Backstage di una rivoluzione dal basso

Gheddafi è morto. Il rais, il dittatore, dipinto dall’opinione pubblica occidentale come il male assoluto, forse dietro solo a Saddam Hussein e Adolf Hitler, è stato finalmente sconfitto e a lungo resterà impressa nella memoria dei popoli africani l’immagine del cielo notturno di Misurata, solcato dalle scie luminose dei fuochi di artificio. Ci sentiamo tutti un po’ più sicuri ora che finalmente il tiranno è stato abbattuto e il suo cadavere sfigurato.  Si aprirà per la Libia una nuova era di libertà e prosperità, come i media ci hanno promesso. Abbiamo esportato la democrazia, ancora una volta.

C’è una storia, però,  che i media non hanno raccontato, una vicenda dai retroscena agghiaccianti in cui il reale protagonista di questo barbaro scempio non sarebbe il malvagio despota, ma l’Occidente, un Occidente manovrato da interessi economici e imperialistici di notevole portata. Qui, sia chiaro, non si intende elevare o celebrare la figura di Muhammar Gheddafi, quanto sollevare alcune questioni non trascurabili inerenti alle dinamiche dell’intervento, alla genuinità della rivoluzione e alle soluzioni adottate.

È sufficiente una breve ricerca su Internet, infatti, per svelare alcuni dei drammatici risvolti di questo conflitto, a partire dalle famose fosse comuni, in cui si supponeva che fossero stati sepolti i cadaveri dei poveri manifestanti uccisi nel corso delle proteste, rivelatesi in seguito “buche singole” scavate con una certa minuziosità in quello che altro non è che il cimitero di Sidi Hamed, in prossimità del quartiere residenziale di Gargaresh a Tripoli. Il dato emerge chiaramente in questo video.

httpv://www.youtube.com/watch?v=7yy3V_tYbZQ

Diversi mesi fa, a pochi giorni dallo scoppio del conflitto, nel corso della trasmissione “Porta a porta” Giulio Giammaria, corrispondente dall’estero, interrogò Ibrahim Moussa, portavoce di Gheddafi, e Ramadan Braiky, editorialista di un celebre giornale di Bengasi (link al video), sulla questione della guerra e, soprattutto, sulla gestione della vicenda dal punto di vista internazionale.

httpv://www.youtube.com/watch?v=n1ZH6UDRleU

«Noi abbiamo accettato la risoluzione dell’ONU» sostenne il primo «Abbiamo annunciato un cessate il fuoco, abbiamo chiesto una missione esplorativa, abbiamo chiesto degli osservatori internazionali per assicurare che non stiamo ammazzando nessuno. Gli osservatori non li stanno inviando ma invece mandano i missili, perché? Le persone vengono ammazzate tutte le sere, le persone hanno paura, la vita a Tripoli è molto difficile, non ci sono ospedali che funzionano, le scuole non funzionano, i mercati non funzionano.
Allora perché la comunità internazionale, compresa l’Italia, non ci manda una missione esplorativa per fare in modo che noi manteniamo il cessate il fuoco, perché solo noi l’abbiamo annunciato.
Venite a vedere sul campo che le cose sono sicure, c’è pace in Libia, e noi chiediamo un dialogo con tutti. Noi stiamo facendo il possibile, tutto ciò che ci viene chiesto di fare, eppure ci cadono i missili sulla testa, sui nostri figli che muoiono per nessuna valida ragione. Un missile costerebbe quanto qualsiasi missione esplorativa e centinaia di esploratori. Noi vogliamo paesi come l’Italia, con cui abbiamo un rapporto molto speciale, e vogliamo un loro coinvolgimento politico e diplomatico nell’aiutarci ad andare avanti. Invece l’Italia, un grande paese, sta seguendo il comando della Francia, anziché prendere una posizione diversa e dire: “Guardate ragazzi, dobbiamo pensarci un attimo a questo, da un punto di vista politico-diplomatico, parliamo con Gheddafi, parliamo con il governo libico, parliamo con i ribelli e cerchiamo di trovare una soluzione. Perché quando si tratta di mandare morte, aerei da guerra, siete sempre molto veloci, molto efficienti?”».

 Avrebbero potuto essere menzogne, dopotutto a parlare era pur sempre il portavoce del capo di stato. Poco dopo, però, la parola venne data al giornalista del quotidiano bengasino, al quale fu chiesto chi fossero questi ribelli e come mai avessero intrapreso una strada così nettamente violenta.

«Alcuni di loro, almeno quattro o cinque, anche il portavoce dei ribelli, scrivevano con noi nel nostro giornale perché il nostro giornale chiede sempre riforme costituzionali e libertà d’espressione. Ricordo che nel primo e nel secondo giorno chiedevano le riforme costituzionali, continuavano a farlo. Il terzo giorno, però, da quando sono cominciati questi eventi hanno cominciato ad attaccare altre persone. Diverse città libiche hanno ottenuto le armi e la situazione è diventata completamente diversa. Sono diventati ribelli con le armi pesanti. Le persone che noi conoscevamo erano scrittori che chiedevano rispetto dei diritti umani, credevano nella libertà di stampa e queste persone una volta lavoravano con me in ufficio e non chiedevano certo la guerra, l’attacco di Tripoli o di altre città. La situazione adesso si è complicata molto. Sono trascorsi  sei giorni da quando la città è passata sotto il controllo dei ribelli, la situazione è terribile, non c’è sicurezza, non ci sono scuole e non c’è neanche una stazione di polizia per risolvere qualunque problema, qualunque controversia. Non puoi neanche aprire il negozio, se ce l’hai. La situazione è diventata molto pericolosa. La popolazione di Bengasi è di circa un milione di persone e non è minimamente soddisfatta. Nessuno sarebbe felice a Roma o in Italia se ci fosse gente che va in giro con le armi. È davvero terribile per la gente comune… come me. Neanche io posso entrare nel mio giornale. Tutti i giornalisti hanno paura perché se scrivi qualcosa, qualunque cosa, se pubblichi una notizia sul sito web contro l’interesse dei ribelli, sei in pericolo. Ti potrebbero attaccare e anche ammazzare».

