Google Instant e la ricerca istantanea

[stextbox id=”custom” caption=”Un nuovo redattore per Camminando Scalzi” big=”true”]Camminando Scalzi è lieta di dare il benvenuto al nostro nuovo redattore, Marco Moccia. Marco si occuperà dell’area informatica, parlandoci di settimana in settimana dei più attuali e disparati argomenti riguardanti il web, l’hardware, il software, i social network e chi più ne ha più ne metta. In bocca al lupo a Marco, e buona lettura a voi![/stextbox]
Se vi siete mai chiesti perché negli ultimi giorni Google, il noto motore di ricerca cambiasse un logo al giorno senza che ci fosse alcun evento in particolare la risposta si chiama Instant Search.
Secondo la conferenza di mercoledì, dove è stato presentato ufficialmente, Instant Search è in grado di “prevedere” quello che ogni singolo utente vuole cercare, un sistema di “search-before-you-type” fornisce risultati della ricerca già mentre si scrive la prima parola e “prevede” anche le successive, in modo da risparmiare secondi preziosi nella ricerca… Un vero e proprio oracolo, insomma.
È da dire che l’idea è stata concepita nell’ormai lontano 2005, quando il mondo intero utilizzava Yahoo per le sue ricerche, mail e quant’altro.
Se ve lo state chiedendo la risposta è sì, proprio Yahoo aveva nel 2005 sviluppato alcuni “Ajax Search Tools” e tra questi, il progetto più importante era “Live Search” la quale funzionalità avrebbe dovuto essere proprio uguale a quella dell’attuale Google Instant.
Il progetto di Yahoo, sfortunatamente, è iniziato quando non c’erano ancora i mezzi adatti, in altri tempi dove la pubblicità online era pari a zero in confronto a quella attuale, motivo per il quale “Yahoo Instant” non trovò posto di integrazione nel normale box di ricerca, bensì in una barra laterale di All The Web che veniva chiamata “Yahoo Instant”, che però non ebbe un gran successo e dopo un po’ fu eliminata.
Oggi Google, approfittando dell’attuale e incessante utilizzo del web, si prende l’esclusiva “rilanciando” questo progetto ormai finito nel dimenticatoio.
Parlando dei vantaggi di questo “remake” del progetto “Live Search”, sotto l’aspetto dei numeri e secondo sondaggi interni di Google, l’utente utilizzando il nuovo metodo di ricerca può risparmiare dai 2 ai 5 secondi(secondo molti, quasi tutti, un cambiamento poco rilevante) ma se tutto il mondo usasse google instant per effettuare le proprie ricerche si arriverebbe a risparmiare fino a 11 ore circa per secondo e facendo un paio di calcoli, forse non è proprio un cambiamento irrilevante, visto che in 24 ore si risparmierebbero all’incirca 111 anni.
Da non sottovalutare però la parte business. Ebbene sì, all’utente viene anche spontaneo giocare un po’ con i primi suggerimenti forniti da questo nuovo sistema e quindi diventa ancora più importante guadagnarsi i primi posti nella ricerca; ottima occasione, quindi, per le agenzie di Search Engine Optimization dei siti che troveranno sicuramente nuovi clienti e nuovi affari!
È noto che anche YouTube è proprietà di Google, dal 10 ottobre 2006, ed ecco infatti che si prospetta l’idea di applicare la funzionalità “instant” anche a YouTube!
Google instant all'operaUn giovane studente della Stanford University (Feross Aboukhadijeh, 19 anni), per una scommessa fatta con il proprio compagno di stanza (Jake Becker) mette a punto un motore di ricerca in tempo reale anche per YouTube.
Il “duello”, se così lo si può definire, lo avrebbe vinto chi nel minor tempo possibile avesse sviluppato un motore snello e veloce. Al primo posto arriva Feross, impiegando un’ora. Jake ne impiega invece tre, più altre due per snellire la grafica e velocizzarlo.
Il vincitore ha visto comparire un tweet sul monitor del suo pc che diceva: “vuoi un lavoro?”. Ad inviarlo, Chad Hurley, uno dei fondatori del tubo, subito dopo aver constatato la “potenza” di questa nuova applicazione dedicata proprio al grande portale di condivisione video.
Feross incontrerà lunedì Chad Hurley per discutere della proposta di lavoro, ma non solo: in contemporanea girano voci di una sua collaborazione con Facebook per lo sviluppo di alcune applicazioni Top Secret!
Vi lascio con lo spot dimostrativo di Google Instant, con protagonista niente meno che Bob Dylan!
A presto!
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Apple cerca nuovi amici: arriva Ping

[stextbox id=”custom” big=”true”] L’articolo di oggi è scritto da Eugenio Romano, nuovo blogger di Camminando Scalzi. Laureato in ingegneria informatica ha subito capito che il lavoro dipendente gli avrebbe portato scarsi guardagni e quindi ha deciso di specializzarsi nell’attività di SEO. Oggi gestisce molti siti tra i quali www.fesbook.it e www.naplenot.com inoltre ho avviato la creazione di alcuni programmi opensurce stay tuned. Buona Lettura![/stextbox]
Nella conferenza stampa del primo settembre, Steve Jobs ha presentato, oltre alla nuova generazione di iPod,  anche un nuovo social network made in Cupertino. Ping, questo il nome del nuovo nato in casa Apple, è un social network incentrato sulla musica, utilizzabile sin da subito scaricando il nuovo iTunes 10, e promette di far entrare in contatto i propri utenti con le star preferite e condividere i propri gusti musicali con gli amici. Ping può contare su un bacino di 160 milioni di utenti, che per un servizio in fase di startup e’ sicuramente un numero confortante. Nelle prime 48 ore Ping non sembra deludere le aspettative di Apple, visto che ha raggiunto la ragguardevole quota di 1 milione di utenti. I primi giorni di vita del nuovo social network però non sono stati privi di malfunzionamenti: infatti sembra che la possibilità di importare i propri contatti Facebook non sia più disponibile a causa di un blocco effettuato dalla società di Mark Zuckerberg. A quanto pare questo inizio con il botto di Apple ha spaventato Facebook.
Fino a oggi in molti hanno cercato di spodestare Facebook dal trono dei social network, come ad esempio Buzz di Google, che aveva avuto anch’esso come Ping un’ottima partenza, ma sembra che dopo un’iniziale curiosità degli utenti, la difficoltà principale sia nel mantenere i propri iscritti attivi proponendo nuove funzioni. È infatti notizia recente l’abbandono di Buzz da parte di Google.
A mio avviso Ping non sembra capace di tenere i propri utenti legati a esso e poter fare meglio di Buzz, e credo che dopo un’iniziale curiosità, se non verranno proposti nuovi servizi e soprattutto non verranno migliorati quelli già presenti, Ping non avrà una lunga vita.
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Buzz: Google ha sbagliato?

