbiamo un rapporto molto speciale, e vogliamo un loro coinvolgimento politico e diplomatico nell’aiutarci ad andare avanti. Invece l’Italia, un grande paese, sta seguendo il comando della Francia, anziché prendere una posizione diversa e dire: “Guardate ragazzi, dobbiamo pensarci un attimo a questo, da un punto di vista politico-diplomatico, parliamo con Gheddafi, parliamo con il governo libico, parliamo con i ribelli e cerchiamo di trovare una soluzione. Perché quando si tratta di mandare morte, aerei da guerra, siete sempre molto veloci, molto efficienti?”».

 Avrebbero potuto essere menzogne, dopotutto a parlare era pur sempre il portavoce del capo di stato. Poco dopo, però, la parola venne data al giornalista del quotidiano bengasino, al quale fu chiesto chi fossero questi ribelli e come mai avessero intrapreso una strada così nettamente violenta.

«Alcuni di loro, almeno quattro o cinque, anche il portavoce dei ribelli, scrivevano con noi nel nostro giornale perché il nostro giornale chiede sempre riforme costituzionali e libertà d’espressione. Ricordo che nel primo e nel secondo giorno chiedevano le riforme costituzionali, continuavano a farlo. Il terzo giorno, però, da quando sono cominciati questi eventi hanno cominciato ad attaccare altre persone. Diverse città libiche hanno ottenuto le armi e la situazione è diventata completamente diversa. Sono diventati ribelli con le armi pesanti. Le persone che noi conoscevamo erano scrittori che chiedevano rispetto dei diritti umani, credevano nella libertà di stampa e queste persone una volta lavoravano con me in ufficio e non chiedevano certo la guerra, l’attacco di Tripoli o di altre città. La situazione adesso si è complicata molto. Sono trascorsi  sei giorni da quando la città è passata sotto il controllo dei ribelli, la situazione è terribile, non c’è sicurezza, non ci sono scuole e non c’è neanche una stazione di polizia per risolvere qualunque problema, qualunque controversia. Non puoi neanche aprire il negozio, se ce l’hai. La situazione è diventata molto pericolosa. La popolazione di Bengasi è di circa un milione di persone e non è minimamente soddisfatta. Nessuno sarebbe felice a Roma o in Italia se ci fosse gente che va in giro con le armi. È davvero terribile per la gente comune… come me. Neanche io posso entrare nel mio giornale. Tutti i giornalisti hanno paura perché se scrivi qualcosa, qualunque cosa, se pubblichi una notizia sul sito web contro l’interesse dei ribelli, sei in pericolo. Ti potrebbero attaccare e anche ammazzare».

Senza porre alcuna etichetta, rinunciando per un attimo a una visione bicromatica della realtà (bianco/nero), occorre ammettere che simili dichiarazioni, quanto meno, stupiscono. Sì, perché l’immagine di individui armati che si aggirano minacciosi per i vicoli, come black bloc qualunque, e di interi centri paralizzati, non corrisponde proprio a quella descritta dalle televisioni (nei rari casi in cui qualche organo di stampa si sia soffermato a considerare le città dopo la conquista dei rivoltosi). Inoltre ciò che è curioso è il processo di rapida (quasi fulminea) degenerazione dell’iniziativa insurrezionale che dapprima sembra concentrata sulla rivendicazione di precisi diritti costituzionali e che, in un secondo momento, si evolve in un attacco preciso a un obiettivo ormai noto: Muhammar Gheddafi.

Sarebbe tanto pazzesco considerare una manina invisibile che possa aver dato una spinta, anche significativa, al movimento? È da folli chiedersi perché in Libia si sia intervenuti e in Siria no? E, a proposito di tattiche militari, non si era parlato di bombardamenti intelligenti?  I danni al 70% dell’acquedotto libico sono da ritenersi tali?
La memoria corre a un’altra intervista (link al video), quella della iena Enrico Lucci al presidente degli studenti libici in Italia, Nouri Hussein.

E: «Come valuti questa rivoluzione in Libia?»

N: «Volevano fregare il nostro petrolio»

E: «Ci sono i ribelli»

N: «Sì, ma sono cinque persone!»

E: «E come è possibile che loro abbiano tutta questa forza se sono quattro gatti?»

N: «Non hanno tutta questa forza, senza la Nato la prova [incomprensibile] è finita»

E: «Sarebbe finita perché avrebbero massacrato tutti»

N: «No… no, tutti vogliono Gheddafi! I media non mostrano questa cosa!»

