Intervistando Marco Travaglio – II parte

– NOTA: Qui il link alla prima parte dell’intervista.


LINEE EDITORIALI

Come si legge nel tuo libro “La scomparsa dei fatti” (Saggiatore Editori, 2006), nel giornalismo “c’è chi nasconde i fatti perché contraddicono la linea del giornale”. Un concetto a cui dedichi ampio spazio anche all’interno dello spettacolo teatrale. Ti riferisci solo alla tua esperienza ne Il Giornale, che hai abbandonato assieme a Montanelli a seguito delle pressioni dell’ex editore Silvio Berlusconi, oppure ti senti di includere anche la Repubblica e l’Unità, nei quali hai lavorato per diverso tempo?
Parlo di tutti i giornali che fanno parte, chi più chi meno, di un sistema malato. Io per ritrovare la libertà che avevo a Il Giornale di Montanelli e a La Voce, ho dovuto fondare insieme ad alcuni amici un giornale indipendente, dal punto di vista politico ed economico, nel senso che si autofinanzia insieme ai suoi abbonati e lettori. Ho anche avuto delle bellissime esperienze, come all’Espresso, con cui continuo a collaborare e dove nessuno si è mai permesso di toccarmi una riga, dai tempi di Claudio Rinaldi, poi Daniela Hamaui e adesso con la direzione di Manfellotto. Ma a la Repubblica è stato molto diverso, perché è proprio un giornale-partito, dove mi sono spesso trovato in difficoltà e a disagio, e infatti me ne sono andato. A l’Unità sono sempre stato molto libero grazie a Padellaro e Colombo, che poi quando c’erano loro non era più un giornale di partito, perché il partito lo aveva chiuso e loro lo avevano riaperto. Però c’era sempre questo ricatto che il partito faceva, visto che devolveva il finanziamento per la stampa di partito a l’Unità e quindi la mia presenza metteva in difficoltà i direttori, che probabilmente sono stati cacciati anche a causa mia. Probabilmente se avessero accettato di tagliare i miei pezzi non sarebbero stati mandati via, o almeno non con quella brutalità. Così a un certo punto, come aveva fatto Montanelli nel 1994 lasciando Il Giornale e fondando La Voce, anche io mi sono reso conto che l’unico luogo in cui uno come me poteva lavorare era un giornale veramente nostro: dei giornalisti e dei lettori, senza alcun partito o editore che potesse imporre il proprio volere.Continua a leggere…

Intervistando Marco Travaglio – I parte

Giornalista, saggista, scrittore e autore teatrale, Marco Travaglio non è uno che ha bisogno di troppe presentazioni. Per tutto il resto… leggete l’intervista!

TRA GIORNALISMO, SATIRA E TEATRO

Lo stile inconfondibile di Marco Travaglio si riconosce per la capacità di mettere insieme informazione e satira con un linguaggio diretto, divertente e comprensibile a tutti, fatto di metafore, soprannomi e racconti. Da cosa deriva la scelta di adottare questo tipo di comunicazione, così differente dalla scrittura giornalistica standard?
Dipende. A volte faccio pezzi dichiaratamente satirici, altre volte faccio pezzi di pura cronaca dove non c’è traccia di questi elementi, e altre volte faccio articoli di analisi e commento dove non ricorro a nessun soprannome e non c’è alcuna ombra di satira. Lo spazio che ho nella prima pagina de il Fatto Quotidiano è uno spazio libero dove giostro diversi generi e quindi diversi stili. Sicuramente usare il sarcasmo e il linguaggio della satira è molto più diretto. Più della lamentazione e della geremia, perché se uno è troppo noioso poi non si riesce a seguirlo. Già leggere il giornale è una fatica… bisogna cercare di non essere troppo pesanti. Invece la satira è più diretta e infatti in questo periodo è stata sicuramente più censurata e temuta rispetto al commento, perché arriva subito al bersaglio e lascia più impresso il concetto.