Qualche settimana fa Google ha introdotto una nuova e “interessate” funzione al suo già ampissimo catalogo di applicazioni web gratuite. Questa applicazione risponde al nome di Buzz, che ha lanciato Google nella sfida che ancora non è riuscita a vincere -o meglio, ancora non ha combattuto- quella riguardante il fulcro del web 2.0, ovvero i social network.

Evidentemente a Mountain View hanno fatto proprio un motto che ha reso famoso un discorso di Steve Jobs, “Siate affamati, siate visionari”. Perché Google negli ultimissimi anni sembra non accontentarsi mai, sembra essere un polipo che ha deciso di estendere i propri tentacoli su tutto quello che ha da offrire la nostra esperienza online, al grido di “Don’t be evil!”, loro famoso slogan. Ed ecco quindi che decide di cominciare un’avventura tutta made in bigG dedicata al mondo social.

Ma che cos’è Buzz? Per spiegarlo in due parole, senza addentrarci troppo nelle sue funzioni, è un social network che offre esattamente le stesse opportunità che già altri social fanno da tempo: condividere contenuti (siti, immagini, ma anche elementi di Google Reader), lasciare aggiornamenti di stato personali, commentare i post degli altri, il famoso pulsantino “Like” -il “mi piace” di Facebook (a proposito, vi siete accorti che ora potete cliccare su “mi piace” anche negli articoli di Camminando Scalzi?) e così via. Tutto questo in un’interfaccia che a me continua a sembrare assolutamente poco chiara, con un sistema di priorità e di elementi grafici che non sono propriamente ordinati e di facile lettura. Bene, quindi abbiamo Google che decide di andare a sfidare i colossi del social web, che sono nelle loro posizioni belli saldi da anni (e soprattutto nei cuori virtuali degli utenti): come fare per fare breccia? Insomma, come si fa a far provare un social Facebook-like a qualcuno che già usa Facebook?

Ed ecco che arriva l’illuminante idea: diamolo di default a tutti i milioni di utenti che usano Gmail. Anzi, integriamolo direttamente in Gmail, e installiamolo senza praticamente dare possibilità di scelta. E anzi, vi dirò di più, prendiamo i profili degli iscritti e rendiamoli pubblici, compresa la loro lista di contatti mail (che magari voleva rimanere privata), automaticamente iscritti come “follower”, senza avvisare nessuno! Naturalmente sul web una tale invasione della privacy -per giunta imposta- genera prima poche, poi tantissime voci di protesta. Tralasciando la dubbia utilità di un ennesimo social network, questo “errore” non viene perdonato facilmente, e sintomo sono i centinaia di post sui blog in giro per tutto il mondo. Immagino che un po’ tutti aspettassero al varco la bigG, e dopo il fallimento di Wave (che si è praticamente svuotato a due mesi dalla sua introduzione, quando all’inizio sembrava la next-big-thing del secolo), la casa di Mountain View ha mostrato il fianco facendo un enorme errore di valutazione.

Il “Don’t be evil!” è andato a farsi benedire, e Google è dovuta correre ai ripari (e di questo bisogna dargliene atto). Le opzioni di privacy cambiano di default, viene data la possibilità di disattivare Buzz in maniera più semplice (prima bisognava andare nelle opzioni di Gmail per farlo) e radicale, e sui vari blog internazionali di Google appaiono le scuse dell’azienda, che forse presa da troppo entusiasmo, ha lanciato sul mercato un prodotto ancora in beta (ironia della sorte, l’unico dei loro prodotti uscito senza passare da una fase di beta vera e propria). Certo, aveva una falla di privacy di cui chiunque si sarebbe accorto, ma noi vogliamo credere alla buona fede di Google.

Questa piccola storia cosa ci ha insegnato? Beh, prima di tutto a disinstallare un prodotto inutile e ridondante (almeno, questo è il mio parere), che per giunta ci è stato in qualche maniera imposto (e già questo al netizen dà parecchio fastidio, si sa), in secondo luogo che i rischi dello strapotere della grande G su internet ci sono, sono percettibili, e questa volta sono venuti fuori nel concreto. Avete idea di quanti utenti (noi compresi) utilizzino Gmail? O uno dei tantissimi servizi free offerti da Google? Una quantità di informazioni personali immensa, superata forse solo da quella detenuta da Facebook.

E, per chiudere con una nota sicuramente complottista ed esagerata, non vi è mai venuto da pensare che in fondo tutto quello che ci offrono gratis, a spese loro, sia in qualche modo pagato dal controllo totale della rete che noi gli stiamo regalando?

Riflettiamone insieme, vi aspetto nei commenti.