E: «Quindi è tutta una forzatura dei media quello che vediamo?»

N: «Sì, tutto!»

E: «Quindi, Gheddafi non ha bombardato nessuno?»

N: «Non ha bombardato il popolo, Gheddafi!»

E: «Però si sono viste anche delle immagini fatte coi telefonini…»

N: «Ma quelle vengono dalla guerra di Iraq,  Afghanistan!»

E: «Quindi sono immagini finte?»

N: «Finte, di altre guerre»

E: «C’è il pericolo che Al Quaeda prenda il potere in Libia?»

N: «Sicuro»

E: «E quindi gli Occidentali sono scemi?»

N: «Loro questo non lo sanno, vogliono il petrolio»

E: «Allora Sarkozy è scemo?»

N: «Scemissimo»

E: «Non è che Gheddafi  utilizza questo spauracchio per mettere paura agli Occidentali?»

N: «Gheddafi dice la verità»

E: «Sei a favore della rivoluzione Tunisina ed Egiziana?»

N: «Sì, perché la gente sta malissimo»

E: «E invece in Libia?»

N: «Le cose ci sono in Libia»

E: «Perché in Egitto e in Tunisia hanno lottato contro Mubarak e Ben Alì ed invece in Libia Gheddafi andava bene?»

N: «Perché lì la teoria è diversa»

E: «Ma lui sta comunque al potere da quarantatré anni»

N: «Ma lui non sta al potere, lui sta come un leader»

E: «E allora anche Mubarak era un leader»

N: «No, un presidente della repubblica»

E: «E’ giusto che questi stiano lì per tanti anni?»

N: «E’ giusto così per noi, è giusto che i nostri capi rimangano capi finché muoiano»

E: «Gheddafi si può definire un leader democratico?»

N: «Sì, non è stato come immaginate voi»

E: «Lui ha i suoi meriti, ha liberato il paese dal colonialismo, dal re, però ti sembra giusto che nessuno lo contrasti?»

N: «Puoi dire quello che vuoi in Libia»

E: «Potresti anche dire che Gheddafi è uno stronzo e non ti succederebbe nulla?»

N: «No, da cinque anni puoi dire qualsiasi cosa»

E: «Perché solo da cinque anni?»

N: «Hanno cambiato le leggi! Hanno liberato la stampa, però se dici cazzate ti arrestano!»

E: «Se Gheddafi scegliesse di fare solo il padre della patria per lasciare liberi voi con le elezioni, a voi andrebbe bene?»

N: «»

E: «Lui lo farà?»

N: «Forse sì, però loro (le potenze della NATO, ndA) non vogliono la pace, vogliono il petrolio»

E: «Il petrolio, però, potreste pure difenderlo con un sistema democratico»

N: «Tu dici “democratico”, “democratico”, ma perché in Italia c’è la democrazia? A nessuno piace Berlusconi»

E: «Si, però si vota, l’hanno votato!»

N: «Anche noi votiamo, nella nostra maniera. Votiamo come tribù, ogni tribù ha un capo»

E: «Non è meglio la democrazia di un posto in cui comandi solo uno?»

N: «Non comanda solo uno… Il pensiero arabo, islamico è diverso, la vostra democrazia nel nostro paese non vale niente»

La discussione continua sugli stessi punti, su una diversa visione della democrazia e della scelta politica, finché allo studente non viene offerta la possibilità di chiamare la propria famiglia, residente a Sebha, città della Libia centro-meridionale bombardata proprio quello stesso giorno. Quando la madre del ragazzo risponde, la ricostruzione dello scenario libico è spaventosa. A quanto pare gli inglesi stanno bombardando civili, vecchi, bambini e pare che sia stata distrutta, tra gli altri edifici, anche una scuola. I negozi sono stati chiusi e i cittadini sono disorientati da un’azione militare confusionaria, invasiva. La conversazione si conclude con una richiesta d’aiuto.

«Se potete fare qualcosa, vi prego fatelo, parlate con l’ONU per fermare questo massacro»

Nell’apprendere simili notizie, ci si sente un po’ meno eroi e un po’ più imperialisti. Magari un po’ assassini, ma giusto un po’. Gheddafi non può sterminare il popolo libico ma a quanto pare la NATO sì. Basta con queste teorie del complotto, però! Ci hanno insegnato che questo dittatore stava commettendo crimini contro l’umanità e che per questo andava processato. Anche se a quanto pare non ce l’ha fatta a raggiungere la corte per un altro sfortunato caso.

