Un altro mattone d'Europa che cade: addio all'Erasmus

Non è difficile prevedere che la Crisi (tanto vale ormai scriverla con la maiuscola) rappresenterà negli anni a venire una triste pietra miliare per un’intera generazione, che si è vista scippata di numerosi diritti e agevolazioni ormai considerati acquisiti e che, al contrario, saltano a uno a uno come birilli. È di pochi giorni fa l’annuncio della prossima probabile dipartita di uno di questi.

Sicuramente la prospettiva della scomparsa del progetto Erasmus non fa vacillare la visione del proprio futuro come la mancanza del lavoro, il progressivo sgretolamento dei diritti sociali o il sempre più pallido miraggio della pensione, tuttavia allibisce la trascuratezza con cui si decide di non rifinanziare uno dei fiori all’occhiello del sistema educativo europeo, pur con tutti i suoi difetti. Venticinque anni di Erasmus corrispondono a più di un’intera generazione di persone che hanno sperimentato la sensazione di appartenere a un’entità più grande del loro paese di origine. Per questa marea di persone l’Europa significa qualcosa di più che una suddivisione geografica. Sarebbe interessante portare alla luce il loro punto di vista sul rischio di assistere alla frantumazione di questa idea di Europa che le politiche messe in atto in nome della Crisi stanno causando.

Non si tratta “soltanto” di rinunciare al principale strumento di costruzione del tanto decantato spirito europeo: l’Erasmus rappresenta (ci sia almeno permesso di parlarne ancora al presente) l’opportunità di togliersi per la prima volta le mani dalle tasche e mettersi alla prova. Di rendersi conto che non bastano l’interrail o il villaggio vacanze per dire di aver viaggiato. Di imparare che non di sola pasta vive l’uomo. Di sperimentare sulla propria pelle cosa vuol dire mettersi in fila per conquistare la tessera sanitaria. Di pensarci due volte prima di trattare qualcuno da “straniero”. Di ridere in faccia a chi ti ripete che “moglie e buoi dei paesi tuoi”. Di capire, finalmente, cosa vuol dire essere italiano senza più quel fardello di provincialismo addosso. E magari, una volta tornati (o no?), di guardare con occhi diversi i luoghi e le abitudini di casa propria, consapevoli che l’orizzonte è più ampio di quanto sembri.

Se davvero il progetto Erasmus sta esalando i suoi ultimi respiri, la perdita sarà forse quasi indolore, una puntura fra tante coltellate, ma affatto innocua. Non resterà che confidare nella lungimiranza di chi, potendo farlo, preferirà rinunciare alla macchina o alle vacanze per “autofinanziarsi” l’Erasmus e partire per un anno. Purtroppo, come sempre, a rimetterci saranno quelli che non potranno e resteranno a casa a sognare. Alla faccia della meritocrazia e dell’uguaglianza.

P.S.: chi scrive ci tiene a precisare che non ha, purtroppo, “fatto l’Erasmus” ma vive all’estero (in luoghi diversi) da più o meno cinque anni.

Il paese dei dinosauri

L’ultimo rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati è stato presentato a marzo. Sebbene l’anno accademico sia ormai agli sgoccioli, è bene tenere a mente qualche risultato dell’indagine, riguardante principalmente il profilo dei laureati del 2010 e la loro occupazione nel 2011.

Con la crisi, i laureati occupati nelle professioni più qualificate sono diminuiti, contrariamente non solo a quanto avvenuto negli altri paesi occidentali ma soprattutto alla logica. In parole povere: meno posti di lavoro sono disponibili e – paradossalmente – meno contano il titolo di studio e il merito. Di fronte a certi dati il buon senso e la razionalità cedono il passo. Pura miopia da parte di chi dovrebbe assumere o precisa scelta imprenditoriale dettata da una contrazione della spesa a scapito della qualità e dell’efficienza della produzione? Verrebbe da rispondere “entrambe” ma, riflettendo, la seconda è una diretta espressione della prima.

Una seconda conclusione rilevante del rapporto riguarda il numero di laureati, nettamente inferiore rispetto agli altri paesi OCSE (20 laureati su 100 di età compresa tra 25 e 34, contro una media di 37). Questo dato delude ma non stupisce: d’altronde, se la laurea non conta più, perché fare sacrifici per anni, sempre a patto di poterseli permettere?

Cosa fa il nostro paese per valorizzare la laurea e l’istruzione? Sceglie di non finanziare università, cultura, ricerca e sviluppo. Siamo agli ultimi posti nelle graduatorie europee per percentuale di PIL investita in questi settori. Si parla di paese, non di Stato, perché solamente poco più della metà di questi finanziamenti proviene dalle imprese. Questo è un ulteriore indice della miopia con cui il settore privato guarda al futuro e alla sua stessa sopravvivenza.

Aumenta la percentuale di laureati disoccupati a un anno dal conseguimento del titolo, fra gli specialistici ancora più che fra i triennali. Al contempo diminuisce la retribuzione media dei laureati, pari a 1105 euro per i triennali e 1080 euro per gli specialistici. Ennesimo paradosso: chi ha studiato di più ha meno possibilità di trovare un lavoro e per di più guadagna di meno!