Il decretino Romani

Si chiama Paolo Romani, è vice-ministro allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni, e porta il nome del recente decreto riguardante la normativa di recepimento della direttiva europea sui media audiovisivi (2007/65/CE). Emanato dal Governo come regalo natalizio durante il mese di dicembre, il provvedimento attende ora il parere delle commissioni competenti della Camera, tra attacchi e polemiche.

Le male lingue che parlano dell’ennesimo provvedimento “ad personam” puntano il dito contro un decreto che appare cucito su misura per avvantaggiare l’azienda dell’attuale Presidente del Consiglio. A discapito di Sky, la principale concorrente di Mediaset, il decreto prevede infatti la limitazione degli affollamenti pubblicitari per tutti i canali a pagamento, sia satellitari che terrestri: una quota che dal 20% scenderebbe al 16% nel 2010, al 14% nel 2011, e al 12% dal 2012. Da parte sua il vice-ministro Romani difende il decreto spiegando che è “pienamente conforme con la disciplina comunitaria” e che la riduzione degli spazi pubblicitari servirebbe a tutelare il consumatore-utente della pay tv, il quale già paga per la fruizione di quel contenuto e non dovrebbe quindi subire l’onere delle frequenti interruzioni pubblicitarie. Un principio indiscutibile, se non fosse per il fatto che l’attuale capo di Governo è anche il principale proprietario dell’azienda che ricaverà i maggiori profitti da questa modifica. La grossa quota di introiti pubblicitari a cui il magnate Murdoch dovrà rinunciare, infatti, andrà con molta probabilità a riversarsi sulle “free tv”, e quindi principalmente su Mediaset.

A rimarcare ulteriormente il già discusso conflitto d’interessi del Premier si prodiga Alessandro Gilioli nel suo spazio sull’ “Espresso blog”, aggiungendo che: “siccome Mediaset si sta buttando sull’Iptv [Internet protocol television, per la diffusione di contenuti audiovisivi attraverso il Web] ispirandosi ad Hulu, occorre ridurre il numero di video circolanti in Rete e prodotti dal basso, che possono costituire potenzialmente una significativa concorrenza alla Iptv di Mediaset”. Da qui una serie di norme ampiamente criticate, che sembrano avanzare un subdolo tentativo di controllo della Rete. Come infatti spiega il quotidiano on-line dell’associazione Articolo 21, “il decreto include la fornitura delle immagini via internet tra le attività che necessitano di un’autorizzazione del Governo, e poi estende la rigida disciplina del diritto d’autore ai fornitori di servizi via internet”.

Si dimostra molto scettico anche il dirigente di Google Italia, Marco Pancini, il quale afferma che “alcune norme del decreto Romani mettono in crisi il funzionamento dei siti web che forniscono servizi tipo You Tube”, giacché si equiparano i canali tv tradizionali ad un sito internet che permette di caricare contenuti audiovisivi.
Rimane da chiedersi se un sito che ospita contenuti generati da terzi possa essere accomunato ad un qualunque canale tv, che sceglie cosa trasmettere… “Sarebbe come ritenere l’azienda che si occupa della manutenzione delle autostrade responsabile per quello che fanno coloro che guidano le automobili” spiega in un’intervista de La Repubblica il segretario generale dell’Associazione italiana Internet Provider, Dario Denni.

Tra sanzioni per chi vìola il diritto d’autore e l’obbligo di registrare le testate giornalistiche, sembra dunque che anche internet rischi di perdere la sua tanto celebrata rappresentazione di LIBERO SPAZIO per LIBERI CITTADINI…

Seguite l'Onda di Camminando Scalzi!

Ogni giorno proponiamo qualcosa di nuovo ai nostri lettori. Oggi vi presentiamo una feature molto interessante, e siamo tra i primi siti a proporla (è infatti ancora in fase di testing).

Da oggi infatti, cliccando sulla voce “Wave(testing)” sul nostro sito, troverete una pagina in cui è integrata la Wave ufficiale di Camminando Scalzi. Il “testing” lo abbiamo lasciato perché è comunque una funzionalità nuovissima, quindi qualche problemino può ancora esserci (ma abbiamo pensato anche a spiegarvi come risolverli in ogni caso, nel primo blip della Wave). Ecco dove trovare il link:

wavetest

La Wave è di tipo pubblico, quindi chiunque abbia un account di Wave potrà seguirci e interagire con noi, direttamente dal nostro sito! (ovviamente saremo anche nel client normale di Google)

La domanda sorge però spontanea: e per chi non ha ancora un account Google Wave?

Camminando Scalzi ha pensato a tutto, e infatti da oggi regaliamo ben 10 inviti Wave ai primi dieci che commentano (e che non ce l’hanno già ovviamente) questo post. Quindi affrettatevi, l’onda vi aspetta!!!

P.S. Ancora non sapete cos’è Wave? Correte a leggere la nostra anteprima.

Google Chrome OS, lʼos si trasferisce in nuvola

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Un gradito ritorno


Torna a scrivere per Camminando Scalzi Mauro Fava autore del blog informatico “Linux e dintorni“. Mauro, dopo averci presentato Google Wave, è qui per raccontare le sue prime impressioni sul sistema operativo open source Google Chrome OS.