Sulla copertina de “Il fatto quotidiano” di domenica 23 ottobre si menziona addirittura un video in cui il rais verrebbe violentato con un bastone dai nobili ribelli. E sul web sono davvero decine i video che documentano il potere della disinformazione e il clima d’odio che una corretta campagna diffamatoria potrebbe aver instaurato intorno a un personaggio già di per sé discutibile. Chissà se ci sarà bisogno dell’aiuto delle potenze straniere, adesso, per ricostruire la Libia? Chissà se avremo modo di conoscere davvero colui che sostituirà il crudele leader? Chissà se verrà mai creato un fondo monetario africano come Gheddafi auspicava?

È tempo di (semi)finali

Sabato e domenica prossima, in un tabellone nord vs sud, si sfideranno per accedere alla finalissima dei mondiali Galles – Francia da una parte e Australia – Nuova Zelanda dall’altra.

Vediamo di analizzare le squadre.
Il Galles è la sorpresa del lotto. È la squadra rilevazione di questo mondiale, ha saputo interpretare magnificamente il quarto con l’Irlanda (nettamente favorita) e si merita di essere dove è. Contro l’Irlanda ha fatto la parte di Davide contro Golia, difendendo caparbiamente per la maggior parte del tempo e punendo poi gli irlandesi al primo errore. Diciamo che è la nostra Cenerentola, quella che si tifa perché è meno grande delle altre.
La Francia ha pescato il jolly contro l’Inghilterra, nel relativo quarto di finale. Lievremont, coach dei transalpini, ha vissuto una fase premondiale e tutto il periodo dei gironi con il fiato dei media sul collo, reo di far giocare i suoi ragazzi fuori ruolo e decisamente male (verissimo). Lui ha sempre risposto cercando di far gruppo, insultando, alzando i toni, evidentemente memore dell’effetto Lippi al mondiale 2006 o guardando al Mourinho del presente. Fatto sta che la Francia ha già un piede in finale, essendo nettamente favorita nello scontro con i gallesi, ha un organico che non ha nulla da invidiare a quello della Nuova Zelanda (nel 2007 gli All Blacks furono proprio rimandati a casa dai francesi ai quarti) e ha battuto l’odiata Inghilterra ai quarti grazie ad un’intensità ed una determinazione sconosciuta agli inglesi e ad un primo tempo da favola terminato sul 16 a 0. Pronostico: Francia (ma il cuore è con i gallesi)
Andiamo dall’altra parte del tabellone.
L’Australia ha già giocato una prima teorica finale nel quarto contro il Sud Africa, campione uscente. La partita di sabato mattina è stata al cardiopalma; mentre gli italiani facevano colazione, l’Australia, demeritando, è riuscita a pescare il jolly contro la squadra più forte vista fin’ora, quel Sud Africa campione uscente e zeppo di campioni alla fine della loro carriera. Proprio questa è stata la chiave del match. 70 minuti di fuoco (ricordiamo che una partita ne dura 80), con la squadra africana avanti 9 a 8 e a dettare il gioco ma che non riesce a fare il break quando dovrebbe e potrebbe, punizione (sacrosanta) per l’Australia ed è James O’Connor (classe 1990), con una fucilata tra i pali, a marcare i 3 punti che portano gli australiani alla corte degli All Blacks. L’Australia parte da sfavorita; ha una squadra giovanissima, piena di campioncini con poca esperienza sulle spalle ma con quella genialità e quel tocco di irresponsabilità che potrebbe essere invece la chiave di volta della semifinale.
La Nuova Zelanda è la squadra da battere, quella più forte, quella che tutti si aspettano che domini l’avversario. Cosa che non è riuscita domenica mattina contro l’Argentina. Una partita che doveva essere a senso unico e piena di mete, è stata invece una bolgia infernale, che ha visto da una parte i Pumas combattere fino alla fine su ogni pallone rovinando il gioco e i piani degli All Blacks che pensavano di fare una passeggiata e che di mete ne hanno segnate solo 2 e la prima al 67′. Il problema principale degli All Blacks è l’infortunio di Dan Carter, mediano d’apertura e giocatore più forte del mondo. Il problema muscolare alla coscia ha mescolato le carte in casa Nuova Zelanda e chi dovrebbe prenderne il posto (Slade in prima battuta e Cruden in seconda) appare non all’altezza.
Che questo possa rivoluzionare una coppa del mondo che all’inizio appariva già scritta?
Pronostico: All Blacks (ma il cuore è con gli australiani)

C'erano un Italiano, un Francese e un Tedesco

Crisi! E’ questa la parola d’ordine dei nostri tempi moderni, il pensiero dominante, la tempesta che fa tribolare stati e continenti interi.