La meritocrazia? Un miraggio. Quello che dovrebbe essere il faro di ogni paese, soprattutto di quelli che si autodefiniscono avanzati, si è ridotto a un lumicino di tanto in tanto esibito per attirare le farfalle. Come si fa a parlare di meritocrazia quando, ultimo in ordine di tempo fra i troppi esempi adducibili, si è riusciti a scongiurare un taglio di 200 milioni di euro di finanziamenti all’università, ma non un altro, di 210, a numerosi enti di ricerca? E questi ultimi dovrebbero anche ringraziare, visto che inizialmente si era serenamente pensato di sopprimerli.

Il quadro si completa e si comprende meglio pensando all’età media della classe dirigente italiana, la quale non comprende solo politici (espressione di una società più che “causa dei mali”) ma professori universitari, manager, imprenditori, magistrati e via discorrendo. Famosa è la scena dell’esame universitario ne “La meglio gioventù”: le parole del professore non sono un invito né un auspicio, ovviamente, ma si delineano ogni giorno più chiaramente nella sfera di cristallo dell’Italia.

Generazione sfigata

In questi giorni non si fa altro che parlare di lavoro, mobilità, precariato e di come sistemare questa terribile crisi che sta imperversando in tutto il mondo. Continuano a propinarci la solita manfrina trita e ritrita, come per convincerci che il lavoro è una cosa “passeggera”, che ci dobbiamo muovere, che – perdio! – siamo giovani, dobbiamo essere pronti a tutto. E mentre il politicante di turno o suo figlio super-raccomandato ci regalano simpatiche dichiarazioni su quanto sia sfigato il posto fisso, la laurea dopo i ventotto anni, abitare vicino a mamma e papà e così via, viene da chiedersi per quale ragione certe persone diano fiato alla bocca. Sì, d’accordo, le frasi non vanno estrapolate dal contesto, e su questo possiamo pure essere d’accordo. Il governo Monti si era tanto impegnato nei suoi primi giorni a mantenere una certa sobrietà dopo tanti anni di baracconate dei governi precedenti, ma ecco che i suoi esponenti (forse irretiti dalla ribalta, chi lo sa) si lanciano in simpatiche dichiarazioni che riescono a fare “incazzare” ancora di più quell’enorme fetta di popolazione che a oggi si barcamena tra uno stage non retribuito, un lavoro al call center di qualche mese e una speranza pari a zero sul proprio futuro. Era davvero necessario?

No, non lo era. Perché questo sistema politico-economico ha affossato e distrutto i sogni di un’intera generazione di ragazzi tra i venti e i trent’anni che non riescono in alcun modo a vedere la luce fuori dal tunnel. È un sistema che ha fallito sotto ogni aspetto, è servito soltanto ad arricchire di più i ricchi, e a devastare intere popolazioni (vedi la povera Grecia, dove ci sono situazioni da terzo mondo a causa del crack economico).

E allora tutti partono, scappano, emigrano. Altro che vicini a mamma e papà. Chi decide di restarci lo fa perché altrimenti dovrebbe dormire sotto un ponte, visto e considerato il costo di una casa, il mutuo che non ti danno senza un “monotono” posto fisso o l’affitto da moderni ladroni che troviamo nelle grandi e piccole città. Siamo una generazione affranta, senza speranze, senza sogni. Ed è questo il più grande fallimento di quest’epoca. Non il lavoro che manca, non la crisi economica. Vedere la faccia di una ragazza di ventisei anni, delusa e sconfitta, che ha due lauree e un master e lavora in un call center per mantenersi, facendo uno stage non retribuito che, chissà, un giorno potrebbe trasformarsi in lavoro, o gli occhi malinconici di un trentunenne che ha dovuto mollare gli studi, facendo tre lavori per aiutare il padre che ha perso il lavoro, lascia senza parole. E ogni giorno ci viene propinata la solita serie di ipotetici provvedimenti che dovrebbero migliorare le nostre condizioni di vita. E allora via il posto fisso (che noia!), ma il mutuo come lo faccio? Mobilità, che passione, ma se il lavoro dura tre mesi e per cercarlo ce ne vogliono dieci? Andiamo a vivere lontano da mamma e papà, siamo grandi dai, ma se gli affitti di un posto letto arrivano anche a cinquecento euro? E così via…

Sarebbe intelligente e saggio che tutti questi personaggi smettessero di dare aria alla bocca, che ritenessero le loro posizioni come degli immensi privilegi che si sono costruiti sulle spalle dei cittadini, e che imparino a stare quantomeno in silenzio. Se proprio non volete aiutare i sogni e le aspirazioni di questa generazione sfigata, se proprio non riuscite in nessun modo a darci un minimo di futuro in cui credere, almeno non prendeteci pure per il culo. È chiedere tanto?