E come nasce il bisogno di portare un giornalista in teatro?
Il teatro rappresenta il luogo ideale per approfondire un tema. Uno spazio libero in cui il pubblico ha scelto di venire a sentire quello che hai da dire e ha addirittura pagato un biglietto per farlo. Il luogo ideale per parlare liberamente, senza limitazioni di tempo, senza l’assillo di non poter parlare per più di cinque minuti come succede invece in televisione, tra le interruzioni pubblicitarie o le interruzioni degli altri ospiti che ti saltano addosso e cercano di parlare. In teatro è tutto più disteso e sereno. È il luogo ideale.Continua a leggere…

L'informazione on line: intervista ad Alessandro Gilioli

In un periodo in cui la mannaia della censura rischia di calare sulla libertà di informazione e su quella di opinione di tutti i cittadini, grazie alla vergognosa legge bavaglio promossa dalla maggioranza, una riflessione sul ruolo di internet, dei blog e dell’informazione on-line è quanto mai attuale. A questo proposito, abbiamo deciso di intervistare Alessandro Gilioli, giornalista de l’Espresso e autore del blog Piovono Rane per la stessa testata.

1) Quanto è calzante, a livello di contenuti, il paragone fra un blog, come Piovono Rane, curato per una testata e una rubrica fissa sulla versione stampata della stessa testata?

Sono due cose molto diverse. Diverse nei linguaggi (quello del blog è più diretto, informale e soggettivo), nei contenuti (il blog ti permette di variare molto gli argomenti e le corde) nonché nelle misure (la rubrica ha spesso un ingombro fisso, nel blog puoi fare un post di una riga o di diecimila caratteri). E ovviamente cambia tutta la relazione con il lettore, che si fa più colloquiale e interattiva.

2) Quali sono le analogie e le differenze fra essere giornalista “classico” e blogger? Il web cambia solo la diffusione delle informazioni o modifica anche il contenuto e la natura dell’attività giornalistica?

La seconda che hai detto, almeno per quanto riguarda i blog (che sono personali) ma spesso più in generale nell’informazione digitale. La possibilità di usare un linguaggio diverso e più soggettivo cambia il modo in cui ti rapporti ai lettori. Senza dire cose già note: gli hyperlink modificano il contenuto, così come la relazione con chi ti legge è modificata dalla possibilità di interagire, di commentare, di rispondere, di correggerti etc etc. Sarebbe molto sbagliato pensare che la comunicazione sul web sia come quella sulla carta, ma fatta di bit anziché di inchiostro.

3) Internet offre a chiunque la possibilità di rendere pubblica la propria opinione su qualunque argomento. Cosa pensa del giornalismo “dal basso” e del cosiddetto “cloud journalism”? In questo senso, internet cambia il modo di fare giornalismo o lo soppianta?

Credo che la comunicazione (parlerei di comunicazione più che di giornalismo, parola quest’ultima legata all’informazione verticale) sia sempre di più una galassia in cui c’è dentro di tutto e in cui ciascuno si serve di quello che vuole, senza neppure stare a chiedersi se è cloud o mainstream. Semmai all’interno di questa galassia, la differenza che resterà è quella tra comunicazione professionale (fatta cioè da chi ha il tempo e i soldi per fare comunicazione professionalmente traendone un guadagno) e chi invece fa comunicazione non professionale (non necessariamente peggiore, ma senza il tempo e gli investimenti dei primi).

4) Lo scambio di informazioni e di opinioni sulla rete può sostituire il giornalismo professionistico o non può che esserne il complemento?

Lo scambio di informazioni e di opinioni in rete è e sarà sempre di più una componente importante della galassia complessiva della comunicazione. Quindi chi fa comunicazione professionale sarebbe un pazzo se non la frequentasse e se non ne facesse parte. Né sostituzione né complemento dunque: parte molto importante di una più ampia e intrecciata galassia comunicativa.

5) Sempre più spesso, i media “mainstream” inseguono tendenze e dibattiti aperti sul web. Di fronte alla possibilità di un “passaparola” globale e istantaneo, la figura del giornalista di professione è ancora sinonimo di autorevolezza?

L’autorevolezza nel Web te la conquisti giorno per giorno, e non in breve tempo, che tu sia giornalista o no. Poi certo: un comunicatore professionale ha più tempo materiale per dedicarsi meglio e di più (se non è un cialtrone) a conquistare un rapporto di fiducia e di credibilità con chi lo segue.

6) Ai primi di giugno, a Barga (Lu), durante la consegna del “Premio Benedetti”, il direttore de L’Espresso Bruno Manfellotto ha criticato il giornalismo on line, che a suo parere trabocca di dilettantismo. “Questi ragazzi” ha proseguito “non me ne vogliano, hanno poca memoria di questo Paese”. Lei cosa ne pensa?