Nessuno è più al sicuro ormai. Gli Stati Uniti, per la prima volta, sono stati bollati come pagatori non proprio eccellenti e, tra un uragano e l’altro, continuano a perdere posti di lavoro. L’Europa, tanto faticosamente costruita in cinquant’anni, si sta disgregando trasformandosi in un covo di litigiosi, dove il nemico di turno ora si chiama Grecia, ora Portogallo, ora Irlanda, ora Spagna.

In questi giorni, nel poco invidiabile elenco dei “nemici” dell’economia europea, è entrato anche il nostro Paese. Sarebbe un esercizio superfluo riepilogare la grande farsa di quest’estate, con una manovra finanziaria “urgente” modificata quattro volte, in base agli umori e alle pressioni di lobbies e interessi più o meno forti.

E’ meglio riassumere, in breve, i punti salienti della versione definitiva della manovra, in questi giorni al voto in Parlamento.

In breve, la manovra italiana, valutata circa 52 miliardi di Euro, prevede: aumento dell’IVA al 21%, un “contributo di solidarietà” pari al 3% a carico dei contribuenti che dichiarano più di 300.000 Euro annui, l’equiparazione dell’età pensionabile tra uomo e donna, l’abolizione della provincie, il dimezzamento dei parlamentari (entrambi da fare con legge costituzionale) e la modifica dell’articolo 8 per facilitare i licenziamenti.

Questo è quello che il nostro governo, dopo mesi di trattative, ha partorito e ha portato alle Camere. Al di là dei giudizi di merito, viene spontaneo chiedersi quali misure abbiano adottato i paesi europei vicini all’Italia per Pil Pro capite e per dimensioni. Scopriamolo subito.

Iniziamo dal cuore acciaccato ma sempre pulsante dell’Europa, la Germania. Innanzi tutto bisogna riconoscere che i tedeschi sono stati molto lungimiranti. Già nel 2005 si temeva una crisi economica dovuta alla bassa competitività e così venne varata la riforma Hartz. Si trattò, ai tempi di una vera rivoluzione che ha stravolto il rigido mercato del lavoro tedesco. In un colpo solo vennero deregolamentati e defiscalizzati i contratti di lavoro, venne introdotto il lavoro interinale e il lavoro di sussistenza, venne riformata l’agenzia federale per il collocamento e modificati i sussidi di disoccupazione. Quest’intervento, all’epoca criticato dalla stampa e dai sindacati, sta tenendo in piedi l’industria manifatturiera tedesca. Ma questo fu solo l’inizio.

Già nel 2009, il cancelliere, Angela Merkel, affilava le armi teutoniche contro la crisi mondiale operando su due fronti. Da un lato aumentò l’IVA per aumentare il gettito, dall’altro proiettò le aziende tedesche all’estero “colonizzando” nuovi mercati con l’apertura di filiali. La “finanziaria” tedesca, inoltre, prevede l’aumento dei finanziamenti all’università e alla ricerca e lo sviluppo di accordi e partnership con università ed enti culturali di paesi in via di sviluppo. Sul fronte interno, sono previsti, entro il 2014, tagli radicali al generoso welfare state tedesco, sforbiciate alle spese militari, che verranno ridotte insieme al numero di effettivi delle forze armate, rimodulazione della leva militare, snellimento della pubblica amministrazione, con la riduzione di 15.000 posizioni lavorative ed infine una tassa ecologica che graverà su tutti i biglietti aerei emessi in Germania.

La Francia ha iniziato “solo” nel 2010 a varare misure di politica economica contro la crisi. Il governo conservatore francese, poco avvezzo alle grandi riforme, ha concentrato le sue forze sui problemi strutturali che nell’ultimo decennio hanno impedito al paese di crescere. I primi passi sono stati un aumento degli investimenti pubblici nella ricerca e nell’innovazione e l’aumento dei finanziamenti alle università pubbliche che, dal 2010, hanno l’assoluta libertà per la gestione dei trasferimenti da parte dello stato. Il governo ha anche previsto agevolazioni alle aziende che operano nel settore delle nuove tecnologie e che investono in ricerca ed enormi sgravi fiscali per le piccolissime aziende che non superano un certo livello di fatturato.