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(pre)Cari Amici #5 – La Società da costruire

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torniamo a parlare di precariato e lo facciamo presentandovi Daniele Mariani, autore del libro “L’elogio dell’indignazione“. La redazione di Camminando Scalzi ha proposto a Daniele di riadattare per la blogzine l’ultimo capitolo del libro; il post va così ad arricchire la rubrica (pre)Cari Amici, che raccoglie le storie di precariato inviateci da voi lettori.

A questo link trovate le altre storie pubblicate negli scorsi mesi su Camminando Scalzi.[/stextbox]

Cosa faccio, diciamo, non è una novità rispetto al panorama giovanile attuale. Chi sono, posso rispondere con un più semplice “cosa pensavo che sarei potuto essere”: ho quasi trent’anni e ho sempre immaginato questo capitolo della mia vita come un momento dove chiudevo serenamente il mio periodo giovanile, o per meglio dire il tempo delle “cazzate” e mi incamminavo verso l’era delle scelte (tutto questo ovviamente se paragonato alla vita dei miei genitori), e invece paradossalmente sembra che le uniche scelte di senso fatte fino a oggi, anche se inconsapevoli, le abbia vissute nel periodo compreso tra l’infanzia e la fine dell’università, dove appunto c’era qualcun altro a scegliere per me. Non perché ora non sappia scegliere, né perché non abbia preso decisioni, ma semplicemente perché qualsivoglia scelta sia stata intrapresa non era, per usare lessico da risorse umane,  “corrispondente al profilo richiesto”.  Molte domande hanno affollato la mia testa sul come andare avanti, su cosa inventarmi, se valeva la pena perseguire la stessa strada o cambiare completamente per ricominciare da capo… per quanto però mi impegnavo a cercare una risposta, una soluzione, sentivo che il problema non era prevalentemente rispetto a ciò che avrei potuto avere, trovare o cercare, bensì rispetto a chi sono; perché sentivo che il lavoro non era la soluzione. Allora ho smesso di guardare in avanti (un po’ per non alimentare false speranze, un po’ per imparare a godermi il presente, un po’ per non rinunciare al piacere delle sorprese) e ho cominciato a guardarmi intorno: vedevo tanti “me”, non nell’accezione di un ego smisurato, bensì nella comunione di intenti, esperienze e sensazioni. Così, come un viaggio a ritroso, ho iniziato a guardarmi dentro, e allora ho trovato le cause di questo mio peregrinare senza meta tra me e il mondo: “Siamo definiti una generazione fortunata perché non abbiamo vissuto la guerra, perché non soffriamo la fame e conduciamo vite agiate; la guerra però l’abbiamo avuta dentro le nostre famiglie, ci sono giovani che soffrono di bulimia o anoressia, mentre il comfort ci ha reso schiavi della noia. Siamo stati educati dalla televisione, cresciuti a “pane e lieto fine”; i sogni però non sono stati rifugio sufficiente dalla problematicità e la realtà non ha offerto un’alternativa concreta alla fantasia. Ci hanno insegnato il rispetto, facendoci innamorare della bellezza del Creato e delle genti; però sottostiamo tutti a regole economiche che non solo hanno inquinato il mondo, ma i cuori, seminando odio da oriente a occidente. Ci hanno fatto credere che la società si divide in vincenti e perdenti, che si può essere di successo anche senza saper fare niente, e di essere alternativi sempre e comunque; nessuno però ci ha detto che i veri eroi non sono perfetti come nei media, ma sono quelli che faticano quotidianamente, cadono e si rialzano… e magari muoiono lavorando.

Pensavo che modernità significasse anche tutela degli indifesi; qui anziani e bambini sono lasciati a loro stessi; da altre parti ci sono bambini che “giocano” a fare il soldato in sporche guerre, altrove sono diventati essi stessi giocattoli per adulti. Pensavo che pari opportunità significasse una società con ruoli che prescindessero dal genere; alcune donne invece hanno dovuto rinnegare la propria femminilità per stare al passo del “branco”, mentre altre hanno dovuto sbattere in vetrina solamente la propria femminilità; al resto non è stata data altrettanta visibilità.

Ci hanno detto «Studia», così noi giovani abbiamo collezionato tanti “pezzi di carta”; poi ci hanno “parcheggiati” in tirocini sottopagati, regredendo a fare manovalanza da ufficio; infine ci richiedono esperienze lavorative qualificanti ma non ci hanno dato la possibilità di qualificarci. Volevo essere giornalista ma non basta per sopravvivere; credere nell’amore ma oggi tutto dura quanto un’emozione; vivere secondo valori ma sembra che ora i valori siano mossi solo dall’interesse. Il vero precariato è stata la condizione esistenziale di contraddittorietà che abbiamo vissuto e con cui siamo cresciuti, non la misera ricerca del lavoro. Non domandateci più che tipo di lavoro sogniamo, non ricordateci il lavoro che cerchiamo e non troviamo, non fateci lavorare ancora di fantasia per inventarci un lavoro. Chiedeteci solo che società vorremmo costruire”.

Daniele Mariani

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Giovani medici: una risorsa o una preoccupazione?