Senza porre alcuna etichetta, rinunciando per un attimo a una visione bicromatica della realtà (bianco/nero), occorre ammettere che simili dichiarazioni, quanto meno, stupiscono. Sì, perché l’immagine di individui armati che si aggirano minacciosi per i vicoli, come black bloc qualunque, e di interi centri paralizzati, non corrisponde proprio a quella descritta dalle televisioni (nei rari casi in cui qualche organo di stampa si sia soffermato a considerare le città dopo la conquista dei rivoltosi). Inoltre ciò che è curioso è il processo di rapida (quasi fulminea) degenerazione dell’iniziativa insurrezionale che dapprima sembra concentrata sulla rivendicazione di precisi diritti costituzionali e che, in un secondo momento, si evolve in un attacco preciso a un obiettivo ormai noto: Muhammar Gheddafi.

Sarebbe tanto pazzesco considerare una manina invisibile che possa aver dato una spinta, anche significativa, al movimento? È da folli chiedersi perché in Libia si sia intervenuti e in Siria no? E, a proposito di tattiche militari, non si era parlato di bombardamenti intelligenti?  I danni al 70% dell’acquedotto libico sono da ritenersi tali?
La memoria corre a un’altra intervista (link al video), quella della iena Enrico Lucci al presidente degli studenti libici in Italia, Nouri Hussein.

E: «Come valuti questa rivoluzione in Libia?»

N: «Volevano fregare il nostro petrolio»

E: «Ci sono i ribelli»

N: «Sì, ma sono cinque persone!»

E: «E come è possibile che loro abbiano tutta questa forza se sono quattro gatti?»

N: «Non hanno tutta questa forza, senza la Nato la prova [incomprensibile] è finita»

E: «Sarebbe finita perché avrebbero massacrato tutti»

N: «No… no, tutti vogliono Gheddafi! I media non mostrano questa cosa!»

E: «Quindi è tutta una forzatura dei media quello che vediamo?»

N: «Sì, tutto!»

E: «Quindi, Gheddafi non ha bombardato nessuno?»

N: «Non ha bombardato il popolo, Gheddafi!»

E: «Però si sono viste anche delle immagini fatte coi telefonini…»

N: «Ma quelle vengono dalla guerra di Iraq,  Afghanistan!»

E: «Quindi sono immagini finte?»

N: «Finte, di altre guerre»

E: «C’è il pericolo che Al Quaeda prenda il potere in Libia?»

N: «Sicuro»

E: «E quindi gli Occidentali sono scemi?»

N: «Loro questo non lo sanno, vogliono il petrolio»

E: «Allora Sarkozy è scemo?»

N: «Scemissimo»

E: «Non è che Gheddafi  utilizza questo spauracchio per mettere paura agli Occidentali?»

N: «Gheddafi dice la verità»

E: «Sei a favore della rivoluzione Tunisina ed Egiziana?»

N: «Sì, perché la gente sta malissimo»

E: «E invece in Libia?»

N: «Le cose ci sono in Libia»

E: «Perché in Egitto e in Tunisia hanno lottato contro Mubarak e Ben Alì ed invece in Libia Gheddafi andava bene?»

N: «Perché lì la teoria è diversa»

E: «Ma lui sta comunque al potere da quarantatré anni»

N: «Ma lui non sta al potere, lui sta come un leader»

E: «E allora anche Mubarak era un leader»

N: «No, un presidente della repubblica»

E: «E’ giusto che questi stiano lì per tanti anni?»

N: «E’ giusto così per noi, è giusto che i nostri capi rimangano capi finché muoiano»

E: «Gheddafi si può definire un leader democratico?»

N: «Sì, non è stato come immaginate voi»

E: «Lui ha i suoi meriti, ha liberato il paese dal colonialismo, dal re, però ti sembra giusto che nessuno lo contrasti?»

N: «Puoi dire quello che vuoi in Libia»

E: «Potresti anche dire che Gheddafi è uno stronzo e non ti succederebbe nulla?»

N: «No, da cinque anni puoi dire qualsiasi cosa»

E: «Perché solo da cinque anni?»

N: «Hanno cambiato le leggi! Hanno liberato la stampa, però se dici cazzate ti arrestano!»

E: «Se Gheddafi scegliesse di fare solo il padre della patria per lasciare liberi voi con le elezioni, a voi andrebbe bene?»

N: «»

E: «Lui lo farà?»

N: «Forse sì, però loro (le potenze della NATO, ndA) non vogliono la pace, vogliono il petrolio»

E: «Il petrolio, però, potreste pure difenderlo con un sistema democratico»

N: «Tu dici “democratico”, “democratico”, ma perché in Italia c’è la democrazia? A nessuno piace Berlusconi»

E: «Si, però si vota, l’hanno votato!»

N: «Anche noi votiamo, nella nostra maniera. Votiamo come tribù, ogni tribù ha un capo»

E: «Non è meglio la democrazia di un posto in cui comandi solo uno?»

