Sicurezza stradale e tecnologia

Cari lettori di Camminando Scalzi, quest’oggi vorrei affrontare con voi un tema che dovrebbe stare a cuore un po’ a tutti: la sicurezza stradale. Troppe persone trovano prematuramente la morte sulle nostre strade ogni weekend e non solo. Le cause degli incidenti possono essere le più varie, e possono essere raggruppate in tre distinte categorie: quelle attribuibili al conducente del mezzo, quelle riconducibili a condizioni ambientali e, infine, quelle provocate da guasti di vario genere e natura. Statisticamente a farla da padrona sono sicuramente i primi due ambiti, spesso in combinazione tra loro. Dando per scontato che chi scrive, e la maggior parte dei lettori, siano convinti che nessuno dovrebbe mettersi alla guida di un qualsiasi veicolo a motore in condizioni di grave alterazione psico-fisica, ho provato a pensare come fosse possibile mutuare tecnologie già esistenti – e applicate in altri campi – per incrementare il livello di sicurezza sulle nostre strade. I dispositivi che ho in mente di installare su un’ipotetica auto del futuro sono tutti già pronti e ben affermati, per cui sembra proprio che l’unico deterrente contro il loro utilizzo in ambito automobilistico sia il loro costo.

PASSIVO O ATTIVO?

Il campo da cui attingere a piene mani riguardo le innovazioni da introdurre in campo automobilistico è sicuramente quello aereonautico: la qualità costruttiva dei moderni aereoplani è fuori discussione, così come la loro dotazione di sistemi tecnologici all’avanguardia. La sicurezza passiva è quella che vi permette di sopravvivere dopo essservi schiantati a 140 all’ora contro un muro in cemento armato: scocche rinforzate in titanio, airbag, parabrezza in plexiglass non frantumabile, sono tutti accorgimenti che hanno come scopo il cercare di limitare il più possibile i danni. Certo, sarebbe meglio non andarsi a schiantare contro quel maledetto muro, ed è qui che entrano in gioco i sistemi di sicurezza attiva, che in parte già ritroviamo sulle auto moderne: controllo elettronico della stabilità, ABS, mappature delle centraline elettroniche variabili sono dispositivi già ampiamente collaudati e presenti sui nostri veicoli, che tuttavia concentrano la loro azione esclusivamente sull’analisi della risposta del veicolo al fondo stradale, senza sapere effettivamente quel che sta succedendo al di fuori della macchina. Pare quindi che la prima mossa da fare sia intervenire sulla “consapevolezza” che il mezzo ha dell’ambiente che lo circonda, dotandolo di nuovi occhi e nuove orecchie elettroniche.

PRECISIONE AL MILLIMETRO

Il radar è un invenzione che oramai ha superato i 60 anni di età: nato durante la seconda guerra mondiale come mezzo per individuare le formazioni di bombardieri nemici, oggi è lo strumento principe per quanto riguarda la navigazione aeronavale. Il RAdio Detection And Ranging basa il proprio funzionamento su un emettitore di onde radio (o microonde) e su un antenna per la ricezione delle stesse. Solitamente ricevitore ed emettitore sono posti nella medesima posizione, in maniera tale da compattare il tutto per un’eventuale installazione a bordo di veicoli.
Quando le onde trasmesse colpiscono un oggetto, vengono riflesse in tutte le direzioni. Il segnale viene quindi in parte reirradiato anche indietro, verso la direzione di provenienza, e misurando il delay temporale tra emissione e ricezione è possibile stabilire la distanza che ci separa dall’oggetto rilevato. Grazie all’effetto doppler (ovvero il leggero spostamento in frequenza nell’onda causato dal moto relativo tra sorgente e ricevitore) è possibile inoltre misurare anche la velocità di tale oggetto. I radar hanno raggiunto oramai capacità tali da poter disegnare in tempo reale una mappa ambientale di ciò che ci circonda praticamente in tempo reale, con precisione nell’ordine del millimetro. Capite bene che avere a disposizione un sistema di rilevamento praticamente insensibile alle condizioni di visibilità più o meno buone che siamo abituati ad affrontare è un grosso passo avanti per evitare incidenti dovuti alla pioggia battente, alla nebbia o a quant’altro vi impedisca di vedere bene dove state andando.