Di recente sono stata “costretta” a partecipare a eventi che generalmente rifuggo: i congressi medici (“scientifici” suona decisamente sperticato).
L’ultimo, in particolare, mi ha fatto pentire amaramente di non aver millantato una malattia folgorante e misteriosa dell’ultimora: un coacervo di baroni, marchesi, conti e nobili decaduti superesperti – o presunti tali – di una determinata patologia. Al loro seguito, come vassalli, valvassini e valvassori, uno stuolo di giovani dallo sguardo rapace, l’andatura spavalda e la parlantina da “sono un nobel in fieri”. Una tragedia.
A dire il vero non so, di tutto quello cui ho dovuto assistere, cosa mi abbia sconfortata maggiormente. La presunzione di vecchie cariatidi che per presentare i loro studi triti e ritriti sul pomodoro come fattore di rischio per il tal malanno si citano addosso e urlano contro i tecnici perché un loro video del 1980 non parte immediatamente? L’affastellamento di scempiaggini prive di buon senso e concretezza clinica che affollano i discorsi di questi signori per colmare il vuoto assoluto (e riconosciamolo!) della nostra conoscenza su certi fenomeni? Il modo indecoroso con cui emeriti Cav.Lup.Man, dalle distinte qualifiche e onorificenze, si scaraventano sul buffet a piene mani, con le mandibole ferine, sgomitando anche se sei una dolce donzella (ovviamente fanno eccezione le hostess, alle quali si rivolgono con rivoli di bava incipienti)? Lo scambio avido di biglietti da visita tra “giovani figli di” con “giovani amanti di” o “giovani sponsorizzati da”? La frase: “noi italiani non abbiamo nulla da invidiare agli stranieri perché abbiamo pubblicazioni quanto… anzi! Più di loro!” Peccato per l’omissis: italiani… all’estero.
Non saprei.
Certamente i giovani mi preoccupano molto, non solo per la vicinanza anagrafica o per una potenziale invidia repressa. Piuttosto perché loro sono il futuro (?). Prima o poi le cariatidi se ne andranno e, di questo passo, nelle mani di ignoranti e presuntuosi figliocci di una generazione decadente, che fine faremo?
Però, il momento attuale che il fato (maledetto) mi ha scagliato addosso come un boomerang – un momento di enorme preoccupazione per la salute di un mio familiare – ha offerto punti di vista e scorci interpretativi inediti.
La persona che si è fatta carico della situazione immediatamente, vista la giovane età e il sospetto preoccupante, è stata una mia coetanea: pur non sapendo della parentela stretta con un medico, senza che io intervenissi, senza passare per vie private, senza avere necessità di fare numero in un’eventuale casistica, per un possibile articolo e probabile correlata gloria. A sue spese: tempo, organizzazione, spazi, numeri di cellulare e indirizzi e-mail personali forniti spontaneamente (con quello che può voler dire, per un medico, se riposti in mani incaute).

Le persone che mi hanno accolta offrendomi il massimo dell’ascolto e della disponibilità gratuita – quando sconvolta ho chiesto aiuto e un canale rapido, anche a pagamento – sono miei coetanei. E all’ascolto sono seguiti i fatti, pur dovendosi fermare ore in più, per gli esami e i relativi referti. Non solo: le loro parole e le loro strette di mano sono state per me dolorose (come non decodificare gesti che ho fatto io stessa un sacco di volte?) ma balsamiche, gentili, buone, carezzevoli.

Le persone che mi hanno respinta con un secco “non so cosa dirti, mi spiace ma sono di corsa, vai e chiedi aiuto a qualcuno”, sono persone che lavorano con me, a stretto contatto con me. Non sono mie coetanee. Non hanno alzato una volta la cornetta per chiedermi a che punto siamo e come sto. Anzi, quando mi vedono girano al largo, mica che ci sia qualche altra richiesta nell’aria.
Da questo groviglio professional-esistenziale voglio trarre alcune conclusioni (del tutto non definitive).

Ho deciso di credere che una vita triste, la professione, il sistema o non so cos’altro (e non mi interessa) abbiano segnato certi medici al punto da renderli mostri.
Ho deciso anche che aspetterò con pazienza (e una bottiglia di champagne) che si estinguano e spariscano da una professione per cui non sono nati – o cresciuti.
Ho deciso di allontanare il più possibile dai miei occhi e dal mio lavoro le civette sui comò di antistorici tromboni ormai aterosclerotici.
Ho deciso di aspettare a distanza anche la loro senescenza, nel frattempo pregando che un UFO se li porti via durante uno dei ridicoli meeting da giovani enfants prodiges.
Ho deciso di credere nella quota di persone giovani che come me fanno notte per un paziente che necessita del mio aiuto, che come me sanno accarezzare con lo sguardo chi ne ha bisogno, che come me non guardano l’orario, il ceto o il colore.
Ho deciso, però, che sia riduttivo credere nell’età come unica discriminante. Credo profondamente nell’“individualità”, intesa come unità esistente, unica e irripetibile.
Ho deciso che appoggerò le “unità irripetibili” (ancor più se giovani) che fanno questo mestiere in modo autentico, genuino ed empatico: parlando di loro, cercando di interagire con loro, sperando di poter costruire “insieme a loro” un futuro per questo sciagurato paese.
Per il momento, li ringrazio di cuore.