Per incentivare anche il commercio e i servizi è stata avviato dall’Eliseo una deregolamentazione del settore commerciale e dei servizi ma al tempo stesso sono stati ampliati i poteri e i mezzi per l’autorità per la libera concorrenza. Per sostenere i consumi, sono state ritoccate le aliquote per le fasce più basse dell’imposta sul reddito e ha introdotto il Sussidio di Solidarietà, cioè un contributo economico che viene pagato ai disoccupati che accettano posti di lavoro a bassi salari.

Per recuperare il denaro necessario ad attuare queste riforme il governo francese, come il nostro, pesantemente indebitato, ha adottato il cosiddetto “modello tedesco” di gestione della spesa pubblica, cioè fatto di tagli agli sprechi della pubblica amministrazione, azzeramento degli investimenti improduttivi ma soprattutto ridurre i costi del welfare state non colpendo radicalmente e ovunque, ma con interventi mirati che avranno un impatto limitato.

Questo è quanto hanno fatto Francia e Germania, notate qualche differenza con la nostra? Io sì.

Andrea Masi: il Re del Sei Nazioni

Voglio iniziare questo articolo facendovi un nome: Andrea Masi. Molti di voi probabilmente neanche immaginano lontanamente di chi stiamo parlando. I più spavaldi crederanno che sia un parente proveniente da qualche ramo dell’albero genealogico del direttore generale della Rai, qualcun altro, che magari ha frequentato la mia stessa università, crederà che si tratti dell’omonimo professore. Invece devo stupirvi tutti, o quasi, perché sto parlando dell’estremo della nazionale italiana di rugby. Masi è stato eletto miglior giocatore del torneo Sei Nazioni 2011. Un successo davvero inimmaginabile per lui. Non solo perché ha giocato soltanto due delle cinque partite della nazionale italiana, ma perché l’Italia si è classificata ultima nel torneo, portandosi a casa l’ennesimo “cucchiaio di legno”, un’istituzione nel Sei Nazioni. Il cucchiaio di legno, curiosamente, nasce da una tradizione ereditata dagli studenti di Cambridge, i quali erano soliti regalare un cucchiaio di legno in segno di scherno e derisione ai compagni di corso che prendevano i voti più bassi agli esami.

Il giocatore aquilano della nazionale azzurra e del Racing Metro, squadra della periferia di Parigi, è il primo rugbista italiano a ricevere il prestigioso riconoscimento da quando la nostra nazione partecipa alla competizione, cioè dal 2000. Masi, che ha esordito in nazionale a soli 19 anni, ha ricevuto il premio a Parigi presso la club-house del proprio club di appartenenza. Ha ottenuto più del 30% dei voti totali dei tifosi di rugby che hanno seguito la manifestazione e che sono rimasti, evidentemente, piacevolmente colpiti dalle due prestazioni del nostro azzurro.

Fino a qualche anno fa se mi avessero parlato del rugby mi sarei messo a ridere, non comprendendo neanche la differenza dal football. Vi assicuro che non vi sto prendendo in giro se vi dico che qualcuno tutt’oggi crede che l’unica differenza tra i due sport sia data dal fatto che nel football si gioca con i caschi e con l’”armatura”, mentre nel rugby senza. Oppure, non mi stupirei, perché qualcuno ha avuto il coraggio di affermare anche questo, cioè che la differenza sta nel fatto che il football si gioca negli Stati Uniti, il rugby in Europa. Cose dell’altro mondo.

Ho avuto il piacere di conoscere un mio coetaneo, amante del rugby e non ci ho messo molto ad appassionarmene. Certo, non è molto intuitivo come sport, richiede una conoscenza approfondita delle regole anche soltanto per riuscire a seguirne una partita. Tutto questo sempre che non vi limitiate a riconoscere una meta, piuttosto che un “calcio”. La cosa che più di tutte, da amante del calcio (ahimé!), mi ha subito affascinato è che per quante botte possano prendere, i giocatori di rugby restano sempre in piedi, se crollano in terra sanguinanti non chiedono i soccorsi e non interrompono mai il gioco. Utopia pura per i calciatori. Le differenze sportive ma soprattutto “etiche” tra i due sport sono infinite, al punto tale che non vale neanche la pena elencarle. Per oggi ci limitiamo a segnalare una vittoria per il nostro sport, quella di Andrea Masi, e un ultimo posto non poi così tragico dato che la nostra unica vittoria è avvenuta proprio contro i nostri cugini d’oltralpe francesi. Bravo Masi, e adesso terzo tempo e birra per tutti.