Io credo che parlare di »giornalismo on line» sia un po’ vago: parliamo di testate tradizionali che vanno anche on line (tipo Repubblica o Corriere, ma anche il sito dell’Espresso che ha due milioni di visitatori al mese), parliamo di testate solo on line (tipo il Post o Linkiesta), parliamo di blog, parliamo di social network? È, come dicevo, tutto parte di una galassia molto ampia e variegata rispetto alla quale un giudizio unico mi pare un po’ riduttivo. In ogni caso, grazie a Dio L’Espresso non è una caserma e ognuno può pensarla in merito come crede.

7) Vista l’enorme difficoltà ad entrare nel mondo del giornalismo per i giovani “colpiti” da questa passione e la totale mancanza di apertura verso le nuove leve, trova che un progetto partito dal basso (ad esempio il nostro) sia una strada giusta da percorrere?

Certo. Avendo però ben presenti le difficoltà economiche che si devono sostenere per affermarsi in un mercato della comunicazione digitale in cui anche i brand più affermati faticano. E frequentando il più possibile ogni forma di comunicazione, mainstream o cloud che sia, digitale o su carta o su altro supporto che sia.

8)Cosa pensa dell’Ordine dei giornalisti? Trova sia un organo finalizzato a tutelare la qualità dell’informazione e la libertà d’opinione dei giornalisti, oppure uno strumento per limitare il numero di soggetti che fanno questo mestiere?

L’Ordine dei giornalisti è una sovrastruttura che serve soltanto a garantire una poltroncina e un po’ di potere a chi lo governa.

 

 

Domande a cura di: Salvo Mangiafico, Erika Farris, Marco “Griso” Iorio.

Giornalismo e libertà di informazione: Intervista a Luca Telese

Abbiamo intervistato Luca Telese , attualmente giornalista de “Il Fatto Quotidiano” e di La7, che ci ha concesso una piacevole chiacchierata sui temi a noi cari della libertà di informazione e del mondo del giornalismo in Italia. Telese ha lavorato per dieci anni al Giornale, per poi passare al quotidiano diretto da Antonio Padellaro, oltre a essere autore televisivo (Chiambretti c’è, Batti e Ribatti, Cronache Marziane), conduttore di Tetris, si occupa anche della collana Sperling&Kupfer “Radici nel presente”, dedicata a vicende storico-politiche scomode.

Qui trovate il suo sito ufficiale e qui il suo blog su ilfattoquotidiano.it

Camminando Scalzi: Nella biografia di wikipedia a te dedicata si legge che sei stato “giornalista parlamentare ed ex portavoce del partito Rifondazione Comunista e poi nell’ufficio stampa del Movimento dei Comunisti Unitari” e che il 21 agosto 2008 ti sei definito “un comunista italiano a lungo impegnato in un giornale di destra”. Potresti raccontarci come sei riuscito a conciliare la linea editoriale del quotidiano in cui hai lavorato per 10 anni (Il Giornale) e le tue personali opinioni politiche?

Luca Telese: Quando sono entrato al Giornale ero dichiaratamente di sinistra; sapevano come la pensavo, e quindi mi hanno preso dicendomi “a te garantiremo la libertà di scrivere quello che pensi, non ti imbavaglieremo, perché di giornalisti di destra ne abbiamo già tanti”. Inoltre io facevo cronaca, non facevo editoriali. Raccontavo tendenzialmente quello che vedevo. C’è una cosa che spiego sempre, cioè che la libertà di stampa è una condizione soggettiva. Al Corriere della sera, dove ero prima, con un contratto che scadeva ogni tre mesi, ero oggettivamente più libero ma anche oggettivamente meno libero. Se invece sei in un giornale più schierato (come il Giornale), però ti hanno preso, ti hanno voluto e ti hanno  fatto un contratto a tempo indeterminato, è il loro interesse che tu funzioni, non hanno interesse a imbavagliarti.

CS: Uno dei principi cardine della professione giornalistica è l’obiettività. Dalla tua esperienza personale ritieni che sia davvero possibile, per un giornalista, scegliere la notizia e raccontarla in modo neutrale e oggettivo?