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Il nuovo OS di Google promette di portare tutto quello di cui avete bisogno online. Ma siamo veramente pronti?

google_logoLa scorsa settimana, dopo giorni e giorni di indiscrezioni più o meno veritiere, Google ha finalmente presentato i primi risultati del suo progetto “Chrome OS” annunciato circa quattro mesi fa. Le aspettative erano molte ed in parte, per chi si aspettava un sistema operativo rivoluzionario, non sono state deluse. Iniziamo con il dire che il motore che spinge Chrome fin dalle sue fondamenta è Linux, il famoso kernel open source che equipaggia tutte le distribuzioni che possiamo reperire come OpenSUSE, Fedora, Ubuntu, Debian ed altre meno famose ma non per questo di minore importanza. Questa scelta comporta necessariamente una felice scelta di licenza, integrando il kernel Linux il progetto deve essere rilasciato sotto una delle tante licenze Open Source disponibili, la stessa Google a poche ore di distanza dalla presentazione del progetto ha provveduto al rilascio dei sorgenti completi del progetto. Stiamo parlando di una nuova concezione di quello che chiamiamo sistema operativo.  Iniziamo con il dire che se il cuore è Linux, tutto il resto è stato creato partendo da una Debian per poi arrivare, con le dovute modifiche e con lʼaiuto del team di Canonical, a quello che possiamo definire come un risultato che lascia molto disorientati.

Il sistema è dedicato a quella fascia di pc che viene definita netbook; tra i suoi rappresentanti possiamo annoverare modelli dei più famosi produttori i quali propongono sistemi solitamente equipaggiati con processore Atom e schermi di ridotte dimensioni. Fin da subito però ci scontriamo con la prima pesante limitazione ovvero lʼincapacità del sistema di essere installato allʼinterno di quei netbook equipaggiati con tradizionali Hdd meccanici sata o pata: il team di Google ha escluso questa possibilità direttamente a livello kernel, il che lascia spazio solo a sistemi con dischi a stato solido. Se da un lato questa scelta può avvantaggiare la velocità di trasferimento dei dati, dallʼaltra è possibile subito constatare come la scelta riduca fin da subito il mercato a pochi modelli in vendita visto che il mercato si è spostato sulle periferiche di memorizzazione di massa standard con un taglio medio di 160 Gb.
La strategia fa pensare fin da subito a soluzioni hardware appositamente sviluppate e commercializzate dalle aziende con la collaborazione di Google da dividere per mercato, nazione e prezzo come più aggrada i produttori. Il sistema è in grado di effettuare il boot in soli 7 secondi, certamente un risultato sorprendente ma che fa pagare un pesante tributo.

Immagine1Come è possibile vedere dallʼimmagine a destra un classico OS, come in questo caso Win, ha innumerevoli servizi da avviare mentre Chrome OS, vista la sua ridotta architettura, riesce a spuntare record impensabili con altri OS, siano essi Unix like o Windows. Lʼestrema ottimizzazione del kernel fa da padrona in questo caso ma il dubbio che tutto sia ridotto ai minimi termini è molto forte. Allo stato attuale, anche se non ne ho la certezza, posso affermare con ragionevole margine dʼerrore che il collegamento di periferiche usb diverse da dispositivi di memorizzazione di massa potrebbe essere veramente difficile.

Certamente va considerata la natura stessa del progetto, Chrome OS è nato evidentemente per permettere lʼutilizzo di tutte le applicazioni web Google in mobilità. I vostri file saranno online, i vostri software saranno online e tutto sarà fatto sfruttando il cloud computing. La stessa tab del sistema operativo che serve per richiamare il software disponibile non fa altro che mostrare sulla stessa pagine tutti i software online offerti dalla grande G: troviamo Reader, Docs, Mail e tutto quel cosmo che ruota intorno al nome più famoso del web.

Il sistema è totalmente immune da virus, il kernel Linux non da certo modo di preoccuparsi sotto questo punto di vista ma da un OS Linux ci sia aspetterebbe un accesso ad una console di sistema che allo stato attuale non è invece raggiungibile. Una volta effettuato il login nel sistema, usando il vostro account gmail, vi troverete allʼinterno di un ecosistema che personalmente mi ha dato lʼimpressione di essere come imprigionato in quello che potremmo definire il “Google World”.

Lʼinterfaccia è minimale e tutto, ma proprio tutto, è eseguito ed effettuato attraverso il browser Chrome, che si comporta da browser o da editor di testi a seconda di quello che desideriate fare in quel determinato instante.  Allo stato attuale sembra impossibile esplorare il disco di sistema se non inserendo una chiavetta usb che dà subito accesso ad una sorta di visualizzatore del file system, in grado di esplorare le cartelle di sistema. Tutto si riduce ai minimi termini: poche icone, poche impostazioni modificabili ed in generale poco di tutto… Amo i sistemi minimali ma qui forse si esagera.

chromeLʼinterfaccia realizzata completamente in GTL+ è quella del browser Chrome e se per caso vi trovate nella condizione di avere chiuso tutte le tab del browser non vi preoccupate: esso ripartirà in men che non si dica, a testimonianza che quello è il solo software che mette in contatto voi ed il vostro hardware. Volendo scendere più in profondità possiamo solo visualizzare la tab dei processi aperti che, neanche a dirlo, ha tanti processi aperti per quante tab di google Chrome sono in funzione. Tutta questa semplificazione introdotta nellʼinterfaccia rende anche difficile superare il primo apprendimento: dopo qualche ora di sperimentazione si ha ancora difficoltà nel capire la disposizione di strumenti ed interfaccia che, fondamentalmente, non esistono.

Vi starete certamente chiedendo come sia possibile lavorare in assenza di connettività… La risposta in realtà è molto semplice: è impossibile.

Senza una adeguata linea internet, sia essa wifi o di altro genere, il sistema è totalmente inerte, tanto da non riuscire ad effettuare il login sulla macchina stessa. Non voglio essere troppo frettoloso nel rilasciare giudizi ma per ora non vedo grande spazio per questo nuovo OS che, pur se innovativo e dalla concezione estremamente interessante, non ha margini di mercato presso il normale utente abituato ad un modello dʼuso del pc consolidato da anni.

