Libia, come andrà a finire?

Da qualche settimana, ormai, la Libia è al centro di una delle più grandi rivolte popolari della storia africana. Il colonnello Gheddafi, storico dittatore libico, al potere da oltre 40 anni, viene ferocemente contestato dal popolo e, probabilmente, anche da una parte dell’esercito e della sua famiglia. È difficile ritenere che un uomo come lui, che in passato ha tenuto testa anche all’ex presidente americano Reagan, possa decidere di andarsene autonomamente, infatti sta rispondendo alle proteste con la forza: è imprecisato, ma sicuramente altissimo il numero di vittime tra la popolazione. Vale la pena discutere sui rapporti che il leader libico ha sempre avuto con il mondo occidentale.

La Libia, si sa, è uno dei paesi maggiormente produttori di energia, motivo per cui i segretari di stato occidentali hanno sempre intrattenuto buoni rapporti con lui. Anche i vari governi italiani che si sono succeduti nel corso degli anni hanno sempre cercato di avere con il colonnello rapporti basati sulla cordialità reciproca. Non molto tempo fa, Gheddafi si è presentato a Roma con tanto di donne e beduini al seguito, senza che la classe politica italiana abbia avuto qualcosa da ridire. Non si presentò a una riunione alla Camera dei Deputati, tanto che il presidente Gianfranco Fini decise, con sdegno, di annullare l’appuntamento. Probabilmente tutta questa visibilità a Gheddafi andava evitata, anche perché l’Italia non fece certo una bella figura sul piano dell’immagine.

Inoltre, il nostro paese ha sempre avuto un certo imbarazzo nei rapporti con la Libia, per via di quel che avvenne durante il fascismo, quando l’esercito italiano colonizzò quel paese, sconfiggendo la rivolta del popolo libico anche con l’utilizzo dei gas chimici. Anche gli altri paesi europei non hanno mai veramente condannato il colonnello e la sua dittatura, che dura da tempo immemorabile. Tutto ciò non ha fatto altro che aumentare la forza politica di Gheddafi, senza pensare a come il leader stesse davvero trattando il suo popolo.

Purtroppo, Gheddafi non è il primo dittatore a resistere da tanto tempo senza che nessun capo di stato abbia il coraggio di isolarlo dal contesto politico mondiale: troppi sono gli interessi economici in gioco. Anche adesso pochi sono i rappresentanti dei paesi europei che stanno condannando il modo in cui in Libia sta andando avanti la repressione del governo nei confronti del popolo che protesta. Il governo italiano sta avendo una posizione piuttosto ambigua, sostenendo che l’Italia non sta dando armi alla Libia allo scopo di sedare la rivolta popolare, ma senza prendere una posizione davvero contraria alle violenze in atto in questi giorni. Non resta che attendere l’evolvere della situazione, sperando che tutto possa risolversi in poco tempo, ma con Gheddafi è difficile fare previsioni.

La caduta dell'amico Gheddafi

In Libia siamo ormai di fronte alla guerra civile. Una terribile guerra civile. Soltanto ieri si parlava di 250 morti, con i cacciabombardieri che hanno lasciato il loro carico di morte sulla folla che manifestava. Gheddafi è un dittatore, diciamolo subito, ed anche uno dei peggiori. Come si fa altrimenti a spiegare un leader che bombarda e uccide il suo stesso popolo?

Salito al potere nel 1969, dopo un colpo di stato che ha rovesciato il governo monarchico di re Idris, giudicato troppo servile nei confronti di francesi e americani, è il leader incontrastato e gode di poteri assoluti in Libia. Possiamo sommariamente dividere la sua politica estera in due fasi, una precedente al 1990, molto più nazionalista e distaccata rispetto alle politiche europee e americane, e una successiva, in cui si è lentamente aperto e riavvicinato all’Europa, e soprattutto all’Italia, con cui ha siglato accordi economici in cambio di un controllo delle coste libiche sulla fuga dei clandestini.