N: «Non comanda solo uno… Il pensiero arabo, islamico è diverso, la vostra democrazia nel nostro paese non vale niente»

La discussione continua sugli stessi punti, su una diversa visione della democrazia e della scelta politica, finché allo studente non viene offerta la possibilità di chiamare la propria famiglia, residente a Sebha, città della Libia centro-meridionale bombardata proprio quello stesso giorno. Quando la madre del ragazzo risponde, la ricostruzione dello scenario libico è spaventosa. A quanto pare gli inglesi stanno bombardando civili, vecchi, bambini e pare che sia stata distrutta, tra gli altri edifici, anche una scuola. I negozi sono stati chiusi e i cittadini sono disorientati da un’azione militare confusionaria, invasiva. La conversazione si conclude con una richiesta d’aiuto.

«Se potete fare qualcosa, vi prego fatelo, parlate con l’ONU per fermare questo massacro»

Nell’apprendere simili notizie, ci si sente un po’ meno eroi e un po’ più imperialisti. Magari un po’ assassini, ma giusto un po’. Gheddafi non può sterminare il popolo libico ma a quanto pare la NATO sì. Basta con queste teorie del complotto, però! Ci hanno insegnato che questo dittatore stava commettendo crimini contro l’umanità e che per questo andava processato. Anche se a quanto pare non ce l’ha fatta a raggiungere la corte per un altro sfortunato caso.

Sulla copertina de “Il fatto quotidiano” di domenica 23 ottobre si menziona addirittura un video in cui il rais verrebbe violentato con un bastone dai nobili ribelli. E sul web sono davvero decine i video che documentano il potere della disinformazione e il clima d’odio che una corretta campagna diffamatoria potrebbe aver instaurato intorno a un personaggio già di per sé discutibile. Chissà se ci sarà bisogno dell’aiuto delle potenze straniere, adesso, per ricostruire la Libia? Chissà se avremo modo di conoscere davvero colui che sostituirà il crudele leader? Chissà se verrà mai creato un fondo monetario africano come Gheddafi auspicava?

L'Italia e la Libia del dopo-Gheddafi

Si chiude un capitolo, nel più classico dei modi. Le “grandi” dittature, purtroppo, finiscono quasi tutte allo stesso modo. Oltre che dal punto di vista etico e umano, è un errore anche da quello politico e giuridico. Anziché deporre davanti a una corte internazionale, Gheddafi porta con sé nella tomba importanti e scomode verità su moltissime vicende, lecite e illecite, degli ultimi quarant’anni, in Africa e soprattutto fuori. Le testate di tutto il mondo usano tante parole, sempre le stesse, per definire la figura di un uomo che ha calcato il palcoscenico politico vestendo i ruoli del beneamato rivoluzionario, del terrorista internazionale, del dittatore sanguinario, del referente diplomatico. L’importanza della notizia non sta tanto nell’evento sempre tragico della morte di un uomo, quanto nell’apertura di un nuovo scenario per la Libia, nel contesto del rinnovamento dell’intero mondo nordafricano e mediorientale.

Non è un caso se la maggior parte delle dichiarazioni di oggi dei principali capi di Stato riguardavano le prospettive future della nuova Libia. Il nostro Presidente del Consiglio, comprensibilmente in imbarazzo, non ha potuto non dedicare un epitaffio al suo vecchio compagno di bunga bunga: “Sic transit gloria mundi”. La posizione dell’Italia nei confronti del nuovo Stato libico è quantomeno controversa, non solo direttamente, ma anche nel contesto internazionale. Di fatto, la storia recente delle relazioni fra l’Italia di Berlusconi e la Libia di Gheddafi pesa come un macigno. Alcuni esponenti politici che oggi si compiacciono dell’epilogo del regime del colonnello ricordando i crimini di cui si è macchiato, ieri stendevano un pesante velo sul suo curriculum e si sperticavano in elogi per il genio della diplomazia che accoglieva a braccia aperte lui e il suo circo itinerante. Sono gli stessi, con la colpevole aggiunta del PD (tranne Furio Colombo), che hanno votato l’osceno trattato di amicizia italo-libico, autentica condanna a morte per i troppi sventurati morti sulle coste libiche sognando quelle europee. Il degrado morale, intellettuale e politico di chi ci governa è riassunto nella frase del ministro Umberto Bossi: “È ora di mandare a casa i clandestini libici”. Se si trattasse solo di cinismo e demagogia xenofoba si spenderebbero almeno due parole sugli stretti legami economici comunque esistenti con la vecchia, nuova Libia, dalle imprese italiane operanti sul territorio (ENI su tutte) agli investimenti finanziari libici in Italia. Uscite del genere, invece, denunciano un’impressionante miopia, storica prima che politica.

Le cruente immagini del cadavere insanguinato di Gheddafi in mezzo alla folla esultante rappresentano una triste illustrazione a una più ampia pagina di storia che chiamiamo “primavera araba” e che racconta di popoli che riprendono il proprio destino dalle mani dei propri tiranni. Non si può che guardare al futuro e sperare di trovare un lieto fine con i colori della democrazia.

Riassunto delle puntate precedenti

Cosa è accaduto in questo mese vacanziero appena trascorso? Prima di cominciare la nuova stagione, è bene fare un breve riassunto delle puntate precedenti, con due momenti salienti di quest’ultimo mese di agosto.