Le limitazioni maggiori per la diffusione di Chrome OS potrebbero proprio trovarsi allʼinterno della stessa infrastruttura informatica di un paese. Prendendo ad esempio il caso del nostro paese, è evidente come un OS che per funzionare ha la necessità di essere online sia di difficile utilizzo a causa delle profonde limitazione al quale le utenze del nostro territorio debbono sottostare. Si potrebbe optare per una connessione di tipo mobile ma con le tariffe attuali e con le loro limitazioni sarebbe come pagare un abbonamento di qualche decina di euro mensili per usare il proprio PC.

Da non dimenticare che la versione che è stata analizzata è solo una compilazione dei sorgenti che la stessa azienda ha rilasciato poche ore dopo la presentazione dellʼOS; magari le cose sono già nettamente migliorate e già pronte per un debutto in grande stile, che dovrebbe avvenire nella prima metà del 2010.

Siamo quindi sicuri che la soluzione a tutti i nostri problemi di OS passi per il cloud computing?

A mio avviso è ancora prematuro affrontare un progetto del genere ma si sa che le grandi idee sono quelle che ad un primo momento sembrano essere le peggiori. Google ci ha abituato alle grandi rivoluzioni scaturite in seno ai propri uffici, magari riuscirà a sorprenderci anche questa volta.

Vi propongo un filmato del sistema operante allʼinterno di una macchina virtuale realizzata su piattaforma MacOSX Snow Leopard.

Prevedere il prossimo web-business

[stextbox id=”custom” big=”true”]
Un nuovo collaboratore su Camminando Scalzi.it

Camminando Scalzi è lieta di presentarvi un nuovo autore della nostra blog-zine: Mauro Rubin. Analista, sviluppatore e blogger, ma soprattutto appassionato delle nuove forme di comunicazione web, Mauro ci spiega oggi se è possibile prevedere i nuovi trend informatici di internet, e soprattutto come si potrebbe fare per prevederli. Ovviamente vi invitiamo a fare un salto sul suo blog, che è davvero interessante.[/stextbox]

Esiste uno strumento per prevedere i nuovi trends o le nuove mode del futuro?

La risposta è semplice e banale: no.

Twitter

E’ anche vero che alcune esperienze collettive che hanno fatto storia possono aiutarci nell’intento (un po’ come ha fatto lo staff di YouNoodle con questo test). La prima cosa che dovremmo chiarire è la definizione di trend su wikipedia:

L’analisi delle serie storiche raggruppa una serie di metodi statistici atti a indagare una serie storica, determinare il processo alla base della stessa e a trarre previsioni.

Una traduzione semplificata è la seguente: un trend è lo studio di una serie di eventi finalizzato a creare un modello statistico su cui fare delle previsioni. Cerchiamo di capire meglio con un esempio: l’avvento di Twitter. Twitter è un sistema di microblogging pubblico, che permette di inviare messaggi di 140 caratteri. Nel marzo del 2006, quando il sistema venne pubblicato, la situazione era la seguente: i blog erano un sistema di comunicazione ormai consolidato e i nuovi social network moltiplicavano le informazioni da gestire, aggregare rss per ogni fonte era diventata una cosa praticamente impossibile da gestire. Twitter inizialmente veniva utilizzato per gestire il proprio stato (sistema che verrà poi integrato su Facebook) ma presto, grazie alla flessibilità dello strumento che permette di sviluppare applicazioni esterne intorno al servizio base, nascono molto velocemente nuovi servizi (anche mobile) e nuovi modi di utilizzo, la diffusione di twitter porta i giornali e i blogger a pubblicare i link degli articoli attraverso il servizio di microblogging, spostando il target dell’utenza che si rivolge così ad un bacino più grande.

Ho preso come esempio Twitter ma potrei portarne altri (come google, youtube e facebook), la cosa intressante è che per determinare se un servizio appena nato potrà far nascere una nuova moda, l’unico modo possibile è isolare alcuni fattori comuni ai nostri casi di studio ed analizzarli. Ho provato a farne un elenco che riporto qui sotto:

Scopo: la vostra applicazione deve essere utile.

Utilizzo del servizio: il servizio deve essere semplice, chiaro e alla portata di tutti.

Integrazione: deve esistere la possibilità di integrare il servizio in altri già esistenti, come le piattaforme blogger e i socialnetwork.

Estensione: la possibilità di creare nuove applicazioni svilupate da terze parti è un’occasione da non perdere. Questo solitamente serve a stimolare la creatività degli utenti.

Appurati questi fattori le cose importanti sono quelle che io chiamerei “gli effetti collaterali”, ovvero, quali cambiamenti apporterà il vostro servizio all’interno della società? Se la vostra startup creerà nuove community o -ancora meglio- genererà nuove forme di business (come ebay o paypal) le possibilità che questo servizio diventi il prossimo google sono molto alte.

Facebook
Facebook

Stare al passo con le nuove tendenze della rete, con costanza e dedizione non è da tutti e va fatto con un’apertura mentale notevole, se non avete questa capacità ma volete avere successo, pagate qualcun’altro al posto vostro per farlo, in modo da poter fiutare business dove c’è ancora solo del potenziale.