Immigrati: lo show

Bloccata dall’incapacità di risolvere il problema dell’immigrazione, la rappresentanza del Governo che nei giorni scorsi hanno fatto tante chiacchiere e pochi fatti si è recata oggi in quel di Lampedusa, guidata dall’Impreatore Maximo B in persona.

È stato un vero e proprio show, uno di quelli a cui ci ha abituato il miracolato e miracoloso Silvio negli scorsi anni. E così come per il problema dei rifiuti a Napoli (ancora oggi irrisolto), il copione si ripete, con l’annuncio della soluzione del problema nel giro di 48-60 ore, insieme a tutta una serie di butade pubblicitarie degne del peggior venditore di materassi in TV. Il Premier è arrivato a Lampedusa per fare quello che sa fare meglio, propaganda elettorale. D’altronde i risultati degli scorsi anni gli hanno sempre dato ragione, non ha senso cambiare il copione. E così vengono fatte le solite promesse, un piano per ri-valorizzare Lampedusa dal punto di vista turistico, sgravi fiscali (questi non mancano mai), per finire con l’annuncio della casa acquistata su Internet in nottata dal Premier in persona, cosicché possa sentirsi anche lui un “lampedusano”. Addirittura ha parlato di “premio Nobel per la pace a Lampedusa”. Incommentabile.

E gli immigrati? E i problemi di questi giorni? Quali sono le soluzioni? Chi lo sa. Vengono date indicazioni poco precise, basate soprattutto sulla strategia del rimpatrio forzato (“fora da i’ bal”, come dice Bossi) e di accordi con il nuovo governo tunisino per riaccettare in patria i clandestini fuggiti. Insomma, la strategia del nostro Governo, che finora è stata assolutamente fallace e  poco risolutiva sotto tutti i fronti, con l’Italia che insiste per essere aiutata dall’Europa, che annuncia la collaborazione di tutte le regioni italiane per aiutare l’isola di Lampedusa (finora solo la Puglia ha accolto circa mille profughi), che propone soluzioni aleatorie, si trova ad un punto morto. Senza considerare le condizioni in cui risiedono i poveri cittadini lampedusani, abbandonati al loro destino, con un’isola che non può sostenere gli arrivi di migliaia di profughi senza un’opportuno “scambio” con altri centri, magari in tutta Italia, e che si ritrovano oggi il Premier tirato a lucido che fa promesse su promesse, ma che non propone alcun fatto concreto, se non un ipotetico rimpatrio a breve di parte degli immigrati. E ora c’hanno pure un abitante in più, l’Imperatore Maximo in persona (amara ironia).

E non dimentichiamo i poveri migranti, clandestini, profughi, gente che ha sfidato il mare, che ha investito i risparmi di una vita per fuggire da una realtà che non vuole vivere, madri incinte, ragazzi di vent’anni che vogliono un futuro in una nazione libera, che si ritrovano in condizioni disumane in un centro d’accoglienza che è pieno ormai oltre cinque volte la sua capienza. È questo il massimo che l’Italia può fare? L’Italia, quello stesso popolo che subito dopo la seconda guerra mondiale emigrò in massa in tutto il mondo, quello stesso Paese che si è trovato con quattro milioni dei suoi abitanti imbarcati con l’iconica valigia di cartone legata con lo spago, nascosti nelle navi, diretti a Libery Island negli USA, alla ricerca di un futuro, di una possibilità, trattati come capi di bestiame. Cosa abbiamo imparato da questa lezione del passato? Assolutamente nulla, stiamo trattando delle persone, degli uomini e delle donne come un fastidio, qualcosa che sta invadendo e “sporcando” la nostra penisola. Nel 2011 ancora non siamo in grado di fare una politica atta all’integrazione, ad una società multiculturale, moderna, figlia di questo mondo che sta cambiando, che è già cambiato. Senza contare che tanti di questi profughi che arrivano in Italia lo fanno solo di passaggio, le loro mete sono altre, la Francia, la Germania e il resto d’Europa. Evidentemente anche loro lo sanno che qua da noi non è che si stia così tanto bene se cerchi di cambiare la tua vita e fuggire da una situazione opprimente.

È un problema complesso, che va analizzato sotto tanti punti di vista, senza sottovalutare il fattore del rischio criminalità, ma anche lo sfruttamento del mercato dell’emigrazione da parte di chissà quali organizzazioni criminali che mettono delle persone su delle bagnarole per migliaia di euro, senza garantire nulla. Se ti va bene, sarai trattato come una bestia, e verrai forse addirittura rimandato indietro. Questa è l’unica garanzia. Eppure queste persone ci provano lo stesso.