LT: Non esiste la neutralità perché ogni racconto è per definizione soggettivo. Esiste la possibilità di essere onesti nel racconto che si fa ed esiste la possibilità di spiegare ai lettori, raccontare insieme a quello che si vede qual è il proprio punto di vista, qual è il proprio modo di vedere le cose. Quindi non è oggettivo, ma è onesto, questa è la grande differenza. Ovviamente ci deve essere un minimo di aderenza ai fatti, e c’è gente che viola anche quella. Ma tolta questa, c’è proprio un bisogno di raccontare. Io racconto quello che vedo e dico come lo vedo e perché.

CS: Il principio di obiettività si scontra molto spesso anche con le scelte editoriali del giornale per cui si scrive. Nel corso della tua carriera giornalistica hai mai subito pressioni politiche o censure?

LT: Sono stato licenziato più o meno sei volte, e ognuno di questi licenziamenti era una censura non riuscita. Quindi c’era una reazione, o il prodotto di una fama di rompicoglioni che uno si fa. I licenziamenti che ho avuto sono le censure che non ho accettato, diciamo.

CS: Dall’esterno il Fatto Quotidiano viene percepito come un giornale innovativo, perché non accetta finanziamenti pubblici ed è esclusivamente finanziato dalle vendite, dalla pubblicità e da una SpA realizzata ad hoc, dove ciascun azionista non può possedere oltre il 16% delle azioni complessive (per evitare che vi sia un azionista di maggioranza). Trovi che questa formula riesca a garantire una maggiore libertà al giornale? Per la tua personale esperienza, ad esempio, hai riscontrato delle differenze quando sei passato da Il Giornale (di proprietà della famiglia Berlusconi) a Il Fatto Quotidiano?

LT: Ho lasciato Il Giornale, in cui avevo un’ottima condizione personale, per poter costruire un giornale in cui ci fosse un’ottima condizione collettiva. Il Fatto è il primo giornale che io conosca, tra i tanti in cui ho lavorato, dove non c’è il cono d’ombra. Cioè il luogo buio dove non puoi scrivere, che è dove risiede la proprietà del giornale. Al Fatto questa cosa non c’è.

CS: Il giornalista Giuseppe Altamore nel libro “I padroni delle notizie”, ha scritto che la maggior parte degli introiti delle società editoriali oggi provengono dagli inserzionisti pubblicitari e che questo influenza molto le scelte dei direttori delle testate. Ritieni che abbia ragione? Pensi che, in un periodo di crisi della carta stampata, anche un giornale indipendente come il Fatto Quotidiano potrebbe cedere alle pressioni degli inserzionisti?

LT: Nel nostro caso non possiamo cedere perché già siamo un giornale che macina utili in maniera prodigiosa. Noi non abbiamo in questo momento nessun problema. Anche se avessimo pubblicità zero avremmo comunque dei profitti. Siamo un’isola felice e non abbiamo problemi di inserzioni. Non risentiamo della crisi. Siamo anche molto morigerati: avevamo un obiettivo di pareggio molto basso proprio perché non volevamo essere dipendenti da nessuno.

CS: Pensi che la libertà d’informazione in Italia sia compromessa dal noto conflitto d’interessi del premier Silvio Berlusconi? E come spieghi il fatto che la Freedom House ci collochi sempre in posizioni bassissime sul fronte della libertà di informazione?

LT: Sicuramente il conflitto di interessi è un grave vulnus che dovrebbe essere aggirato, ed è una delle coglionerie (sic) del centro-sinistra, una di quelle per cui si passa alla storia, il fatto di non aver cancellato il conflitto di interessi con una legge. È importante però anche dire che non è che Berlusconi vince perché ha le televisioni. Berlusconi vince perché è più convincente degli addormentati del centro-sinistra. Il conflitto di interessi c’è, e il tentativo di Berlusconi di controllare l’informazione anche. Anche i democristiani controllavano l’informazione, certo non con la scientificità. Si potrebbe battere Berlusconi anche se avesse sei canali. Detto questo, il conflitto di interessi c’è ed è una zavorra pesantissima per chiunque lavora nei giornali di Berlusconi. Il fatto che io fossi libero quando ero al Giornale è perché non scrivevo di Berlusconi. Se avessi scritto di Berlusconi sarei stato molto colpito dal conflitto di interessi. Il mio modo per ritagliarmi la mia libertà al Giornale era non scrivere di Berlusconi.