L’Italia si è trovata a dover fronteggiare la crisi economica che a cascata sta investendo tutto il mondo. Il terreno di discussione della politica si è, per l’appunto, spostato su di una manovra economica (che dovrebbe essere di 45 miliardi circa) che è riuscita a mettere ancora una volta a nudo tutte le difficoltà dell’attuale Governo. Un Silvio Berlusconi sempre più “debole” politicamente, sempre più dipendente dalla Lega che tiene l’Italia in pugno con le sue decisioni. Tremonti, dopo il primo varo della manovra, si è trovato totalmente isolato dal suo stesso partito, che si è scagliato contro i tagli alle amministrazioni locali (la sparizione dei piccoli comuni, la cancellazione delle province) e il tentativo di andare a toccare le pensioni, baluardo inattaccabile per il Senatur e compagni. Bossi l’ha spuntata ancora una volta (minacciando l’ennesima nascita della Padania), e adesso si sta cercando di giungere ad un accordo per cercare di sollevare le sorti di un’Italia sempre più allo sbando, con una manovra-bis che sembra non accontentare nessuno ma che dovrebbe accontentare tutti, andando solamente a rattoppare quelle falle che inevitabilmente torneranno ad aprirsi al primo indebolimento dei mercati. E così oggi si decide, in un incontro tra il Primo Ministro e quello dell’Economia, il modo per uscire da questa situazione. L’incontro di oggi sarà presumibilmente risolutivo in una maniera o nell’altra, con un Tremonti che cerca sempre di più di far valere le proprie posizioni (ormai abbandonato dal suo stesso partito) minacciando dimissioni a destra e a manca. L’ultima modifica prevede l’innalzamento dell’IVA di un punto percentuale, l’accorpamento dei servizi dei comuni sotto i tremila abitanti, mentre pensioni e province non verranno toccate (queste ultime in attesa di una qualche riforma più in là). Insomma, una situazione molto confusa e difficile per il Governo, che ha sempre promesso di non mettere le mani nelle tasche degli italiani, e che invece di ritrova a farlo. E dire che con una decisa lotta all’evasione fiscale probabilmente avremmo molti meno problemi. Tutto questo mentre l’Italia si preoccupa di un ridicolo sciopero dei Calciatori di Serie A, tra notizie di esodi e controesodi, rimedi per il caldo e dove lasciare il cane per le vacanze, che hanno costellato inevitabilmente il mese di agosto.

La guerra in Libia nel frattempo è giunta alle sue fasi finali. Qualche giorno fa i ribelli sono entrati nella capitale, e oggi sono diretti a Sirte, città natale del leader Gheddafi, al momento in fuga e con una taglia sulla testa. Mentre il ràis propone anacronistiche trattative per un governo di passaggio, i ribelli scoprono in una Tripoli distrutta un’emergenza umanitaria, con decine di cadaveri ritrovati tra le macerie. Cadaveri che si sono lasciati dietro i mercenari di Gheddafi prima della fuga: prigionieri, vittime civili, persino donne e bambini, in una città ormai allo stremo delle forze. E mentre proprio oggi a Sirte si parla di negoziati con il Cnt preme per una risoluzione veloce della conquista della città (altrimenti passerà ancora una volta per vie militari), sono gli stessi ribelli a denunciare l’emergenza umanitaria in Libia, mentre continuano i bombardamenti dell’alleanza atlantica nelle zone di guerra. Intorno a Gheddafi si fa sempre più terra bruciata, ormai seguito soltanto dai fedeli figli, con i suoi generali che man mano lo stanno abbandonando. Il leader è in fuga da qualche parte (si diceva che fosse prima a Tripoli, poi a Sirte, poi in Algeria), mentre l’intera Libia (e la Nato) lo cerca al fine di porlo agli arresti e processarlo per crimini contro l’umanità. Ci auguriamo che finisca presto questo scempio di guerra e che possa cominciare quanto prima una transizione democratica del governo del paese libico.

 

 

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Chiudiamo con un breve saluto da parte di tutta la Redazione di Camminando Scalzi per voi lettori. Una nuova stagione di informazione libera è cominciata, e noi saremo in prima linea per fornirvela come sempre, senza pubblicità, senza filtri, dando la voce a tutti quelli che hanno una storia da raccontarci o semplicemente un’opinione da condividere (i modi per collaborare li trovate in alto nel sito). Grazie a tutti e bentornati.

Liberi, come ci si sente camminando scalzi…

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Libia: tra vittime civili e costi insostenibili

Sono oramai passati circa quattro mesi da quando il popolo libico si è fatto sedurre da quella raffica di libertà che sta conquistando l’intero Mediterraneo. Alle sommosse popolari si è però opposta la scellerata pazzia di un capo di Stato incapace di adempiere al proprio ruolo.

Spinta da un’altruista senso di umanità, l’Italia ha deciso di prendere parte all’intervento militare avviato su mandato ONU col fine di “proteggere” la popolazione libica. Sono passati quasi tre mesi da quel fatidico giorno, e a oggi nulla è cambiato. I civili continuano a essere brutalmente assassinati, Gheddafi viene immortalato mentre gioca a scacchi o tiene uno dei suoi deliranti comizi, e nel frattempo i bombardamenti “d’occidente” sembrano semplicemente aggiungere danni al disastro già esistente.

Della guerra in Libia se ne parla sempre meno, ma da quando la Nato ha assunto la direzione della campagna aerea, i voli militari nei cieli della città in cui vivo si sono fortemente intensificati, con continui decolli e atterraggi in tutto l’arco della giornata. Sono gli aerei della base statunitense di Camp Darby, che attraverso l’aeroporto militare di Pisa trasportano armi e munizioni
per gli alleati delle operazioni in Libia.

In un articolo pubblicato da Il Manifesto del 1° giugno, Manlio Dinucci, membro del Coordinamento No Hub, spiega inoltre gli ingenti costi di questa sanguinosa guerra contro Muammar Gheddafi.