Prevedere il prossimo web-business
Esiste uno strumento per prevedere i nuovi trends o le nuove mode del futuro? La risposta è
semplice e banale: no, ma è anche vero che alcune esperienze collettive che hanno fatto storia
possono aiutarci nell’intento (un po’ come ha fatto lo staff di YouNoodle con questo test)
La prima cosa che dovremmo chiarire è la definizione di trend su wikipedia:
“L’analisi delle serie storiche raggruppa una serie di metodi statistici atti a indagare una
serie storica, determinare il processo alla base della stessa e a trarre previsioni.”
Una traduzione seplificata è la seguente: un trend è lo studio di una serie di eventi finalizzato
a creare un modello statistico su cui fare delle previsioni.
Cerchiamo di capire meglio con un esempio: l’avvento di twitter. Twitter è un sistema di
microblogging pubblico, che ti permette di inviare messaggi di 140 caratteri. Nel marzo del
2006 quando il sistema venne pubblicato la situazione era la seguente: i blog erano un
sistema di comunicazione ormai consolidato e i nuovi social network moltiplicavano le
informazioni da gestire, aggregare rss per ogni fonte era diventato ormai impossibile da
gestire. Twitter inizialmente viene utilizzato pe gestire il proprio stato (sistema che verrà poi
integrato su facebook) ma presto, grazie alla flessibilità dello strumento che permette di
sviluppare applicazioni esterne intorno al servizio base, nascono molto velocemente nuovi
servizi (anche mobile) e nuovi modi di utilizzo, la diffusione di twitter porta i giornali e i
blogger a pubblicare i link degli articoli attraverso il servizio di microblogging, spostando il
taget dell’utenza ad un bacino più grande.
Ho preso come esempio Twitter ma potrei portarne altri (come google, youtube e facebook),
la cosa intressante è che per determinare se un servizio appena nato potrà far nascere una
nuova moda, l’unico modo possibile è isolare alcuni fattori comuni ai nostri casi di studio ed
analizzarli. Ho provato a farne un elenco che riporto qui sotto:
Scopo: la vostra applicazione deve essere utile
Utilizzo del servizio: il servizio deve essere semplice, chiaro e alla portata di tutti.
Integrazione: deve esistere la possibilità di integrare il servizio in altri già esistenti, come le
piattaforme blogger e i socialnetwork
Estensione: la possibilità di creare nuove applicazioni svilupate da terze parti è un’occasione
da non perdere. Questo solitamente serve a stimolare la creatività degli utenti.
Appurati questi fattori la cosa importante sono quelli che io chiamerei “gli effetti collaterali”,
ovvero quali cambiamenti apporterà il vostro servizio all’interno della società? Se la vostra
startup creerà nuove community o ancora meglio genererà nuove forme di business (come
ebay o paypal) le possibilità che questo servizio diventi il prossimo google sono molto alte.
Stare al passo con le nuove tendenze della rete, con costanza e dedizione non è da tutti e va
fatto con un’apertura mentale notevole, se non avete questa capacità ma volete avere
successo, pagate qualcun’altro al posto vostro per farlo, in modo da poter fiutare business
dove c’è ancora solo del potenziale

Un primo sguardo a Google Wave

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In esclusiva per Camminando Scalzi.it

L’articolo di oggi è scritto da Mauro Fava, autore del blog Linuxedintorni.org. Mauro ha avuto l’opportunità di provare in anteprima il nuovo ed innovativo prodotto di Google e ci ha fornito questa recensione in eslcusiva.
Un grazie a Mauro da parte di tutta la redazione!

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Google rilascia a pochi utenti la preview del suo nuovo strumento Wave, vediamo di cosa si tratta.

wave_iconSe non siete all’interno di un bunker senza possibilità di comunicare con il mondo esterno o magari barricati all’interno di una baita senza corrente elettrica ne computer o altro apparato elettronico probabilmente avete sentito parlare di Google Wave.

Qualche tempo fa la stessa azienda aveva presentato ad un pubblico di soli sviluppatori una nuova applicazione web che suscitò meraviglia e stupore in molti di noi, durante tutto il filmato, della durata di circa un’ora, il creatore di Google Maps illustrava le novità e le caratteristiche innovative di questa meraviglia firmata Google.

In queste settimane Google ha rilasciato circa 100.000 inviti destinati ad un selezionato pubblico di utenti i quali hanno la possibilità di utilizzare e valutare in anteprima il nuovo servizio marchiato Mountain View.

Una volta accettato il contratto e sbrigate le prime formalità ci troviamo di fronte all’interfaccia di Wave:

Clicca per ingrandire - L'interfaccia di Google Wave
Interfaccia - Click per ingrandire

il prodotto è accessibile attraverso browser ma sono sicuro che non mancheranno da qui a breve client in grado di sfruttare le API del servizio al fine di portare le conversazioni di Wave all’interno del nostro desktop svincolandole di fatto da un browser.

Sono sincero, ad un primo impatto la schermata di Wave lascia disorientati, ci troviamo al cospetto di una idea rivoluzionaria che ha tutte le potenzialità per essere un prodotto di successo e come tale Google ha pensato bene di dotare il servizio di una interfaccia per alcuni versi insolita.

Partendo da sinistra possiamo vedere quella che può essere definita come la sidebar degli strumenti e dei contatti; potete creare cartelle, visitare le varie sezioni dove sono racchiuse le vostre onde e marcare Wave come spam.

Scendendo in fondo troviamo la gestione dei contatti, semplice ed essenziale, come nello stile Google, essa permette di manipolare i vostri indirizzi appoggiandosi a Google Contacts.

Ecco il primo punto che mi lascia perplesso; capisco che allestire un database ulteriore sarebbe stato oneroso ma in questo modo si è obbligati a condividere i propri contatti con i server di Google Contacts…..magari qualcuno non desidera effettuare questo tipo di operazione.

Pannello contatti
Pannello contatti

Ad ogni click che farete su di un singolo contatto avrete a disposizione un pannello come quello che vedete di lato.

Creare una nuova onda, leggere le recenti o “pingare” il profilo è operazione di pochi secondi.

Passiamo al pannello centrale, in questa porzione di monitor trovate le conversazioni alle quali state partecipando.

Questa specifica porzione d’interfaccia risponde contestualmente alla sezione scelta nella sidebar degli strumenti quindi se avete selezionato “all” all’interno della sidebar avrete tutti i messaggi disponibili all’interno di questo pannello centrale.

Contestualmente a questa porzione d’interfaccia avete le conversazioni mostrate all’interno dell’ultima sezione di Wave, questo è il fulcro del sistema, da qui è possibile condividere foto in real time, scrivere, collaborare, cancellare muovere modificare ed compiere più in generale tutte quelle operazioni che avete potuto vedere nel filmato di presentazione pubblicato da Google.