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Le grandi sfide di Mario Monti

Tre concetti: rigore di bilancio, crescita ed equità. Sono questi i pilastri che sosterranno il neonato governo Monti. Il nuovo Presidente del Consiglio ha illustrato ieri al Senato il suo piano per risollevare il Paese. Cinquanta di minuti di discorso accorato, sovente interrotto da applausi, che ha fornito un quadro chiaro della drammatica situazione del Sistema Italia e, soprattutto, della terapia d’urto al quale verrà sottoposto.

Le idee e le intenzioni sembrano, sulla carta, ottime. Finalmente, dopo anni ignavia tremontiana, si torna a parlare di crescita. È questo l’obiettivo dichiarato di tutto il programma di governo, far ripartire l’economia, stimolare la nascita di nuove imprese, rendere l’Italia un terreno fertile che permetta lo sviluppo dell’imprenditorialità, soprattutto di quella giovanile. Per fare ciò e reperire le risorse per finanziare la crescita, Mario Monti ha elencato una serie di punti programmatici. Si inizia dall’armonizzazione dei bilanci dei vari enti pubblici in modo da riorganizzare e razionalizzare la spesa, tagliando il superfluo e riducendo i privilegi di cui godono tutte le cariche elettive. Particolare attenzione avrà il sistema previdenziale, giudicato “tra i più solidi d’Europa” ma bisognoso di correttivi specialmente in tema di contributi e di tagli agli “inaccettabili privilegi” che negli anni sono stati elargiti. Pessime notizie per i possessori di case e terreni. Il governo mira a reintrodurre la famigerata ICI, eliminata dal governo Berlusconi e di far pagare l’IRPEF su immobili e proprietà non locate. Oltre a questo, sono previsti altri interventi sul prelievo fiscale, non meglio identificati, che mirano a fare gettito e a non deprimere i consumi. Altre entrate dovrebbero arrivare dalla dismissione graduale degli immobili pubblici e dalla revisione della legge sul Project Financing, ridistribuendo equamente tra Stato e soggetto privato il rischio dell’investimento. Nessun accenno a tasse patrimoniali.

Il nuovo premier è stato altrettanto chiaro nell’illustrare cosa il suo esecutivo vuol fare per stimolare la crescita. Il punto più importante è la riduzione del cuneo fiscale e delle imposte sulle attività produttive, chiesta a gran voce da Confindustria anche al precedente governo. Saranno previste agevolazioni fiscali per le nuove imprese, la liberalizzazione dei mercati e nuove norme per favorire la libera concorrenza. Quest’ultimo è forse uno dei punti più critici del programma presentato in Senato. Il capo del governo ha esplicitamente espresso la volontà di ridurre o abbattere “privilegi corporativi che bloccano il libero mercato”, puntando il dito, implicitamente, contro i vari ordini professionali. Una sfida durissima che si affianca a quella, forse più problematica, che riguarda il mercato del lavoro. La volontà del nuovo governo è quella di revisionare il sistema degli ammortizzatori sociali e di estendere la protezione di questi a tutti quei contratti atipici, nati negli ultimi anni, che al momento non la prevedono. Monti ha anche parlato di una semplificazione dei contratti di lavoro e di nuove norme che punterebbero a rendere più conveniente, per un’impresa, assumere un lavoratore con contratto a tempo indeterminato, cercando, allo stesso tempo, di favorire la mobilità e la flessibilità del mercato del lavoro. Ultimo punto, ma non per importanza, del discorso del nuovo premier, riguarda i giovani e la volontà di questo governo di valorizzarli e renderli i veri protagonisti della riscossa dell’Italia. È intenzione del nuovo governo, dopo anni di tagli, investire sui giovani, sulle imprese giovanili, sulla formazione e la ricerca.

Tutto sommato era quello che ci si aspettava. Il programma del governo Monti, esposto in Senato, ricalca grosso modo la famosa lettera inviata a Bruxelles dal governo Berlusconi e prende spunto dalle proposte formulate da Confindustria qualche settimana fa. Ora bisogna passare ai fatti. Mai come in questo caso, il tempo è tiranno e le sfide che attendono il nuovo governo sono difficili. C’è da cambiare un paese che da troppo tempo galleggia sull’acqua torbida. Lo stesso Monti, nelle battute finali del suo discorso, si dichiara consapevole delle difficoltà: “Il tentativo che ci proponiamo di compiere, onorevoli senatori, e che vi chiedo di sostenere è difficilissimo; altrimenti ho il sospetto che non mi troverei qui oggi. I margini di successo sono tanto più ridotti, come ha rilevato il Presidente della Repubblica, dopo anni di contrapposizione e di scontri nella politica nazionale. Se sapremo cogliere insieme questa opportunità per avviare un confronto costruttivo su scelte e obiettivi di fondo avremo occasione di riscattare il Paese e potremo ristabilire la fiducia nelle sue istituzioni”.