Questo dovrebbe farci capire quanto hanno bisogno di andare via dalle loro nazioni.

I problemi non si risolvono con le chiacchiere ed i proclami. Non facciamoci abbindolare.

E nel frattempo oggi a Roma si discute sul processo breve. Come dire, facciamo casino da un’altra parte, cosicché si distolga l’attenzione. Benvenuti in Italia.

Attaccateci e sarà l'inferno.

Con questa dichiarazione il leader libico Gheddafi ha risposto alla risoluzione decisa dell’ONU. Dopo giorni di colpevole ritardo (ne avevamo parlato nel recente articolo Ribaltone Libico), la comunità internazionale si è finalmente mossa sulla questione libica decidendo una “no-fly zone” per preservare le vite e la sicurezza dei civili.

La “no-fly zone” vieta tutti i voli nello spazio aereo della Libia che non siano voli umanitari, e autorizza i vari stati a intervenire – militarmente; con i caccia, insomma – per garantirne l’attuazione. Francia e Gran Bretagna sono in prima linea, e hanno già annunciato l’invio di caccia, così come il Canada. L’Italia per il momento non prende una posizione netta, ma dovrà mettere a disposizione delle forze Nato le proprie basi militari. L’Europa sembra comunque tutta unita sulla decisione di intervenire: anche Spagna, Belgio e Grecia hanno dato la loro adesione, adesione che crescerà sicuramente nelle prossime ore e nei prossimi giorni. Cosa accadrà a Gheddafi non è ancora dato saperlo (sebbene si prospettino per lui accuse di crimini contro l’umanità), ma sentendo le sue parole minacciose aumenta il sentimento di vergogna nel ricordare baciamani e circhi equestri.

La reazione del dittatore libico, come dicevamo, non si è fatta attendere. In un’intervista alla tv locale ha dichiarato candidamente: “Se il mondo è impazzito, diventeremo matti anche noi. Risponderemo. Trasformeremo la loro vita in un inferno” (via | Repubblica.it ) Minacce di un dittatore ormai alla canna del gas (ed è proprio il caso di dirlo, visti gli interessi energetici dell’Europa con la Libia). Il popolo in rivolta ha accolto la notizia dell’intervento internazionale con scene di giubilo, hanno visto nell'”occidente salvatore” la possibilità di una riscossa, visti i terribili scontri e le perdite dei giorni scorsi. Esclusa per il momento l’idea di un’occupazione militare diretta, la “no-fly zone” non è l’unico intervento deciso nei confronti della Libia: sanzioni economiche, l’embargo forzato e la chiusura pressoché totale dei canali diplomatici prospettano una situazione non certo florida per il regime.

Di sicuro sconvolgono le parole usate dal rais, quella minaccia (forse esagerata, forse no) ai paesi del Mediterraneo e all’occidente “impazzito” rende ancora più delicata la situazione. L’intervento necessario è però arrivato, e nei prossimi giorni finalmente capiremo cosa accadrà nella povera Libia, un paese ormai martoriato dalla guerra civile, dove sono morte centinaia di persone bombardate dal loro stesso leader sotto gli occhi di un’Europa attonita, quasi bloccata dagli interessi economici nella regione. Il popolo si augurava una rivolta lampo e un rovesciamento del regime come era accaduto in Tunisia e in Egitto. Purtroppo non è andata così.