VEDERCI AL BUIO

Chiunque guidi da un po’ di tempo, sa perfettamente quanto drasticamente cali la visibilità di notte, soprattutto per chi, come il sottoscritto, porta gli occhiali. I fari fanno il loro dovere fino a un certo punto, dato che per evitare di bruciare la retina a chi ci precede o incrocia, essi sono studiati in maniera tale da non estendersi oltre 25 / 30 metri dalla vettura. Oltretutto in caso di nevicata molto fitta o nebbia, l’uso dei fari può addirittura rivelarsi controproducente, dato che entrambi questi fenomeni atmosferici tendono a riflettere la luce piuttosto efficacemente.
Da tempo oramai in ambito militare si utilizzano sistemi di visione notturna che tralasciano la parte di illuminazione nell’ottico per concentrarsi sull’intensificazione della luce che già c’è nell’ambiente, o utilizzano fasci di raggi infrarossi per illuminare l’ambiente circostante. Oltre a garantire una visione chiara e pulita dell’ambiente circostante anche in totale assenza di luce visibile, i visori che combinano questo tipo di tecnologia possono essere studiati in maniera tale da adattarsi continuamente alle condizini ambientali. In questo modo forti e improvvise sorgenti di luce che dovessere comparire nel campo visivo verrebbero automaticamente attenuate, scongiurando il rischio di venirne abbagliati.

A TESTA ALTA

Certo, tutte queste informazioni aggiuntive messe a disposizione dai nuovi dispositivi sarebbero inutili, se non le si potessero trasmettere al guidatore in maniera adeguata. Rappresenterebbero addirittura un rischio aggiuntivo, dato che per accedervi il conducende dovrebbe distogliere lo sguardo dalla strada. Insomma avere schermo radar, telecamera per la visione notturna, GPS e quant’altro ognuno con il suo bel display, alla fine dei conti sarebbe decisamente poco pratico. Questo è quello che devono aver pensato anche i progettisti dei primi aviogetti militari, quando si resero conto che forse non era il caso di far distogliere troppo lo sguardo dei piloti dal vetro anteriore mentre volavano a più di 900 km/h. È così che nacque l’HUD, acronimo di Head Up Display. In pratica si tratta di un visore a proiezione olografica completamente trasparente, sul quale vengono visualizzate informazioni come velocità, orientamento dell’aereo rotta, bersagli inquadrati dal radar e così via: sebbene la strumentazione di un aereo moderno sia ricca di lancette, quadranti e affini, le informazioni proiettate sull’HUD sono più che sufficienti a far volare (e soprattutto, combattere) l’aereo. Ora, provate a immaginare un parabrezza anteriore in cui venga integrato un sistema di questo tipo, collegato a tutti i dispositivi che ho elencato prima, e in grado quindi di avvisarvi di eventuali ostacoli evidenziandoli direttamente davanti ai vostri occhi, piuttosto che di colorare di rosso la strada da percorrere secondo il vostro GPS e via di questo passo. Insomma sarete consapevoli di ogni aspetto riguardante la guida senza mai dover togliere gli occhi dalla strada, che vi apparirà più chiara che mai. E se qualcuno vi sorpassa in curva sulla destra a 180, potete comodamente agganciarlo con il vostro radar, lanciare un simpaticissimo missile terra-terra e godervi in tempo reale la deflagrazione ben contornata dal vostro display a proiezione!