Tirocini retribuiti: un esempio da seguire…

S’intitola “Giovani sì” il progetto avviato nella Regione Toscana per cercare di dare una spinta di miglioramento alle nuove generazioni, oggi schiacciate dalla mancanza di lavoro e di prospettive.

Un totale di oltre 334 milioni di euro stanziati, tra il 2011 e il 2013, per avviare una serie di interventi di sostegno all’occupazione e all’imprenditoria giovanile, con contributi per l’affitto e l’acquisto della casa.

Lo scorso 9 maggio la Giunta della Regione Toscana ha ad esempio approvato una “carta dei tirocini e stage di qualità“, che definisce le linee guida per la stesura di una legge regionale che si pone l’obiettivo di evitare l’abuso di questi “percorsi formativi”: troppo spesso utilizzati dalle aziende col solo scopo di accaparrarsi manodopera capace e competente a costo zero.

Come si legge nel blog del progetto Giovani sì, “la Regione Toscana cofinanzia tirocini e stage presso le imprese, con borse di studio (a titolo di rimborso) di 400 euro mensili. Di questi, 200 sono a carico dell’azienda e 200 della Regione. Sono esclusi stage e tirocini curriculari promossi da università, istituzioni scolastiche, centri di formazione professionale. Il giovane che accede al tirocinio deve essere inoccupato o disoccupato/in mobilità.

Se l’azienda, alla fine del tirocinio, decide poi di assumere il giovane (di età compresa fra i 18 e i 30 anni) con un contratto a tempo indeterminato, la Regione mette a disposizione incentivi pari a 8 mila euro, che saranno elevati a 10 mila euro in caso di tirocinanti appartenenti alle categorie previste dalla legge sul diritto al lavoro dei disabili”.

Nel 2010 in Toscana sono stati attivati circa 15 mila stage, circa 4000 in più rispetto al 2008, e l’esperienza personale mi dice che molti di questi non abbiano realmente coinvolto persone inesperte, alle prese con la prima esperienza lavorativa…

Questa norma servirebbe dunque a garantire una base economica ai giovani stagisti che vivono in questa regione, ma soprattutto a sensibilizzare ed educare le aziende che spesso abusano di questo strumento.

E dopo che la Toscana avrà approvato la sua legge sulla retribuzione degli stage, la speranza sarà quella di assistere a un contagio nazionale di questa politica.

Un primo passo è stato quasi compiuto: sintomo di un problema che finalmente comincia a essere avvertito anche da coloro che non ne sono direttamente coinvolti…

Che qualcosa stia davvero cambiando?

Polso di Puma – Non c'e' solo chi cerca lavoro

Il giovane attuale secondo me è un po’ traviato ormai.

Ma non riesce più ad ammetterlo, questo è il vero problema.

È come chiedere a qualcuno se ha votato l’attuale presidente del consiglio… Nessuno lo ammette!

Sono quelle cose strane ma che accadono e sono incontrollabili. Vi sto parlando del fatto che ormai questo neolaureato, questo diplomato, questo scuola-dell’obbligato, non puo’ più guadagnare mille euro al mese! Non può fare l’inserviente o l’operatore ecologico, non può usare le mani per lavorare!

Tra un aperitivo, una serata in discoteca, uno status su facebook da casa e uno dall’iphone è ormai sfuggito il senso del lavoro (“che non c’è“, voi direte), ma più di tutto il senso delle proprie possibilità. Ok è una banalità il fatto che tutti vivano al di sopra delle proprie possibilità; che la competizione, l’apparire appiattisce i bisogni – che diventano uguali per tutti i ceti – e che non tutti possono affrontare certe spese ma lo fanno lo stesso. Ma secondo me le banalità non vanno lasciate stare lì, a zonzo.

Allora ricapitoliamo: la gente si lascia condizionare e vuole tutto quello di cui non ha bisogno per un continuo apparire simile al vicino, al capo, a quello della tv.

Bene.

BENE?

Male! Ma le cose peggiori sono quando a essere travolti da questo tipo di crisi sono i famosi ragazzi “con la testa a posto”. Che si sentono fuori dal gregge. Si sentono così fuori che non possono fare quello che fanno gli altri. Si sentono superiori, si sentono limitati, sentono che la propria terra non offre niente, sentono che devono fuggire, sentono che devono avere posti di responsabilità, pensano che la responsabilità del matrimonio o di un figlio è pesante senza aver fatto ancora carriera, pensano, come insegna mediobanca, che il mondo giri intorno a loro.
Questo di sicuro non era un atteggiamento dei nostri genitori. Questa arroganza, questo protagonismo… Mi puzza!

Nel film “il padrino” c’è la frase mitica: “il potere logora chi non ce l’ha“. E ok, può essere.

Ma quanti esempi conosciamo di gente che invece di potere ne ha e ne viene logorata?

Ci sono persone capaci, persone fortunate e persone che impiegano la loro vita nel raggiungimento dei loro obiettivi. Onore a loro.
La mia potrebbe essere una questione stupida, ingenua.

Ma mi chiedo: se fossimo tutti più consapevoli di essere normali, se iniziassimo a pensare tutti di dover fare una vita da onesto lavoratore per 40 anni, vivremmo meglio?