CS: Cosa pensi dell’Ordine dei giornalisti e del fatto che l’Italia sia uno dei pochissimi paesi europei ad averne uno? Tenendo conto delle svariate problematiche che affliggono il giornalismo italiano, ritieni che l’Ordine sia realmente in grado di tutelare la libertà di espressione dei giornalisti e il diritto di buona informazione dei lettori?

LT: Purtroppo l’Ordine in Italia è un apparato burocratico che solo ogni tanto si ricorda di quale dovrebbe essere la sua funzione. Amministra tendenzialmente dei fondi previdenziali (male), amministra una cassa sanitaria (male), e ogni tanto si ricorda di fare le grandi campagne in difesa della libertà di stampa. È un’anomalia che non è giustificata dal modo in cui lavorano.

CS: Il futuro dell’Informazione: ci troviamo in un’epoca in cui il giornalismo cede ogni giorno di più il passo a un’informazione dal basso, libera. La gente sta imparando a crearsi il proprio giornale virtuale, ed è una realtà che prende sempre più piede, con veri e propri scoop (vedi Wikileaks). Come dovrà evolversi il giornalismo tradizionale per sopravvivere?

LT: Il giornalismo tradizionale può sopravvivere se si rinnova. Se perde la presunzione di superiorità, se perde la sua assoluta capacità di appiattirsi sul potere, cosa che in questo momento non sembra abbia la minima intenzione di fare. Poi si dice la cazzata epocale “c’è la crisi ai giornali perché c’è Internet”. Il Fatto è un giornale che è nato da internet, è arrivato sulla carta dopo essere nato come sito. C’è sempre un enorme spazio di mercato per la carta. Quindi se i giornali si rinnovano e diventano interessanti hanno tutta la possibilità di vendere e guadagnare consensi e credibilità dai lettori. Non lo fanno; anzi fanno esattamente il contrario, di questi tempi. I giornali sono macchine di tristezza, sono chiusi a qualunque rinnovamento. Se arriva un giovane deve essere iperprecario e il babbione che sta accanto a lui deve guadagnare il doppio, sennò non funzionano, i giornali.

CS: Giovani e giornalismo. Una domanda secca e concisa: quale futuro c’è per i giovani che vogliono intraprendere questa carriera?

LT: Intanto dico di non cedere alla committenza. Tendenzialmente nei primi vent’anni della tua carriera tutto quello che ti chiedono è sbagliato, quindi uno dovrebbe fare il contrario. Quando entrai nei giornali mi chiedevano le cose che non mi piacevano e che non sapevo fare e che neanche a loro servivano; è proprio un esercizio sadico che i giornali di oggi fanno e che la generazione dei bolliti cinquanta-sessantenni tende ad applicare. Semplicemente loro ammazzano tutto quello che si muove, sono invidiosi del gap generazionale. Sono meno preparati e più cialtroni, quindi l’unico modo che hanno per dominare la nostra generazione e le successive è nonnizzarle; questa è la costante dei giornali italiani: analfabeti, impreparati, hanno studiato poco, tiravano il libretto agli esami, hanno un’idea vecchia del potere, quindi per loro il giornale non è manco la questione di fare il giornale, ma un luogo di potere. I giovani dovrebbero rifiutare tutti gli input, dato che tutto quello che ti chiedono è sbagliato. Dovrebbero formarsi per cazzi propri sulle cose che ritengono importanti (scusate la crudezza oxfordiana). E soprattutto crederci, perché alla fine ci si arriva. Tolti i servi e i raccomandati, in giro c’è una tale quantità di brocchi che alla fine si fa carriera.

CS: Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato.

LT: Grazie mille a voi tutti.

In mala Fede

A volte mi chiedo come si possa avere così poco rispetto di sé stessi. Come durante uno dei fantastici Tg4 di Emilio Fede (9 maggio), quando il celebre “presentatore di tg” è affondato in quel barile ricolmo di bava in cui sguazza da tempo. Lo show è cominciato con una notizia riguardante il ministro alla Cultura Bondi e la sua decisione di non partecipare al Festival di Cannes in segno di disapprovazione verso il nuovo film di Sabina Guzzanti: “Draquila”. Un titolo che rappresenta un ironico gioco di parole in richiamo al nome della città abruzzese colpita dall’ultimo disastroso terremoto, in un film-documentario che approfondisce gli errori e le negligenze commesse dal Governo e dalla protezione civile durante la ricostruzione.