GLI AUTOMATISMI DEL CASO

Infine, volevo porre la vostra attenzione su un aspetto che esula un po’ dalle tecnologie che vi ho esposto sino ad ora. Sì, perchè, per quanto efficaci, oltre al loro costo economico c’è da considerare anche le loro richieste energetiche, che le attuali batterie di automobile non sono minimamente in grado di soddisfare. Al di là dell’applicabilità futura di quel di cui abbiamo finora discusso, tutti questi sistemi partono dal presupposto che il conducente sia pienamente in grado di intendere e di volere, se non altro per essere in grado di comprendere ciò che il mezzo sta cercando di dirgli. Tuttavia ci sono casi in cui, vuoi per malessere fisico, vuoi per abuso di sostanza psicotrope, vuoi per botte di sonno, il conducente perde il controllo della vettura. Insomma, se vi addormentate al volante e sterzate di colpo, non speriate che il sistema elettronico di stabilità vi tenga dritti in strada… Eppure, lo si potrebbe fare. Accelerometri che misurino eventuali sterzate troppo brusche e pericolose e le blocchino sul nascere (anche qui, l’aeronautica fa da precursore, con i limitatori di accelerazione g studiati per evitare di far svenire i piloti che manovrano duro), sensori di prossimità per rilevare auto e ostacoli nelle immediate vicinanze, collegate ad un sistema di frenatura automatica, che intervenga nel caso di “inchiodata” di quello che vi precede e così via, sono cose tutto sommato economiche da implementare che, se studiate con un minimo di intelligenza e praticità, possono davvero salvare delle vite. E soprattutto, un’ultima cosa: se il limite massimo di velocità è 130 all’ora, perchè costruire macchine che superano ABBONDANTEMENTE questo valore? Ad postera…

Cronache semiserie di un sistemista disperato – Capitolo n°1 : L'utonto

Spesso amici e conoscenti mi chiedono cosa faccia esattamente per vivere. A volte provo loro a spiegarlo, ma visto che la parola sistemista è sconosciuta ai più, mi limito a dire di essere un tecnico informatico: loro pensano di aver capito, io mi tolgo dall’impiccio, 0-0 palla al centro. Ma alcuni insistono nel volere i particolari, ed è a loro che è dedicato questo articolo: spero di riuscire a spiegare una volta per tutte in quale inferno mi sono cacciato quando ho scelto questo mestiere.

  • Lui: “Ho un problema con il condizionatore, mi si spegne da solo dopo poco che l’ho acceso”
    Me: “Guarda che non mi occupo di condizionatori…”
    Lui: “Scusa ma non lavori con i computer? Ormai sono tutti pieni di chip questi aggeggi, sono sicuro che puoi fare qualcosa!”
    Me:“…”

Il lavoro del sistemista è semplice, in teoria: ci si occupa dell’infrastruttura informatica di un’azienda facendo in modo che sia sempre funzionante in efficienza, si riparano guasti e malfunzionamenti vari, se ne progettano gli ampliamenti, cose di questo tipo. Ovviamente la complessità può diventare enorme a causa della miriade di tecnologie diverse coinvolte, che generano problematiche di ogni tipo; ma per chi come me è appassionato fin da piccolo di ogni campo dell’informatica è una vera e propria pacchia, e ogni problema da risolvere diventa una sfida personale, rendendo questo lavoro uno dei meno noiosi che ci siano.

  • Lui: “Sai che anche mio figlio lavora nel campo dell’informatica? Magari vi conoscete pure!!”
    Me: “Si, infatti conosco tutti gli informatici d’Italia… Comunque, di cosa si occupa?”
    Lui: “Fa le modifiche alle console, sai Playstation, il Nintendo di Panariello (!), e quella nuova con cui fai ginnastica (!!).”
    Me: “Si, facciamo proprio lo stesso lavoro…”

Se mi piace così tanto, qual è allora il motivo per il quale torno a casa la sera con il vago desiderio di uccidere ogni forma di vita presente nell’universo? Il motivo è lui, l’inesplicabile mistero della natura che prende il nome di Utonto. L’etimologia è semplice, si tratta dell’unione delle parole utente e tonto; ma questo non basta a spiegare l’enorme quantità di danni che una singola persona è in grado di arrecare ad un intero sistema informatico (e ai miei neuroni). Sia chiaro che non considero tutti gli utilizzatori di pc con scarse capacità degli utonti: si può essere degli utenti accorti pur avendo un grado di cultura informatica o persino di intelligenza scarsi, come si può essere degli utonti pur possedendo incredibili capacità intellettive, un paio di lauree ed essendo a capo del settore informatico di una grande azienda.