Un deja vù targato Roberto Carlos

Era il 1997, era estate. L’anno successivo si sarebbero giocati i mondiali di calcio in Francia, quindi si pensò di “testare” il terreno con un torneo internazionale con alcune delle nazionali più importanti e che sarebbero state fra le favorite. Si affrontavano Italia, Brasile, Francia ed Inghilterra. Fra i ventidue azzurri convocati c’erano ad esempio un giovanissimo Inzaghi, un altrettanto giovane Del Piero, e nomi che solo i più appassionati ricorderanno come Maini del Vicenza e Torrisi del Bologna. Più ovviamente il mitico Attilio Lombardo, che siglò anche una sfortunata autorete contro il Brasile. Già, perchè la formula era del “tutti contro tutti”, ovvero girone all’italiana con la squadra che avrebbe fatto più punti che sarebbe stata campione. Vinse l’Inghilterra, che ci sconfisse nella prima partita per due a zero. Facemmo poi due pareggi, tre a tre col Brasile (ma li massacrammo) e due a due con la Francia (dove furono loro a giocare meglio). Del Piero segno tre reti in tre partite, grande protagonista. L’anno dopo nacque il dualismo con Baggio. Ora vi domanderete il perché di questo lungo preambolo. Semplice, perché di quel torneo nessuno ricorda niente, tranne una incredibile rete di Roberto Carlos. Si era a Lione, il tre di giugno. Al ventiduesimo del primo tempo il terzino sinistro a quei tempi al Real Madrid sparò un siluro dall’effetto pazzesco che sorprese Barthez (ma avrebbe sorpreso anche Jascin) per una delle reti a tuttoggi più incredibili della storia. Sono passati quasi quattordici anni, Roberto Carlos adesso gioca nel Corinthians, col quale sta affrontando il “Paulistao”, il campionato statale (in Brasile prima che inizi quello nazionale ogni stato gioca un campionato a parte). Nel match contro il Portuguesa, ha segnato direttamente da calcio d’angolo. Un tiro improvviso, forte, rasoterra, che si è infilato all’altezza del secondo palo. Magari cercava il cross, ma poco importa. Perchè mi ha riportato a quando avevo quattordici anni, visto che ricordo perfettamente dov’ero in quel momento, nell’unico momento in cui non ho odiato calcisticamente parlando il Brasile.

Calcio – Road to Euro 2012

Riparte giovedì la corsa alle qualificazioni per gli europei del 2012 e l’Italia di Cesare Prandelli se la vedrà in trasferta con l’Irlanda del Nord. Gli azzurri sono al primo posto nel girone con due vittorie in altrettante gare contro Estonia e Isole Far Oer, mentre gli irlandesi sono a tre punti, ma hanno disputato una partita in meno.  Sicuramente non è un girone proibitivo. Le altre due gare del girone C sono: Serbia-Estonia e Slovenia-Isole Far Oer. Dopo la figuraccia mondiale, gli azzurri devono assolutamente centrare la qualificazione e la cosa, in realtà, non sembra impossibile visto il livello qualitativamente basso delle altre compagini del raggruppamento. Del resto si è aperto un nuovo ciclo e Prandelli che, dopo alcune buone stagioni alla guida della Fiorentina, non può permettersi di fallire l’obiettivo di andare agli europei in Polonia e Ucraina, due paesi, tra l’altro, in netto ritardo sul piano dell’organizzazione. Come qualcuno ricorderà, anche l’Italia era in corsa per ospitare questa competizione, ma le varie organizzazioni del calcio mondiale decisero di assegnarli a Polonia e Ucraina con la motivazione che gli europei avrebbero portato soldi e benessere in due paesi alle prese con vari problemi. Tuttavia, pare che le difficoltà non manchino… Tornando alla questione tecnica, dopo la gara con l’Irlanda del Nord, gli azzurri dovranno vedersela con la Serbia, martedì, a Parma. Sulla carta dovrebbe essere una gara più difficile rispetto a quella di venerdì sera.

Oltre all’Italia saranno impegnate tante altre squadre europee. La Francia di Laurent Blanc, vecchia conoscenza del campionato italiano, giocherà in casa con la Romania e i transalpini non possono fallire, visto che sono a tre punti dopo due giornate. La Germania, terza ai mondiali, se la vedrà in casa contro la Turchia: entrambe le formazioni sono a punteggio pieno con sei punti in due giornate. I tedeschi sono sicuramente i favoriti, ma nel calcio non si può mai sapere. La sconfitta dell’Italia contro la Slovacchia ai mondiali dovrebbe insegnare qualcosa…

L’Eire sarà impegnata in casa contro la Romania ed il Trap ha tutta l’intenzione di partecipare agli europei, dopo lo “scandalo francese” pre-mondiale.

Il Portogallo, in difficoltà con appena un punto in classifica affronterà la Danimarca, mentre i vice campioni del mondo degli oranges giocheranno in trasferta contro la Moldova: l’impegno non è difficilissimo, ma l’Olanda riuscirà a confermarsi oppure il secondo posto ai mondiali sudafricani è solo frutto del caso ? La Spagna campione del mondo e d’Europa in carica cercherà di superare in casa la Lituania. Un ostacolo tutt’altro che insormontabile per una squadra di campioni come le “furie rosse”.

Non resta che aspettare venerdì sera e metterci comodi davanti al televisore per capire se le compagini blasonate avranno rispettato i pronostici oppure se verrà fuori qualche altra sorpresa. Buon divertimento.

Classifica e calendario ( via | uefa.com)