Le conversazioni si svolgono tra due o più contatti e coinvolgere altri utenti è semplice come cliccare su di un pulsante più e selezionare il contatto desiderato.

In questo modo avrete la possibilità di iniziare una nuova wave dove condividere discutere o compiere qualsiasi altra operazione in condivisione con l’utente, o gli utenti, coinvolti; il sistema di reply ad ogni messaggio è molto funzionale, potete scegliere se rispondere direttamente oppure rispondere al singolo messaggio o infine editare in tempo reale i messaggi lasciati da altre persone coinvolte all’interno della conversazione.

Questo ovviamente non significa che una volta modificate le frasi non possano più essere recuperate, attraverso il sistema di playback avremmo la possibilità di scorrere tutta la nostra conversazione come se stessimo visionando un filmato, in questo modo potremmo vedere l’evolversi della conversazione e i cambiamenti fatti su di essa.

Wave è real time, ogni cambiamento dell’onda è percepito in real time da tutti gli utenti coinvolti sia che si tratti di scritte o di upload di foto o di condivisione di una mappa, ottimo se si pensa allo scopo per il quale a mio avviso è stato ideato.

In questo momento ci troviamo in una fase che definirei ALPHA anche se, come potete osservare dagli screeshoot pubblicati, vi è una dicitura che recita preview, molte delle funzioni non sono disponibili o parzialmente funzionanti ma già oggi è possibile apprezzare la potenza dello strumento che Google ha deciso di rende open source.

Google Wave per iPhone
Google Wave per iPhone

Wave è disponibile anche per i dispositivi mobili evoluti come iPhone, telefoni equipaggiati con Android o sistemi Maemo, perfettamente utilizzabile permette di effettuare tutte le operazioni che è possibile fare su di un normale pc.

Ho riscontrato alcune difficoltà sono con gli ormai famosi netbook nei quali lo schermo di piccole dimensioni unitamente ad una visualizzazione classica e non da dispositivo mobile, limita la velocità d’uso.

Ma quindi cosa è Google Wave?

E’ un nuovo modo di collaborare, di intendere l’e-mail, di condividere documenti con altri utenti o di fare molto velocemente quello che fino a qualche tempo fa era possibile tramite lo scambio estemporaneo di file, un’idea che porterà inevitabilmente i professionisti del web e del mondo IT ad un modo diverso di organizzare il proprio lavoro……Wave è un mondo in completo divenire, chiunque sia in grado potrebbe sviluppare un “plugin” in grado di fare qualsiasi cosa in tempo reale (già ora abbiamo un primo traduttore di lingua in real time).

Vi posso invece dire con certezza cosa non è Wave, non è un social network e non andrebbe mai definito come tale non sarà e non ha voglia di essere il prossimo Facebook o Twitter anche se è perfettamente in grado di aggiornare i vostri account direttamente dalla sua interfaccia.

Personalmente sono in attesa di una maggiore diffusione dello strumento per valutare l’effettiva potenzialità di quest’onda la quale per ora riserva, a mio avviso, un enorme potenziale ancora incompreso o poco sfruttato.

Per farvi capire meglio com’è possibile utilizzare Wave vi lascio con un filmato realizzato appositamente per questa blogzine:

http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=7143669&server=vimeo.com&show_title=1&show_byline=1&show_portrait=0&color=&fullscreen=1

Google wave preview from Shaytan on Vimeo.

P.S.: un grazie ad Aldo Latino che si è prestato alla dimostrazione live J

Un saluto Mauro (aka Shaytan) Fava

www.linuxedintorni.org

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Breve storia di Google: dal garage al monopolio

Ci troviamo a Stanford, università americana situata in California nel cuore della Silicon Valley, uno dei centri a maggior concentrazione di aziende legate alle tecnologie informatiche del mondo. L’anno è il 1995; Larry Page, 24enne laureato in Ingegneria Informatica, si reca al campus con l’idea di iscriversi al dottorato in informatica. Qui incontra Sergey Brin, 23enne laureato in Matematica e Scienze informatiche, che ha il compito di mostrare  l’università ai visitatori. Nel gennaio dell’anno successivo Larry e Sergey, diventati nel frattempo amici, cominciano a collaborare al progetto “BackRub”, un motore di ricerca che sfrutta il concetto di “back links”: più un sito riceve collegamenti, e quindi citazioni, da altri siti, più è considerato autorevole e quindi innalzato tra i primi risultati della ricerca. Questo meccanismo è alla base dell’algoritmo chiamato “PageRank”, sul quale i due studenti  sviluppano in seguito “Google”, fondando poi nel 1998, in un garage preso in subaffitto a Menlo Park, nei pressi di Stanford, la Google Inc.

Il meccanismo del PageRank chiaramente spiegato

Arriviamo a cavallo del 2000: la superiorità di Google nel settore della ricerca diviene sempre più evidente. I principali attori del mercato di internet, Yahoo, Microsoft e AOL, non hanno funzioni confrontabili, ma tendono a trattenere gli utenti sui propri portali attraverso una serie di servizi quali le news e le e-mail gratuite, rendendoli ottimi canali per pubblicità e marketing. Google all’inizio si rifiuta di inserire pubblicità nelle proprie pagine: secondo la propria filosofia aziendale sintetizzata dal motto “Don’t be evil”, avrebbe potuto portare gli utenti a pensare che i dati elaborati fossero influenzati da interessi di mercato. La strategia di finanziamento perseguita è quella di stabilire partnership con gli altri soggetti del mercato per offrire la propria tecnologia, che porta ad accordi nel 2000 con Yahoo, e nel 2002 con AOL. Questa situazione cambia quando Brin e Page decidono di inserire comunque gli annunci, mantenendoli però distinti dai risultati della ricerca, limitandoli alla parte destra della pagina web, all’interno del riquadro dei link sponsorizzati. Inoltre nel 2003 nasce il servizio AdSense, che permette a siti di ogni dimensione di ottenere guadagni inserendo all’interno delle proprie pagine banner pubblicitari da parte degli inserzionisti di Google.