  • Lui: “Mi hanno regalato una penna usb ma non funziona, dai un’occhiata?”
    Me (mentre guardo allibito la pendrive infilata brutalmente in una porta ethernet): “Scusa, ma non hai notato la forma leggermente diversa e la leggera resistenza che opponeva la porta?”
    Lui: “Ma allora non va lì? Pesavo resistesse un po’ perché era nuova…”

Ma cos’è che distingue un semplice utente da un utonto? Il primo semplicemente accetta i propri limiti di conoscenza, evitando di far danni se non è sicuro di come effettuare una certa operazione, e chiedendo aiuto se ne ha bisogno. Il secondo invece ha assoluta fiducia nelle proprie capacità informatiche, non chiede mai aiuto a nessuno se non all’amico superesperto (che spesso lo aiuta a fare ancora più danni); non legge i messaggi di errore o di avviso e clicca furiosamente su qualsiasi pulsante compaia sullo schermo cancellando dati, accettando di installare virus, chiudendo senza salvare file ai quali stava lavorando da ore; utilizza password difficili da trovare come “password” o la classica “pippo”, che inoltre per non dimenticare scrive su un post-it che appiccica sul monitor; accetta di versare migliaia di euro in conti esteri, convinto da una mail in italiano stentato di doverlo fare per ricevere un’eredità da un misterioso parente sudafricano; in ogni caso, non ammette mai di aver sbagliato.

  • Lui: “Ho un problema con il file, lo apro ma non ci sono le modifiche che ho effettuato ieri!”
    Me: “Evidentemente non l’hai salvato, tranquillo, ora ti recupero la copia del salvataggio automatico.”
    Lui: “Ma io l’ho disattivato, mi rallentava il computer! Il capo mi uccide!! Cosa posso fare???”
    Me: “Iniziare a pregare per la tua anima…”

I metodi che utilizza per condurti alla disperazione sono quelli tipici della guerriglia di resistenza, alla Vietnam per intenderci: crea di continuo piccoli danni, spesso irreparabili, per poi nascondersi facendo finta di niente; quando scoperto si lancia al contrattacco, lamentando fantomatiche mancanze ed errori casuali dei programmi che sta utilizzando; se posto di fronte alla verità, è in grado di giurare sulla propria madre di non aver effettuato nessuna delle azioni delle quali lo si accusa; messo alle strette, arriva a vendere il proprio collega, reo magari di aver urtato il mouse per sbaglio con il gomito, cancellando secondo lui in questo modo gli ultimi 15 anni di email aziendali.

  • Lui: “Non trovo più le email che avevo salvato!! Questo programma di posta fa schifo!!”
    Me: “Senti, mi spieghi cosa ci fa il file di archivio nel cestino?”
    Lui: “E io come faccio a saperlo, non sei tu l’informatico? Scoprilo.”
    Me: “…”

Sistemisti di tutto il mondo e di ogni epoca si sono cimentati con codesti individui malefici capaci di trasformare, con un domanda all’apparenza innocua, una normale giornata di lavoro in 20 ore di straordinario per rimettere a posto i danni da loro provocati. Nel corso degli anni, numerose tecniche sono state sviluppate per resistere ai loro attacchi. Inoltre non pensiate che l’utonto sia il solo ostacolo a frapporsi tra il sistemista e la sua sanità mentale, molte altre sono le difficoltà da superare per portare a casa la pagnotta. Ma di queste e di tante altre cose vi parlerò nei prossimi articoli; per ora, vi saluto (a meno che non siate degli utonti in incognito).

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Camminando Scalzi.it darà la possibilità ai fumettisti del web di mettersi in mostra tra le pagine della blogzine. Iniziamo con una striscia di Gabville, autore di “Supporto Buongiorno“, fumetto che si addice alla perfezione ad un articolo come questo !!![/stextbox]

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