Oppure i sogni aiutano a vivere?

Il punto è che questo nostro mondo nel quale dobbiamo essere tutti straordinari, tutti dobbiamo ostentare la nostra unicità, inevitabilmente ci rende tutti uguali. E allora tutte le ragazze si descrivono pazzerelle,  tutti i ragazzi pensano di essere bulletti o imprenditori in erba, mentre dietro di loro c’e’ tanta tanta insicurezza.

Il molosso
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Gli articoli della rubrica “Polso di Puma” sono reperibili anche sul blog www.polsodipuma.blogspot.com

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Polso di Puma – The University Deception

Anni spesi a inseguire un obiettivo, giornate trascorse a immagazzinare con rigore metodico date, nomi e formule, pomeriggi in cui un raggio di sole che batte sul bianco della scrivania e sui caratteri della pagina invita a una diserzione che non è altro che inseguire la vita.

Tanti di noi hanno dedicato agli studi universitari una parte importante della loro giovinezza, compressi da un sistema che ci ha rubato tempo e spazio, impedendoci spesso di guadagnare in libertà e apertura di pensiero. Quante lezioni nozionistiche e ripetitive abbiamo dovuto seguire per ottenere le parole che cercavamo, quelle che contavano, dalla bocca di un professore illuminato, però quanto ci hanno regalato quelle parole!

L’Università resta (perfino l’Università italiana) una formidabile palestra, ci fa crescere come cittadini, forma il carattere, oltre che le competenze professionali, accresce la consapevolezza di sé.

In un Paese in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 30% (dati ISTAT 2011), l’età media dei laureati specialistici è di 28 anni (dati Almalaurea 2011), circa 2-3 anni in più della media degli altri paesi europei. Quegli anni in più, quel tempo sprecato, è il tempo del nozionismo, dei pomeriggi passati a ripetere ciò che dopo non servirà più, ciò che non migliora la nostra formazione (e forse neanche la nostra memoria a breve termine).

Quei 2-3 anni in più ci rendono più stanchi e più lenti dei nostri colleghi europei, ci rendono meno pronti a cogliere le (rare) opportunità che si presentano.

In un mondo del lavoro paralizzato, e schiavo di clientele e raccomandazioni, i 2 anni persi sono il primo dazio pagato… Ne seguiranno altri: la lentezza a inserirsi, il salario più basso rispetto alla media europea, la minore possibilità di cambiare impiego.

Anni fa si cercò di ovviare a questo gap tutto italiano introducendo il sistema del “3+2”, con una laurea di primo livello e una laurea di secondo, in grado – almeno in teoria – di creare i presupposti per abbreviare il percorso formativo e inserire più velocemente i giovani nel sistema produttivo del Paese.

Cosa resta oggi di quel progetto?

Giovani che terminano il primo ciclo universitario a 23-24 anni, con lauree dai nomi spesso fantasiosi e dalla spendibilità lavorativa il più delle volte nulla. La parcellizzazione degli insegnamenti ha alimentato l’ego ipertrofico di rettori e professori, frantumando di fatto la struttura dei corsi universitari. Non ci è stata risparmiata una sola briciola di nozionismo (semplicemente suddiviso tra i due livelli), non è stato stimolato il pensiero logico, non è stata incentivata realmente la formazione sul campo, è solo cresciuto in modo irrazionale il numero degli esami da affrontare.

In una situazione così complessa si inseriscono le risposte della Politica: un ministro del Welfare che alcuni mesi fa dichiara che i giovani devono essere più umili e accettare qualsiasi tipo di lavoro per far fronte alla crisi. Parole pleonastiche, dato che da anni molti giovani si sobbarcano fatiche che non hanno niente in comune con ciò che hanno studiato per anni.

Chi è pronto, in politica, ad assumersi la responsabilità di una riforma (quella del 3+2) che ha compromesso il destino lavorativo di molti studenti?

Chi è pronto, nei vertici del mondo universitario, ad assumersi le responsabilità di aver spacciato agli studenti prospettive di lavoro fasulle ben nascoste dietro corsi di laurea dai nomi altisonanti?

Chi è pronto, tra ricercatori e professori, a diventare consapevole del grandissimo potenziale umano e sociale del proprio ruolo, rimettendo al centro lo studente e la sua formazione?

E noi… Noi saremo pronti, quando verrà il nostro turno di operare nelle stanze dei bottoni, a non dimenticare ciò a cui pensavamo nei lunghi pomeriggi da reclusi, illuminati dal sole primaverile, e ciò per cui ci battevamo quando affollavamo le aule della nostra amata/odiata Università?

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Polso di Puma – Il costo sociale della sordità emozionale (parte 1)

Bene, eccoci qua a perseverare nei nostri errori.
Ad esempio quello di pensare alle nostre vite.

Si perché noi “giovani” in realtà ben sappiamo che viviamo proprio in periodo di BEEP.

Diciamocelo! Viva il disfattismo!

La benzina costa troppo, i partner sono rompicoglioni, il lavoro latita, gli stipendi risalgono a prima dell’euro, gli affitti sono alle stelle e noi ce ne stiamo buoni buoni a casa di mamma a sentirci dire di metterci il cappello e di pulire la stanza..