Per questa “missione” il nostro Paese sta spendendo milioni di euro. Un’ora di volo dei caccia-bombardieri Tornado costa 32.000 euro, che passano a 60.000 per gli aerei da ricognizione. Un missile costa 170.000 euro, un raid aereo costa dai 200 ai 300 mila euro, mentre per lo stazionamento di cinque navi militari davanti alle coste libiche servono oltre 10 milioni di euro al mese. Un totale di circa 100 milioni di euro al mese per bombardare quello stesso leader di stato a cui qualche mese fa baciavamo la mano…

E mentre noi siamo qui a discutere se sia giusto o meno intervenire in questo conflitto, in Libia si continua a morire sotto l’ombra di costosissime incursioni militari.

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La legione dei pacifinti.

La guerra in Libia sembra aver smosso le coscienze di tutti. È incredibile come ci siamo svegliati da un giorno all’altro pervasi da questa voglia di Pace sincera, dal desiderio che il conflitto si risolva subito, dal pensiero che la guerra è sempre ingiusta, sbagliata, “senza se e senza ma”.

Parole, chiacchiere, emozioni deboli vendute sul social network di fiducia, come se si stesse parlando di qualcosa di semplice, di stupido. Gli status sulla Pace abbondano, e tutti quelli che fino a venerdì sera erano impegnati a seguire gli eventi per il weekend, la discoteca o la trasmissione televisiva, pronti a diventare fan di questa o di quella pagina da ridere (simpatiche, per carità), si svegliano con la guerra a due passi e diventano tutti pacifisti. “Viva la pace”, “la guerra è sbagliata”, “stiamo facendo un’altra crociata per il petrolio” e così via.

Insomma, fino a una settimana fa tutti a incavolarsi (giustamente) con il dittatore pazzo Gheddafi perché ammazzava la sua stessa gente e ora che finalmente – con un ritardo mostruoso e colpevole, bisogna ribadirlo – l’Occidente si muove per fare qualcosa, tutti si lamentano dell’attacco. Ma signori, come lo vogliamo cacciare un leader completamente fuori di testa che uccide la sua stessa gente? Gli spediamo una scatola di cioccolatini? Davvero vi aspettavate che tutto si potesse risolvere con belle parole e con la diplomazia? Ma in che mondo vivete? Perché secondo voi l’occidente “salvatore” si è mosso per la Libia, se non per ragioni economiche? Lo scopriamo oggi, o è una cosa che già sapevamo da tempo?

E allora smettiamola con tutta quest’ipocrisia al contrario, smettiamola di muoverci solo per le mode del momento, smettiamola di trattare queste questioni con una leggerezza e una stupidità che affossano la nostra dignità umana. Siamo gente che ha il culo al caldo davanti a un PC, questo siamo. E questo modo di fare è una delle mode più becere e negative che abbiano portato i social network. Lo volete sapere in che mondo vivete?

Ve lo spieghiamo subito. Vivete in un mondo in cui ci sono attualmente cinquantuno stati coinvolti in conflitti di qualche tipo, più una miriade infinita di forze separatiste, cartelli della droga, terroristi, milizie tribali che si combattono ogni giorno, si scannano, si ammazzano. Alcuni di questi conflitti vanno avanti da trenta, quaranta, cinquant’anni. Questo è il mondo in cui viviamo. Allora se vogliamo riempirci la bocca della parola Pace, se vogliamo fare i pacifisti, gridiamolo ogni giorno lo sdegno nei confronti delle guerre, anche quelle più sperdute, quelle di cui non importa niente a nessuno. Non trasformiamo l’orrore della guerra in una moda passeggera. Abbiamo già dimenticato l’Iraq, l’Afghanistan, eppure anche lì le nostre truppe sono impegnate, i nostri soldati muoiono, e davvero noi non c’entriamo un cavolo.

Non ci sconvolgiamo troppo di fronte alla “incredibile” rivelazione che ogni guerra sia fatta per interessi economici. State tranquilli che non c’è un solo proiettile al mondo che venga sparato e che possa fregiarsi dell’aggettivo “umanitario”. Non esistono conflitti umanitari, è un ossimoro, è una negazione intrinseca. Il conflitto, la guerra, è sempre uguale. È un dramma, è un accadimento in cui muoiono le persone, è una delle più becere invenzioni dell’animo umano. Questo è la guerra, questo è ogni guerra.

E allora mettiamoci un po’ tutti una bella mano sulla coscienza, risfoderiamo le bandiere della Pace, usiamole sempre, ogni giorno della nostra vita, per tutte le persone che ogni giorno combattono sul nostro pianeta, anche quelle nello staterello che non ha né gas e né petrolio, lo staterello sfortunato del centro-Africa che non vedrà mai le forze occidentali portare loro umanità e salvezza, non vedrà mai gli Usa scaricare centodieci missili di potenza militare che ha urgenza di esprimersi in pochi istanti per risolvere un conflitto. E quando si tratterà di votare i nostri rappresentanti politici, di decidere chi deve governare e rappresentarci, pensiamoci dieci volte prima di mandare al governo gente che bacia le mani che si sporcano di sangue in questi giorni. Facciamo i pacifisti anche quando accadono queste cose, quando i dittatori li accogliamo a braccia aperte, per poi ritrovarci nell’imbarazzante condizione di non poter prendere una decisione netta, perché chissà quali accordi e macchinazioni sono stati fatti in precedenza. Mandiamo a casa la gente che continua a tenere i soldati in Iraq e Afghanistan, mandiamo a casa chiunque dica di sì a una sola singola guerra, chiunque non si voglia battere ogni giorno per il piccolo staterello del centro-Africa, e non solo per il pozzo di petrolio mediorientale.

Questo significa essere pacifisti sempre, e non soltanto con un “mi piace” su Facebook.

Smettiamola di trattare la guerra e la Pace come due mode del momento. La Pace è una cosa seria, molto seria. Cerchiamo di mantenere almeno un minimo di rispetto e di dignità umana, noi che la Pace ce l’abbiamo garantita solo per fortuna di nascita.