Contemporaneamente è sempre stato presentato, soprattutto nella storia recentissima, come amico fidato di Berlusconi, fino ad arrivare alla sua ultima visita in Italia, di cui abbiamo parlato in questo articolo su Camminando Scalzi. Baciamani, le hostess, i cavalli, e tutto il circo patetico organizzato in onore di questo dittatore del Mediterraneo che gode di un incredibile rispetto da parte del nostro Premier. Si narra addirittura che l’ormai famosissimo Bunga Bunga sia proprio un “rituale” (chiamiamolo così) copiato dalla corte di Gheddafi. Insomma, culo e camicia con Berlusconi.

Si arriva così al giorno d’oggi, con un paese come la Libia (dopo l’Egitto e la Tunisia) che si ritrova a rivoltarsi contro il suo stesso leader, alla ricerca di una modernità e di una democrazia, ma soprattutto di una libertà del popolo finora non garantita. E come ogni dittatore che si rispetti, Gheddafi invece di prendere armi e bagagli e levarsi di mezzo, è arrivato a bombardare il suo stesso popolo. Si parla di una vera e propria strage, sebbene le notizie ufficiali rimangano comunque vaghe a causa del silenzio mediatico imposto. Insomma, tutto in pieno stile dittatoriale, nessuno può protestare, se lo si fa si muore, e nessuno lo deve venire a sapere (la TV di Stato oggi parlava di “menzogne”).

Ma perché questa vicenda ci tocca da vicino? Oltre alla scontatissima violazione dei diritti umani, alla violenza gratuita e inaccettabile contro un popolo che è sceso in piazza a protestare contro un regime, bisogna ricordare che Libia e Italia sono legate da vari trattati a doppio filo. Senza scendere troppo nei dettagli, c’è un “patto d’amicizia” (e già qui si rabbrividisce) che prevede un controllo della Libia sui flussi migranti (che pare siano scesi del 90%) in cambio di agevolazioni economiche da parte del nostro paese. Senza contare le nostre multinazionali che hanno base in Libia (ad esempio l’Eni), e il gasdotto che arriva dalla Libia in Italia e porta gas in tutta Europa.

Eppure l’Italia è stato l’ultimo Paese ad aprire bocca sul terribile conflitto e sulla terribile violazione dei diritti umani che si sta consumando in Libia; dapprima con il Premier che ha dichiarato di non voler disturbare Gheddafi, successivamente con una presa di posizione che è sembrata quasi obbligata, quando ormai tutta Europa stava facendo pressioni sull’insopportabile silenzio italiano. Ancora una volta il nostro Paese è risultato debole diplomaticamente agli occhi dell’Europa intera, e questa volta non è stata colpa di intercettazioni, festini, bunga bunga o quant’altro. C’è stata una lacuna diplomatica, una mancanza di presa di posizione decisa e immediata che condannasse il terribile genocidio che si sta consumando in queste ore in Libia, un silenzio figlio di una mai nascosta amicizia tra il nostro premier e il dittatore libico.

Ci sarebbe piaciuto sentire immediatamente una condanna senza se e senza ma, vedere un Italia pronta a dire di no agli abusi, ai bombardamenti sulla folla, e invece abbiamo assistito ad un teatrino di dichiarazioni smorte e poco incisive nei primi giorni, fino alla tardiva presa di posizione ormai obbligata.

Nel Mediterraneo sta accadendo qualcosa di importante, un passaggio storico dalle antiche politiche di regime al desiderio di democrazia e libertà dei popoli e nel nostro Paese, che è un punto strategico di questa zona, il governo è concentrato a bloccare le intercettazioni, fare i processi brevi, e qualsiasi cosa possa salvare l’ormai segnato decorso giudiziario a carico del nostro Premier.

Potevamo e dovevamo essere protagonisti di questo momento storico. E invece forse verremo ricordati come quelli che hanno accolto Gheddafi con i massimi onori, con i baciamano, le 200 hostess e la parata dei cavalli.

Good Job Silvio, ancora una volta, Good Job.