Draquila, Draiaquila… Insomma Draia qualcosa…”, ha affermato Fede, improvvisandosi in un divertentissimo sketch che esalta la sua già nota professionalità giornalistica. È seguito un inaspettato e incomprensibile sfogo accusatorio contro Roberto Saviano, perché “non è lui che ha scoperto la lotta contro la Camorra e non è lui il solo che l’ha denunciata. Ci sono registi autorevoli, c’è gente e ci sono magistrati che l’hanno combattuta e sono morti. Lui è superprotetto e sempre deve essere protetto. Però come dire… Non se ne può più. Voglio dire di sentire che lui è l’eroe. L’hanno fatto in tanti senza rompere… Cioè scusate, volevo dire, senza disturbare la riflessione della gente”… Fede prosegue parlando dei “bei soldini” che Saviano sta facendo con la vendita dei suoi libri e delle sue “copertine”, in un pietoso spettacolo che simboleggia un perfetto esempio di pessima informazione.

Una escalation di accuse e sentenze che troppo spesso capita di sentire nei confronti di persone che, come il noto scrittore di Gomorra, trovano il coraggio di esporsi nel tentativo di realizzare qualcosa di buono. Per rispondere a simili illazioni sono sufficienti le parole pronunciate dallo stesso Saviano durante la puntata di Che tempo che fa dell’11 aprile. “L’Italia è un Paese cattivo”, ha affermato il famoso giornalista portando alla memoria le parole di un giovane ragazzo intervistato dopo la “strage di Castel Volturno” dell’omonima città campana. Saviano ha spiegato il senso di quella frase descrivendo uno degli aspetti più tristi della mentalità di questo Bel Paese, perfettamente simboleggiato nella deplorevole sceneggiata di Emilio Fede e dalle troppe persone che purtroppo la pensano come lui. Accecate dalla diffidenza nel genere umano e dall’incapacità di comprendere chiunque trovi la forza di opporsi alla troppa merda che ci circonda, si dimenano in quell’inspiegabile bisogno di scovare il secondo fine in chiunque tenti di emergere dall’indifferenza priva di iniziativa che contraddistingue la maggioranza. Quelle troppe persone trasformate in una massa indefinita di automi che osserva passiva le ingiustizie che la circondano appigliandosi alla semplicità del vivere la propria vita fregandosene di tutto il resto, “perché tanto funziona così”…

L’Italia è un Paese cattivo, ha spiegato Saviano – “dove per ‘cattivo’ si intende che quando i propri diritti non possono essere realizzati, quando la propria aspirazione non può essere realizzata, quando tutto diventa impossibile, chi fa è avvolto da un’aurea di diffidenza. Questa sorta di comportamento cinico che ha una gran parte di giornalisti, nel dire… Ma dietro tu cosa nascondi?”.

“Questo – ha proseguito – sta in realtà distruggendo la possibilità di questo Paese di avere fiducia nelle parole, fiducia nelle persone. E ora sia chiaro che non devi opporre al modello che esiste in politica o in televisione un modello di santità. Ma chi vuole essere un santo? Ognuno ha le sue contraddizioni. Tutti hanno debolezze e tutti hanno i loro interessi. Ma non tutti gli interessi sono uguali. Non tutte le debolezze sono debolezze criminali o perversioni. Questo bisogna far passare, invece quello che vogliono dirti, soprattutto una parte, è che siamo tutti uguali. Tutto è uno schifo. Tutti vogliono parlare per soldi. Io in questo momento il motivo per cui sto parlando è che voglio vendere il libro. Dal momento in cui questo è ciò che vogliono farti passare, stanno dicendo all’Italiano: sono tutti uguali, abbassa lo sguardo e rispetta chi è più bandito degli altri perché anche tu vorresti essere bandito così”.

“Il sogno delle mie parole – ha concluso il giornalista – è di cercare di dire che non è così. Possiamo essere diversi. C’è un Paese che è diverso. Con le sue debolezze e le sue contraddizioni, ma il Paese in cui mi riconosco non è un Paese che abbassa gli occhi e che considera tutti uguali”.

È un’Italia che ha voglia di cambiare e che, come Roberto Saviano, è anche pronta a esporsi e mettersi in discussione pur di urlare al mondo quello che pensa.

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