In questo sito trovate un aggiornamento di tutti i conflitti attualmente presenti sul nostro pianeta: Guerre nel Mondo.

Questo invece è il sito di Emergency, che si occupa di tutte le situazioni terribili che accadono nelle guerre di tutto il mondo.

 

Attaccateci e sarà l'inferno.

Con questa dichiarazione il leader libico Gheddafi ha risposto alla risoluzione decisa dell’ONU. Dopo giorni di colpevole ritardo (ne avevamo parlato nel recente articolo Ribaltone Libico), la comunità internazionale si è finalmente mossa sulla questione libica decidendo una “no-fly zone” per preservare le vite e la sicurezza dei civili.

La “no-fly zone” vieta tutti i voli nello spazio aereo della Libia che non siano voli umanitari, e autorizza i vari stati a intervenire – militarmente; con i caccia, insomma – per garantirne l’attuazione. Francia e Gran Bretagna sono in prima linea, e hanno già annunciato l’invio di caccia, così come il Canada. L’Italia per il momento non prende una posizione netta, ma dovrà mettere a disposizione delle forze Nato le proprie basi militari. L’Europa sembra comunque tutta unita sulla decisione di intervenire: anche Spagna, Belgio e Grecia hanno dato la loro adesione, adesione che crescerà sicuramente nelle prossime ore e nei prossimi giorni. Cosa accadrà a Gheddafi non è ancora dato saperlo (sebbene si prospettino per lui accuse di crimini contro l’umanità), ma sentendo le sue parole minacciose aumenta il sentimento di vergogna nel ricordare baciamani e circhi equestri.

La reazione del dittatore libico, come dicevamo, non si è fatta attendere. In un’intervista alla tv locale ha dichiarato candidamente: “Se il mondo è impazzito, diventeremo matti anche noi. Risponderemo. Trasformeremo la loro vita in un inferno” (via | Repubblica.it ) Minacce di un dittatore ormai alla canna del gas (ed è proprio il caso di dirlo, visti gli interessi energetici dell’Europa con la Libia). Il popolo in rivolta ha accolto la notizia dell’intervento internazionale con scene di giubilo, hanno visto nell'”occidente salvatore” la possibilità di una riscossa, visti i terribili scontri e le perdite dei giorni scorsi. Esclusa per il momento l’idea di un’occupazione militare diretta, la “no-fly zone” non è l’unico intervento deciso nei confronti della Libia: sanzioni economiche, l’embargo forzato e la chiusura pressoché totale dei canali diplomatici prospettano una situazione non certo florida per il regime.

Di sicuro sconvolgono le parole usate dal rais, quella minaccia (forse esagerata, forse no) ai paesi del Mediterraneo e all’occidente “impazzito” rende ancora più delicata la situazione. L’intervento necessario è però arrivato, e nei prossimi giorni finalmente capiremo cosa accadrà nella povera Libia, un paese ormai martoriato dalla guerra civile, dove sono morte centinaia di persone bombardate dal loro stesso leader sotto gli occhi di un’Europa attonita, quasi bloccata dagli interessi economici nella regione. Il popolo si augurava una rivolta lampo e un rovesciamento del regime come era accaduto in Tunisia e in Egitto. Purtroppo non è andata così.

Ribaltone libico.

Concentrata in questi giorni sugli sconvolgenti accadimenti del disastro giapponese, l’attenzione pubblica ha un po’ abbandonato quello che stava e sta accadendo in Libia.

La situazione però si è drasticamente modificata rispetto a quello che accadeva solo una settimana fa o poco più. Dopo i proclami di delirio dittatoriale del presidente libico, gli attacchi a tutti i suoi “ex-amici” (ha definito anche l’Italia “traditrice”), la situazione si è in pratica ribaltata. Le truppe del rais stanno sconfiggendo ogni giorno che passa le cellule di rivoltosi a suon di bombardamenti e uccisioni, e la caduta del leader libico, che pareva ormai cosa fatta, si allontana sempre di più.

I ribelli non mollano la presa, in una Bengasi ormai assediata, e il figlio di Gheddafi, Saif, ha dichiarato che “sarà tutto finito in 48 ore”, attaccando ancora una volta i paesi che si sono dimostrati ostili al regime. La forzata moderazione degli interventi internazionali ha fatto sì che il regime riprendesse forza, e di fronte alla minaccia poi ritirata di intervenire dal punto di vista militare (su cui spingeva soprattutto la Francia, ma anche Obama sembrava in un primo momento d’accordo, così come la Gran Bretagna), si è ottenuta una reazione totalmente contraria. Il regime si è rinforzato, interpretando probabilmente questa titubanza come una debolezza dei suoi detrattori, e i ribelli si trovano adesso in una situazione di grossa difficoltà.

Cosa accadrà adesso? Parte della comunità nazionale auspica che il leader libico cadrà comunque, magari non subito, dovendo far fronte all’isolamento diplomatico ed economico in cui si troverà nell’immediato futuro. Provvedimenti forse insufficienti vista la situazione drammatica in cui versa la popolazione della Libia, con i ribelli che ormai non credono più nelle forze dell’occidente, non chiedono più il loro aiuto, e annunciano che Gheddafi comunque cadrà prima o poi, e si ricorderanno di chi li ha aiutati (pochi) e chi no (quasi tutti). Continuano a dire di non avere paura, a sperare in una vittoria data per certa. Ma con Bengasi sotto assedio, la colonna di quaranta carri armati che è entrata a Misurata, i violenti bombardamenti che continuano a colpire le città in mano ai ribelli, fanno immaginare una risoluzione tutt’altro che vittoriosa per il popolo libico.