Beh, se consideriamo che Alessandro Magno a 33 anni aveva gia’ conquistato mezzo mondo a piedi.. siamo a buon punto!

Ma erano altri tempi..

È dunque una questione di tempi? Dieci anni fa, ad esempio, i film iniziavano alle 20:30 e finivano un paio di ore dopo al massimo. Ora iniziano alle nove e non si sa quando finiscono: come mai? Sembra una sciocchezza ma non lo è. Non lo è perchè se noi mettiamo insieme tutte queste sciocchezze ci troviamo davanti alla nostra generazione (o peggio a quella dei piu’ giovani.) Gli ex bambini (oggi come oggi non saprei come definirli) a cinque anni usano già Playstation e Xbox (per avere qualcosa di simile, dovevamo aspettare anni e anni di stipendi paterni messi da parte), usano telefonini touchscreen e hanno il pieno controllo sui genitori. A dieci anni già hanno fatto esperienze sessuali che noi a quell’età non pensavamo neanche esistessero. Le esperienze sessuali.

I genitori, e quindi faccio un salto indietro a livello di età, sono presi dalla carriera, dal lavoro, il fitness, la linea, l’avvocato divorzista, gli alimenti, l’amante e lasciano i proprio figli a imparare i linguaggi esotici delle badanti che, importandosene ben poco, li lasciano muti e avidi emozionalmente. Noi giocavamo a pallone in strada e loro a Gta (noto videogioco dove lo scopo è uccidere, rapinare, rubare auto, sfruttare prostitute, vendere droga e altri simpatici lavoretti).

Mi sembra ovvio che qualcosa cambi in termini di sviluppo emotivo.

In mezzo ci siamo noi, a metà fra il sano e l’insano. Ben drogati da anni di televisione immondizia, tette e culi, violenza e paura, insicurezza e falsi nemici da combattere, cerchiamo di mantenere vivi quei pochi valori che i genitori nostri, dopo il lavoro, hanno cercato di infonderci.

Ed è lì che ci accorgiamo di essere sempre di meno!

Allora l’etica, la morale, il buonsenso, sistematicamente vengono soppiantante da arrivismo, menefreghismo, egoismo.

Ed è lì che il mondo subisce e paga il costo sociale della sordità emozionale.

Questa mitica frase del buon psicologo è illuminante se pensate a tutte le cose che vi capitano ogni giorno. Sono tutti presi da sé stessi, tutti incapaci di sentire quello che dice e prova il prossimo, tutti a pensare che non bisogna farsi fottere perché tutti ti vogliono fottere. Ed ecco che i capi al lavoro sono insensibili e chiedono l’impossibile sfruttando il proprio potere, gli automobilisti pensano che tutti vogliano mettersi davanti e passare per primi, i cittadini ritengono che i negozianti vogliano imbrogliarli e vendere cose scadenti, gli inservienti pensano che dato che l’attività non è la loro devono fare il minimo indispensabile per portare a casa lo stipendio, le persone in cerca di aiuto vengono ignorate, le regole vengono derogate alla prossima volta… E a furia di pensarla in questo modo, tutti fanno in questo modo. Perché l’ha fatto lui a me e io lo devo fare ad un altro. O peggio: lo fanno tutti, proprio a me devono scoprire?

E noi?

Noi sappiamo che è sbagliato tutto ciò ma quante volte ci sentiamo costretti a farlo?

Quante volte ci mettiamo nei panni degli altri? Quasi mai.

Ed è qui che mi ricollego ai nostri tempi e alla nostra società.

Mi si potrà obiettare: è colpa della nostra società perché la società siamo noi.

E sarei anche d’accordo. In realtà la società viene plasmata molto facilmente dal mondo d’oggi, tramite i modelli che ci vengono proposti.

Sono venti anni che vediamo gli stessi modelli e solo oggi proviamo blandamente a ribellarci. I “vincenti” degli ultimi anni sono imprenditori incalliti, politici ambigui, vecchiacci arrapati, personaggi della tv che non sanno fare nulla a parte mostrare la loro faccia da culo, opinionisti inutili quanto dispendiosi, vallette e veline, donne che fanno successo solo grazie a vestiti e atteggiamenti ammiccanti e donne che valgono… uhm… no decisamente donne che valgono se ne vedono molto poche in tv. E allora i suicidi aumentano, gli omicidi tra minori aumentano, fioriscono le storie al Pc, Facebook diventa la droga quotidiana, aumentano i casi di depressione tra giovani, l’uso di droghe, di alcolici.

Dati statistici alla mano, stamm ‘nguaiat.

Ora un bambino, che  da zero a 20 anni vede questo in tv e non ha sufficienti insegnamenti dai genitori impegnati al lavoro per mantenere la casa, la scuola e tutte le cose alla moda che devono comprare al figlio, come può crescere? L’infanzia è una finestra di opportunità e sarebbe bello se tutti i bambini potessero sfruttarle tutte.

Ma non dipende da loro.

Il molosso

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