Il googleplex

Finalmente siamo ai giorni nostri. Grazie ai soldi della pubblicità, Google ha avuto dalla sua nascita ad oggi una vertiginosa espansione: dal garage degli inizi, si è passati al quartier generale di Mountain View in California, il Googleplex; da pochi computer che rispondevano ad appena 10.000 richieste al giorno, agli attuali 36 enormi centri dati sparsi in tutto il mondo, che rispondono ad oltre un miliardo di richieste al giorno, in continua crescita; dalla sola funzione di ricerca, alle decine di servizi odierni, tra cui Gmail, Picasa, Maps e molti altri. Oggi quasi non esiste servizio internet che non abbia un corrispettivo “made in Google”.

Il Monopoly secondo Google

Oramai il modo in cui svolgiamo ogni giorno le nostre attività su internet non può prescindere dai mezzi che questa azienda ci mette a disposizione. Ma quali sono i pericoli nascosti in questa “dipendenza da Google”? Analizziamoli singolarmente:

1. Monopolio delle ricerche: Google è il miglior motore di ricerca oggi disponibile, su questo non c’è dubbio, e dispone del maggior numero di utenti, superiore all’80% del totale. Yahoo al momento è seconda, ma non impensierisce il motore rivale, mentre Microsoft sta provando a contrastarlo con Bing, che dopo la sua nascita con costanti aumenti degli utenti, è recentemente tornata a calare tra le scelte degli internauti. Si spera che l’accordo tra i due eterni secondi possa contrastare questo predominio, che rischia di rendere le ricerche sempre più “Google-centriche”, con un ovvio appiattimento della pluralità dei punti di vista, una delle basi di internet.

2. Monopolio dei servizi: Google ha nel corso degli anni acquisito alcuni tra i più famosi servizi web, tra i quali YouTube, Picasa, reCAPTCHA. Inoltre ne sviluppa di continuo di nuovi, tra i quali Gmail, Google maps, Google reader, che hanno un grande seguito tra gli utenti. Questo provoca molti problemi quando servizi di utilizzo così diffuso hanno difficoltà di tipo tecnico, come sperimentato più volte nell’ultimo periodo dagli utenti  Gmail. Inoltre, cosa succederebbe se in futuro uno o più di questi servizi fossero chiusi? E’ già accaduto in passato, potrebbe ripetersi in futuro, e le alternative non sempre sono in grado di competere.

3. Monopolio pubblicitario: Google, oltre che servizi, ha acquisito o fatto chiudere anche i suoi principali concorrenti in questo campo, tanto da finire diverse volte sotto il mirino dell’antitrust. In un settore come quello di internet, la presenza di un monopolio della pubblicità è quanto mai deleteria: si tratta infatti di una delle pochissime fonti di guadagno, e lasciare che sia un solo soggetto a controllarla rischia di rendere il web, luogo “anarchico” e libero per antonomasia, facilmente controllabile. Dov’è finito il desiderio iniziale dei dirigenti di non spingere i propri utenti a pensare che l’azienda fosse legata ad interessi di mercato?

4. Violazione della privacy: Pochi sanno che Google conserva per lunghi periodi informazioni relative alle ricerche dei propri utenti, in passato addirittura per  18/24 mesi, attualmente ridotti a 9 mesi su pressione europea. Numerosi problemi sono sorti anche relativamente a Street view, che inserendo foto delle varie strade del mondo all’interno di Maps registra ovviamente anche gli ignari passanti. Inoltre chiunque utilizza Gmail sa che il riquadro pubblicitario sfrutta il contenuto delle mail che stiamo leggendo per fornirci pubblicità contestualizzate. Quanto vi fa piacere sapere che i dati sulle vostre abitudini, le vostre email e addirittura la vostra faccia mentre passeggiate per strada, siano in possesso di un’azienda privata?

5. Appiattimento del Web: Questa è una delle conseguenze più evidenti e al tempo stesso difficili da analizzare del predominio Google. Dal web degli inizi, quasi del tutto scevro da ogni forma di pubblicità, si è passato a quello attuale, dove bisogna fare una costante gimcana tra siti che offrono utili informazioni e siti pieni di advertising, nati e sviluppati con il solo scopo di creare un guadagno. Ormai ogni sito, anche il più piccolo, contiene adsense, e in questo non c’è niente di male, ma molti di questi vengono progettati e gestiti soltanto per risultare più graditi agli spider di google, in modo da arrivare ai primi posti delle ricerche e far fruttare di più i propri banner. Probabilmente a questo non c’è rimedio, anche se chi scrive prova a volte un pizzico di nostalgia per quelli che erano gli arbori di internet, dove lo scopo principale era quello di condividere le proprie informazioni con gli altri, e non la ricerca del guadagno ad ogni costo.

Google è ormai diventanta una gigantesca piovra, che avvolge con i suoi mille tentacoli il mondo del web. Sembra un problema da poco, in fondo diffonde servizi utili, ben fatti e gratuiti. Ma al mondo niente è davvero gratuito, e potremmo pagare prima o poi le conseguenze di questa situazione: quando il monopolio si  sarà ulteriormente espanso ed i concorrenti saranno stati eliminati, chi ci dice che la bella filosofia del “Don’t be evil”, che aveva accompagnato la nascita dell’attuale colosso di Mountain View, non venga messa da parte del tutto per mostrarci il suo vero volto?

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