Se Gheddafi resisterà al potere, dopo si dovranno fare i conti con questa grave mancanza di intervento della comunità internazionale. Rimane da chiedersi come mai la difesa del popolo e della democrazia non sia stata portata con la stessa decisione e risoluzione delle recenti guerre in Iraq e Afghanistan, e permangono molti dubbi sui rapporti internazionali del leader libico. Ancora oggi Saif, nei suoi già citati attacchi alla Francia, accusava Sarkozy di aver usato i soldi libici per finanziare la sua campagna elettorale, e di averne le prove. Probabilmente ancora un delirio da regime, ma il perché Gheddafi sia ancora lì dopo aver ucciso centinaia di persone del suo stesso popolo rimane ancora una domanda senza risposta.

Il vento di democrazia soffia a fasi alterne in Medio Oriente.

Meridiano Zero – Occasioni perse.

Mi viene da pensare che sia il periodo delle “occasioni perse”. In un momento di profonda crisi sociale, finanziaria e (di conseguenza) politica, si dovrebbe essere pronti a cogliere le poche palle pervenute al balzo e farne punti, per usare una metafora sportiva. E invece si dorme, si discute continuamente su Berlusconi, sulle sue frequentazioni, sui suoi festini, e il resto cade nel vuoto dell’indifferenza.
L’occasione di Fini è ormai persa. Non si è dimesso quando doveva dimettersi, quando giurò che l’avrebbe fatto se si fosse confermata la proprietà della casa di Montecarlo. Poteva essere l’occasione per far risaltare un profilo politico di integerrima onestà, invece dell’ennesimo politicante attaccato con le unghie e con i denti alla propria poltrona. Poteva essere una spallata importante al Governo, sicuramente avrebbe avuto la sua eco, avrebbe richiesto reazioni, da una parte e dall’altra. Invece il FLI si sta spaccando, disfacendo sotto le bordate di Berlusconi e gli interessi dei cosiddetti “responsabili”.
L’occasione della sinistra si è persa ormai da secoli. Appare sempre di più non pervenuta, immobile agli spunti offerti, con un Bersani sibillino, troppo intento a far la figura del politico che parla in punta di fioretto e che non batte i pugni quando ce n’è bisogno. Gli altri si organizzano come possono, cercando una poltrona per le prossime elezioni. L’unico vero “riformista” sembra Grillo, con le sue candidature popolari, ma è ancora secondo me troppo legato a un’immagine di comico macchietta che del politico pronto a vincere delle elezioni, a qualsiasi livello queste siano.
L’occasione di bella figura come politica estera si è persa quando si è accolto con le Frecce Tricolori quello che ora sta bombardando i dissidenti, che pure prima non è che fosse il ritratto del dittatore libertario, magari libertino. L’onu si prepara alle contromosse, Frattini si dissocia, Napolitano ammonisce, Obama minaccia. Intanto laggiù si continua a morire, nell’indifferenza generale, perché è facile schernirsi, ma poi, di concreto, non succede niente. Pochi ricordano l’eroico sacrificio delle Brigate Internazionali, quando negli anni 30 si riunirono in Spagna a sostegno dell’esercito repubblicano contro il Generale Franco. Altri tempi, altri luoghi, altri momenti forse. Cosa succederebbe oggi? Utopia?
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Libia, come andrà a finire?

Da qualche settimana, ormai, la Libia è al centro di una delle più grandi rivolte popolari della storia africana. Il colonnello Gheddafi, storico dittatore libico, al potere da oltre 40 anni, viene ferocemente contestato dal popolo e, probabilmente, anche da una parte dell’esercito e della sua famiglia. È difficile ritenere che un uomo come lui, che in passato ha tenuto testa anche all’ex presidente americano Reagan, possa decidere di andarsene autonomamente, infatti sta rispondendo alle proteste con la forza: è imprecisato, ma sicuramente altissimo il numero di vittime tra la popolazione. Vale la pena discutere sui rapporti che il leader libico ha sempre avuto con il mondo occidentale.

La Libia, si sa, è uno dei paesi maggiormente produttori di energia, motivo per cui i segretari di stato occidentali hanno sempre intrattenuto buoni rapporti con lui. Anche i vari governi italiani che si sono succeduti nel corso degli anni hanno sempre cercato di avere con il colonnello rapporti basati sulla cordialità reciproca. Non molto tempo fa, Gheddafi si è presentato a Roma con tanto di donne e beduini al seguito, senza che la classe politica italiana abbia avuto qualcosa da ridire. Non si presentò a una riunione alla Camera dei Deputati, tanto che il presidente Gianfranco Fini decise, con sdegno, di annullare l’appuntamento. Probabilmente tutta questa visibilità a Gheddafi andava evitata, anche perché l’Italia non fece certo una bella figura sul piano dell’immagine.

Inoltre, il nostro paese ha sempre avuto un certo imbarazzo nei rapporti con la Libia, per via di quel che avvenne durante il fascismo, quando l’esercito italiano colonizzò quel paese, sconfiggendo la rivolta del popolo libico anche con l’utilizzo dei gas chimici. Anche gli altri paesi europei non hanno mai veramente condannato il colonnello e la sua dittatura, che dura da tempo immemorabile. Tutto ciò non ha fatto altro che aumentare la forza politica di Gheddafi, senza pensare a come il leader stesse davvero trattando il suo popolo.

Purtroppo, Gheddafi non è il primo dittatore a resistere da tanto tempo senza che nessun capo di stato abbia il coraggio di isolarlo dal contesto politico mondiale: troppi sono gli interessi economici in gioco. Anche adesso pochi sono i rappresentanti dei paesi europei che stanno condannando il modo in cui in Libia sta andando avanti la repressione del governo nei confronti del popolo che protesta. Il governo italiano sta avendo una posizione piuttosto ambigua, sostenendo che l’Italia non sta dando armi alla Libia allo scopo di sedare la rivolta popolare, ma senza prendere una posizione davvero contraria alle violenze in atto in questi giorni. Non resta che attendere l’evolvere della situazione, sperando che tutto possa risolversi in poco tempo, ma con Gheddafi è difficile fare previsioni.

Se la democrazia approda sull'altra sponda del Mediterraneo

Ci sono momenti in cui le cose sembrano accadere all’improvviso. In realtà, quello che a noi sembra succedere in un attimo, in pochi giorni, è solo l’atto finale di processi lunghi e contraddittori. In pochi giorni, nell’Africa mediterranea e in Medio-Oriente, crolla una costruzione fragile, messa su negli anni settanta, gli anni dello shock petrolifero, quando gli interessi occidentali furono puntellati da accordi che prevedevano il sostegno a regimi autoritari in cambio della disponibilità, a prezzi vantaggiosi, di risorse energetiche. Il nostro benessere, in cambio della rinuncia alla democrazia per un ampia fascia di popolazione mondiale. Se ci pensiamo bene, la cosa è drammatica e, inevitabilmente, ci troviamo adesso l’onda di ritorno di strategie geopolitiche che, a voler essere buoni, potremmo definire poco lungimiranti anche se la definizione più adatta è quella di politiche “scellerate”.

Adesso non possiamo che fare i conti con la realtà. Quelli che erano regimi “moderati” erano in realtà solo regimi “amici” che niente avevano di diverso dai vari “imperi del male” se non che stavano dalla nostra parte. Nessuno può prevedere adesso quello che accadrà ma nessuno può più negare il diritto di ogni popolo a scegliere la propria strada verso il benessere e la libertà. Il problema è che la nostra capacità di incidere sugli eventi è minata dalla nostra credibilità. Governi che hanno sostenuto fino a ieri dittatori sanguinari, in cambio di accordi “a buon mercato”, adesso balbettano la parola “stabilità” ovvero la speranza di mantenere contratti e forniture a condizioni convenienti.

Nel breve periodo, le questioni in gioco che ci riguardano da vicino sembrano essere legate a chi prenderà il potere nelle zone in cui è in atto la rivolta e ai flussi migratori che ogni guerra e repressione si porta dietro.

Sul primo versante, molti agitano lo spauracchio del fondamentalismo islamico. Questa è certo una possibilità, anche se dovremmo aver imparato a diffidare di etichette semplici che spesso nascondono realtà complesse. Se però ascoltiamo le voci di chi conosce quel mondo, scopriamo che le rivolte hanno una radice molto poco religiosa e che ha più a che fare con la soddisfazione dei bisogni primari e con il desiderio di una vita degna di essere vissuta. Se le cose stanno così, chi riuscirà a dare risposte a queste esigenze avrà maggiori possibilità di prendere il potere, siano essi movimenti religiosi o organizzazioni politiche laiche. Quello che sembra certo è che non sarà possibile tornare indietro, disattendendo le richieste popolari.

Sul secondo versante, è innegabile che, nel breve periodo, vi sarà un’ondata migratoria verso l’Europa mediterranea e l’Italia in particolare, l’approdo logisticamente più semplice. E’ altrettanto innegabile che un coordinamento e una solidarietà europea aiuterebbe a mitigare l’impatto del fenomeno. Le risposte giunte non sono confortanti e non costituiscono una bella pagina nella storia dell’Unione. Il governo italiano, costantemente in emergenza sul fronte migratorio, ha provato a fare la voce grossa ma, anche su questo tema, c’è un enorme problema di credibilità. Sempre critici e scettici sull’Europa “dei burocrati, dei mercanti e dei banchieri” che impongono, per fare un esempio, multe sulle quote latte degli allevatori padani o criticano le improvvide uscite del premier italiano, adesso, in un sol colpo, i nostri governanti vorrebbero un’Europa solidale. Ma questa Europa, cari governanti in tutt’altro affaccendati, va costruita giorno per giorno con passione e competenza e, soprattutto, con la credibilità di chi ha le carte in regola per pretendere rispetto e sostegno. La strada è lunga e i problemi uregenti. Ci aspettano mesi e anni difficili in cui ognuno dovrà dimostrare senso di responsabilità, pazienza e disponibilità a gestire periodi di emergenza. Nel medio periodo, se nelle zone calde dovesse prevalere la strada democratica e si stabilissero nuovi accordi di partenariato economico, basati sul rispetto delle diverse esigenze della parti in gioco, è prevedibile un rapido sviluppo economico delle zone di partenza dei migranti con l’avvio di flussi di ritorno.

La situazione, come dicevamo, è incerta ma ciò che sembra prevedibile è che tutto ciò che sta avvenendo avrà una ricaduta sul nostro stile di vita. Dovremo ripensare il nostro modo di consumare e di produrre e questo non è detto che sia un male. Ma la diffusione della democrazia è un bene per tutti, non la democrazia imposta con le armi ma quella conquistata contro le armi, pagata a caro prezzo e, proprio per questo, preziosa come la vita. Democrazia significa anche voglia di stare meglio, di produrre, di conoscere, di sapere e questa voglia crea nuovi spazi di benessere e di ricchezza da scambiare, considerando finalmente i popoli che vivono al di là del Mediterraneo gente come noi, con i nostri sogni e le nostre speranze di una vita degna di essere vissuta.

Altro che stabilità fondata sul sangue: è la stabilità basata sulla democrazia dei diritti civili, politici e sociali l’unica del cui trionfo dovremmo rallegrarci.